17.41 – Non voi avete scelto me (Giovanni 15.16,17)
16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
Con questi versi entriamo in una parte molto particolare delle ultime parole di Gesù agli Undici. Abbiamo già sottolineato come tutto il contenuto di esse, riportato da Giovanni, riguarda in primo luogo loro e che tutti i credenti venuti dopo ne sarebbero stati coinvolti per riflesso. È agli Undici che viene affidata la responsabilità e l’onore di fondare e costituire la Chiesa, una linea di condotta precisa dalla quale non avrebbero dovuto deviare perché il messaggio di salvezza giungesse a gli uomini. È quindi per noi motivo di lode e ringraziamento per questa scelta di Dio che cadde sugli apostoli che agirono in modo tale da far giungere le parole di Gesù fino a noi perché potessimo determinare il nostro dunque spirituale e avere così una destinazione eterna.
Il verso 16 inizia con una precisazione: gli Undici non hanno scelto il loro Maestro, ma è stato Lui a farlo. Il verbo impiagato è exairéo e, per capirlo, va tenuto presente che è composto da ek, cioè da, fuori e airéo, prendere, togliere, portar via, scegliere, eleggere, che si collega comunque a Galati 1.4. “Gesù Cristo è morto per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Gli apostoli, quindi, sono stati scelti, eletti tra la moltitudine di persone che popolavano il territorio di Israele di quel tempo: Nostro Signore ha saputo individuare uomini che sapeva avrebbero potuto affrontare le fatiche della predicazione e del dono di sé una volta sceso lo Spirito Santo. Anzi, proprio loro avrebbero ricordato ciò che erano prima e dopo questo intervento, per avere motivo di lode e di riconoscenza verso Colui che li aveva presi ed amati così com’erano. Credo che un’esperienza simile, fatte le debite proporzioni, l’abbia fatta qualunque cristiano pensando a ciò che era un tempo.
Il tema della scelta di Dio era già noto nei testi dell’Antico Patto e compare per la prima volta con Abrahamo, quando leggiamo “Il Signore diceva: «Devo tenere nascosto ad Abrahamo ciò che sto per fare, mentre Abrahamo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abrahamo quanto gli ha promesso»” (Genesi 18.17-19).
Ricordiamo, sempre a proposito di questa azione, i Leviti perché fossero Suoi (Numeri 3.12), Aaronne tramite il suo bastone fiorito (17.20), Israele stesso, “scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra” (Deuteronomio 7.6). Da meditare, a proposito del mistero dell’elezione, anche 10.14,15: “Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto in essa contiene –proprietà di Dio e non dell’uomo–. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi”.
Ci si potrebbe chiedere, visto che Israele rigettò il Figlio di Dio, se non si sia sbagliato scegliendo quel popolo, ma non è un’ipotesi corretta perché “Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. Non sapete ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele? «Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita». Che cosa gli risponde la voce divina? «Mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal»” (Romani 11.2-4). Torna allora il tema del “rimanente fedele”, che esiste anche oggi nella Chiesa che spesso, purtroppo, dimostra amore per le apparenze, magari le grandi funzioni religiose e procura scandali.
Tornando in tema, anche il re non poteva venire eletto dal popolo, ma sempre e solo dal Signore (17. 14,15) ed è degno di nota considerare che, nell’idolatria, è il falso dio a venire scelto dall’uomo (Giudici 10.14) per cui, con le parole “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”, Gesù si rifà a questa immensa differenza più che, come ho sentito, cercare di ridurre la compiacenza degli Undici che avrebbero potuto inorgoglirsi per aver eletto Lui a loro Maestro.
Sempre sostando su questo tema, ricordiamo le parole di Dio a Davide: “Salomone, tuo figlio, costruirà la mia casa e i miei cortili, perché io mi sono scelto lui come figlio e io gli sarò padre” (1 Cronache 28.6).
Venendo poi al Nuovo testamento possiamo considerare che già un’altra volta Gesù aveva introdotto il concetto della Sua elezione dei Dodici quando, a Capernaum, disse loro “Non sono forse io che ho scelto voi, i dodici? Eppure uno di voi è un diavolo” (Giovanni 6.70): notare “è un diavolo”, che mi rimanda all’osservazione di un fratello che sostenne che Giuda “era animato dallo spirito di Satana per essere tra i Dodici quello che l’Avversario era stato nella famiglia di Dio in cielo”.
Ricordiamo Saulo da Tarso, di cui il Signore disse ad Anania che temeva di incontrarlo “Va’, perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinnanzi alle nazioni, ai re e ai figli di Israele” (Atti 9.15) e anche qui c’è un’azione di Dio che è multifunzionale nel senso che c’è chi viene preso per compiere opere enormi (come quelle di Pietro, Paolo o Giovanni, gli autori dei Sinottici ed altri), ma anche per vivere degnamente al di fuori del mondo come leggiamo nelle prime parole della lettera a Tito: “Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo per portare alla fede quelli che Dio ha scelto e per far conoscere la verità, che è conforme a un’autentica –notare l’aggettivo– religiosità”. Infatti (è Giacomo, a scrivere) “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quello che lo amano?” (2.5). “Poveri agli occhi del mondo”, ma “ricchi nella fede”, quella che serve, che produce le “opere degne del ravvedimento”, quelle che dureranno alla “prova del fuoco”.
Ora, tornando al nostro passo, alla scelta, all’elezione, all’estirpare di Gesù i Suoi dal mondo organizzato, gestito e diretto dall’Avversario, Gesù aggiunge “vi ho costituiti”, parola che deriva dal latino constituere cioè collocare, ordinare. Nostro Signore ha così prima scelto, eletto gli Undici e quindi li ha posti a guida e riferimento della Chiesa. È un verbo molto importante che può essere esteso anche a coloro che, in essa, hanno una funzione di guida spirituale, di riferimento non perché lo hanno voluto, ma perché così il Signore ha deciso affidando loro un dono e un ruolo. Leggiamo infatti dalle parole di addio agli anziani di Efeso le parole dell’apostolo Paolo: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio” (Atti 20.28).
Essere costituiti quindi comporta prima di tutto la vigilanza su se stessi proprio perché, venendo a mancare, quella sul gregge si svuota totalmente di significato: non si tratta più di guardare la trave nel proprio occhio, ma di un cammino responsabile conscio che un eventuale condotta deviata si ripercuoterebbe inevitabilmente sugli altri penalizzandoli gravemente. Poi, abbiamo la sacralità della Comunità dei credenti, acquistati col sangue di Gesù. E non potrebbe esservi prezzo più alto.
La Chiesa, corpo di Cristo, si caratterizza secondo 1 Corinti 12.27,28: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha costituiti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue”. Questo in vista dell’adempimento finale, perché “come per la disubbidienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo saranno costituiti giusti” (Romani 5.19).
Torniamo però in tema perché credo occorra valutare per primo il contesto stretto degli undici: qui Gesù rivela loro lo scopo della sua scelta ed elezione: “perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Gli apostoli sono chiamati quindi a tre azioni, anche se potremmo ritenere la terza come accessoria in quanto non dipendente da loro considerando che il risultato del messaggio cristiano è quella di far leva sulla coscienza delle persone. In realtà quel frutto che rimane è qualcosa che accade sempre indipendentemente dal fatto che la predicazione arrivi all’accoglimento del messaggio di Cristo o meno da parte di una persona perché quello che resta è comunque la testimonianza, le parole, la figura di chi porta il Vangelo che, certo, l’essere umano è libero di accettare o rifiutare.
Il frutto che rimane è descritto in Colossesi 1.6, è “la parola del Vangelo che è giunto a voi. E come in tutto il mondo esso porta frutto e si sviluppa, così avviene anche fra voi”. Non è qualcosa di statico, non è una casa che una volta finita di costruire resta così com’è, un macchinario progettato e costruito perché svolga nel tempo la sua stessa funzione, ma ha una vita propria e cresce perché tali sono le persone che su di lui hanno basato e cercano di seguire i suoi insegnamenti.
L’ultima frase, “perché tutto quanto chiediate al Padre mio nel mio nome, ve lo conceda”, è una promessa, una garanzia che non manca mai di verificarsi se si rispettano le condizioni esposte da Gesù nello stesso verso e non una formula scaramantica, come ho sentito, da usare nelle preghiere per aumentarne, ingenuamente o meno, l’efficacia.
Non poteva mancare la terza ripetizione del comandamento dell’amore, che non è benevolenza ma immedesimazione, comprensione e aiuto senza il quale una Chiesa non può crescere. Amen.
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