17.32 – Vi lascio la pace (Giovanni 14.27)
27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Incontriamo per la seconda volta il questo capitolo la frase “Non sia turbato il vostro cuore”. Al verso 1 l’esortazione-imperativo è accompagnata da “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, che costituisce l’antidoto alla paura, allo scoraggiamento, al senso di sconfitta che possono pervadere il “cuore”; qui invece abbiamo l’impossibilità del turbamento come stato d’animo dominante in conseguenza delle due azioni che Gesù ha fatto, lasciando e dando la Sua pace. Il verso settimo è di una potenza e una vastità totale al riguardo: la pace che il Maestro lascia e dà ai Suoi non è un sentimento generico, uno stato che si raggiunge attraverso una “meditazione” più o meno profonda o una condizione di imperturbabilità, ma è la Sua, unica, quella di Dio.
Va sottolineato che nel testo originale abbiamo “Vi lascio pace”, senza l’articolo, che conferisce alle parole un valore ancora più profondo perché dire “la pace” porta alla domanda “quale?”, mentre il solo sostantivo non può che comportare l’assoluto, quella che viene dal Tutto, che può essere compresa unicamente dallo Spirito, quella talmente a misura d’uomo ascoltante da orientarlo, guidarlo, attrarlo sempre, in poche parole renderlo stabile.
Va tenuto presente che “Pace”, ebraico Shalom, era ed è tuttora il saluto abituale non solo quando ci si incontrava, ma all’arrivo e alla partenza. Gesù stesso ne fa uso in Giovanni 20.19-22: “… venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. (…)»”.
Gesù, quindi, pronunciando quella parola, non esprimeva un augurio come potremmo fare noi, ma come dispensatore di pace la rendeva attuale, concreta e infatti non a caso, dopo aver pronunciato quel saluto, lo stesso tono col quale gli ebrei si salutavano, soffia sui discepoli (e agli apostoli) dicendo “Ricevete lo Spirito Santo”, frase di cui Luca in 24.45 spiega gli effetti: “Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture”. Questa azione non poteva farla prima della Sua risurrezione perché altrimenti avrebbe sconvolto l’ordine e la progressione necessaria affinché lo Spirito Santo potesse operare; infatti l’opera del Paràclito è una conseguenza della perfezione del Suo Sacrificio con relativa vittoria sulla morte e sarebbe stato impossibile il contrario, a parte qualche rivelazione sporadica come quella dell’apostolo Pietro in Matteo 16.
La “pace” che Gesù lascia e dà ai Suoi è diversa, non è una condizione di continua beatitudine perché altrimenti non avrebbe detto “Nel mondo avrete tribolazioni” (16.33), ma è una base sulla quale costruire: va tenuta presente, va considerata, amata, cercata dentro di noi nonostante le difficoltà, perché “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti – tre comportamenti –. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Filippesi 4.6.7); notare gli elementi utilizzati: “custodire”, “cuore” e “mente”, ciò che serve per sentirsi al sicuro e allo stesso tempo promessa di Dio e sono convinto che, se nelle nostre scelte e nella ricerca del nostro volere miope anteponessimo l’ascolto e la consultazione preventiva con chi ci ha salvato, molte situazioni pesanti che vanno a interrompere il nostro equilibrio non ci sarebbero. Invece, spesso, non ci fermiamo a pensare, valutare le nostre scelte con Lui.
Sempre l’apostolo Paolo in Colossesi 3.15 scrive “La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!”. Anche qui non abbiamo un augurio, ma un’esortazione che ci spinge a una verifica alla luce del verbo utilizzato, appunto “regnare” cioè esercitare un potere sovrano, quindi una condizione continua che può indebolirsi in misura proporzionale se la fede non viene praticata, se l’asse del pensiero dominante si sposta dalle cose di Dio a quelle degli uomini. A volte tendiamo a non pensare che l’ “abisso” (o “gran voragine”) che separa il Lazzaro dal ricco nell’omonima parabola di Luca 16.19-31 è la stessa che esiste tra chi crede e il mondo che, riprendendo le parole di Gesù nel nostro verso, una pace può anche darla, ma in modo terribilmente provvisorio che dura lo stesso spazio di un breve riposo dopo una corsa.
“Non come il mondo la dà” è una frase che fa riferimento a tutti gli opposti fra la santità di Dio e il mondo che, contaminato dal peccato e retto da un Principe diverso, non può che caratterizzarsi attraverso una sofferenza che non risolve. Dalle parole dette ad Adamo leggiamo:
1. “Maledetto il suolo per causa tua”.
Quello che il terreno nel giardino produceva spontaneamente e con lavoro minimo, perché l’uomo era stato lì posto per “lavorarlo”, da quel momento in poi non solo non avrebbe più dato garanzie di successo nel raccolto, ma avrebbe dato anche piante nocive e infestanti. Se poi spostiamo l’asse dal reale territorio di Eden e dal lavoro dell’uomo in esso alla mente di Adamo ed Eva prima del peccato, possiamo vedere nel giardino il luogo del dialogo profondo con il Creatore e nei frutti che raccoglievano la totale e perfetta benedizione che da esso scaturiva/no. C’era un continuo rapporto tra creato, uomo e Dio. Sotto questo aspetto, quindi, il suolo “maledetto” può essere visto anche come un’interruzione, una compromissione di quel rapporto che rendeva l’uomo e la donna di allora puri e innocenti.
2. “Con dolore ne trarrai cibo tutti i giorni della tua vita”.
Coltivare il giardino penso che sia stato costituito fondamentalmente nell’obbedienza all’unico comandamento ricevuto perché, così facendo, l’uomo e la donna proteggevano loro stessi e l’ambiente di cui avevano la responsabilità. Procurarsi il nutrimento, di un corpo e di una mente ben diversa dalla nostra, non comportava alcuna fatica, anzi era piacevole. Ebbene, da allora in poi si sarebbe tramutato in penoso affanno per un corpo indebolito rispetto a quello di prima, per il terreno non più fecondo e benedetto, per una natura che avrebbe cessato di essere parte armonica del Tutto e sarebbe diventata ostile.
3. “Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi”.
I frutti del giardino sarebbero stati solo un ricordo. Qui l’erba è usata proprio per rimarcare la differenza tra il nutrimento in Eden e quello che l’uomo avrebbe trovato da allora in poi. Avrebbe cessato di essere immortale e quell’essere superiore in grado di comunicare liberamente con il suo Creatore.
4. “Con il sudore del tuo volto tu mangerai il pane, finché non tornerai alla terra”…
L’uomo avrebbe conosciuto la fatica, che sarebbe stata alla base di tutta la propria vita, ininterrottamente, se avesse voluto nutrirsi. Anche qui “il pane” ha riferimento a tutto ciò che dà sostentamento e, come già rilevato, il “sudore” non solo al risultato di un corpo sotto sforzo, ma anche di forti tensioni, panico, malattie, difficoltà digestive, collassamenti, etc. Ebbene, questo sarebbe avvenuto fino alla morte.
5. “…perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere ritornerai”.
Certo che dal verso di Genesi 1.26, “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”, o di 2.7, “l’uomo fu fatto anima vivente”, alla rivelazione di ciò che la creatura avrebbe perduto è rilevabile da chiunque: “polvere” come atomi, ma è anche un riferimento alla semplice materia perché, senza la mano di Dio, non solo l’uomo, ma anche tutto il creato non sarebbe mai esistito e quindi, proveniente dal nulla, ad esso sarebbe tornato. Una vita che, per tutti coloro che vivono nell’era della Grazia, non avrebbe alcun senso se non intervenisse – ne cito uno per tutti – Romani 6.23, “Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore”.
È interessante considerare che ciò che circondava il giardino erano quattro fiumi e qui il giudizio sull’essere umano comporta sei elementi: alto, basso, Nord, Sud, Est, Ovest, vale a dire Adamo e sua moglie si trovano impossibilitati ad uscire non da una prigione, ma dalle conseguenze del loro peccato.
Perché abbiamo aperto questa finestra su Genesi? Perché per reazione al nuovo corpo e all’ambiente in cui gli esseri umani avrebbero vissuto, si rese necessario (non per tutti) cercare un antidoto, qualcosa che in un certo qual modo potesse rimediare alla fatica e all’affanno. Salvo rari casi, questa ricerca non comprese quella di Dio. Credo sia inutile approfondire le genealogie che saranno perennemente in contrasto fra loro, quella di Caino e quella di Seth; fatto sta che la ricerca della “pace” avvenne o tramite la ricerca della vicinanza e benedizione del Creatore, o con i mezzi che l’uomo aveva a disposizione, volti però alla soddisfazione della carne. E da allora in poi nulla è cambiato.
La “pace” di cui parla Gesù quindi è il diretto opposto di quella che dà il mondo, non in grado di distinguere fra ciò che effettivamente nutre e sazia da ciò che non fa altro che danneggiare la mente e lo spirito impedendo l’apertura verso realtà che, non vedendosi, non si possono desiderare. Sono rari coloro che, raggiunta la pace apparente del mondo, prendono atto della sua precarietà, si sentono insoddisfatti e cercano onestamente un’alternativa in grado di dare vera stabilità e vero conforto, un sistema di vita che selezioni il realmente utile dal realmente inutile, sia in grado di frantumare ciò che può contribuire ad inquinare il rapporto con Dio a vantaggio di ciò che avvicina a Lui, eppure è quello che siamo chiamati e autorizzati a fare, perché se Gesù lascia e dà la sua pace, noi questo dono abbiamo il dovere di custodirlo e tenerlo stretto.
“Non la do come il mondo la dà”, in un’altra versione, si riferisce anche al fatto che i doni del mondo, vuoti, imperfetti, ingannatori, non possono competere con quelli di Nostro Signore, che vengono dati in modo sincero, sostanziale e irrevocabile per lo meno in potenza perché se poi uno li sottovaluta e non li coltiva può ritrovarsi vuoto più di prima.
Credo che Gesù, con questa frase, abbia voluto dire ai Suoi che, con la fede in Lui che lascia e dà la Sua pace, il turbamento del cuore e lo spavento non avrebbero avuto davvero alcun senso. Questo vale per tutti i credenti, che sono sempre nelle mani di Dio, esenti da alcun male perché quello vero, che porta alla morte eterna, è stato confitto. Amen.
* * * * *
