15.19 – LASCIARE E SEGUIRE (Matteo 19.27-30)

15.19 – Lasciare e seguire (Matteo 19.27-30)

 

 27Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». 28E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. 29Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. 30Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.

 

Il discorso di Gesù sulle ricchezze da abbandonare si completa con le parole provocate da una domanda di Pietro, quello che più di tutti gli altri undici è sempre pronto a farsi domande e soprattutto a porle. Il confronto fra le versioni dei sinottici, poi, ci consentirà di effettuare delle interessanti applicazioni ed estensioni. L’Apostolo, tornando alle sue parole in questo episodio, non esprime dei dubbi sulle parole del Maestro, ma, consapevole di averlo seguito fin dall’inizio del Suo Ministero, (Marco 1.16), gli chiede “Ecco, noi abbiamo lasciati tutto e ti abbiamo seguito: che cosa ne avremo?”. La sua non è una domanda mossa da interesse “venale”, ma dettata da quel “tesoro nel cielo” che avrebbe avuto il ricco se avesse lasciato i suoi beni. In realtà anche le parole “questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”, più che essergli oscure, non sapeva come connetterle a quanto era appena accaduto: quel ricco era andato via da poco, era appena stato detto che persone della sua categoria sarebbero entrate nel regno dei cieli con enorme difficoltà, ma l’apostolo aveva ben presente che lui e i suoi compagni da ormai circa tre anni avevano scelto di vivere diversamente e, quindi, “Che dunque ne avremo?” è la domanda che scaturisce dall’incapacità di trovare da solo una risposta. Anche noi dovremmo fare la stessa cosa, cioè chiedere a Nostro Signore, attraverso il suo Santo Spirito, di illuminarci quando non capiamo, di aiutare la nostra intelligenza spirituale impossibile a gestire con le nostre forze o possibilità umane.

A questo punto, armonizzando i testi, la risposta di Gesù è doppia nel senso che riguarda da un lato i dodici, dall’altro gli altri discepoli, compresi quelli che verranno dopo di loro. I primi avranno un posto elevatissimo “alla rigenerazione del mondo”, termine che il tutto il Nuovo Testamento si trova solo anche in Tito 3.5: “Egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito santo”, chiaro riferimento alla nuova nascita, a quell’essere “nati di acqua e di spirito” che costituisce l’unica condizione per entrare nel regno di Dio (Giovanni 3.5).

Ecco allora che con “rigenerazione del mondo” Gesù parla non di quello che conosciamo, ma di una trasformazione che inizierà col Millennio, quando Satana sarà “legato” e si concluderà con la realizzazione di Apocalisse 21.1-5: E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate»”.

Altro dettaglio Gesù lo dà con le parole “Quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria”, cioè quando sarà visibile a tutti come tale, non nella Gloria di Dio Padre nella quale è ora e fu visto dai profeti. L’oggi, in cui si nega l’esistenza di Gesù anche solo come personaggio storico, è l’illusione, la finzione, la fede nelle proprie possibilità e nient’altro, ma in quanto “oggi” è destinato inevitabilmente a finire: Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Matteo 16,27).

Ancora Matteo (25.31,33) chiarisce ulteriormente il concetto: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra”.

Ebbene, nel nostro passo Gesù dà un’importante notizia ai suoi che ribadirà poi più avanti con le parole “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele” quando, in 1 Corinti 6.2,3 l’apostolo Paolo sostiene “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? – quelli che hanno seguito Lucifero – Quanto più le cose di questa vita!”.

Abbiamo quindi due compiti: gli apostoli, ebrei, che perseverarono con lui nelle sue prove, giudicheranno “le dodici tribù d’Israele” proprio in quanto appartenenti allo stesso popolo, gli altri, i credenti, i santi, “giudicheranno il mondo” perché si saranno da lui separati e non avranno voluto condividere i suoi metodi, ideali, morale.

 

Dopo il messaggio specifico, individuale diretto ai dodici – ricordiamo che Giuda verrà sostituito da Mattia, (Atti 1.26) –, abbiamo quello diretto a “chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome”. All’elenco Luca aggiunge la moglie. Sul significato del verbo “lasciare” sono state spese molte parole, ma qui credo che vada inserito un aggiornamento, fermo restando che il senso, come per le ricchezze, è che tutto quanto elencato non deve diventare un pensiero dominante a tal punto da oscurare il servizio e, se così accade, va abbandonato. Ad esempio Pietro, che certamente lasciò ciò che aveva, portò con sé la moglie nel suo ministero, come sappiamo da Paolo che scrive “Non abbiamo noi – plurale che interessa gli apostoli – il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?” (1 Corinti 9.5).

Lasciare “per il mio nome” significa, fatti gli stessi calcoli per la costruzione della torre recentemente citata a proposito dello studio sul matrimonio, porsi nelle condizioni di abbandonarsi a Lui in quanto realmente chiamati a svolgere un compito per cui il doversi occupare di “case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi” risulterebbe di intralcio. Questo naturalmente esclude i doveri di assistenza perché un “lasciare” a senso unico, perché colti da misticismo o da un senso religioso facili si ritorcerebbero contro colui che così agisce: infatti 1 Timoteo 5.8 riporta “Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele”. Ecco perché chi “lascia” senza una chiamata ben precisa di Dio si assume un’enorme responsabilità coi quali si ritroverà presto o tardi a fare i conti.

Appare chiaro allora che tutto deve venire svolto sotto l’insegna dell’equilibrio e che non si può all’improvviso abbandonare non tanto gli averi materiali, ma le persone a noi vicine a meno che, come detto e vedremo, non costituiscano un vincolo che impedisce il servizio cristiano se c’è una chiamata in proposito. Anche qui, sbaglieremmo a cercare grandi cose, grandi strade, compiti: tutto parte dall’obiettività, come ad esempio scrisse Paolo parlando della sua condizione di fariseo, di appartenente alla tribù di Beniamino e di scrupoloso osservante la Legge di Mosè: “Queste cose, che per me erano guadagni – ecco un’altra forma di ricchezza –, io le ho considerate una perdita a morivo di Cristo. (…) Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo” (Filippesi 3.7,8). Quello fu il punto di partenza dell’apostolo; pensiamo che abbandonò la grande considerazione che godeva fra i Giudei. Poi vennero le rinunce a tutto il resto, i viaggi, le persecuzioni e le liberazioni di Dio.

“Lasciare”, se è un’azione che viene svolta correttamente, è un atto di profonda maturità e fede che, come nel caso di Abramo, il primo che mise in pratica questo verbo dietro espressa chiamata di Dio, non può che portare a benedizioni: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12.1-3).

Sempre parlando di Antico Patto ricordiamo la figura dei leviti, cui era demandato il servizio di cantare, suonare e assistere i sacerdoti oltre al trasporto dell’Arca dell’Alleanza: di Levi, loro capostipite, Mosè dice “…lui che dice del padre e della madre: «Non li ho visti», che non riconosce i suoi fratelli e ignora i suoi figli (…), benedici, Signore, il suo valore e gradisci il lavoro delle sue mani” (Deuteronomio 33.7-10). E se volessimo domandarci cosa significa tutto questo per noi oggi possiamo rifarci al fatto che, semplicemente, non siamo più del mondo e quindi ci troviamo in una condizione in cui il suo abbandono è l’unica scelta possibile: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo lui vi odia” (Giovanni 15.18,19). Partendo da questo principio, ogni cosa viene da sé.

Credo che non esista credente che non abbia abbandonato qualcosa e dobbiamo tenere sempre presente che ogni discorso di Gesù porta sempre con sé affermazioni che vanno interpretate alla condizione della persona e alla realtà in cui si trova e al fatto che, come già riportato altrove, dobbiamo “accomodarci alle cose basse”, al “poco” perché ci venga affidato il “molto”, altrimenti saremmo come quelli che, anziché procurarsi uno sviluppo muscolare armonico con allenamento e fatica, si gonfiano di anabolizzanti ottenendo risultati molto discutibili. La stessa cosa si verifica in ambito spirituale.

Restano da esaminare le ultime parole di Gesù, quelle che riguardano gli effetti dell’abbandono, ma mancando lo spazio, sarà argomento del prossimo capitolo.

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15.16 – MATRIMONIO E CELIBATO (Matteo 19.10-12)

15.16 – Matrimonio e celibato (Matteo 19.10-12)

 

10Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

 

“Due facce della stessa medaglia” potrebbe essere il sottotitolo a queste riflessioni. Se il tema del matrimonio è molto complesso, quello del celibato, stando a quanto abbiamo letto, lo è altrettanto perché i discepoli, udite le parole del loro Maestro, si sentirono profondamente coinvolti in quanto molti di loro erano sposati: per l’ebraismo, come già ricordato, l’età del matrimonio per l’uomo era di 18 anni, 16 per la donna. Parlando poi dell’età necessaria per poter contrarre matrimonio, va detto che chi arrivava a 20 senza sposarsi era visto con sospetto che si annullava solo se questa persona si dava totalmente agli studi della Torà. Celibato e ascetismo erano eventi molto rari e la stessa lettura della Bibbia lo conferma. Gli insegnamenti rabbinici al riguardo, poi, tendono a vedere questa condizione come qualcosa di innaturale: “Non è chi si sposa a commettere il peccato: il peccatore è l’uomo non sposato che spende tutti i giorni in pensieri peccaminosi. Il matrimonio non serve solo a raggiungere l’amicizia e a procreare, ma realizza un individuo come persona. Entrambi gli sposi concorrono ad innalzare l’unione a livelli superiori per mezzo della mutua considerazione e del rispetto”.

Ora i discepoli, che consideravano sacro il vincolo matrimoniale ma fino a un certo punto perché avevano sempre il divorzio come via di uscita – e gli ebrei ne andavano fieri perché, secondo loro, era qualcosa che Dio aveva concesso solo al Suo popolo –, quando Gesù ebbe finito di rispondere ai Giudei furono molto stupiti delle Sue parole e conclusero che “Se – quindi formula dubitativa – è questa la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. In pratica, i discepoli stentavano a credere che il divorzio non fosse quella pratica che intendevano, cioè un espediente a favore dell’uomo che, quando voleva liberarsi della donna per un motivo o per l’altro, poteva farlo e quindi, se così non poteva essere, era meglio restare senza vincoli.

A questo punto Gesù torna nuovamente a correggere il pensiero appena espresso, “non conviene sposarsi”, non contestando l’idea come aveva appena fatto col divorzio, ma dicendo “Non tutti capiscono questa parola – meglio “questo detto”, cioè il concetto appena espresso –, ma solo coloro ai quali è stato concesso”.

Da queste brevi parole possiamo effettuare alcune considerazioni: primo, “capire” forma un tutt’uno col mettere in pratica, non essendo possibile il celibato per tutti. Secondo, questo stato è qualcosa che “è stato concesso” come un dono, talché la traduzione più appropriata sarebbe “ma solo coloro ai quali è stato dato”. E comunque già l’avverbio “solo” allude a un restringimento di campo per cui, guardando le due condizioni opposte viste nello sposarsi o essere celibi, è innegabile che sia la prima condizione quella più naturale nonostante l’obbligo alla fedeltà e dell’impossibilità del divorzio tranne nel caso di fornicazione o adulterio.

Il celibato, quindi, è un dono e come tale va considerato e vissuto, è inutile praticarlo se non lo si possiede perché altrimenti, come per tutti gli altri doni, la persona si imbatterebbe altrimenti in seri disturbi mentali o, in questo caso, della sfera sessuale come possiamo constatare pressoché ogni giorno dalle cronache, quando leggiamo degli abusi praticate da vari sacerdoti della Chiesa di Roma e non solo. L’assenza della controparte femminile, non porta a una vita serena ed equilibrata per chi non ha il dono di cui trattiamo.

Come il matrimonio, il celibato non può essere imposto come condizione per accedere a compiti “più alti” nel senso che non è condizione migliore di servizio, ma indica una diversa espressione del proprio dare anche se, come vedremo, esiste un distinguo.

Al verso 12 Gesù parla di “eunuchi”, cioè persone che non sono in grado di procreare o di avere un rapporto sessuale e quindi non hanno interesse per il sesso opposto. Questo “non essere in grado” è riferito a una condizione di asessualità in cui il desiderio è del tutto assente; chi la vive considera il sesso come una perdita di tempo, qualcosa di noioso, lo paragona al mangiare senza sentire fame e se ne astiene in modo del tutto volontario e senza sforzo.

La prima delle categorie elencate è quella degli “eunuchi che sono nati così dal grembo della madre”, riferimento a quanti nascono privi delle ghiandole sessuali. La seconda riguarda coloro che “sono stati resi tali dagli uomini”, pratica barbara e crudele che consisteva nella castrazione che rendeva quelli parzialmente o completamente incapaci di attività sessuale, mentre la terza è riferita a quanti “si sono resi tali per il regno dei cieli”, cioè hanno rinunciato a questo tipo di espressione del loro corpo senza – attenzione – che questa presentasse per loro un problema determinante nei loro rapporti interpersonali. In altri termini, in questo caso, si tratta di persone che non soffrono per questa astinenza preferendo la castità non andandosi ad indentificare nei verbi “bruciare” o “non dominarsi” di cui parla l’apostolo Paolo in 1 Corinti 7.9, “Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io – cioè celibe –; ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi, che bruciare – dal desiderio –“.

Il matrimonio, infatti, fermo restando tutto quanto è stato detto finora, nella dispensazione della grazia non è più e non è tanto un’istituzione tesa alla procreazione – fatta di comune accordo e in base alla naturale tendenza ad allevare una prole –, ma ad evitare la fornicazione, cioè un uso libero del proprio corpo con chiunque per soddisfarsi: “Riguardo a ciò che mi avete scritto – perché la Chiesa di Corinto risentiva della filosofia greca in merito –, è cosa buona per l’uomo non toccare donna, ma, per evitare la fornicazione, ciascuno abbia la propria moglie e ogni moglie il proprio marito” (ibidem, 7.1). Certo qui Paolo parla del corpo, ma non per questo sostiene che non siano necessari la compatibilità interpersonale e comunione d’intenti e progetti.

L’astinenza dai rapporti sessuali e quindi il celibato, sono da preferirsi al matrimonio a condizione che l’uomo o la donna non avvertano dentro di sé quegli stimoli che, in assenza di marito o moglie, li porterebbero a trasgredire il comandamento di Dio in merito alla purezza del proprio corpo: “Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! Non sapete che chi si unisce a una prostituta forma con essa un corpo solo? I due, è detto, diventeranno una sola carne. Ma chi si unisce al Signore firma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori dal suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Corinti 6.15-20).

Da queste importanti parole rileviamo allora che il nostro essere fisico non ci appartiene esclusivamente come un tempo, quando facevamo di lui quello che volevamo, ma è destinato al pari dell’anima alla resurrezione, per cui Dio ha riscattato l’una e l’altro. Peccare “fuori dal corpo” succede tutti i giorni, ma “contro il proprio corpo” richiede una volontà precisa e crea una situazione che coinvolge profondamente in negativo l’anima, la psiche della persona, creando così una grave dicotomia fra l’essere di Cristo e di un individuo che non è quello con cui si è creato un rapporto duraturo di fedeltà attraverso il matrimonio.

Che il celibato, al pari del matrimonio, sia una libera scelta lo troviamo sempre nella stessa lettera ai Corinti quando leggiamo “Vorrei che tutti fossero come me – cioè celibe –; ma ciascuno riceve il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro” (7.7).

Questo verso trova due motivazioni essenziali la prima delle quali è in vista nelle persecuzioni alle quali erano già sottoposte i primi cristiani che erano sentite in maniera più grave e angosciosa in quelli che avevano famiglia; la seconda, di ordine pratico-spirituale, è che il celibe sarebbe stato più propenso, in quanto libero da vincoli sentimentali e fisici, a dedicarsi interamente al Servizio. Infatti: “Penso che sia bene per l’uomo, a causa delle presenti difficoltà – quelle di cui è stata fatta menzione poc’anzi –, rimanere com’è. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei libero da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella propria vita – altri traducono “carne”ed io vorrei risparmiarvele” (7.26-28).

La seconda motivazione a favore del celibato, sempre nello stesso capitolo, la rileviamo in queste parole: “io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata si preoccupa invece delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo io lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni” (7.32-35).

Prestiamo bene attenzione: qui l’apostolo parla di persone a parità di intenzioni di servire il Signore dando se stessi completamente ed è chiaro che l’essere senza un compagno/a non comporta l’osservanza di varie incombenze cui sono sottoposti coloro che l’hanno. “Come piacere alla moglie” (o al marito) non è un riferimento alla vanità del vestire o al truccarsi, ma a quell’accomodarsi l’uno all’altro che in alcuni casi può andare a ridurre la disponibilità per l’altrui. È chiaro dal contesto che la preferenza per il celibato è teorica, perché altrimenti il ministero sarebbe stato non consentito agli sposati.

Nota conclusiva al riguardo è “Chi può capire, capisca”, originale “ricevere”, che altre versioni hanno “Chi è capace di queste cose, lo sia”. Entrambe le versioni mettono in condizione gli uditori di riconoscersi o meno in quelle parole e mettere in pratica. È un invito a porsi, come sempre di fronte alla Parola ed esaminare se stessi per scegliere la condizione in cui vivere: tanto il matrimonio che il celibato non sono imponibili, come da 1 Timoteo 4.3: “…a causa dell’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza: gente che vieta il matrimonio e impone di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato perché i fedeli, e quanti conoscono la verità, li mangino rendendo grazie. Infatti ogni creazione di dio è buona e nulla va rifiutato, se lo si prende con animo grato, perché esso viene reso santo dalla parola di Dio e dalla preghiera”.

Parlando delle donne giovani che hanno perso il marito, poi, in 5.14, “Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare ai vostri avversari alcun motivo di biasimo”.

Matrimonio e celibato, quindi, sono condizioni di vita che vanno praticate con intelligenza e da persone che, se non mature, abbiano almeno chiaro il loro progetto di vita.

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15.14 – MATRIMONIO E DIVORZIO II/III (Matteo 19.3-9)

15.14 – Matrimonio e divorzio II/III (Matteo 19.3-9)

 

3Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». 4Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina 5e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? 6Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 7Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». 8Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. 9Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».

 

Dato qualche cenno in più sul matrimonio e il divorzio ai tempi di Gesù, in questa seconda parte si cercherà di studiare le sue parole. Il verso 4 inizia con “Egli rispose”: non è una semplice cronaca, ma sta a indicare “Egli parlò così”, cioè l’AMEN, l’IO SONO partecipe e, sotto l’aspetto della Parola, motore della Creazione, sta per enunciare quando da Lui stesso vissuto essendo presente ad essa. Quanto Gesù sta per dire non è il frutto di una vita passata a studiare la Torà come i vecchi, umanamente autorevoli maestri del tempo, ma la Verità totale proveniente dal Testimone che troviamo in Giovanni 1.3, “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Il verso prosegue con una forma interrogativa di rimprovero di fronte alla cecità del Suo uditorio che, seguendo la tradizione, poneva tutta la sua attenzione al meccanismo del divorzio anziché alla sacralità del matrimonio. “Non avete letto che il Creatore – che mise la sua intelligenza nella Sua opera – che da principio fece ogni cosa – parole che nella nostra versione mancano – fece gli uomini maschio e femmina?”: Gesù quindi ricorda che, prima di creare l’uomo, il Padre “da principio fece ogni cosa”, quindi tutti i giorni precedenti (ere) della creazione in cui si dedicò alla realizzazione dell’Universo e della Terra, dal firmamento all’asciutto e da lì ai componenti del regno vegetale e animale per poi arrivare, al sesto, all’uomo.

È interessante notare che, per vegetali e animali, il sesso era già stabilito nel senso che furono così creati, mentre per l’uomo vi fu un passaggio in più, cioè “…l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Di qui la creazione della donna che fu sì realizzata da una costola di Adamo, ma venne dotata di personalità autonoma per cui, in quel crearli “maschio e femmina”, oltre a realizzarsi il fatto che Adamo finalmente trovò una creatura che gli corrispondesse e che potesse frequentare, riconobbe in lei una parte importante di se stesso, un simile: “Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna – isha – perché dall’uomo è stata tolta”. Tra l’altro la parola che tutte le versioni traducono con “costola”, originale “Tselàh” significa anche “un fianco, una parte”, quindi una metà che è stato supposto essere il cromosoma X, tolto dall’uomo e subito duplicato in lui. Le cellule della donna, infatti, contengono due cromosomi X e nessun Y, il DNA dell’essere umano donna è infatti costituito da coppie XX.

Se nel creare animali e piante differenziandoli per sesso il fine era quello riproduttivo, nel caso dell’uomo quel “maschio e femmina” era riferito alla comunicazione, a una visione d’insieme, alla stessa comune progettualità, comunione e intenti che avrebbero poi dovuto essere alla base del matrimonio anche nel territorio purtroppo contaminato dal peccato. Nelle origini tanto Adamo quando Eva dovevano caratterizzarsi attraverso un dono continuo di sé l’uno per l’altro in un’armonia che si risolvesse al tempo stesso verso loro stessi e Dio anche se, dopo, una volta introdotti nell’ambiente nuovo, a loro ostile, al di fuori di Eden, tutto si fece enormemente più complicato. Adamo, nonostante avesse anche lui la sua parte di colpa, non si fidava più della moglie.

 

L’uomo e la donna sarebbero divenuti “una sola carne” cioè “non più due – cioè ciascuno con una propria personalità – ma uno solo” e questa unicità è espressa poi, molto tempo dopo, da Malachia (2.13-16) che, parlando proprio di questa unione, scrive “Un’altra cosa fate ancora: voi coprite di lacrime, pianti e sospiri l’altare del Signore, perché egli non guarda all’offerta né accetta con benevolenza dalle vostre mani. E chiedete. «Perché?». Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele, e chi copre d’iniquità la propria veste, dice il Signore degli eserciti. Custodite dunque il vostro soffio vitale – cioè la vostra anima – e non siate infedeli”.

In questo verso vediamo l’ultima espressione: “Custodire” che significa “sorvegliare qualcosa con attenzione e cura in modo che non subisca danni e si conservi intatto”. Questa azione, nel matrimonio è reciproca, ciascuno deve vigilare affinché l’altro non cada e tutto questo non ha nulla a che fare con la gelosia, quel sentimento che provano i bambini o gli adulti non cresciuti con effetti devastanti, ma è l’amore, l’interesse profondo che una persona, maschio o femmina, prova per la sua controparte. L’amore spesso è confuso col sentimento, ma fondamentalmente è scelta, dono reciproco di sé, occuparsi della persona (che si è responsabilmente scelti) per tutta la vita in un reciproco, identico scambio.

Nelle parole di Gesù, poi, c’è un monito molto importante, cioè “ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”, due volontà a confronto: nel momento in cui uomo e donna si uniscono, è Lui il testimone. È una frase che inutilmente cercheremmo, così espressamente dichiarata, negli scritti dell’Antico Patto, che ci rivela che chi vuol separare le due persone fatte una, con il divorzio e una successiva nuova unione, si pone in antitesi a Dio che del matrimonio è testimone e artefice al tempo stesso.

Può sorgere a questo punto una questione, e cioè se quanto detto da Gesù riguardi gli ebrei, stante che il nostro passo appartiene a Matteo che scrive per loro, oppure no e la risposta non può essere che negativa, poiché di questo riferisce anche Marco (10.1-12, “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto”. Se mai, l’intervento di Nostro Signore fu limitato alla domanda dei farisei in merito al matrimonio e divorzio così come da loro inteso, e fu aggiornato dall’apostolo Paolo grazie alle domande che le varie Chiese gli sottoponevano per cui, per avere un’idea chiara del tema, andrebbe affrontato alla luce del suo insegnamento in cui distingue nettamente ciò che è propria opinione da quello che è quanto ricevuto da Gesù in persona, in spirito.

Il tema del matrimonio si conclude al verso 9, “Ma io vi dico”, “Io” quale inviato dal Padre per rivelare la Sua volontà perché “Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” ( Matteo 11.27; Luca 10.22). “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, se non in caso di unione illegittima – o meglio “fornicazione” – e ne sposa un’altra, commette adulterio”, frase – attenzione – per chi già ha a che fare con Dio, sia esso ebreo o cristiano, rivolta a chi a Lui appartiene, perché per chi si ritrova in questa condizione prima di convertirsi viene purificato da un peccato che non sapeva di commettere.

Ancora una volta entriamo in un territorio molto delicato, perché occorre definire la fornicazione, termine dal significato poco conosciuto che il greco indica con “pornèia”, cioè prostituzione, fornicazione, lussuria. Da lì vengono “pornèion”, postribolo, e “pornéuo”, esercitare la prostituzione. Tutti queste parole hanno come significato alternativo attività idolatre che nel nostro caso non rilevano, ma tornano utili per identificare altri contesti. Il termine “fornicazione” trae la sua origine anche dalla parola “fornix”, cioè “fornice”, vale a dire la luce di un arco o di una porta monumentale, sotterraneo a volta sotto le quali le prostitute erano solite sostare nell’attesa di clienti, ma anche bordello, quindi allusione a rapporti sessuali con persone diverse dal proprio marito o dalla propria moglie, quindi, per estensione, un’attività sessuale disordinata. L’ebraico ha zenùt, riferito a rapporti incestuosi.

Certo Gesù qui parla della donna perché il tema era il divorzio ebraico che era prerogativa dell’uomo, ma adattata al nostro tempo vale per entrambe le parti: nel caso della fornicazione, che comprende anche l’adulterio, abbiamo un colpevole e un innocente, cioè chi la pratica all’insaputa dell’altro e, così facendo, rompe, rovina quell’equilibrio della “sola carne” realizzatosi a suo tempo col matrimonio. A quel punto, la parte innocente è libera davvero di attuare le pratiche per il divorzio e quindi, se lo vuole, risposarsi proprio perché non è stata lei a rompere l’istituzione matrimoniale. Stiamo parlando di questioni legali quali erano quelle portate a Gesù all’epoca dai farisei e dell’interpretazione delle due scuole.

Resta quindi aperto il problema di definire la fornicazione, perché se fosse sinonimo di adulterio la lettera di divorzio non avrebbe avuto senso in quanto la donna sarebbe stata condannata per lapidazione unitamente al proprio correo, se trovato: non trovo altri termini se non assimilando la fornicazione a pratiche estranee al matrimonio che hanno appunto a che fare con una sua contaminazione che, proprio in quanto patto tra due persone e Dio – stiamo parlando di appartenenti al Suo popolo sia prima che dopo la dispensazione della Grazia – lo rende nullo davanti a Lui.

La fornicazione è disordine e sconvolgimento così come la prostituzione che, benché si caratterizzi con atti sessuali di vario tipo e natura, non può essere considerata adulterio perché altrimenti le prostitute in Israele sarebbero state tutte lapidate, mentre erano, per usare un eufemismo, ai margini della società. La stessa Legge di Mosè (Deuteronomio 23.17) proibisce decisamente la prostituzione sacra, ma nulla dice di quella “normale” mentre lo stesso libro, in 22.21, afferma che debba essere lapidata la giovane che, al momento del matrimonio, risulta non vergine. Si tratta di un tema che a tutt’oggi non ho saputo completamente risolvere nonostante la consultazione di molti testi e pareri.

A questo punto la conclusione di Gesù è la stessa di 5.32, “Chiunque manda via sua moglie, tranne che nel caso di fornicazione, commette adulterio; ed altresì chi sposa colei che è mandata via, commette adulterio”. Non potrebbe essere diversamente perché, nel caso di un unione non inquinata dalla fornicazione, i due sono e restano una sola carne davanti a Dio indipendentemente dai motivi che producono il divorzio. Stessa cosa la riporta Luca in 16.18 a conferma che il principio è valido per tutti e non si tratta solo di una risposta alla dottrina ebraica sul matrimonio.

Se guardiamo però al divorzio, vediamo che non è permesso allo scopo di sposare una terza persona, ma può realizzarsi a condizione che le parti si astengano da altre unioni. Sarà l’apostolo Paolo a definire il tema scrivendo: “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito. E qualora si separi, rimanga senza sposarsi, o si riconcili col marito. E il marito non ripudi la moglie” (1 Corinti 7.10). Da notare che nel testo originale si parla ancora una volta di “uomo” e “donna” e che ciò che è scritto per uno vale anche per l’altro.

Resta il fatto che il divorzio è e rimane uno squilibrio che interviene, quando non causato da una “unione illegittima”, come risultato di una serie di circostanze non ponderate a suo tempo che finiscono per penalizzare e inquinare profondamente un rapporto il più delle volte gestito lasciandolo lo Spirito fuori dalla porta.

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15.13 – MATRIMONIO E DIVORZIO I/III (Matteo 19.3-9)

15.13 – Matrimonio e divorzio I/III (Matteo 19.3-9)

 

3Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». 4Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina 5e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? 6Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 7Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». 8Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. 9Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».

 

Dopo aver sostato per un certo tempo sul Vangelo di Luca, occorre affrontare un tema che, dal racconto degli altri sinottici, sappiamo fu affrontato da Gesù in quello stesso giorno, ma prima della presentazione dei bambini. Per quanto al tema del matrimonio e del divorzio siano stati dedicati diversi capitoli a commento di Matteo 5.31-32, torniamo sull’argomento data la sua vastità e il fatto che Gesù stesso ricorda il tema anche se dietro domanda di “alcuni farisei per metterlo alla prova”.

Prima considerazione va fatta richiamando le differenze tra il sermone sul monte e questo episodio:  allora Gesù, ammaestrando la folla, fece un discorso a 360 gradi fra i molti princìpi dati per scontati dal popolo e i suoi capi e la Verità secondo Dio: in quell’episodio, infatti, contiamo complessivamente dodici “ma”, due “eppure”, sette “invece” e quattordici “Io vi dico” per un totale di 35 (5×7) nuovi enunciati. Nel sermone sul monte, poi, l’insegnamento sul matrimonio fu libero, nel senso che fu Gesù a parlare in base a ciò che la folla aveva bisogno di ascoltare, mentre in questo episodio abbiamo una risposta a una questione posta con un fine preciso, quello di “metterlo alla prova”, o “tentarlo” come altri traducono.

In pratica i farisei volevano costringere Gesù a dichiarare valida una delle teorie delle due scuole rabbiniche più autorevoli del tempo, quella di Shammai e di Hillel che, ricordiamo, davano interpretazioni opposte a Deuteronomio 24.1 che recita: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”.

La scuola di Shammai, per “qualche cosa di vergognoso”, sosteneva che altro non poteva essere se non l’adulterio, cioè la contaminazione del corpo della donna (o dell’uomo) tramite un rapporto sessuale con persona diversa dal proprio marito; per l’altra scuola, invece, il “vergognoso” poteva avere più significati in quanto il testo della Torah non specificava di cosa effettivamente si trattasse. Allora, come ricordato quando trattammo l’argomento in Matteo 5, l’interpretazione di quel passo era in senso molto più largo, riferito a qualunque cosa fosse sconveniente nella vita familiare o civile: una minestra bruciata, un brutto carattere o addirittura, come sosteneva Rabbi Aqiba, il disagio provato dal marito di una moglie meno bella di un’altra donna.

Ora che questi farisei appartenessero a una scuola piuttosto che all’altra, non rileva perché comunque, se Gesù avesse dato ragione a una delle due, avrebbero potuto accusarlo di faziosità, di rigidità o tolleranza, schierandosi immediatamente dalla parte della scuola ritenuta in torto. L’ignoranza da sempre è astuta, mai intelligente.

A questo punto vediamo che Gesù si esenta dal giudicare il risultato delle riflessioni dei vari maestri, ma fa l’unica cosa possibile e cioè va alle origini, dove tutto cominciò e si svolgeva nella perfetta dispensazione dell’innocenza nella quale vivevano i nostri progenitori, citando Genesi 1.27 in cui leggiamo “E Iddio fece l’uomo a sua immagine – spirituale –; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.”, verso che riassume tutte le fasi della sua creazione, Adamo prima, poi Eva, tratta da lui.

 

Ecco, già qui c’è  molto da ragionare perché quel “li” allude all’essere umano integro, vale a dire che se prima c’era Adamo da solo e poteva definirsi “uomo”, “ish”, lo stesso avvenne poi, con la donna, “isha” non creata dalla polvere della terra, ma formata: “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto” (Genesi 2.21). Quella fatta sull’uomo fu la prima operazione chirurgica della storia in cui Dio fu anche l’anestesista e il rianimatore. Da allora i termini “uomo” e “donna”, che per noi sono due parole diverse ma come abbiamo visto in ebraico hanno la stessa radice, furono comunque riuniti sotto il primo, “a immagine di Dio lo creò”, cioè senza nulla di diverso a parte il sesso e il differente criterio di formazione. Tutte le altre caratterizzazioni, le divisioni, il reciproco fidarsi o meno, il voler dominare e interferire l’uno sull’altro spesso senza capirsi, avverranno dopo, come conseguenza dell’aver trasgredito all’unico comandamento ricevuto.

A parte le infinite considerazioni fattibili che rendono molto arduo uno studio sul tema, le scuole rabbiniche riguardo al matrimonio usano il termine “qiddushìm”, cioè “consacrazione”, plurale di “qiddùsh” che indica alcuni riti come ad esempio il lavaggio di mani e piedi richiesto ai sacerdoti prima di fare servizio nel luogo Santo, o la consacrazione del sabato. Già quindi la consacrazione è qualcosa che dura per sempre, un patto fra l’uomo e il Creatore, quindi che non coinvolge soltanto i due esseri umani che si donano vicendevolmente.

Così comprendiamo proverbi 30.18-20, “Tre cose mi sono difficili, anzi quattro, he io non comprendo: il sentiero dell’aquila nell’aria, il sentiero del serpente sulla roccia, il sentiero della nave in alto mare, il sentiero dell’uomo in una giovane”.

“Qiddushìm”, plurale di “qiddùsh”, è usato solo per  indicare il matrimonio che, negli scritti cosiddetti veterotestamentari, si suole definire anche con l’espressione giuridica “essere di”. Quindi, parlando di tradizione e di testo, se Gesù si rifà al verso di Genesi, altrettanto fecero gli antichi rabbini prima che si analizzasse il problema del divorzio.

 

Ancora, Gesù prosegue nella citazione di Genesi e attribuisce a Dio, e non ad Adamo come alcuni intendono, le parole “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una stessa carne”. Anche qui si dovrebbe aprire un capitolo enorme, perché la Bibbia non ci dà delle indicazioni su come si concreta il matrimonio se non che questo si ufficializza una volta per tutte con la penetrazione, unico modo per diventare “una sola carne”.

Il problema però, guardando come questo si dipana nel Pentateuco o Torà, è che ci fu una evoluzione riguardo al modo di gestirlo, come si può riassumere con le parole di Maimonide, vissuto nel 1100 d.C.: “Prima che venisse data la Torà un uomo incontrava una donna per strada e, se lui e lei – attenzione – erano d’accordo che lui la prendesse, la portava a casa da lui e si univa a lei riservatamente e lei diveniva sua moglie. Quando fu data la Torà al popolo d’Israele fu ordinato che un uomo che volesse sposare una donna dovesse prima acquistarla davanti a testimoni, e dopo diventasse sua moglie”.

Scorrendo il libro della Genesi, anche nella dispensazione della coscienza, vediamo che inizia a diffondersi l’usanza di intendere il matrimonio come un atto formale sancito da un acquisto, cioè l’uomo pagava una famiglia per avere da questi una donna. Tracce di questa usanza sono molte, come quella di Genesi 34.12 nell’episodio di Dina e Sichem, quando leggiamo “Alzate pure molto a mio carico il prezzo nuziale e il valore del dono; vi darò quanto mi chiederete, ma concedetemi la giovane in moglie”. Chi conosce l’episodio sa che, a monte, vi è una violenza carnale, ma la frase citata rimane come testimonianza dell’uso di quel tempo (v.2).

Da qui iniziò a diffondersi il termine “prendere una donna”, tradotto in alcune versioni come “sposare” per brevità, ma non correttamente. Tra l’altro il testo di Deuteronomio 22.13 potrebbe aiutare a individuare il “qualcosa di vergognoso” su cui si interrogavano le due scuole citate all’inizio su 24.1, dove anche lì il “prendere” ha lo stesso significato: “Se un uomo prende una donna e, dopo essersi unito a lei, la prende in odio, le attribuisce azioni scandalose e diffonde sul suo conto una fama cattiva, dicendo: «Ho preso questa donna, ma quando mi sono accostato a lei non l’ho trovata in stato di verginità…».

 

Occorre però una precisazione fondamentale, perché vero è che il matrimonio era un contratto, che spesso erano le famiglie a organizzarlo, quanto dichiarano i rabbini moderni su questa antica usanza distrugge un’opinione diffusa, della quale mi sono appropriato per lungo tempo, che vede il tutto organizzato a prescindere dal fatto che i due futuri sposi fossero o meno d’accordo. Se le scuole di Hillel e Shammai dibattevano anche sull’importo della somma da versare quando l’uomo “acquistava” una donna dalla sua famiglia, perché l’atto matrimoniale fosse valido non era sufficiente il semplice versamento della somma, ma era necessario – attenzione – il pieno consenso degli sposi. Il carattere di acquisto era necessario perché senza di esso il matrimonio non poteva avere una struttura giuridica, ma la base era che fra il futuro marito e la futura moglie ci fosse consenso, progettualità comune, armonia e volontà di crescita spirituale.

Ma c’è molto di più perché l’insegnamento dei maestri al riguardo sosteneva che il matrimonio può essere descritto come una associazione fondata su un interesse reciproco. Maimonide, chiaramente venuto dopo il tempo in cui Gesù parlò ai farisei, vede questa istituzione come un’unione allo scopo di condividere problemi, piaceri, dispiaceri e gioie perché quando vengono condivise le gioie si moltiplicano e i dolori si dimezzano. Poi, il matrimonio è visto come la ricerca di ideali per i quali i coniugi sono disposti a sacrificarsi e solo quando c’è questa intesa è possibile creare una famiglia. Ci vuole poco a dedurre che, mancando questi presupposti, un matrimonio non ha ragione di essere ed è destinato alla rovina esattamente come “la casa costruita sulla sabbia” o il “regno diviso in parti contrarie”.

Di questo non troviamo traccia esplicita nella Bibbia, ma il fatto che gli ebrei, ai quali credo competa l’ultima parola in quanto detentori di un Libro che fu loro “dato” ed è studiato da millenni, si esprimano così su questo tema non può lasciare indifferenti. Allora, partendo da questo punto di armonia e condivisione necessaria, capiamo meglio perché, idealmente, dovesse essere e fosse un vincolo sacro.

Una triste nota a margine è che, purtroppo, mentre nel campo scientifico esistono testi che ribadiscono un concetto che è “quello”, studiare la Scrittura proficuamente non è facile nel senso che tutto va bene se un argomento viene affrontato su un solo testo, ma nel momento in cui lo si “parallelizza” si incontrano contraddizioni o variazioni sul tema a volte incompatibili tra loro. E questo affatica e snerva al tempo stesso chi studia e vorrebbe scavare con strumenti idonei e non con piccozze spuntate, per altro non da lui. Sapere per bocca di un rabbino che il matrimonio per procura indipendentemente dalla volontà degli sposi in Israele non era cosa praticata, mi ha costretto ad aggiornare molti dei dati che avevo costruito sul tema, sbagliando, per quanto in modo marginale. Il problema è che però, come credenti, non possiamo avere le idee vaghe, ma devono essere il più possibile nitide.

Riporto un passo tratto da un breve trattato al riguardo: “Formare una coppia ben assortita è difficile come aprire le acque del Mar Rosso e richiede l’infinita saggezza di Dio stesso. Per questo motivo, benché da un certo punto di vista il matrimonio sia predeterminato, l’individuo deve scegliere saggiamente. Il matrimonio non dovrebbe essere contratto per denaro, ma un uomo dovrebbe scegliere una moglie che sia di temperamento mite ed abbia tatto, che sia modesta ed industriosa e che risponda ad altri requisiti: di rispettabilità della famiglia, di età e stato sociale simili, di bellezza e di scolarità del padre”.

 

Tornando al tema e nella storia descritta dal Pentateuco, partiamo da un “principio” in cui l’essere “una sola carne” doveva durare per tutta la vita, ma poi troviamo bigamia, concubinato e infine il divorzio causato da “qualcosa di vergognoso” interpretato come sappiamo: perché? La risposta la dà Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, all’inizio però non fu così”.

Certo Mosè ha “permesso”, per ordine e per parola di Dio, non certo autonomamente, ma ciò non toglie che sia necessaria una importante domanda perché esiste apparentemente una contraddizione fra quanto ordinato alla creazione e quanto letto qui sul divorzio, ma non è così o, meglio, così sembrerebbe se si prendono le dichiarazioni di Dio come qualcosa di granitico, impossibile a non subire variazioni quando è Lui, a differenza di noi, perfetto proprietario di se stesso, ad emanare, dichiarare norme che, in quanto nuove, sostituiscono o modificano più o meno leggermente quelle precedenti.

 

“Per la durezza dei vostri cuori” dove il cuore è la sede dell’anima e quindi della capacità o incapacità di fare una cosa. Il divorzio è parte della Legge, la stessa che sancisce la fedeltà fra uomo e donna e dà la morte in caso di adulterio ma permette che, in caso di convivenza impossibile, sia consentito redigere un documento che dia la possibilità alle due parti di interrompere legittimamente il rapporto e di crearne uno nuovo. Credo che senza il divorzio gli adultérii si sarebbero moltiplicati e diffusi e che la Legge, senza il divorzio “per la durezza dei vostri cuori”, non avrebbe potuto essere definita con le parole di Deuteronomio 30.11-14, “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: «Chi salirò per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Non è al di là dal mare, perché tu dica: «Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?», Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”.

Ricordiamo le parole precedenti: “Le cose occulte appartengono al Signore, nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli, per sempre, affinché pratichiamo tutte le parole di questa legge” (39.28).

 

E in tutto questo trattare il divorzio, arriviamo al punto finale, “Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima – altri traducono più propriamente “fornicazione” – e ne sposa un’altra, commette adulterio” (v. 9). Fu sempre così? Certamente no. Fu così da quando Gesù parlò in quel modo? Certamente sì, perché è Lui la Parola e dichiara se stesso alla luce della dispensazione della Grazia, sul cui inizio ufficiale potremmo stare a discutere per mesi: quando nacque, quando iniziò a predicare? Quando morì? Quando risorse, ascese al cielo, o quando lo Spirito Santo fu sui centoventi?

Il “documento di divorzio”, poi, come ha scritto un fratello, “era inteso a proteggere la donna innocente contro il capriccio o la licenza di un cattivo marito, poiché quella scritta non era un’accusa di infedeltà, ma piuttosto un certificato di innocenza, come risulta dal fatto che tale scritta si consegnava alla moglie medesima, mentre la legge prescriveva che l’adultera fosse messa a morte”.

 

Siamo così giunti alla fine di questa prima parte in cui abbiamo tratteggiato in una linea lieve, con tutti i limiti dello spazio a disposizione, il matrimonio e il divorzio dai testi antichi che abbiamo, per capire perché Gesù abbia risposto così ai farisei che lo interrogavano. Al prossimo capitolo la responsabilità di commentarle. Amen.

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11.39 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 10: IL CREDITORE SPIETATO (Matteo 18.23-35)


11.39 – Il discorso ecclesiologico 10, Il creditore spietato (Matteo 18. 23-35)

 

23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

            Si tratta di una parabola che abbiamo già affrontato, citato più volte e che qui cercheremo di inquadrare aggiungendo nuovi elementi per andare oltre la semplicità del racconto che, per come è esposto e soprattutto con la frase conclusiva “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”, non ha apparentemente bisogno di commenti.

La prima sottolineatura la possiamo fare sulla parola “re”, che tutti traducono in modo identico forse perché scrivere “uomo re”, o “re uomo” come nel testo originale, disorienterebbe. Gesù quindi, introducendo la parabola, usa “è simile ad un re (umano)”a sottolineare che, per la semplicità dell’esempio che andrà a narrare, tutti sono in grado di comprenderlo.

Ora questo “re”, che in quanto tale decide autonomamente e soprattutto senza che nessuno possa opporsi, leggiamo “volle fare i conti coi suoi servi”, termine che non va inteso in senso generale, ma specifico in quanto chiaramente riferito a persone altolocate, di corte, come ministri o responsabili degli affari regali; qui il riferimento potrebbe essere a schiavi emancipati che, presso i monarchi orientali, venivano spesso elevati a cariche di fiducia e responsabilità, come avvenne con Daniele, costituito “…governatore di tutta la provincia di Babilonia e capo di tutti i saggi di Babilonia”(Daniele 2.48).

Riflettendo su quel “volle”possiamo dire che esprime, a parte la non possibilità di opposizione, repentinità e sorpresa da parte dei “servi”interessati, alcuni di loro preparati a un controllo sul loro operato ed altri no. Se Dio non fosse tale non sarebbe imprevedibile, tanto in benedizione quanto nel giudizio: ricordiamo la manifestazione ai 120 in Atti 2.2 o l’esperienza di Saulo da Tarso quando “…avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo”(9.3) o ciò che avvenne a Filippi: “D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono le porte e caddero le catene di tutti”. D’altro canto, abbiamo la realtà degli ultimi tempi, “Quando la gente dirà: «Pace e sicurezza!», allora, d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie di una donna incinta, e non potranno sfuggire”(1 Tessalonicesi 5.3). Pensiamo anche alla pioggia, ai venti e ai torrenti che si abbattono sulla casa costruita sulla sabbia senza che il costruttore non sapesse quando, all’avvertimento “Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”(Marco13.36) e ancora Luca 21.34: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso”.

A proposito dell’imprevedibilità di Dio va sottolineato che coglierà sempre impreparato chi sarà lontano da Lui, perché chi Lo frequenta può avere in mano gli elementi per capire le Sue dinamiche attraverso le promesse contenute nella Scrittura che contiene gli eventi passati, presenti e futuri. Ricordiamo che il diluvio colse di sorpresa tutti, ma non Noè e la sua famiglia, per non citare le parole di Dio in Genesi 18.19 prima della distruzione di Sodoma: “Terrò nascosto ad Abrahamo ciò che sto per fare?”. Anche gli eventi futuri descritti nell’Apocalisse, che riportano nei dettagli ciò che sta per accadere, sono qualcosa di chiuso per il mondo, ma non per coloro che appartengono a Dio.

Bene, il servo della parabola si trova scoperto: il re “Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti”. È già stato sottolineato che questa era una somma enorme, che qui Gesù consapevolmente pone all’attenzione dei discepoli per dare la misura prima del debito, e poi della grazia ricevuta tramite la sua remissione, entrambi – mi si passi il termine – irreali perché è al di fuori della comprensione umana sia che una persona possa distrarre così tanto senza che nessuno se ne possa accorgere, sia che un re possa lasciar passare impunito un simile affronto.

Quello che Gesù vuole qui mettere in risalto è la condizione di quel dignitario che, senza la remissione di quel debito chiesta con le parole “abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”, non avrebbe mai potuto rifondere l’intera somma coi suoi mezzi. La richiesta di pietà di quell’uomo è apparentemente qualcosa di inutile perché la Legge, tanto di Mosé che umana, stabiliva che il debitore potesse essere venduto come schiavo assieme ai suoi figli. Per il debitore insolvente che cadeva in quella misura, la Legge aveva poi il Giubileo, che ricorreva ogni cinquant’anni, con la quale questi veniva liberato, o l’anno sabatico ogni sette.

Questo “uomo re”, quindi, compie un gesto al di fuori della comprensione umana, rinunciando a rientrare in possesso della somma a lui sottratta o quanto meno ad avere soddisfazione mediante l’incarceramento del colpevole, dell’affronto ricevuto. E qui sta il motivo per cui Gesù parla di “uomo re”: quanto da lui raccontato è comprensibile a tutti, non c’è nessun mistero, ma una verità chiaramente rivelata, quella della pietà provata per una persona che non ne avrebbe avuto alcun diritto perché privo di attenuanti. Quel servitore, infatti, sapeva benissimo sia che avrebbe dovuto avere nei confronti del suo re un comportamento leale, quanto che presto o tardi vi sarebbe stato un momento in cui il suo operato, come quello degli altri, avrebbe subito una verifica. Viene infatti sempre, per un subordinato, il momento della valutazione del proprio lavoro.

La descrizione dell’atteggiamento di quell’uomo, “prostrato, lo supplicava”, indica tutto il suo sentimento: aveva il terrore di perdere tutto e arriva a fare una promessa che sapeva non avrebbe mai potuto mantenere perché quel “tutto”che prometteva di restituire era qualcosa di irrealizzabile. Ma fu perdonato anche se poi, come sappiamo, si comporterà nei confronti di un suo debitore con crudeltà e insensibilità ingiustificabili a fronte del trattamento che aveva ricevuto dal suo signore.

E qui abbiamo molti elementi da considerare, prima di tutto lo stato psicologico del personaggio: aveva sottratto una somma, aveva chiesto pietà e l’aveva ottenuta, ma poi tutto era tornato come prima, rimanendo completamente insensibile di fronte alla grazia ricevuta. A differenza di Dio, che legge nei cuori, quel re aveva agito per compassione, sentimento che porta chi lo prova ad immedesimarsi nella condizione di sofferenza e miseria in cui versa un suo simile. Compatire infatti significa “patire insieme”e quel re, di fronte al suo servo, lasciò la sua posizione di dominus assoluto, cui nulla era vietato, che tutto poteva perché tutto aveva, per immedesimarsi in suo sottoposto e nel sentimento che provava, poiché la paura di perdere ogni cosa – ricordiamo “ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva”– era assolutamente reale e aveva prodotto in lui un profondo sconvolgimento.

Avuto il perdono, però, tutto era tornato come prima, cioè quel servo era rimasto lo stesso di sempre, quindi stesse attitudini, stesso non senso del dovere, stessa insensibilità. Questo ci parla del fatto che quando un essere umano, convinto di peccato e quindi consapevole di avere un debito con Dio impossibile da rifondere se non chiedendo pietà, viene da Lui perdonato, solo il tempo darà dimostrazione del fatto che quanto ricevuto sarà stato compreso e avrà prodotto un cambiamento, trasformandolo in una persona diversa.

Ora il fatto che il servo infedele della parabola non fosse stato minimamente intaccato dall’eccezionalità rappresentata dalla remissione del debito ci porta a considerare che, in realtà, il suo invocare pietà era dettato dal fare di tutto per cercare di tamponare l’emergenza drammatica che si era venuta a creare, ma senza mettere minimamente in discussione la propria persona. Si tratta di un comportamento, un modo di essere comune, identico a tutti coloro che vivono per loro stessi, sempre pronti a individuare i torti, veri o presunti che subiscono, ma altrettanto disponibili a darli. Sono quelli che si impegnano con promesse e non le mantengono. Sono quelli che si rivestono di una giustizia che non hanno, che simulano, pronti a calpestare gli altri, ma a ribellarsi ad ogni minima ingiustizia che viene loro fatta, che chiedono sempre e non danno mai, forti con i deboli e deboli con i forti.

Leggiamo al verso 28 “quel servo trovò uno dei suoi compagni”, quindi un suo pari, ragione in più per cui avrebbe dovuto usare lo stesso comportamento che il re aveva avuto nei suoi confronti: non c’era la distanza tra suddito e sovrano, ma un rapporto paritario. Non solo, ma uno aveva distratto, l’altro aveva chiesto in prestito una somma che, per quanto importante, era assolutamente rifondibile qualora il creditore avesse avuto “pazienza”. E questo ci parla del fatto che, se fra Dio e l’uomo esiste una distanza incolmabile che viene appianata col perdóno, tra uomo e uomo c’è solo uguaglianza perché “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”, a meno che Lui stesso intervenga a rimuoverlo.

Vediamo nella parabola che, quando il servitore perdonato si mette ad affliggere il suo pari, ci sono altri pari grado che vanno ad informare il re dell’accaduto: non è difficile collegare questi a quei credenti, compagni di viaggio verso la “casa dalle molte stanze”, che nelle loro preghiere possono chiedere un intervento risolutore di Dio a fronte di comportamenti incompatibili con la funzione rivestita: come Gesù ha insegnato col “Padre nostro”, quando ci si presenta davanti al Signore, non necessariamente esiste solo la lode; anzi, conosciamo quel passo di Apocalisse 6.10 in cui le anime degli immolati per la Parola di Dio e la testimonianza che avevano resto dicono“Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?”. Quando un cristiano si accosta al Trono della Grazia, parla col Dio in ascolto che, per quanto sappia già cosa gli verrà detto, valuta ed esamina nel profondo ciò che è nel cuore e “sa di cosa abbiamo bisogno”, testimonia la Sua attenta valutazione di tutto ciò che chiediamo, altrimenti non troveremmo scritto di pregare incessantemente e rendere grazie “in ogni cosa”(1 Tessalonicesi 5.18). “Sa di cosa abbiamo bisogno”a differenza di noi. E ricordiamo che i discepoli parlavano col loro Maestro di tutto, perché tutto dev’essere vagliato secondo lo Spirito e non secondo la carne.

Tornando al re della parabola, leggiamo che “fece chiamare quell’uomo”: già qui abbiamo la previsione di un giudizio, questa volta inappellabile perché è l’uomo coi suoi atti che si condanna da solo e, nel nostro caso, lo fa dimostrando di disprezzare totalmente quanto ricevuto per grazia. La chiamata del re e le conseguenti disposizioni nei confronti di quel servo alludono chiaramente a qualcosa che si verifica dopo la morte, quando tutti si troveranno di fronte a Lui e non sarà possibile fare qualcosa per mutare ciò che si avrà fatto in vita: “Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”. Se nell’antica Roma il debitore incarcerato era consegnato all’aguzzino per essere costretto al pagamento, in Oriente accadeva spesso che chi si dichiarava insolvente avesse dei tesori nascosti per cui la tortura veniva applicata per costringerlo a dichiarare dov’erano, o per suscitare la compassione degli amici affinché pagassero al suo posto. Sappiamo che, nel caso della parabola, quel “finché”non sarebbe mai arrivato perché “tutto il dovuto”non avrebbe mai potuto essere rifuso.

Su questa dinamica sono illuminanti le parole di 2 Tessalonicesi 1.6-9: “È proprio della giustizia di Dio ricambiare con afflizioni coloro che vi affliggono e a voi, che siete afflitti, dare sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore e dalla sua gloriosa potenza”.

Arriviamo così al verso finale, che ci conferma quanto il perdono sia fondamentale perché è lì che si misura se ciò che ci è stato dato dal Signore è stato da noi assimilato realmente: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.Perdonare “di cuore”cioè non formalmente, senza mettendo da parte il ricordo del torto subito per poi farlo emergere al momento opportuno. Il vero perdóno dev’essere lo stesso di Dio, che disse “Io non mi ricorderò dei loro peccati”. Perdonare di cuore implica proprio coinvolgere quella parte di noi che il servo spietato si guardò bene da chiamare in causa, cioè procedere ad un esame di sé con riguardo specifico al vissuto e a quanto ricevuto. Perdonare di cuore significa essere imitatori di Dio, dimostrare di appartenergli, ma va sottolineato che va praticato nel momento in cui l’altro manifesta il proprio rincrescimento esattamente come nei due casi che abbiamo visto, perché quando interviene un’offesa – termine volutamente generico – viene interrotta una comunicazione fra persone che solo il responsabile dell’atto può ripristinare e non certo l’innocente coinvolto. Perché “il di più, viene dal maligno”. Amen.

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11.38 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 9: SETTANTA VOLTE SETTE (Matteo18.21,22)

11.38 – Il discorso ecclesiologico 9, settanta volte sette (Matteo 18. 21,22)

 

21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

 

            Leggendo anche velocemente i versi precedenti notiamo che i discepoli, pur ascoltando con attenzione le parole del loro Maestro, compresero l’importanza del perdóno, ma non quelle della preghiera comunitaria soprattutto riguardo l’ultima frase, “Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Infatti Pietro, colpito dal discorso sulla “colpa”commessa da un fratello e sulle iniziative da attuare per regolarla, si chiese se vi fosse un limite a questo, visto che Gesù non lo aveva specificato. Probabilmente l’apostolo aveva presente che il Talmud prescriveva che si dovesse perdonare non più di tre volte, deduzione tratta da Amos 2.4-6 e Giobbe 33.29,30: “Così dice il Signore: «Per tre misfatti di Giuda e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna, perché hanno rifiutato la legge del Signore e non ne hanno osservato i precetti, si sono lasciati traviare dagli idoli che i loro padri avevano seguito. Manderò il fuoco a Giuda e divorerà i palazzi di Gerusalemme». Così dice il Signore: «Per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna, perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri, e fanno deviare il cammino dei miseri, e padre e figlio vanno dalla stessa ragazza, profanando così il mio santo nome»”. Qui vediamo che è il quattro a determinare l’irrevocabilità del “decreto di condanna”. Il passo citato di Giobbe poi parla dell’esperienza del giusto: “Egli si rivolgerà agli uomini e dirà: «Avevo peccato e violato la giustizia, ma egli non mi ha ripagato per quello che meritavo, mi ha scampato dal passare per la fossa e la mia vita contempla la luce». Ecco, tutto questo Dio fa due, tre volte per l’uomo, per far ritornare la sua anima dalla fossa e illuminarla con la luce dei viventi”.

Pietro, quindi, conoscendo il significato del numero tre e consapevole dell’importanza del perdóno quale metodo per il mantenimento della vita fraterna, spontaneamente interpreta la quantità di volte in cui una colpa può venire rimessa fino a sette, cifra che allude alla perfezione più del tre: tre è il numero di Dio, quattro è quello dell’uomo e sette è la loro somma dalla quale si deduce facilmente che è lì che si trova la completezza dei due elementi, poiché la creazione è stata fatta in funzione dell’essere umano e per la sua vita, che doveva essere eterna anche sul pianeta creato. L’apostolo aveva allora capito non solo l’importanza del perdóno, ma anche quanto fosse importante, fondamentale esercitarlo non alla luce degli scritti antichi, ma di quel periodo nuovo che sarebbe sfociato nella dispensazione della Grazia che il suo Maestro stava istituendo. Ricordiamo le parole in Luca 17.4, che completano le parole di Matteo in cui il sette è usato per indicare un numero indefinito di volte: “Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: «Sono pentito», tu gli perdonerai»”. Da notare anche i tre “se”, riferiti ad eventualità che portano colpa e pentimento, e il “ma”a lui connesso che modifica la posizione di chi ha agito male.

Nel racconto di Matteo, invece, è Gesù a intervenire con Pietro, e per riflesso su tutti gli altri. Lo fa rispondendo numericamente escludendo che il perdóno fosse qualcosa di cui tenere la contabilità: “settanta volte sette”dà come risultato 490, cifra non impossibile da annotare, ma il cui significato si comprende da ciò che il 70 e il 7 significano. Spesso accade, in questi scritti, di riflettere sui numeri per cui, essendo un tema trattato basilarmente, possiamo lavorare sul settanta, importante perché prodotto del 7×10, cioè della cifra della perfezione come 3+4 e, per il 10, di ciò che il Signore si aspetta dall’uomo. Ciò raffigurato dai comandamenti in cui, anche lì, abbiamo una cifra importante, essendovene 4 per la relazione con YHWH e 6 tra esseri umani, che diventano così dieci.

Il settanta è un numero non semplice a svilupparsi, perché contiene significati a volte opposti tra loro, implica tanto benedizione quanto un giudizio di Dio, oltre ad altri elementi: abbiamo infatti le parole di assurda rivendicazione di Lamec, figlio di Caino, che ponendosi in una posizione che non aveva dichiarò che “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette”(Genesi 4.24), non “settantasette”come altri traducono. Ricordiamo sempre in proposito che il male è una forza che spinge chi lo commette a non fermarsi e questo si trasmette alla sua discendenza: l’omicida di Abele, accecato non tanto dall’invidia e dall’odio, ma a monte da un Io spropositato, generò un individuo che giungerà addirittura a voler rivaleggiare con Dio sulla terra.

Ricordiamo il settanta come numero di condizione perché il Signore lo moltiplichi, come nel caso della famiglia di Giacobbe che entrò in Egitto con questa quantità di persone che componevano la sua famiglia “tutte le persone della famiglia di Giacobbe che entrarono in Egitto, ammontano a settanta”(Genesi 47.27) e, a sottolineare l’importanza del lutto conseguente alla morte del patriarca, tali furono i giorni in cui lo piansero (50.3).

Ancora, da tenere presente Esodo 15.27 e Numeri 33.9 a proposito dell’oasi di Elim: lì il popolo si ritrovò dopo essere uscito dall’Egitto, quando “Partirono da Mara e giunsero ad Elim; ad Elim c’erano dodici sorgenti di acqua e settanta palme; qui si accamparono”. Qui alcuni intravedono gli apostoli e i settanta(due) discepoli inviati in missione da Gesù, anche se a mio parere con questi numeri vengono ricordati al tempo stesso l’amore e la potenza progettuale di Dio per il Suo popolo, che allora lo doveva rappresentare sulla terra, e quello che si sarebbe costituito un giorno.

Sempre restando negli scritti dell’Antico Patto, ricordiamo la risposta alla preghiera di Mosè quando, non riuscendo più a gestire efficacemente le questioni del popolo lui affidato – ricordiamo le sue parole, “Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo, è troppo pesante per me”–  ebbe questa risposta: “Radunami settanta uomini tra gli anziani di Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi, conducili alla tenda del convegno; vi si presentino con te. Io scenderò e lì parlerò con te; toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro, e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo”. Anche qui vediamo il settanta come premessa perché Dio – e non certo l’uomo – agisca.

Settanta è anche un limite, elemento su cui meditare per mettersi alla ricerca di ciò che è al di là, l’oltre, come in Salmo 90.10: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti; e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via”. Guardando a questa cifra, allora, vediamo il limite severo all’esistenza orizzontale, riassunta nella “fatica e delusione”, nel passare “presto”, cosa che accadrebbe anche se gli anni venissero moltiplicati perché l’uomo, quando è incapace di misurare i propri giorni alla luce dello Spirito, di essi non sa che farsene e la prova concreta di ciò la vediamo nel fatto che rifiuta l’idea della morte.

Abbiamo parlato all’inizio del settanta come giudizio, ma in realtà questo termine così immediato si addice a lui solo in parte, comprendendo sì un provvedimento negativo di Dio – ricordiamo le parole di Geremia 25.11 “Tutta questa regione sarà distrutta e desolata e queste genti serviranno il re di Babilonia per settant’anni”–, ma anche il tempo fissato perché il Progetto del Regno si compia, con la gioia o la disperazione degli uomini a seconda di dove avranno scelto di collocarsi, come detto a Daniele dall’Angelo Gabriele in 9.24, “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, stabilire una giustizia eterna e suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi”.

Questi, in sintesi, sono i versi che mi sento di applicare al numero oggetto di riflessione. In realtà ce ne sono molti di più, ma tutti raggruppabili sotto le categorie base che abbiamo esaminato. “Settanta volte sette”è allora il tutto, il possibile, il finito che non ha un limite perché, sotto questo aspetto, esercitare il perdono equivale a entrare, se vogliamo, in un percorso circolare: “Se perdonerete agli altri le loro colpe– che avranno riconosciuto –, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche voi; ma se non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”(Matteo 6.14,15). Anche qui, allora, torniamo ad un aspetto del “legare”e “sciogliere”, del “rimettere i peccati”oppure no, azioni che non hanno nulla a che vedere con la permalosità di un individuo che, se presente in lui, necessita di rivedere molti aspetti della sua vita perché, a prescindere dall’età che possa avere, non ha ancora abbandonato quegli elementi che lo caratterizzavano da bambino. Il concetto di Matteo 6, quindi appartenente al sermone di Gesù sul monte, fu da lui specificato in Marco11.25,26: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe”dove il “perdonate”significa porsi in attesa che la controparte si penta, pregando per lei, e non conservare astio o sentimenti di offesa nei suoi confronti.

Concludendo, il “settanta volte sette”dato da Nostro Signore in risposta alla domanda di Pietro, ci parla dell’atteggiamento naturale che deve avere il cristiano di fronte alla richiesta di perdóno, che va dato dimenticando l’accaduto, senza conservarlo per recriminazioni successive anche quando chi è stato già perdonato, eventualmente, ricommette lo stesso errore. Ricordiamo la frase in Isaia 43.25 “Io, io cancellerò i tuoi misfatti per amore di me stesso e non ricorderò più i tuoi peccati”.E chi porrà un punto fermo su tutto questo sarà l’apostolo Paolo che, scrivendo ai credenti della Chiesa di Roma, in 12.21, inviterà a provvedere in merito con le parole “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”. Amen.

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11.37 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 8: CONCORDIA E PRESENZA (Matteo18.18.20)

11.37 – Il discorso ecclesiologico 8, concordia e presenza (Matteo 18. 18-20)

 

18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

 

            Riportiamo il verso 18, affrontato nello scorso capitolo, perché strettamente connesso ai due successivi: qui Gesù mostra la Sua Chiesa come un organismo che agisce sotto un’autonomia responsabile, in Sua assenza fisica, fedele ai suoi compiti perché animato dal di Lui timore, termine che, più che alla paura, fa riferimento alla consapevolezza della Persona con la quale si ha a che fare: Gesù non si può ingannare e il fatto che “scruti i nostri pensieri”e dia “la giusta retribuzione”a seconda di come operiamo credo basti. Una Comunità i cui membri hanno cercato e trovato, hanno abbandonato gli elementi del mondo in modo tale che non ne sono più dominati, cui preme una fedeltà reale e non nominale alla Parola di Dio, potrà veramente “legare” e “sciogliere”, ma anche realizzare la promessa del verso successivo, sostenuta dall’Amen di Cristo: “In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”.

Cercando ora di esaminare queste parole possiamo fare la prima sottolineatura, a parte sull’autorevolezza rappresentata dall’ ”amen”, sull’indicazione del luogo, “sulla terra”, qui usata per ricordare tanto la distanza quanto la vicinanza di Dio al Suo popolo nonostante le dimensioni che caratterizzano entrambi, la “terra”e il “cielo”, perché“In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi”(Isaia 57.15). E il ponte tra le due identità, uomo e Dio, è lo Spirito Santo. In un precedente capitolo, riguardo ai differenti luoghi in cui entrambe operano, è stato ricordato il verso “Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferire parole davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole”(Ecclesiaste – o Qoèlet – 5.1).

Veniamo ora alla premessa espressa nel verso 19, purtroppo interpretata alla lettera da molti intendendo quel “qualunque cosa”come ciò che è a loro capriccio, riconoscendo a questa espressione un potere quasi magico, ma dimenticandosi che le parole di Gesù, non solo qui, vanno lette in senso spirituale, quello che allora gli Apostoli né i discepoli erano in grado di fare. Non è escluso che loro stessi, ascoltandole, le abbiano interpretate in questo modo, ma furono poi da loro inquadrate correttamente una volta disceso lo Spirito Santo.

Vediamo ora le promesse di Nostro Signore in tal senso, fermo restando che si tratta di un impegno preciso che Lui stesso si assume. Il primo passo è rivolto a tutti gli uomini e donne alla Sua ricerca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto”(Matteo 7.7). Si tratta di un appello a non desistere, a chiedere, cercare e bussare, tutte azioni che denotano uno stato di necessità dimostrato da chi lo compie. Soprattutto una volta trovato e che ci è stato aperto, ecco il chiedere come pratica costante, poiché tutto il verso è caratterizzato da una libertà incondizionata in quanto non viene indicato un limite massimo di volte in cui chiedere o bussare. Dio ha un ufficio, o un “negozio” dove comprare “senza denari e senza prezzo”che non è aperto “dalle – alle”, ma sempre.

Promesse importanti le troviamo in (Matteo) 21.22 “…e tutto ciò che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete”e in Giovanni 14.13, stretto parente del verso che stiamo esaminando: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, io la farò”. Anche qui abbiamo “qualunque cosa”, ma anche “nel mio nome”, precisazione che sostiene la responsabilità che ci assumiamo nella preghiera che in molte assemblee cristiane si usa concludere così quasi come una forma rituale, purtroppo spesso dimenticando che “nel nome di Gesù” è compreso ciò che Lui approva ed è, quindi è riferita al cammino sotto la Sua guida. Infatti così scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”. E qui troviamo delle prime tracce, delle indicazioni viste in quel “se”, che tante volte e non solo qui viene sottovalutato, quando in realtà un “se”nella vita del cristiano c’è sempre ed è quello che fa la differenza in tante circostanze che lo riguardano.

Cominciamo così a mettere a fuoco il significato di quanto promesso da Gesù anche in 5.14,15: “E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto gli abbiamo chiesto”. Credo che qui sia quel “secondo la sua volontà”a determinare la risposta, che certo può valere anche per le nostre esigenze materiali, perché altrimenti la preghiera del “Padre Nostro”non sarebbe stata insegnata. In Giacomo 5.14-18 leggiamo “Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. (…) molto potente è la preghiera efficace del giusto”. Prima di pregare, quindi, è necessario un esame, per vedere se possiamo accostarci al Padre considerati come aventi diritto a farlo, secondo la Sua Parola oppure no, e in questo caso porvi rimedio. Giacomo poi passa a descrivere la preghiera del singolo citando un esempio illustre: “Elia era un uomo come noi: pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi, pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto”,anche qui riferita ad un fatto di testimonianza e non perché Elia si servisse di quel miracolo per fini personali.

Mi sono chiesto se, negli scritti del Nuovo Patto, fosse possibile trovare una conferma al verso in esame, vale a dire la promessa dell’esaudimento di una preghiera della Comunità concorde, caratteristica che aveva appunto la prima Chiesa come in Atti 1.14: “Tutti questi– a quel tempo gli undici – erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui”. Ebbene, leggiamo 12. 5-12 che riferisce un episodio avvenuto tempo dopo: “Mentre Pietro era in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva». Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove molti erano riuniti e pregavano”.

 

Altra domanda che ci possiamo fare è se esista differenza fra la preghiera del singolo e quella comunitaria, e la risposta va inquadrata in modo direttamente proporzionale al progetto esistente, poiché ciascun credente è testimone dell’aiuto multiforme che riceve da Dio individualmente, ma la Chiesa, quindi tutti i suoi membri, hanno dovere di pregare per il suo sviluppo e perché possano testimoniare in modo efficace, più opportuno, per portare delle anime a Cristo. Ecco perché abbiamo letto recentemente che, dopo la preghiera Comunitaria, tremarono i muri del luogo in cui la Chiesa era ospitata.

Può essere di consolazione sapere che la preghiera ha una funzione temporanea, vale a dire fino a quando saremo presenti su questa terra, come dalle parole che Gesù disse ai Suoi: “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla”(Giovanni 16.22,23). E qui Nostro Signore parla tanto di quando si manifesterà a loro dopo la sua risurrezione, quanto dell’incontro finale dei credenti con Lui.

Veniamo così al verso 20 in cui Gesù espone una verità allora in forma embrionale, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, che completa un altro passo, quello relativo alla missione data ai discepoli “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Matteo 28.20.

Gesù è allora con il singolo, sempre, ma la Sua presenza si realizza nella Chiesa composta dai “due o tre”in poi. Sappiamo già della differenza con la Sinagoga, che di persone ne richiedeva almeno dieci, lasciando in tal modo sguarniti quei piccoli centri isolati dove gli israeliti non potevano riunirsi se in numero inferiore a quello prescritto, ma senza realizzare un’assemblea. E sappiamo che la Sinagoga non era un centro culturale, ma quello in cui le persone si riunivano per essere istruite dai Maestri nella Legge, nei Profeti e negli altri libri.

Ebbene, la Chiesa è tale anche con due persone, cui spetta la responsabilità di pregare perché il Signore voglia farla crescere, cosa che certamente avverrà se lo spirito di servizio e la concordia animeranno questo primo nucleo che sarà in grado non di far proseliti, ma di vivere, progredire e soccorrere quelle anime alla ricerca di Dio. Ecco allora che anche Marco 11.24, “Tutto quello che chiedete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà”, alla luce dello sviluppo che abbiamo fatto, implica la consapevolezza di cosa si chiede: la risposta del Padre non potrà mancare proprio perché la Chiesa avrà posto le premesse per la realizzazione dell’esaudimento. Sono convinto che questo, e non altro, rientri nel “qualunque cosa”che verrà ottenuto dal Padre. E che il resto, avendo cercato prima il “Regno di Dio”, verrà dato in aggiunta. Amen.

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11.36 – IL DISCORSO ECCLEIOLOGICO 7: IL RAPPORTO FRATERNO II (Matteo 18.15-18)


11.36 – Il discorso ecclesiologico 7, il rapporto fraterno II (Matteo 18. 15-18)

 

15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

 

            Prima di affrontare questa seconda parte, che inizia dal verso 16, occorre ricordare che quanto esposto da Nostro Signore è solo in apparenza una procedura da seguire letteralmente perché, se si guardasse solo a quella, faremmo di queste parole un manuale di istruzioni e perderemmo di vista la sostanza, volta al recupero della persona che ha agito in maniera inopportuna nei confronti di un fratello, o sorella, oltre che a fare emergere lo spirito che la anima concretamente. Scopo di quanto descritto è quello di responsabilizzare il soggetto di fronte a un errore che solo la dinamica dell’episodio potrà determinare, ad esempio, come volontario o involontario, giustificato oppure no, come quell’ “adiratevi e non peccate”citato nel capitolo scorso in cui l’ira o lo sfogo in un determinato contesto non è visto come qualcosa di illegittimo, mentre lo è quando avviene in modo incontrollato.

Ricordiamo le parole del verso 11, “se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello”, collegabile a Proverbi 9.7-9 e 15.12: “Chi corregge il beffardo si attira insulti, chi riprende l’empio riceve affronto. Non riprendere il beffardo, per evitare che ti odi; riprendi il saggio, e ti amerà. Istruisci il saggio, e diventerà più saggio che mai; insegna al giusto e accrescerà il tuo sapere”. Spiega il principio il secondo passo, “Il beffardo non ama che altri lo riprenda; egli non va dai saggi”. Anche qui, oltre a venire rimarcato l’abisso che separa chi appartiene all’una o all’altra categorie di persone, abbiamo la possibilità di raccordarci alle parole di Gesù in esame, tese, come detto, a far emergere lo spirito della persona perché, in sostanza, “il saggio”è impossibile che non ascolti un’osservazione obiettiva e ragionata di un fratello, o di questo accompagnato dai “due o tre testimoni”qualora il primo tentativo non raggiunga il risultato sperato.

Le parole “prendi con te una o due persone”è poi un chiaro riferimento a Deuteronomio 19.15: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno avrà commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni”ed ecco perché, prima di dirlo “alla comunità”, è necessaria la presenza di più persone al confronto con chi ha commesso l’errore. Possiamo osservare che la testimonianza di più persone, all’epoca della Legge, contribuiva a rendere il fatto concreto potendo ogni testimone nella possibilità di riferire particolari e dettagli che magari erano sfuggiti ad un altro; ciò avveniva in modo più o meno concorde, da valutarsi da parte di chi era chiamato a giudicare quanto realmente avvenuto.

Trasportando poi il verso di Deuteronomio alle parole di Gesù, la presenza dei testimoni non ci parla di un processo in atto, cioè del fatto che i “due o tre”svolgano una semplice presenza per poi riferire quanto accaduto, ma di un fatto costruttivo: la loro partecipazione è giustificata dal fatto che il primo tentativo di conciliazione non ha avuto l’esito sperato, ma è richiesta la presenza di persone mature, “abituate a discernere il bene dal male”e pertanto in grado di esprimere pareri e consigli tesi a redimere la questione. I “testimoni”in questione, quindi, non sono chiamati a registrare ogni parola tenendosi in disparte, ma a rendersi conto delle ragioni dell’uno e dell’altro, valutare lo spirito che muove entrambi senza parteggiare per nessuno dei due, chiamati a valutare anche in previsione di quanto verrà poi riferito alla Chiesa. Il fatto che i testimoni siano parte attiva in questa operazione è confermato dal verso 17, e cioè “se disdegna di ascoltarli, dillo alla Chiesa”: “ascoltarli”, non “riceverli”.

Credo sia importante sottolineare che questa procedura è ben lontana da quella prevista per una querela o a un processo per calunnia che si celebra nei nostri tribunali, ma a difesa di quell’equilibrio che, se viene a mancare in una Chiesa o Comunità, la rende inevitabilmente sterile e la porta poco a poco allo spegnimento, come dalle parole di Apocalisse 2.5 in cui leggiamo “Se non ti convertirai, verrò a te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto”. Quando infatti una Chiesa è animata da spirito di parte e non da quello Santo, quando il compromesso e il portare avanti posizioni umane non viene combattuto in egual misura da tutti i suoi membri, ecco che arriva il fallimento, l’incapacità di testimoniare e predicare il Vangelo di Gesù Cristo. Ed ecco perché, quando una Chiesa si raduna, è richiesto che ogni suo componente si misuri alla luce di Esodo 23.15, 34.20, Deuteronomio 15.13 e 16.16, tutti riportanti il medesimo concetto – si noti che i versi sono quattro –: ”Non si dovrà comparire davanti a me a mani vuote”, cioè prive di un frutto che siamo chiamati a portare continuamente perché è nell’Assemblea che il Signore è presente secondo la Sua promessa e scruta i cuori per vedere chi si presenta a Lui degnamente.

L’Assemblea cristiana infatti non si concreta né si può realizzare, risolvere in un rito religioso, ma nel contributo spirituale che ciascuno porta, nel desiderio di incontro e sostegno tra fratelli e sorelle che non fanno parte di un ordine o un’associazione più o meno benefica, ma adorano “in spirito e verità”Dio Padre e Gesù Cristo. Purtroppo, molti oggi hanno perso di vista questo principio e così le Chiese poco a poco si spengono a livello non solo di comunione fraterna, ma soprattutto nei confronti della potenza del Vangelo. Ricordiamo quanto si verificò in Atti 4.31: “Quando ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono ripieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza”.E sottolineiamo che tale manifestazione avvenne dopo una preghiera molto particolare, in cui si richiedeva l’assistenza perché il Vangelo fosse annunciato: “E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce– Erode, Pilato e Israele – e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù”. I presenti, cioè, si preoccuparono del recupero di quanti avrebbero creduto grazie al porgere il Vangelo nei modi opportuni per ciascuno e non dei loro problemi personali, come sappiamo fece Salomone quando, guardando alla sua persona e riconoscendosi mancante di sapienza per reggere il governo del suo popolo, la chiese, come più volte ricordato.

Tornando al nostro testo, vediamo la terza ed ultima soluzione nel caso la questione tra i due interessati non possa venire risolta: “Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità, e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano o il pubblicano”. Anche qui la Chiesa, o Comunità, è vista non come un organismo che difende i torti o le ragioni, ma guarda al principio, valuta i pro e i contro in modo spirituale per rimuovere quanto si è venuto a creare nell’interesse non di una norma, ma delle ragioni che hanno portato alla sua istituzione. E la Comunità è qui vista non a livello di insieme completo, ma di quei credenti ancora una volta in grado di esprimere un giudizio maturo e responsabile, come raccomandato più volte nelle lettere di Paolo, già applicato dagli Apostoli nella primitiva Chiesa. Abbiamo parlato di offese, ma teniamo presente che queste comprendono uno spazio molto più ampio di argomenti, come possono essere delle posizioni dottrinali che una persona può assumere, in contrasto a quanto stabilito unitariamente; ricordiamo ad esempio Atti 15.6 quando, a fronte dell’affermazione in base alla quale la circoncisione dovesse essere applicata a chi si convertiva, leggiamo “Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema”.

Un verso che fa da “ponte” ed amplia la panoramica della “colpa”circa gli equilibri che la Chiesa è chiamata a difendere è da vedersi in Romani 16.17,18 “Vi raccomando poi, fratelli, di guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro l’insegnamento che avete appreso: tenetevi lontani da loro. Costoro, infatti, non servono Cristo Nostro Signore, ma il proprio ventre e, con belle parole e discorsi affascinanti, ingannano il cuore dei semplici”. “Belle parole e discorsi affascinanti”sono collegati a quei concetti che possono suscitare la curiosità istintiva umana e interpretano, altrettanto umanamente, contenuti spirituali servendo il realtà “il proprio ventre”, espressione che si riferisce a ciò che non ha a che vedere neppure con la semplice intelligenza. Questi ragionamenti, come scritto da Paolo, “ingannano il cuore dei semplici”, cioè di coloro che stanno imparando e sono molto più vulnerabili rispetto a chi ha già effettuato un percorso di fede e confronto con la Parola di Dio.

“Sia per te come il pagano e il pubblicano”è una frase forte, che non necessita di un gran commento, poiché sappiamo che per gli ebrei tanto l’uno che l’altro erano persone ritenute impure e con le quali nessuno aveva a che fare.

È invece meritevole di attenzione l’ultimo verso, il 18, perché stabilisce l’autorità data alla Chiesa, guidata dallo Spirito Santo nel “legare”o “sciogliere”, espressione che sta a significare rendere legale o illegale una cosa oltre che porre dei vincoli, aprire o chiudere una posizione dottrinale proprio come, ad esempio, fecero gli apostoli con l’esempio di Atti 15.6 che abbiamo citato, poi risolto ai versi 19 e 20. La Chiesa è allora chiamata a intervenire, come “colonna e sostegno della verità”, in tutte quelle questioni che ogni credente può sempre porre per i problemi più svariati, e dare delle risposte e provvedimenti perché altrimenti non sarebbe tale nel senso che, non agendo, dimostrerebbe di non avere un mandato. E qui si apre un discorso assolutamente vasto, credo impossibile a svilupparsi in poco né in molto spazio. “Legare”o “Sciogliere”è una responsabilità che possono assumersi in pochi, al contrario di quanto spesso avviene perché la vera sottomissione al Signore e allo Spirito è cosa rara e le “chiavi”verranno consegnate a Pietro solo dopo la discesa dello Spirito Santo e una sua provata maturazione, non prima. Ora, vediamo che queste vengono date anche alla Chiesa, ma quanti oggi sono in grado di usarle? Ricordiamo anche Giovanni 20.23, “A coloro cui perdonerete i peccati, saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”che ha stretta attinenza con quanto esaminato e non può essere applicato alla confessione auricolare, ma rientra proprio con quanto fin qui esaminato. E il perdono è una cosa molto seria, che comprende tante situazioni che comportano il pentimento perché questo possa verificarsi perché altrimenti si cadrebbe “…sotto il potere di Satana, di cui non ignoriamo le intenzioni”(2 Corinti 2.11).

Concludendo: quando la Chiesa stabilisce che una persona debba essere considerata “come il pagano o il pubblicano”significa che quella, per le posizioni assunte di fronte a lei e non tanto di fronte a un fratello a seguito di una semplice contesa o torto, non è in possesso di quelle caratteristiche interne che portano inevitabilmente un frutto di amore, pace e fedeltà alla Parola.

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11.35 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 6: IL RAPPORTO FRATERNO I (Matteo 18.15-18)

11.35 – Il discorso ecclesiologico 6, il rapporto fraterno I (Matteo 18. 15-18)

 

15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

 

            È la parola del verso 17, qui tradotta con “comunità”, letteralmente “assemblea”e da altri “Chiesa”che troviamo la giustificazione al titolo di queste riflessioni, “il discorso ecclesiologico”, perché qui, per la prima volta nei discorsi di Gesù riservati ai discepoli, si parla di qualcosa che va oltre alla Sinagoga ebraica, che mai avrebbe avuto il potere di“legare e sciogliere”correlato a ciò che è “in cielo”. Ricordiamo anche le due scuole rabbiniche di Hillel e Shammai, la prima più rigida e l’altra più elastica nell’interpretazione della Legge, che però non ebbero alcun potere in tal senso. Sempre per la prima volta, poi, viene descritta la comunità dei credenti come un organismo vivo, chiamato ad agire e operare anche al suo interno e non solo nella predicazione del Vangelo, in quanto composta da esseri umani che, nonostante la chiamata ad essere “santi”, possono sbagliare e non essere effettivamente liberati da quegli elementi tipici del mondo che li hanno caratterizzati prima della loro salvezza. Per molti queste parole possono costituire un controsenso, ma dobbiamo pensare che riguardano l’uomo nel profondo e dimenticano che, se Cristo li ha liberati dal peccato, non significa che di colpo hanno raggiunto la perfezione, ma sono stati posti nella condizione di perseguire un cammino di verità che richiede lo spogliarsi costante dell’ “uomo vecchio”con tutte le sue prepotenti esigenze.

Ricordiamo in proposito alcuni passi importanti, il primo dei quali già citato: “Celebriamo la festa – la Pasqua, quindi il memoriale– non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità”(1 Corinti 5.8), invito rivolto a quei credenti che non si sono ancora liberati del “lievito vecchio”, ma ancor di più Efesi 4.17-32 che descrive in modo perfetto ciò che eravamo e ciò che siamo, o dovremmo essere, condizionale che non ammetterà scusanti quando ci troveremo davanti a Lui nel “rendiconto”: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore– notiamo l’appello accorato dell’Apostolo – : non comportatevi più– perché il ricordo di quelle azioni non è scomparso e neppure il loro richiamo – come i pagani con i loro vani pensieri, accecati nella loro mente, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore. Così, diventati insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza e, insaziabili, commettono ogni sorta di impurità. Ma voi– ecco l’identità nuova – non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.

In questa prima parte, allora, Paolo ricorda ciò che gli Efesi erano e ciò che sono, situazione che può dirsi ed essere stabile solo se la condotta dell’uomo vecchio viene abbandonata e si pone in opera il rinnovamento, azione che non finisce mai. Il testo prosegue: “Perciò, bando alla menzogna e dite ciascuno la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date spazio al diavolo. Chi rubava non rubi più, anzi lavori operando il bene con le proprie mani, per poter condividere con chi si trova nel bisogno. Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo”.

Ecco, quanto letto possiamo definirlo un appello,  un richiamo accorato a riconoscere i difetti ancora presenti in noi per operare alla loro eradicazione esattamente come quando, poco prima nel suo discorso, Nostro signore aveva parlato della necessità di amputare la mano, il piede e/o l’occhio a seconda della “concupiscenza”che attrae ciascun membro della Chiesa. E ricordiamo ancora Colossesi 3.10,11 che ricorda quanto avvenuto in noi un giorno: “Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova– azione quindi che si sviluppa nel tempo e non subito – per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Sciita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose, rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto”.

Appare ora evidente che, nei passi dell’Apostolo citati, la divisione netta fra chi appartiene a Dio e chi no, quindi tra “uomo vecchio”e “uomo nuovo”, diventa tale solo nel momento in cui chi ha creduto sceglie di aderire al progetto di Dio in prima persona, cioè operando in sé affinché il Signore sia posto nella condizione di agire attraverso il suo Santo Spirito; viceversa, quanto viene letto e la partecipazione alle riunioni dell’Assemblea resteranno solo atti compiuti senza altro scopo che quello dell’apparenza e della soddisfazione della carne, di quella sua parte erroneamente definita “spirituale”.

 

Fatta questa importante premessa, possiamo affrontare quanto detto da Gesù ai discepoli che, in questo intervento, forse allude a quella discussione animata avvenuta poco prima, quando vi era stata la discussione tra chi di loro fosse “il maggiore”, cioè il più importante, il più atto a comandare sugli altri, o il preferito dal Maestro. Ancora, ricordiamo quando si erano rivolti accuse reciproche perché si erano ritrovati con un solo pane sulla barca, insufficiente a sfamarli. Possiamo dire che sicuramente quanto avvenuto nei due episodi era qualcosa di tipicamente, tristemente umano e altrettanto la è l’ipotesi formulata al verso 13, “Se un tuo fratello commetterà una colpa contro di te”, dove la “colpa”, originale dal greco “peccare contro, ingiuriare”, si riferisce a torti o a litigi di natura privata. Superficialmente c’è chi è convinto che certe cose, fra veri cristiani, sia impossibile che succedano, ma qui – e non solo – emerge l’esatto contrario, anzi, vi è un richiamo a Levitico 19.17-19 “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Osserverete le mie leggi”. Ed è bello considerare che, se in questo passo abbiamo delle proibizioni ferme, nelle parole che troviamo negli scritti del Nuovo Patto il motore che muove i componenti della Chiesa è l’amore che portano in e per Cristo a spingerli, che non consente l’odio covato nel cuore. L’amore per il “prossimo”viene poi purtroppo generalizzata ed estesa a chiunque, mentre in realtà è riferita a chi è “vicino”, quindi al confratello, o consorella e non può essere applicata alle persone con le quali abbiamo a che fare quotidianamente, che non fanno parte della famiglia di Dio. Non si tratta di comportarsi come dei settari, ma di dare priorità e chi la deve avere tenendo sempre presente che coloro che non conoscono l’amore di Dio possono comunque diventare suoi figli in futuro, a meno che non abbiano uno spirito di opposizione.

Possiamo dire che l’offesa e il contrasto portato da chi appartiene al mondo è naturale e inevitabile ma quella portata da un fratello, per le dinamiche che si sono instaurate, è innaturale ma possibile, e allora occorre agire affinché si pervenga ad una soluzione proprio perché quello stato di inimicizia conseguente alla “colpa”contro la persona venga a cessare: esattamente come per le amputazioni di cui Gesù ha parlato poco prima di questi versi, tese ad impedire lo sviluppo di situazioni moralmente e spiritualmente incresciose, con il “va’, e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolta, avrai guadagnato il tuo fratello”, abbiamo la cura contro il rancore, “il rancido del cuore” come qualcuno lo ha definito, che sfocerebbe inevitabilmente in astio aperto facilmente riconoscibile dagli altri componenti della Chiesa che, ignorandone le cause, potrebbero venire scandalizzati ed interrogarsi in merito senza possibilità di comprendere.

“Avrai guadagnato il tuo fratello”è il risultato del “se ti ascolta”, cioè ammette il proprio torto e qui viene chiamata in causa l’intelligenza spirituale tanto dell’una quanto dell’altra parte, poiché l’eventuale offeso deve porre amorevolmente l’offensore nelle condizioni di ammettere il proprio errore; in altri termini non basta dire “tu mi hai fatto questo”, perché altrimenti la questione verrebbe posta nello stesso ambito in cui l’offesa è stata generata e la contesa si riproporrebbe identica. Piuttosto, qui vengono chiamate in causa la verità e la carità assieme affinché il fratello sia guadagnato, cioè che la contesa cessi a vantaggio dell’amore possibile solo nel momento in cui la parte colpevole comprenda – più che ammetta, perché quello viene da sé – il proprio errore. Anche qui possiamo citare ad esempio il profeta Natan che, quando dovette far riconoscere a Davide il peccato commesso con la moglie di Uria, non andò da lui accusandolo, ma gli narrò una parabola ponendolo nella condizione di autoaccusarsi, rivelandogli successivamente che era lui ad avere sbagliato e non il personaggio ipotetico presentato (2 Samuele 12.1-12): Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui». Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà». Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo»”.

Ecco allora che, porgendo ai suoi discepoli questo insegnamento, Gesù non intende esporre soltanto una formale, corretta procedura, ma sottolinea l’obiettivo primario, il “guadagnare il tuo fratello”che, “se ti ascolta”, si troverà ad essere un debitore spirituale perché, grazie a quell’intervento, sarà stato posto nelle condizioni di crescere spiritualmente avendo rimosso un’importante pietra d’inciampo nel proprio cammino. Inoltre, chiamando in causa l’intelligenza dell’offeso, avrà posto quest’ultimo nelle condizioni di utilizzare una strategia tesa non al redimere ciò che di umano si era venuto a creare, ma al ristabilimento di un equilibrio tanto necessario quanto inevitabile per entrambi perché, nel culto, la presenza dell’inimicizia e della non comunione piena non sono ammessi. L’obiettivo finale è infatti posto in risalto da Giacomo, “fratello del Signore”: “…se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati”(5.19,20). Perché siamo esenti dall’errore fino a prova contraria. Amen.

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11.34 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 5: LA PECORA SMARRITA (Matteo 18.24-27)

11.34 – Il discorso ecclesiologico 5: la pecora smarrita (Matteo 18. 24-27)

 

12Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? 13In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.

 

            Chi legge questa parabola prova, tecnicamente, un sottile senso di smarrimento perché è indubbio che sia connessa a quella, dal racconto più esteso, inserita in un gruppo di tre che trattano il recupero della persona (Luca 15.4-7), che svilupperemo più avanti quanto a testo: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non ascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. Si tratta indubbiamente di un’esposizione più ricca di dettagli, dedicata a chi si era radunato per ascoltarlo, “i pubblicani e i peccatori”, oltre che “i farisei e gli scribi”che “mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Nel nostro testo, più stringato, Gesù parla ai suoi. In entrambi i racconti abbiamo però gli stessi numeri, il cento e il novantanove, che vanno esaminati per capire meglio ciò che Nostro Signore volle annunciare in entrambe le circostanze.

 

Il numero cento: già il fatto che sia il risultato della moltiplicazione di 10×10 ci dà l’idea che troviamo la figura di quanto basta agli occhi di Dio non dal punto di vista della sufficienza, ma del raggiungimento delle Sue aspettative, non di più né di meno, e quindi ci parla di ciò che Lo soddisfa. Il 100 è al tempo stesso rappresentazione di una cifra precisa, mi viene da raccordarla con “il giorno e l’ora” conosciuti solo dal Padre, vista nel massimo che l’uomo può dare, come leggiamo nel risultato della germinazione dei terreni: “Un’altra parte cadde nel terreno buono e diede il frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno”(Matteo 13.8), là dove la il “terreno buono”è identificato in “colui che ascolta la parola e la comprende”(v.23). Ascolto e comprensione formano quindi un tutt’uno e siamo responsabili dell’una e dell’altra azione perché altrimenti saremmo come colui che si guarda allo specchio in Giacomo 1.23,24: “Se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio; appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era”, descrizione che purtroppo si adatta a molti.

Ricordiamo poi, tornando al tema numerico, i cento denari di debito al “servo spietato”, indice questa volta di proporzione, cioè relativi alla fattibilità del rifonderlo, i gruppi “di cento e di cinquanta”visti nel miracolo della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Possiamo anche definire questo numero come quello in cui Dio e l’uomo si incontrano, perché Gesù disse “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la ita eterna nel tempo che verrà”(Marco 10.30). Abbiamo poi gli anni di Abrahamo quando diventò padre di Isacco, appunto cento (Genesi 21.5), contrapposti agli 86 di quando ebbe Ismaele (16.16) e ai novantanove di quando gli fu promesso un figlio da Sara.

Stante ciò che il cento rappresenta va da sé che il novantanove sia un chiaro indice non tanto di inferiorità, ma di mancanza, incompletezza di fronte alla quale si rende necessario un diretto intervento di Dio perché questa venga a cessare: qui viene raccontato di un pastore che, dopo uno dei tanti conteggi di controllo durante la giornata, si accorge che una pecora manca. Rileviamo che qui Nostro Signore parla di “pecore”, cioè di un animale ben preciso affrontato già diverse volte, ma qui direi che è necessario sottolineare che la pecora in questione è già sua, quindi il riferimento è all’uomo chi gli appartiene tanto prima che dopo avere fatto la Sua conoscenza. E sono convinto che qui, a parte le riflessioni che faremo più avanti quando esamineremo la parabola nella sua forma “completa” in Luca 15, stia la totalità del principio: Gesù disse ai Giudei “voi non credete, perché non siete delle mie pecore”(Giovanni 10.26), cioè non lo erano né lo sarebbero mai stati perché il loro “padre”era un altro (8.44). Ora il discorso si fa più sottile, perché se il cristiano salvato appartiene a Dio ed è quindi una “pecora”, in un certo senso lo era anche prima pur non essendo ancora stato chiamato e salvato: se infatti i nomi scritti nel libro della vita lo sono “prima della fondazione del mondo”, va da sé che già mentre eravamo peccatori, senza rendercene conto, avevamo degli elementi in noi che sarebbero germogliati un giorno. Per non creare fraintendimento con queste mie frasi, era come se fossimo attesi ed ecco perché il nostro nome era già scritto, conosciuto.

Qui dobbiamo prestare attenzione perché ciò non ha nulla a che vedere con la predestinazione in quanto l’uomo è sempre libero di scegliere, si trova perennemente di fronte a un bivio anche solo ogni qualvolta pensa. La decisione sulla strada da percorrere viene fatta volontariamente dalla persona e senza nessuna influenza nonostante pesino le scelte fatte anzitempo dalla propria famiglia, che di lui porta tanto la responsabilità quanto gli trasmette elementi di cui farà tesoro in seguito, nel bene e nel male. La possibilità di mutare l’indirizzo della propria vita però c’è sempre, la chiamata di Dio è per ogni uomo e soprattutto è personale, per cui personalmente si accetta o personalmente si rifiuta. Poi, a rendere pratico il verso che abbiamo visto tempo fa, “Nessuno viene a me se il Padre non lo attira”, è la somma di un’infinità di elementi, tutti volontari e valutati da Colui che è.

Il pastore “lascia le novantanove sui monti”, dove non possono smarrirsi, in un recinto o sorvegliate dai cani, e va “a cercare quella che si (è) smarrita”: deve fare fatica, tornare indietro, chiedersi la direzione che un animale come la pecora, priva di orientamento, può avere preso. Deve controllare eventuali tracce sul terreno, guardare negli anfratti, fra i cespugli, tendere l’orecchio per sentire un eventuale belato. Notiamo anche come sia esclusa la possibilità che la pecora in questione sia stata rubata, ma l’esempio vale per quella che si è persa e anche qui intravediamo la verità in base al quale “nessuno può strapparle dalla mia mano”perché la pecora può perdersi, ma non morire.

Mi sono chiesto a questo punto il perché e come un uomo possa smarrirsi e qui possiamo aprire due discorsi, il primo riguarda la vita condotta prima dell’incontro col Signore Gesù: come la pecora, vagavamo cercando di nutrirci con quel poco che riuscivamo a trovare. E c’era un senso di incompletezza, più o meno dominante. Aspirazioni che si inseguivano, ideali di vita che a volte sembravano vicini, altre si allontanavano, ma la consapevolezza di essere persi non c’era e ci si limitava a rincorrere un vuoto lontanamente consapevole. E quando siamo stati trovati, tutto è cambiato, siamo stati portati in una dimensione prima sconosciuta.

L’essere credenti, però, non ci garantisce l’ingresso in una sorta di paradiso terrestre in cui “tutto è bellissimo” e si vive perennemente con “la pace nel cuore”, ma siamo sempre in un mondo che richiede adesione, che tenta, propone modelli di vita e ideali di fronte ai quali esiste sempre il rischio di soccombere, soprattutto se non si hanno conosciuto quegli spazi e sistemi che fanno maturare. E allora anche in questo caso è facile perdersi, come la pecora della parabola che, probabilmente, è rimasta indietro nel percorso del gregge. E qui si parla comunque di un animale preciso, quindi, in base a questa seconda classificazione, di un appartenente della Chiesa, di un salvato il cui nome è scritto nel libro della vita, perché altrimenti la classificazione sarebbe diversa (ricordiamo le parole su quelli che “se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione”in Ebrei 6.6). Ebbene, anche qui l’opera del pastore è la stessa, si mette a cercare.

Notiamo che al verso 11 Gesù non dà per scontato il fatto che la sua ricerca abbia un esito felice: “Se riesce a trovarla”perché trovare una pecora implica tanto la messa in atto degli accorgimenti citati poco prima, quanto il chiamarla e soprattutto che lei risponda, come in effetti avviene ancora oggi, fatto di cui troviamo traccia anche nelle parole che descrivono il rapporto del Pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”(Giovanni 10.27). Nel nostro caso, allora, quel “Se riesce a trovarla”implica il fatto che la pecora risponda, si metta a belare per farsi sentire e sappiamo che in quel caso il ritrovamento è inevitabile.

La parabola qui esposta credo abbia un significato diverso da quella che ritroveremo in Luca, poiché, ricordando le parole citate all’inizio, leggiamo che il pastore “va in cerca di quella perduta, finché non la trova. Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici, e dice loro «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta»”(15.5,6).

In questa di Matteo leggiamo “…si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite”, e qui abbiamo qualcosa per noi umanamente poco comprensibile: novantanove pecore sono un bel numero e una in meno, dal punto di vista del profitto, è poca cosa soprattutto secondo la mentalità dell’allevamento moderno, ma il discorso di Gesù è distante anni luce da questo ragionamento perché qui la pecora è vista come valore per la vita che porta e per il fatto che è stata affidata a quel Pastore che considera le novantanove che ha già come un dato di fatto. Quella che si è persa, però, rappresenta una sconfitta nei confronti della totalità del gregge. E infatti non a caso il testo conclude con “Così è la volontà del Padre vostro, che nessuno di questi piccoli si perda”.

Dalle parole di Gesù, come in effetti è, sembra che la perduta ritrovata abbia un valore maggiore rispetto alle altre rimaste e così è perché la considerazione che fa il Pastore di quell’animale è simbolicamente la stessa che troviamo sul figlio prodigo tornato alla casa paterna: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”(Luca 15.24). Lo stesso non poteva dirsi delle altre pecore che non si erano smarrite ed ecco perché è scritto che “vi sarà più gioia nel cielo per un peccatore che si converte, più che per novantanove giusti che non han bisogno di conversione”(Luca 15.7). È proprio per questa “gioia nel cielo”avvenuta nel momento in cui ci siamo arresi all’amore di Dio che abbiamo il dovere di perseverare nel cammino che ci è destinato. E siamo responsabili anche di quella gioia. Amen.

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11.33 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 4: LA MONETA D’ARGENTO (Matteo 17.24-27)

11.33 – Il Discorso Eccleiologico 4: La moneta d’argento (Matteo 17. 24-27)

 

24Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». 25Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». 26Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. 27Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

 

            Può sembrare strano che venga inserito, in mezzo al discorso ecclesiologico, un episodio che, in realtà avvenne poco prima. Credo che però, considerata la frase del verso 27, “per evitare di scandalizzarli”, sia giusto inserirlo dopo l’insegnamento sullo skàndalon, per poter fare alcune precisazioni-estensioni, nonostante quanto letto preceda la trattazione di Nostro Signore in merito.

I soggetti del racconto sono tre: “quelli che riscuotevano la tassa per il tempio”, Pietro che risponde prima a loro e poi a Gesù, ed infine Lui, che gli ordina di pescare un pesce per prendere la moneta d’argento, nel testo originale “statére” e consegnarla “a loro per te e per me”. La nostra versione interpreta correttamente il testo originale che scrive “quelli che raccoglievano le due dramme”, o “didramme” per distinguerli dai pubblicani che si occupavano di riscuotere la “moneta del censo”, cioè “un denaro”, tributo imposto dal governo romano menzionato in 22.17 e seguenti: quando i discepoli dei farisei chiesero a Gesù se era o meno lecito pagare il tributo a Cesare, la Sua risposta fu “«Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Quelli gli presentarono un denaro. E disse loro «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli dissero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Date dunque a Cesare le cose di Cesare e a Dio le cose di Dio»”.

Le due dramme, o mezzo siclo, circa sette grammi d’argento, erano la somma che doveva essere pagata da ogni maschio dai trent’anni in su per il mantenimento e il servizio nel Tempio. L’istituzione di tale offerta, che era obbligatoria ma in realtà tutti davano volontariamente, trae la sua origine in Esodo 30.12-14: “Quando per il censimento conterai uno per uno gli Israeliti, all’atto del censimento ciascuno di essi pagherà al Signore il riscatto della sua vita, perché non li colpisca un flagello in occasione del loro censimento. Chiunque verrà sottoposto al censimento, pagherà un mezzo siclo, conforme al siclo del santuario, il siclo di venti ghera – tradotto anche “il siclo contiene venti oboli” –. Questo mezzo siclo sarà un’offerta prelevata in onore del Signore. Ogni persona sottoposta al censimento, dai venti anni in su, corrisponderà l’offerta prelevata per il Signore. Il ricco non darà di più e il povero non darà di meno di mezzo siclo, per soddisfare all’offerta prelevata per il Signore, a riscatto delle vostre vite. Prenderai il denaro espiatorio ricevuto dagli Israeliti e lo impiegherai per il servizio della tenda del convegno – il Tempio non c’era ancora –. Esso sarà per gli Israeliti come un memoriale davanti al Signore, per il riscatto delle vostre vite”. Abbiamo letto che il testo parla di “censimento”, ma dopo il ritorno dalla deportazione a Babilonia sotto Nabucodonosor  tra il VII e il VI secolo a.C., diventò un tributo da pagare annualmente.

Ecco allora che gli ignoti riscossori delle due dramme, una volta presentatisi, furono molto meravigliati del fatto che, alla loro vista, Pietro e il suo Maestro non avessero messo le mani alla cassa per dare il tributo, che non veniva mai chiesto, ma dato spontaneamente stante il forte senso religioso allora presente. Il testo originale non recita “Il vostro maestro non paga la tassa”, ma “le didramme”, a sottolineare la sorpresa di quelli e non una frase pronunciata, come avvenuto per i farisei e gli scribi, per tentare Gesù. Questa disposizione d’animo è molto importante per le applicazioni che faremo.

Alla domanda Pietro risponde “Sì” dando per scontato che, appartenendo allo stesso popolo e conscio che il servizio al Tempio era comunque svolto per onorare il Padre, e rientra in casa per raccogliere le due dramme che ciascuno avrebbe dovuto dare agli incaricati. Viene però prevenuto dalla domanda del Maestro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli, o dagli estranei?”.

Qui Nostro Signore, con le sue parole “i figli sono liberi”, fa un parallelismo fra i re della terra ed il Re assoluto cui le due dramme andavano date, e il senso di ciò che spiega a Pietro è chiaro: se i figli dei sovrani del mondo non pagavano certo il tributo che davano le persone comuni, Lui, quale Figlio di Dio, era esente dal dare l’offerta, tanto più che avrebbe dato se stesso. Vediamo però che, a differenza di tutte le volte in cui si trovò a difendere un principio dottrinale senza mai cedere, diremmo con un’espressione popolare “di un millimetro”, qui si comporta diversamente, cioè: le persone che avevano chiesto a Pietro se Gesù non pagasse le due dramme lo avevano fatto esprimendo la loro meraviglia, anticipando il loro turbamento qualora ciò non fosse avvenuto e per questo, per non porre a loro un motivo di inciampo, acconsente a pagare anche se in un modo particolare.

Abbiamo allora da questo episodio un insegnamento preciso, parente stretto di quanto già osservato nel citare l’insegnamento di Paolo da Tarso a proposito dello scandalizzare i deboli su cose di poco conto: certo Gesù avrebbe potuto mettersi a spiegare a quegli esattori il motivo per cui non era tenuto a pagare il tributo, ma non avrebbero capito e sarebbero rimasti turbati e interdetti sul fatto che, proprio Lui che predicava ed era indubbiamente un profeta, non avesse dato quanto chiesto. Per questo motivo abbiamo qui un miracolo in un certo senso anomalo, che non viene mai in mente a nessuno quando si tratta di elencare quanto di soprannaturale fatto da Gesù in terra. Eppure è Lui il “figlio dell’uomo” di cui parla Davide in Salmo 8.6-10: “Davvero lo hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari”.

Ecco perché Gesù sapeva quanto sarebbe successo: “Va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e troverai una moneta d’argento – il testo originale ha “statére” –. Prendila e consegnala loro per te e per me”. Va ricordato che lo statére era una moneta attica che valeva l’esatto quadruplo di una dramma, cioè di un siclo ebraico, quindi Pietro estrasse dal pesce due didramme.

Possiamo aprire anche una parentesi a proposito del pesce, che fu sicuramente il cosiddetto Chronis Simonis, dal ciclo vitale molto particolare: la femmina depone le uova tra la vegetazione sott’acqua e il maschio le raccoglie in bocca conservandole fino a quando i piccoli raggiungono la lunghezza di circa dieci millimetri. Per espellerli, il maschio incubatore introduce nella sua bocca un sassolino o un oggetto che provoca l’uscita dei piccoli, ma rimane nella sua bocca per qualche tempo. Nel nostro caso, quel pesce trovò uno statére che fece la stessa funzione del sasso, o del ciottolo.

“Prendile e consegnala a loro per te e per me”. E gli altri? Essendo una “tassa” riservata solo agli israeliti e tali essendo i discepoli, l’unica spiegazione possibile è che, stante il poco valore delle due dramme, undici di loro ne fossero in possesso, tranne Pietro. Potremmo anche supporre che gli altri undici non fossero ancora in casa, stante il fatto che gli evangelisti si preoccupano sempre del senso degli episodi e spesso non sono così minuziosi nel descrivere il contesto. Abbiamo letto infatti “Quando furono giunti a Capernaum”, ma non che tutti entrarono nella casa in cui Gesù abitava.

Tornando all’episodio, Nostro Signore, quand’anche avesse avuto le due dramme, non era tenuto a pagarle per cui nello statére raccolto dalla bocca del pesce vediamo Gesù come Figlio di Dio che, pur non dovendo dare nulla, pagò comunque ma solo da un punto di vista tecnico. Allo stesso modo Pietro qui è visto come figura della Chiesa nel senso che, come tutti gli altri e noi, sarebbe diventato un figlio di Dio assumendo in quanto tale l’identità del suo Maestro: “a quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”. Il cristiano infatti rientra nel Suo progetto, “Poiché quelli che ha sempre conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli; quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Romani 8.29,30).

È allora chiaro che Gesù non era tenuto a dare nulla in quanto Figlio del Padre cui era dedicato il Tempio con le sue funzioni, ma se gli altri discepoli, rappresentati qui da Pietro, avessero dovuto osservare strettamente quella prescrizione dando anch’essi le due dramme, certamente in quel pesce si sarebbe trovato mezzo siclo e non uno intero. Nostro Signore non fa presente a Pietro che avrebbe dovuto restituirgli la parte eccedente, ma gli dice “consegnala loro per te e per me”, a conferma del fatto che considerava quell’apostolo come simbolo di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui un giorno. E qui si potrebbe aprire un capitolo a parte sull’identità che hanno i credenti col Padre e il Figlio, ma credo non ve ne sia bisogno perché tutto il Vangelo è improntato su questa verità predicata, che emergerà in tutta la sua forza e potenza dopo la resurrezione e la discesa dello Spirito Santo.

Possiamo concludere anche evidenziando ciò che Gesù avrebbe potuto fare e non fece, a parte lo spiegare agli “esattori” il motivo per cui non pagava: non disse “voi non sapete chi sono io”. Non li cacciò, con le buone o le cattive non importa. Non disse “Guarisco muti, sordi, lebbrosi e paralitici e questo vi deve bastare”. Non si sottrasse al pagamento, dimostrando ai discepoli col miracolo del pesce che comunque era esente da quel tributo, come in effetti lo rimase, non mettendolo “di tasca propria”.

Invece, pensò a non turbare gli esattori, in buona fede, che si aspettavano di ricevere le due dramme da lui: ricevendole, avrebbero potuto testimoniare che Gesù, come tutti gli altri, aveva dato il proprio contributo al mantenimento del Tempio, quello stesso edificio che verrà distrutto nel 70 mettendo la parola “fine” ad un culto che non avrebbe avuto più ragione di essere stante l’apertura della nuova dispensazione voluta proprio da Dio Padre.

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11.32 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 3: NOTE SU MATTEO 18.9-11 (Prima parte)

11.32 – Il discorso ecclesiologico 3: note su Matteo 18. 9-11 (Prima parte)

 

9(…). È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.10Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [ 11] Poiché il figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto.

 

            Quando si esamina un testo fondamentale del Vangelo, è naturale seguire e cercare di approfondire gli insegnamenti più immediati, ma così facendo vi sono dei particolari che sfuggono; ecco allora che è necessario esaminare gli ultimi tre versi, ma anche aprire un collegamento ancora sugli scandali, alla luce di un episodio avvenuto prima del discorso ecclesiologico cui abbiamo dedicato, per ora, due capitoli. La postilla è un’annotazione fatta a mano su un testo e così, figurativamente, voglio intendere questo intervento e il successivo.

Prima nota va apposta alla seconda parte del verso nono: si tratta di una considerazione importante per chi rimane perplesso a fronte della necessità, per quanto figurata, di amputare la mano o il piede o cavare l’occhio, nel senso che “entrare nella vita con un occhio solo”, vale più che “con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco”;l’attaccamento a ciò che siamo, quindi che ci caratterizza e ci fa muovere nella vita decidendo cosa e come fare ed agire, qui si ferma, chiede una spiegazione. Preso con le faccende dell’esistenza, alcune obbligatorie ed altre per il suo esclusivo piacere o benessere, l’uomo dà molte cose per scontate: pensa che il domani gli appartenga e prende appuntamenti e impegni, sceglie e programma magari dove trascorrere l’estate o le feste, è intento a soddisfarsi o cercare di farlo e per questo cerca di mantenersi in salute, ma il verso in esame, parente di quello che invita a considerare l’utilità di guadagnare il mondo a fronte della perdita dell’anima, avverte che due mani, due piedi e due occhi non servono se poi si viene “gettati nella Geènna del fuoco”, espressione forte che conosciamo perché la Geènna era la valle di Ennon fuori da Gerusalemme dove ardevano perennemente dei fuochi che bruciavano i rifiuti. Mi sento di sottolineare quel “gettato”, che conferma il fatto che coloro i quali subiranno tale sorte avranno perso quell’autonomia a lungo cercata: nonostante la loro opposizione, verranno “gettati nella Geènna”perché considerati, appunto, rifiuti. E il rifiuto è un materiale di scarto o avanzo che non può essere utilizzato in alcun modo, per cui viene distrutto, eliminato.

Pensiamo: da individuo che voleva essere al centro di tutto, convinto di valere, chi si perderà finirà per non contare più nulla, sarà così stimato da Colui che avrà l’ultima parola, Gesù Cristo. Si tratta di una descrizione che, pur non con le stesse parole, troviamo in molte parabole, parte delle quali sono state esaminate.

Arriviamo così al verso 10, in cui Gesù torna al bambino che aveva chiamato e posto in mezzo a loro. Nostro Signore parla di “piccoli”, ma in modo diverso perché il riferimento non è più a chi è innocente o senza diritti, ma a chi deve crescere, pervenire allo stato adulto, di persona responsabile. Il bambino, qui, è allora colui che ha ancora tutto un cammino da percorrere sul quale non bisogna interferire scandalizzandolo e il verso prosegue in modo impegnativo per il lettore: “io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. Sono quindi angeli presenti alla Corte Celeste e questo verso potrebbe lasciar supporre, a livello immediato, che i “piccoli”godano di una protezione tutta particolare vista nell’opera dell’ “angelo custode”, ma questa idea andrebbe a scontrarsi con gli innocenti periti per la strage voluta da Erode il Grande e tutti quei bambini che da sempre muoiono nelle guerre, carestie o, purtroppo, per mano dei loro stessi genitori.

“I loro angeli”, invece, appare più un’espressione riferita a quegli esseri che Paolo, probabile autore della lettera agli Ebrei, definisce “spiriti amministratori mandati a servire coloro che lo temono”(Ebrei 1.14), diretti operatori attivi a seguito della venuta di Gesù profetizzata anche in Salmo 33.7 “Calerà l’Angelo del Signore attorno a coloro che lo temono, e li libererà”. Quella descritta in Ebrei 1.14 è una realtà difficile da enucleare, che va oltre l’assistenza ufficiale che troviamo negli annunci a Zaccaria, Elisabetta, Maria o Giuseppe, con gli inviati a sostenere Gesù dopo il digiuno nel deserto o, uscendo dal contesto dei Vangeli, con l’episodio in cui Pietro fu liberato quando era in carcere (Atti 12.6-12). Credo che il ruolo dell’angelo, tenendo presente comunque questi episodi, sia da connettere a quello descritto in Esodo 23.20-24 quando il popolo di Dio, Israele, era destinato ad entrare nella terra promessa, quella di Canaan, come oggi la Chiesa attende i “nuovi cieli e nuova terra”e i suoi componenti di incontrare il Dio Vivente e Vero dopo la morte del corpo.

Prima di leggere il passo di Esodo, teniamo presente che il popolo di Dio è sempre esistito ed è uno, Israele prima della venuta del Figlio, e la Chiesa da allora in poi che li comprende entrambi, pagani ed ebrei, perché sono stati “riconciliati tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia”(Efesi 2.16) in quanto, per la carne, lontani. Vediamo allora quanto ci è stato tramandato, inframmezzandolo con un breve commento: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti nel cammino e per farti entrare nel luogo che io ti ho preparato– notiamo il verbo “preparare” usato anche da Gesù quando disse ai suoi “vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto tornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”(Giovanni 14.1-3) –. Abbi rispetto della sua presenza, dà ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui”. Anche oggi quell’ “angelo”parla a noi attraverso la Scrittura e lo Spirito Santo, il Consolatore. Attenzione ora a come prosegue il testo: “Egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui”: anche qui viene spontaneo, riguardo alle parole “perché il mio nome è in lui”, il collegamento con quanto detto da Gesù dopo la Sua risurrezione, “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra”(Matteo 28.18) e altri, come il fatto che Lui e il Padre siano una cosa sola (Giovanni 10.30). Nel termine “Gli angeli loro”, quindi, si riassume tutto questo: promessa di assistenza e guida, presenze reali che spesso sottovalutiamo quali “spiriti amministratori”. Lo stesso velo, che le sorelle dovrebbero indossare nelle Assemblee cristiane, costituisce un segno distintivo da indossare per loro (1 Corinti 11.10 “Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli”).

Torniamo al testo: “Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quello che io ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari”. È quindi il comportamento dell’uomo, in positivo o in negativo, che determina il comportamento dell’ “angelo”, “Se fai quello che io ti dirò”. Abbiamo allora questo essere da una parte e l’uomo dall’altra che non può più agire, per l’elezione e le promesse ricevute, come se fosse indipendente, dando retta solo a se stesso e ai suoi progetti perché intimamente, indissolubilmente legato a Dio. E il “non separi l’uomo ciò che Dio ha unito”non vale solo per il matrimonio, ma per quel legame che il Signore stesso ha voluto, scegliendo la persona per farla sua. Nel nostro testo di Esodo 23, infatti, il credente è chiamato ad assumere una posizione netta, senza restare un punto di domanda di fronte agli altri: “Quando il tuo angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Evveo, il Gebuseo e io– non tu – li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dèi e non li servirai; tu non ti comporterai secondo le loro opere, ma dovrai demolire e frantumare le loro stele”.

Ora questi versi, scritti riguardo a popoli che vivevano un’altra dispensazione così come un modo di vivere diverso, parlano anche a noi per il comportamento che dobbiamo adottare nei confronti di chi ha dèi estranei, allora come oggi, visti in uno stile di vita, modo di ragionare, agire, pensare al di fuori di quel Dio di cui magari hanno sentito parlare, ma che non vogliono conoscere per dar luogo all’amore della verità per essere salvati. A volte tendiamo a sottovalutare il fatto che “tu non ti comporterai secondo le loro opere”non si riferisce soltanto a rimanere influenzati da un modo di ragionare e fare, ma sia un errore anche solo il salutare una persona e quindi parlare con essa ponendola sul nostro stesso piano. Così infatti scrive l’apostolo Giovanni: “chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie”(2 Giovanni 1. 8-11).

Ricevere una persona in casa equivale a renderla partecipe del nostro mondo, condividere con lei pensieri e dati facendolo un nostro pari. Giovanni qui non parla di una separazione di tipo farisaico, cioè porsi su un piano di superiorità arrogante, ma del fatto che si è diversi perché tra luce e tenebre non esiste cosa in comune e chi appartiene a Dio sarà sempre oggetto di attenzione distruttiva da parte di chi non è come lui, esattamente come fu per Abele con Caino.

Il nostro verso 10, allora, ha riferimento agli angeli come testimoni dello sviluppo del “bambino”o del “piccolo”, identificato in chi ha creduto, più che a un’attività di custodia e protezione perché altrimenti, nel caso citato di Caino e Abele, questi avrebbero clamorosamente fallito mentre spettava a Caino, primogenito, la responsabilità di essere tanto d’esempio, quando di rispettare e in un certo qual modo proteggere il fratello. E infatti il giudizio su di lui non fu da poco e, per coloro che scandalizzeranno i “piccoli”, vale l’esempio della macina da mulino.

“Disprezzare uno solo di questi piccoli”significa sminuire la loro testimonianza e la loro fede, certo quando è portata con parole e comportamento appropriato perché“chi accoglie voi, accoglie me”.

Altra postilla riguarda il verso undicesimo, non citato nella nostra versione ma presente in altre, che è un parallelo di Luca 19.10: “È venuto infatti il figlio dell’uomo a salvare ciò che era perito”, utilizzato come ponte tra l’insegnamento sui piccoli e la parabola della pecora perduta che esamineremo a breve.

Per riallineare poi il racconto cronologico ed estendere un poco quanto già scritto a proposito dello scandalo, resta da considerare un episodio avvenuto prima dell’inizio del discorso ecclesiologico, che sempre Matteo riporta in 17.24-27: di questo ci occuperemo nel prossimo capitolo.

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11.31 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 2: MANO – PIEDE – OCCHIO (Matteo 18.8-11)

11.31 – Il discorso Ecclesiologico 2: mano – piede- occhio (Matteo 18. 8-11)

 

8Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.10Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [ 11]

 

            Prima di iniziare a lavorare su questi versi, vale la pena ricordare la sintesi espressa da Gesù ai discepoli che verrà espressa da lì a poco: “In verità io vi dico, chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”(Marco 10.15). È una frase che sconfessa la teoria universalista, che purtroppo ha trovato adesioni in diverse Chiese, che sostiene che Dio sia troppo buono per non accogliere tutti nel suo regno perché il vero inferno è qui, su questa terra.

L’accoglienza del regno di Dio, fatta con la semplicità e l’innocenza di un bambino perché tali si diventa nel momento in cui lo si accetta assieme a Gesù Cristo, è però correlata a versi che già conosciamo sono parole che abbiamo cercato di affrontare quando abbiamo visto il sermone sul monte e che pongono il bambino da una parte e l’uomo maturo dall’altra perché, spiritualmente parlando, non ci può essere l’uno senza l’altro.

Gesù, trattando il tema dello scandalo, prima ha parlato di quello provocato da terze persone ed ora qui passa ad esaminare ciò che può sempre sorgere all’interno di noi stessi riguardo la mano, il piede e l’occhio, organi che ci parlano delle scelte che la nostra persona compie quotidianamente. Per evitare di lasciare nei discepoli l’idea che la colpa possa sempre venire da altri, ecco che subito il tema si sposta sull’individuo, sul singolo che molto spesso è il vero nemico di se stesso, principio confermato dal possessivo “tua”e “tuo”. Esaminiamo allora le tre parti anatomiche citate da Nostro Signore.

 

LA MANO

Ha connessione con la volontà immediata, indica lo strumento con il quale concretiamo i nostri progetti, idee, intenzioni dirette. Compare per la prima volta in Genesi 3.22 con le parole “Poi il Signore disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male– senza però essere in grado di portarla –. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita– diventato per lui incompatibile –, ne mangi e viva per sempre!»”. Ricordiamo poi Caino, che “alzò la mano contro il fratello Abele e l’uccise”(4.8), quella di Noè che, quando la colomba tornò all’arca, “stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé”.

Si prende per mano in segno di protezione (21.18, “Àlzati, prendi il fanciullo per mano, perché io ne farò una grande nazione”) e la si può tendere per lo stesso motivo, ma qui deve essere la persona ad accettarla. La mano è quella che constata gli effetti dell’assistenza-esistenza di Dio e qui gli esempi sono innumerevoli, da Mosè con bastone tramutato in serpente e viceversa, per non parlare della lebbra (Esodo 4: “Il Signore gli disse ancora – a Mosè –: «Introduci la mano nel seno!». Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò; ecco, la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. Egli disse: «Rimetti la mano nel seno!». Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco, era tornata come il resto della sua carne”) fino a Tommaso, che voleva metterla nel fianco di Gesù (Giovanni 20.25).

Arto delicato per l’ambivalenza che può assumere, veniva protetto per legge da cattive intenzioni: “Questi precetti che oggi ti do(…) te li legherai alla mano come un segno”(Deuteronomio 6.8). La mano rappresenta anche tutto ciò che potrebbe essere dato ad altri e invece viene tenuto per sé, quindi l’altruismo o l’egoismo: “Non chiuderai la mano al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova.(…) Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore tuo Dio ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano”(Deuteronomio 15.8-10).

In 1 Timoteo 2.8 l’apostolo Paolo scrive “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche”dove abbiamo un importante insegnamento perché pregare con le “mani pure”implica un esame di coscienza preventivo, a ricordare che la preghiera viene elevata senza che vi siano peccati non confessati, a Dio o a un fratello o sorella, che la renderebbero vana. È scritto infatti che “Mosè stese le mani verso il Signore: i tuoni e la grandine cessarono e la pioggia non si rovesciò più sulla terra”(Esodo 9.33), cosa impossibile se non si fosse trovato in condizioni di purezza, nonostante la sua condizione di uomo. Ma era uno strumento di Dio e tale doveva rimanere.

La letteratura sapienziale, poi, collega quest’arto all’operosità o alla negligenza: ricordiamo Proverbi 21.25 (“Il desiderio del pigro lo porta alla morte, perché le sue mani rifiutano di lavorare”), Qoelet 10.18 (“Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa”, Siracide 2.12 (“Guai ai cuori pavidi e alle mani indolenti e al peccatore che cammina su due strade”).

 

 

IL PIEDE

Se la mano agisce nell’ambito del perimetro raggiungibile dalla persona ferma, il piede è quello che consente al corpo di spostarsi e quindi, all’occorrenza, amplia enormemente le possibilità della mano. Si tratta però di un’applicazione secondaria perché il piede è visto più come arto deputato alla stabilità, oltre che mobilità. La parola “piede” compare per la prima volta in Genesi 8.9 quando “la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra”. Al plurale, invece, abbiamo Genesi 18.2 quando alle querce di Mamre si presentarono ad Abrahamo “tre uomini che stavano in piedi presso di lui”. Prima che allo spostarsi, allora, il primo riferimento è all’equilibrio, che può essere stabile o precario. Anche questo è importante a tal punto da venire citato, assieme agli altri due oggetto di riflessione, nel famoso verso della Legge “Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede”in Esodo 21.24.

La sua stabilità o meno è correlata all’ubbidienza a Dio: “Non permetterò più che il piede degli Israeliti erri lontano dal suolo che io ho dato ai loro padri, purché si impegnino ad osservare tutto quello che ho comandato loto, secondo tutta la legge che ha prescritto loro il mio servo Mosè”(2 Re 21.8); ricordiamo Salmo 26.12 “Il mio piede sta su terra piana; nelle assemblee benedirò il Signore”. Certo il piede è indispensabile per spostarsi, ma ha sempre riferimento al cammino spirituale, in bene o in male: “Poiché egli conosce la mia condotta; se mi mette alla prova, come oro puro io ne esco. Alle sue orme si è attaccato il mio piede, al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato”(Giobbe 23. 10,11).

Eloquente in proposito il libro dei Proverbi, “Allora camminerai sicuro per la tua strada e il tuo piede non inciamperà,(…) perché il Signore sarà la tua sicurezza e preserverà il tuo piede dal laccio.(…) Bada alla strada dove metti il piede e tutte le tue vie saranno sicure,(…) non deviare né a destra né a sinistra, tieni lontano dal male il tuo piede.(…) Quale dente cariato e quale piede slogato, tale è l’appoggio del perfido nel giorno della sventura”(3.23; 4.26; 25.19).

Da citare il calcagno, l’osso più voluminoso del tarso, che costituisce il tallone: conosciamo l’espressione “alzare il calcagno” contro qualcuno, che allude al ferire con frode, ma anche tendere delle trappole per neutralizzare. Il verso più noto in proposito è quello relativo al giudizio sul serpente, “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe – quindi figli di Dio e figli dell’Avversario –: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”(Genesi 3.15): effettivamente Gesù fu dato in mano agli uomini che fecero di lui non quello che vollero, ma ciò che fu loro concesso. Lui stesso, parlando di Giuda ai Suoi, disse “…deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”(Giovanni 13.18).

 

 

L’OCCHIO

Organo della vista, ne abbiamo parlato affrontando il sermone sul monte. Se mano e piede necessitano di comandi per lo più coscienti da parte del cervello, l’occhio spesso agisce autonomamente in base alla personalità, all’indole dell’individuo e va qui affrontato non sotto l’aspetto neurologico, ma psicologico perché la funzione visiva in un soggetto sano è costituita non solo dalle sue caratteristiche anatomo-funzionali, ma comprende anche processi percettivi, cognitivi ed emozionali. L’occhio allora è uno strumento di analisi, ma agisce anche in autonomia, istintivamente ed è su questa caratteristica che Gesù intende spostare l’attenzione dei suoi uditori, essendo nota la massima secondo la quale “l’occhio non si stanca mai di guardare né l’orecchio di udire”; può allora far cadere la persona in peccato non tanto senza che questa se ne accorga, ma innescando dei processi giustificativi dell’azione facendo che la mente, che dovrebbe controllarlo e dominarlo, venga messa in subordine.

Ricordiamo le parole che descrivono il primo peccato: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per avere saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò”(Genesi 3.6). L’occhio fu responsabile di tutta una catena di processi che portarono al diluvio, quando leggiamo nella sua premessa “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta”(Genesi 6. 1,2); questo verso non pone l’accento sul fatto che costituisca un peccato sposare una bella donna, ma il sistema che si era venuto a costituire visto nel degrado dell’umanità. Rileggiamolo: “I figli di Dio– cioè quelli che avrebbero dovuto metterLo al centro della loro vita – videro– l’occhio – che le figlie degli uomini– cioè di persone che non avevano la loro stessa elezione – erano belle– cioè potevano costituire un’alternativa molto più immediata alla loro realizzazione, per quanto carnale – e se ne presero per mogli a loro scelta– cioè più di una, secondo il loro capriccio –“. “Figli di Dio” e “figlie degli uomini” sono termini che alludono alla mescolanza di due stirpi diverse. E dopo un certo tempo, che possiamo calcolare ma che non viene specificato, leggiamo che “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”(v.5).

L’occhio, allora, aveva preso il sopravvento sulla ragione quasi senza che quelle persone se ne rendessero conto e la concupiscenza non solo verso il corpo femminile, ma tutto ciò che poteva costituire attrattiva per essere posseduta, era diventato dominante, unica ragione di vita. Come oggi. L’occhio fu anche causa della rovina di Acan, personaggio davvero emblematico che non ho mai dimenticato dalla prima volta in cui ho letto di lui, e della sconfitta degli Israeliti nella battaglia contro “quelli di Ai”: dalla lettura dei capitoli 6 e 7 del libro di Giosuè apprendiamo che, contrariamente alla legge dello sterminio che proibiva a chiunque di impadronirsi degli averi del nemico, Acan non fu in grado di distogliere il suo occhio da un mantello, duecento sicli d’argento e un lingotto d’oro che prese per sé durante la presa di Gerico. Ricordiamo infine un altro episodio già citato, quello di Davide che vide nuda alla finestra la moglie di Uria e questo fatto, di per sé banale, non controllato, portò a un adulterio, a un omicidio e alla morte del bimbo da lei partorito.

 

Ho citato tre casi, quelli per me più degni di nota, che ci parlano del fatto che l’occhio può portare molta rovina se non viene gestito a monte dallo Spirito ed è proprio a questa realtà cui fa riferimento Gesù quando parla di tagliare, cavare e gettare via: sono azioni che alludono ad una procedura particolare vista nella costante vigilanza sulla carne riguardo ai tre organi citati, la cui cattiva gestione può portare a conseguenze imprevedibili anche perché, come esseri umani, saremo sempre pronti a giustificare ogni nostro comportamento negativo, a distrarci sottovalutando la rovina cui possono portare. Ecco la necessità di pregare il Solo che può preservarci, mantenerci vigili, aiutarci a combattere senza pietà – uso un’espressione forte – noi stessi, il nostro “uomo vecchio”.

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11.30 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 1: I BAMBINI E GLI SCANDALI (Matteo 18.1-7)

11.30 – Il discorso Ecclesiologico 1: i bambini e gli scandali (Matteo 18.1-7)

 

1 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 2Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. 5E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.6Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. 7Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!

 

            Per ragioni di spazio e per non appesantire queste letture che credo non facili, non è stato detto che la questione su chi fra i discepoli fosse il maggiore provocò un insegnamento molto più articolato di Gesù, rivolto strettamente a loro, noto come “discorso Ecclesiologico” che affronteremo in più parti. Prima di iniziare la prima di questo discorso, non possiamo ignorare la differenza fra il racconto di Marco, che abbiamo affrontato nel capitolo precedente, “Per la strada avevano discusso su chi di loro fosse il più grande”, e la narrazione di Matteo, che riporta un’apparente, analoga domanda a tal punto che verrebbe da chiedersi quali furono davvero le parole pronunciate da entrambe le parti. In realtà Gesù non disse una sola cosa, ma tante che ciascun evangelista riporta a seconda dell’accento che intende dare al discorso.

Marco, allora, riferendociallo scorso capitolo, riporta la prima risposta alla questione che i discepoli non osarono porre al loro Maestro, cioè chi tra loro fosse il più grande, mentre Matteo la inquadra secondo un contesto più ampio, “Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?”: notiamo che viene omessa la parte che più riguardava i dodici da vicino, “di noi”, ma viene estesa anche al futuro, o se vogliamo al “non tempo” dell’eternità. “Regno dei cieli”come realtà presente, ma anche definita con la sua struttura eterna, con l’avvento dei “Nuovi cieli e nuova terra”. E qui la risposta di Gesù si rifà a quel particolare riferito alla nuova nascita nel senso pratico, quello di convertirsi e diventare come i bambini.

Nei versi che abbiamo letto il discorso verte su tre argomenti che nessuno può interpolare: la conversione coi suoi effetti, la mutazione della persona ad essa conseguente, gli scandali. Stupisce soprattutto la nuova descrizione della conversione, perché se Giovanni Battista la predicava come mezzo per andare verso Cristo, “ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino”, quello che voleva dire Gesù sarà spiegato proprio da Pietro nel tempio: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù”(Atti 3.19). La cancellazione dei peccati implica un rapporto nuovo con Dio, che prima si teneva lontano dal peccatore. Poiché il popolo, tramite i suoi capi, aveva già crocifisso Nostro Signore, questi non sarebbe stato potuto essere mandato se non con una rivoluzione interiore e non eclatante come si credeva: “vi mandi”nel senso che sarebbe stato inviato a ciascuno individualmente e non collettivamente, come popolo eletto. Scopo della conversione, allora, è quella di ricevere l’Unico Autore della salvezza, con lo Spirito Santo promesso.

Ricordiamo che, quando Nicodemo incontrò Gesù per la prima volta, riteneva il tornare bambino, il “rinascere”una cosa inconcepibile: vedeva infatti l’uomo come il risultato di un processo di crescita, in peso, statura e coscienza, ma dimenticava l’atteggiamento, l’essenza, le caratteristiche del bambino rapportate a Dio Padre. Davide, nonostante fosse uomo di guerra, re vittorioso, ma purtroppo anche adultero e omicida (perdonato) così parla in Salmo 131.1,2:“Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano verso l’alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me – come fanno tutti gli uomini che appartengono a questo mondo –. Io invece– cioè in opposizione alla corrente, al contrario degli altri che la seguono – resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia”. L’anima, il suo essere, in contrasto al suo aspetto di uomo di guerra e re d’Israele.

Non può sfuggire il fatto che siamo chiamati ad essere bambini solo di fronte a Dio, e non ai nostri simili che altrimenti ne approfitterebbero e ci sfrutterebbero, per quanto sappiamo che “i figli di questo mondo sono più avveduti di quelli della luce”;questo si verificherà, potenzialmente, sempre. Quello dell’essere o diventare bambini è un aspetto molto importante che verrà approfondito tanto da Pietro quanto da Paolo che mettono in guardia i credenti perché non lo impieghino unilateralmente: “Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi– che richiedono maturità e la consapevolezza di trovarsi in un “terreno minato” –. Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi”(1 Corinti 14.20). Pietro, poi, scrive “Come bambini appena nati, desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, se davvero avete gustato che buono è il Signore”(1 Pietro 2.2,3). Bambini da un lato, uomini dall’altro. E come un bambino si trova al sicuro e tranquillo nella propria casa coi propri genitori, così dovrebbe essere per il credente la Chiesa, sua nuova famiglia, cosa che purtroppo non sempre avviene; qui entriamo nel discorso degli scandali, cioè in quei sassi posti perché gli altri possano inciampare. E penso a certi pastori, anziani o sacerdoti che con il loro comportamento allontanano le anime anziché recuperarle e parlare amorevolmente con loro.

Ancora una volta è d’obbligo il confronto con il Dio Vivente: “Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo: «In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi. Poiché io non voglio contendere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato”(Isaia 57.15,16).

Capiamo? Qui c’è la descrizione dell’irraggiungibilità di YHWH, “Alto”ed “Eccelso”che abita in un luogo dalle stesse caratteristiche, precluse all’uomo, che però è coi bambini visti nella figura degli “oppressi e umiliati”perché così sono, come abbiamo visto quando abbiamo parlato del bambino come essere privo di diritti. Se Dio fosse sempre adirato con la sua creatura “verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato”, cioè vi sarebbe un altro diluvio, per quanto con forme diverse, come sarà con la Grande Tribolazione e la fine del tempo che non vivremo.

E possiamo affermare che fino a quando l’uomo resterà sempre quello che è, penserà sempre alle cose basse e ad esse si dedicherà perché non potrà farne a meno, si porrà sempre come oppositore di Dio, precludendogli ogni intervento. Invece “Umiliatevi davanti al Signore, ed egli vi esalterà”(Giacomo 4.10) e, dopo questa esperienza personale, l’essere umano, una volta saputo che il proprio nome era scritto nel libro della vita e che farà parte della Chiesa, troverà ragione e scopo quanto scrive Pietro nella sua prima lettera, 5. 5,6: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi”. E l’umiliazione consiste nel confessare al Signore la propria bassezza, rinunciare a qualsiasi pretesa e affidarsi a Lui.

Solo il diretto interessato (e naturalmente Dio che vaglia, premia o riprende) può sapere se veramente si sarà fatto piccolo e notiamo che l’apostolo Pietro parla di “rivestirsi di umiltà”, quella vera che, essendo un vestito, può essere simulato, indossato da chi bambino non è; ecco perché si parla di individui “che vengono voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”. Lupi che sbranano, ma anche pongono ostacoli nel cammino di fede anziché correggerlo e indirizzarlo correttamente. Qui viene chiamato il discernimento degli spiriti, che vanno provati “per vedere se sono da Dio”, e soprattutto l’indossare quell’armatura di cui abbiamo già parlato in un precedente capitolo, che abbiamo visto proteggere tutti gli organi vitali, reperibile in Efesi 6. Un’armatura che chiaramente un bambino non indossa, ma un uomo chiamato al combattimento certamente sì: “Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo”(Efesi 6.11). Il “bambino”non è in antitesi all’uomo maturo, ma ci parla dell’innocenza e dell’essere indifeso che trova nel Signore l’unico riparo e conforto possibile. Il “bambino”è anche quello che è appena “nato di nuovo”, che ha bisogno di un sostegno particolare da parte di chi gli ha presentato il Vangelo: portare infatti un’anima a Cristo implica un esempio e soprattutto  una guida dottrinale e spirituale che non può essere lasciata al caso, per cui “scandalo”non è solo ciò che incanala verso pratiche estranee al cristianesimo, il più delle volte importate dall’ambiente pagano, ma anche quella promiscuità che fa leva sulla carne, incompatibile con lo Spirito.

Abbiamo parlato dei “lupi rapaci”, ma guardando alle parole sugli scandali che riporta Luca troviamo un particolare importante e cioè in 17.1,2 Gesù dice “…è meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!”. L’ultima frase, la messa in guardia di Gesù, riguarda anche i discepoli ed è pronunciata proprio in vista del ruolo che avrebbero avuto, quello di pascere il gregge, compito impossibile a farsi senza una dedizione che nella Chiesa è reciproca. Ricordo, quando fui battezzato, che mi si avvicinò un fratello che mi disse “Adesso io sono responsabile di te, e tu sei responsabile di me”, a sottolineare che anch’io avevo una funzione da adempiere perché il mio comportamento, per quanto elementare, poteva edificare quanto distruggere, rallegrare spiritualmente quanto contristare. Ero chiamato alla maturità che avrei conseguito negli anni, ad un cammino, ad una crescita che si realizzasse attraverso il confronto con la Parola di Dio, ma anche con i fratelli.

La frase di Gesù “State attenti a voi stessi!”implica il procedere attraverso passi ponderati, come ad esempio il caso di quei credenti in Roma che, consapevoli di non peccare, mangiavano liberamente qualunque cibo, quando c’erano altri che si scandalizzavano di questo. Paolo scrive allora “Se per il cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti secondo carità. Non mandare in rovina per il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto!”(14.13-15).

Ancora, in 1 Corinti 8.9-13: “Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa e se ne mangiamo, non abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò più carne, per non dare scandalo al mio fratello”.

Entriamo qui allora in un ambito particolare, vale a dire ciò che è alla radice dell’animo di chi è in grado di discernere – seguendo l’esempio citato da Paolo – che il mangiare delle carni sacrificate a idoli pagani non è più un peccato, ma nel momento in cui questo è di intoppo per gli altri, allora questo gesto diventa dannoso perché ostacolo per un credente debole, “un fratello per il quale Cristo è morto”. Si tratta di un tema da trattare con attenzione, perché qui non si parla di fratelli pettegoli, chiusi e rigidi sempre pronti a giudicare, ma di persone la cui coscienza viene turbata realmente e nel profondo a fronte di argomenti di importanza del tutto secondaria, come dalle parole “se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa e se ne mangiamo, non ne abbiamo alcun vantaggio”.

Diverso fu il caso di quanto Pietro fu rimproverato dai Giudei con le parole “Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!”(Atti 11.2), evidentemente riferendosi a quanto avvenuto in casa del centurione Cornelio; quei Giudei, ascoltate le sue precisazioni, è scritto che “si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!»”(v.18).

L’avviso “State attenti a voi stessi”viene formulato da Gesù proprio perché spesso è la struttura del nostro essere umano che può portarci ad azioni avventate, come fu per Pietro che, lasciando agire il suo essere umano, ebbe per un certo periodo un comportamento poco corretto nella Chiesa: “Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò ad evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Barnaba si lasciò attrarre nella loro ipocrisia. A quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”(Atti 2,11-14).

L’attenzione verso noi stessi è primo vero metodo se intendiamo prima progredire e poi essere d’aiuto per portare il Vangelo al nostro prossimo. Siamo chiamati a curarci, sempre, ed in questo vediamo l’impegno nel togliere la trave dal nostro occhio, le domande su cosa abbiamo fatto di giusto o sbagliato nel giorno che Dio ci ha mandato, i frutti portati, siano essi rappresentati dal trenta, sessanta o cento. Amen.

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11.24 – IL PROFETA ELIA II/IV: L’INTERPRETAZIONE (Matteo 17.3-8)

11.24 – Elia  II: l’interpretazione (Matteo 17. 3-8)

 

10Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». 13Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

 

Redatta, per quanto brevemente, la “carta di identità” di Elia, cercheremo di affrontare un problema piuttosto ostico, e cioè la domanda dei discepoli, “perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”che riflette l’opinione degli ebrei del tempo. La risposta di Gesù è lapidaria, va al nocciolo della questione e presenta ciò che i dodici dovevano sapere per non sviarsi, e cioè “Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto”, con chiaro riferimento alla persona e all’opera di Giovanni Battista. Qui Gesù dà ai suoi discepoli l’interpretazione corretta a fronte di una quantità di opinioni che li disorientavano, cosa che per noi non è perché, a differenza di loro, possiamo contare sulla totalità del Vangelo scritto e delle Epistole.

Per avere un quadro generale delle opinioni attorno a Elia a quel tempo occorre prendere in esame gli scritti di allora, come la letteratura intertestamentaria, cioè quella costituita dagli scritti non ritenuti sacri oltre i libri non accettati dal canone ebraico (Giuditta, Tobia, I e II Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc e la versione greca del libro di Ester). Accanto a questi ve ne sono altri che, nonostante non accolti e posti sullo stesso piano degli altri, forniscono comunque testimonianza non della Verità, ma di quella che era l’opinione dell’autore e di quanti la condividevano.

Si riteneva ad esempio che Elia, con Mosè, Isacco, Giacobbe, Giosuè e Daniele, sarebbe tornato con tutti gli altri profeti che il popolo aveva ucciso oppure che, giungendo su un carro di fuoco, quel profeta avrebbe comunicato i segni che avrebbero annunciato la fine del mondo, come tenebre, fuoco e caduta delle stelle. Potrebbe sembrare un estensione  di Malachia 3.23, (“Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore”), ma in realtà era interpretato come evento autonomo. Del I sec. a.C. è il libro di Enoch, che collega Elia strettamente al Messia in una visione nella quale agisce prima del giorno del giudizio come Suo precursore ma, nonostante questo, pare essere considerato come figura salvifica autonoma.

Abbiamo poi la letteratura di Qumran, nella quale il profeta è presente in un solo frammento in aramaico in cui leggiamo “Vi manderò prima Elia” senza specificare di cosa. L’ attesa di un precursore, comunque, non si era interrotta, ma continuava in molti ambienti, compreso quello degli Esseni che gli attribuivano un ruolo di riconciliazione visto nella frase “In verità i padri vanno dai figli”. Si tratta di due frammenti importanti, perché testimoniano che nella Palestina in cui poi operò Gesù c’era effettivamente questa attesa elianica prima di un evento che avrebbe risollevato il popolo d’Israele. Una visione certo confusa, ma corretta se interpretata alla luce dei dati che abbiamo oggi.

Nella letteratura Targumica, cioè quella inerente la versione aramaica della Bibbia, andando l’ebraico progressivamente in disuso, Elia è raccordato a Fineas, uno dei capi delle casate dei leviti secondo Edodo 6.25. Fineas uccise con una lancia Zimbri con la moglie Cozbi, madianita, perché la loro unione aveva violato il divieto di Dio di unirsi con pagani; successivamente, in Numeri 13.6-7, Fineas è citato come uno dei capi nella spedizione contro i madianiti, rei di aver portato il popolo di Israele all’idolatria. Fineas, che nella tradizione dell’Antico Patto ricopre il ruolo di chi punisce l’idolatria e la contaminazione coi pagani,  è definito in un manoscritto “l’altro sacerdote Elia, che alla fine dei giorni sarà mandato dagli esuli di Israele”, identificazione fatta perché le parole “messaggero” e “alleanza” vengono usate nella Scrittura per entrambi, Elia e Finees.

Abbiamo infine gli scritti rabbinici che presentano il tema del ritorno di Elia molto frequentemente: nella maggioranza di questi testi il fatto che avrebbe convertito “il cuore dei padri ai figli”e viceversa era interpretato col fatto che avrebbe risolto tutte le dispute al fine di costruire la pace nel mondo, ma anche tutte quelle questioni teologiche sulle quali i rabbini non erano d’accordo o non in grado di fornire delle risposte. Elia sarebbe stato l’arbitro definitivo, decidendo sulle questioni genealogiche, regolarizzando i matrimoni misti in vista della purità rituale e, in altri passi, sarebbe stato anche responsabile della resurrezione dei morti.

Riassunto, forse banale ma stringato di tutte le convinzioni, è che il riferimento al Messia era secondario e la convinzione più forte era quella che Elia avrebbe caratterizzato l’era messianica, anche se non si sapeva bene come. Una forte traccia di questa confusione la vediamo alla croce, quando in Matteo 27.47-49, al grido “Elì, Elì, lemà sabactàni?” udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia».(…) Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se Elia viene a salvarlo!»”.

Tenendo presente il principio rivelato da Gesù “Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto, anzi hanno fatto di lui ciò che hanno voluto”, in un manoscritto del III secolo d.C., ci si chiede se si può bere vino nel giorno della venuta del Messia e si risponde che è vietato “perché Elia non è ancora venuto”.

È indubbio che in molti scritti giudei del I secolo a.C. era radicata la convinzione che Elia sarebbe venuto prima del “giorno del Signore”e, di conseguenza, era facile considerarlo come precursore del Messia.

“Prima”, quindi riprendendo la domanda dei discepoli, “deve venire Elia”: è un’opinione alla quale dovevano aver creduto e sarebbe rimasta latente in loro se non lo avessero visto – e sentito – parlare con Gesù alla trasfigurazione; da quella visione sul monte, allora, derivò un disorientamento perché non riuscivano a capire come mai proprio quell’Elia, presente fisicamente a poca distanza da loro, non fosse venuto “prima”, ma si fosse rivelato solo in quella circostanza.

A questo punto Gesù fuga ogni dubbio, e cioè che l’insegnamento degli scribi era corretto, perché “Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa”, oppure “Veramente deve prima venire Elia”(Marco 9.13) dove quel “prima”si riferisce proprio a “prima”di Gesù. Per inquadrare correttamente i due versi, in cui il “venire” è messo da Matteo al futuro perché gli preme collegarsi a Malachia, occorre rifarsi alle nozioni che già possediamo su Giovanni Battista e andare a quegli episodi che abbiamo già esaminato, dall’annuncio a Zaccaria alle sue risposte alla delegazione venuta a Gerusalemme per interrogarlo. Il “ristabilirà ogni cosa”detto da Gesù non vuol dire che la predicazione dell’Elia che lo aveva preceduto avrebbe avuto un effetto immediato negli uomini, ma rivela le intenzioni di Dio riguardo ad Israele, cioè che avrebbe potuto convertirsi. Il “ricondurre il cuore dei padri verso i figli”e viceversa è una verità riferita alla connessione fra l’Antico e il Nuovo patto in un legame indissolubile di continuità e aggiornamento, rivelazione. E il “ristabilirà”di Elia-Giovanni Battista non si riferisce ad una sorta di edificazione miracolosa, ma al verificarsi di una serie di eventi riconoscibili da chi avrebbe voluto davvero accogliere il Cristo e non altri. Giovanni, infatti, sappiamo che è l’ultimo profeta della dispensazione della Legge, il ponte fra la vecchia e la nuova, e il primo della Grazia.

Come la storia di ogni uomo è costituita da piccoli, ma incessanti passi e tappe, così avviene per il popolo di Dio, sia questo Israele oppure la Chiesa. Ricordiamo le parole di Gabriele: “Ricondurrà molti figli di Israele al Signore loro Dio”, cioè porrà le basi perché questo possa avvenire. Nel suo ministero, Giovanni Battista fece proprio questo, cioè predicò il ravvedimento, in vista del Salvatore. Nel “ristabilirà ogni cosa”possiamo così discernere tutti i tentativi possibili perché gli uomini potessero porsi nelle condizioni di accogliere il Cristo e, se leggiamo gli episodi in cui Giovanni fu protagonista, vediamo che ebbe sempre una funzione perché il cuore degli uomini fosse mosso all’accoglimento del Figlio di Dio: predicò, battezzò, quando venne il momento indicò in Gesù “l’Agnello di Dio”e si mise da parte con le parole “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”(Giovanni 3.30), a conferma del fatto che la sua opera stava per concludersi.

Il “ristabilire” di Elia-Giovanni è poi collegato a quello di Gesù Cristo, secondo il discorso di Pietro nel Tempio: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi – nei vostri cuori – colui che vi aveva destinato come Cristo cioè Gesù. Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, della quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall’antichità” (Atti 3. 19-21). Questa è stata la funzione di Giovanni Battista-Elia, un tassello importante in vista della realizzazione di quel progetto, di respiro ben più ampio, che è la nuova creazione in cui vivranno tutti coloro che hanno creduto e agito secondo quanto è a loro stato dato.

“Elia è venuto e non l’hanno riconosciuto”: c’è una chiara accusa in queste parole, riferita alla cecità della mente e del cuore che il Battista stesso aveva denunciato con la frase “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire l’ira futura?”(Marco 1.15), domanda che viene rivolta perché lì il loro “maestro” non poteva essere che l’Avversario cui gli scribi e i farisei davano ascolto.

“Anzi, hanno fatto di lui ciò che hanno voluto”, chiaro riferimento da un lato alla congiura dei due gruppi perché fosse arrestato da Antipa, e allo stesso re che non diede ascolto alle sue parole e a quel senso di timore che queste generavano il lui. “Ciò che hanno voluto”, cioè consapevolmente, per quell’ “ignoranza” che non è frutto di un non sapere, ma di un non voler distinguere i segni dei tempi non accogliendo le Parole di vita eterna. “Tu solo hai parole di vita eterna”.

Gesù conclude il suo intervento con parole semplici, “così anche il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”: la Parola che “si è fatta carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, che avrebbe dovuto suscitare la conversione del Suo popolo, verrà da lui condannata a morte e uccisa; così fanno tutti coloro che hanno uno spirito contrario. È probabile che Matteo qui riporti questa frase impiegata nel tentativo di far comprendere ai discepoli un principio che per loro rimase incompreso e che Marco ci consente di identificare: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti”(9. 9,10).

Con l’espressione “soffrire molte cose”, Gesù allude poi alle sofferenze morali e spirituali che il Suo Sacrificio avrebbe comportato, condizione che Marco descrive col termine “annichilito”, più corretto rispetto a “disprezzato” che altri riportano. “Annichilire” ha infatti tra i suoi sinonimi “annientare”, “ridurre al nulla”, distruggere”. E qui sempre l’apostolo Pietro dice “Voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”(Atti 2.23,24). La volontà degli iniqui a fronte di quella di Dio. “Voi avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse consegnato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato dai morti”(3.14).

Il verso che conclude l’episodio in cui Gesù scendeva dal monte coi suoi, testimonia quanto sia distante l’insegnamento dello Spirito da quello della carne: “Allora essi compresero che parlava di Giovanni Battista”: per loro era importante capire “Perché dicono gli scribi che prima deve venire Elia”, lasciando in secondo ordine la morte del loro Maestro. È bello però vedere che, dalle parole di Pietro citate poco prima in Atti, parlò proprio di quella morte salvifica facendo riferimento alle verità infinite contenute nella morte e resurrezione di Gesù. La rivelazione pose lui e gli altri undici in un altro ambito di conoscenza ed esperienza oggi a portata di ogni cristiano, ma cui ben pochi pensano. Amen.

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11.22 – LA TRASFIGURAZIONE III/III: MOSÈ ED ELIA

11.22 – La trasfigurazione III: Mosè ed Elia  (Matteo 17. 3-8)

 

3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. 9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

L’estrema particolarità del racconto si apre con “Ed ecco”, riferita al momento in cui il volto e il vestito di Gesù raggiunsero il massimo del loro splendore. Solo allora “apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. A questo punto è spontaneo chiedersi come abbiano fatto i tre testimoni a sapere chi fossero i “due uomini” (Luca 9.30) che apparvero e parlarono con Lui. Il fatto che Luca li descriva così, “due uomini” e che solo dopo precisi la loro identità ci dice che, quando apparvero, i discepoli non sapevano chi fossero, per cui solo ascoltando le parole che si dissero Gesù, Mosè ed Elia, arrivarono a scoprirne l’identità.

Matteo e Marco tacciono sull’argomento, ma Luca, evidentemente dopo avere interrogato Pietro sullo specifico, scrive “…parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (v.31): il rappresentante della Legge, in quando fu Mosè a darla al popolo per ordine di Dio, e quello dei profeti, ci parlano di perfetta congiunzione, continuità perché tanto l’una che l’altra – Legge e Profezia – convergevano in un unico punto, il Figlio di Dio fattosi uomo. È molto importante la presenza di Elia perché, come Enoch, non conobbe la morte venendo rapito mentre era ancora in vita.

Ciò a cui i tre discepoli assistevano, era proprio questo: Mosè ed Elia parlano con Gesù del suo “esodo”, cioè della morte che avrebbe affrontato ed è singolare il termine usato, “exodos”, non confondibile con “exitus” perché qui Luca usa lo stesso termine impiegato per descrivere l’uscita degli Israeliti dall’Egitto per la terra di Canaan. L’ “exodos”, che qui ci dà l’idea della morte, in realtà allude alla Sua resurrezione ed ascensione al cielo con cui Gesù abbandonerà – come uomo – fisicamente per sempre la Terra.

Mosè incontrava di persona Colui del quale aveva profetizzato, “il fine – cioè lo scòpo – della Legge”, Elia Colui che nei tempi antichi gli aveva parlato e la sua presenza lì, ad esempio al posto di Isaia, Daniele, Geremia o altri profeti illustri, trova la sua ragione nel fatto che la sua persona, unitamente a quella di Enoch, è conservata per il tempo della fine quando torneranno entrambi sulla terra per esercitare la loro testimonianza. Ricordiamo sempre che Gesù è al tempo stesso punto di arrivo per le profezie dell’Antico Patto, per lo meno di molte, e di partenza per la Nuova Creazione, avvenuta o che si sta costruendo spiritualmente, ma non ancora materialmente nel senso di manifestazione chiara, ufficiale, come verrò definitivamente sancito con l’avvento dei “Nuovi cieli e nuova terra dove dimora stabile la giustizia”.

Sull’opera dei due testimoni, va detto che sarà talmente grande e importante da rendere impossibile riferimenti diversi al di fuori di Elia ed Enoch proprio perché il loro rapimento, avvenuto nell’antichità, non avrebbe altrimenti senso. Leggiamo ciò che scrive di loro Giovanni, tenendo presente che usa un linguaggio figurato, compatibile con le sue conoscenze di uomo del primo secolo: “Questi sono i due olivi – simbolo di giustizia e sapienza – e i due candelabri – simbolo di luce – che stanno davanti al Signore della terra. Se qualcuno pensasse di far loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di far loro del male. Essi hanno potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. Uomini di ogni popolo, lingua e tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri – televisione satellitare o internet – per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra. Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con un grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: «Salite quassù» e salirono in cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo” (Apocalisse 11.6-13).

Ho voluto aprire questo squarcio sul futuro per non lasciare un vuoto sulla funzione di Elia, che come quella di Enoch deve ancora concludersi non essendo entrambi passati attraverso la morte del corpo, ma l’oggetto della sua conversazione con Gesù fu comunque imperniata sul Suo “esodo” perché solo grazie alla Sua morte e resurrezione sarebbe stata rivelata in modo inequivocabile l’immortalità di tutti coloro che a Cristo sarebbero appartenuti: la loro vita non cesserà con la morte del corpo, ma il nostro spirito e anima torneranno a Dio.

Non avendoci lasciato le parole che si dissero Gesù, Mosè ed Elia, non possiamo ipotizzare quanto tempo durò il loro dialogo; fatto sta che, avuta l’occasione, Pietro non esitò a caratterizzare la propria natura con un intervento inopportuno, dovuto alla paura irrazionale per tutto ciò di cui non riusciva a capacitarsi, oltre al sopravvalutare la sua persona. Marco dice che Pietro “non sapeva cosa dire, perché erano spaventati”, Luca “Egli non sapeva quello che diceva” e ricordiamo che Mosè stesso, quando si trovò sul Sinai, è scritto che “Lo spettacolo era così terrificante che Mosè disse «Ho paura e tremo»” (Ebrei 12.21).

Nel nostro caso Pietro, spaventato, non sa cosa fare – ma non sarebbe stato sufficiente ascoltare, dato che era protetto comunque dal suo Signore? – e si indirizza verso un gesto teso a trattare tutti grossolanamente nello stesso modo, pur rivolgendosi a Gesù per primo: “Signore, è bello per noi essere qui! – e “bello” non ha nulla a che vedere con la paura, per cui pronuncia una frase di circostanza – Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Era la sua reazione di fronte a ciò che non comprendeva, ponendo comunque se stesso e Giacomo con suo fratello in secondo piano, perché le tende per loro non le menziona.

Pietro s’inserisce così a sproposito in un contesto di una tangibilità spirituale unica, ma provoca un evento teso a distruggere qualunque attività superstiziosa o comunque fuori luogo, estranea dalla logica ed aspettative di Dio Padre: “Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. I traduttori del nostro testo, però possono generare confusione con quel “li”, poiché non è chiaro se si riferisca ai discepoli o a Gesù, Mosè ed Elia. Luca scrive “Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura”. La traduzione Diodati, meno interpretativa, riporta “Mentre egli diceva queste cose, venne una nuvola che adombrò quelli, e i discepoli temettero, quando quelli entrarono nella nuvola”.

Va prestata attenzione al tipo di nube, che Matteo non a caso è l’unico a specificare poiché parla di “una nube luminosa” affinché i suoi lettori ebrei potessero identificarla con la Sekinah, la stessa che indicava al popolo che Dio era presente in mezzo a loro, quella che lo condusse nel deserto, che prese possesso nel tempio di Salomone e che accolse Cristo nella sua ascensione. La nube copre Gesù, Mosè ed Elia e la voce del Padre esorta i testimoni, e quindi noi, ad ascoltare “il Figlio mio, l’amato, in cui ho preso il mio compiacimento”, non altri, non i presenti all’incontro con Gesù nonostante la loro autorevolezza. Allo stesso modo il cristiano si deve ben guardare dall’ascoltare altri voci che non siano quelle del Cristo e soprattutto non farle ascoltare, come fa la Chiesa di Roma promuovendo, fortunatamente non sempre, un politeismo anomalo o, meglio, inserendo degli dèi minori quali coadiutori del Padre e del Figlio.

Eppure, il concetto dell’Unicità e Identità di Dio risiede nel concetto stesso della nuvola che significava la presenza dell’Eterno agli occhi degli uomini dell’Antico Patto, che qui avvolge Gesù, Mosè ed Elia e, dopo l’invito ad ascoltare il Figlio, si dissolve lasciandolo solo, non più trasfigurato. Pietro, Giacomo e Giovanni udirono la voce di Dio, e “caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”: fu una voce diversa da quella di Gesù, che parlava con un timbro umano quindi rapportata al loro udito limitato.

Mi sono chiesto perché gli apostoli furono presi da timore e credo che la risposta risieda nel fatto che capirono sia cosa fosse quella nube, sia che la voce di Dio aveva nelle sue corde il passato, il presente e il futuro oltre che la stesa eternità. Il loro timore fu provocato, come fu per altri che li avevano preceduti, dalla limitatezza che ogni essere umano ha a prescindere perché di fronte alla perfezione e alla santità di YHWH nessuna imperfezione può esistere. La paura che sorse provenne da questo e Gesù dovette fare due cose per risollevare quelle persone impaurite, toccarli e parlare loro dicendo di non temere, rivelandosi ancora una volta come tramite fra la potenza e l’infinito assoluto del Padre e l’uomo. Perché dove interviene Nostro Signore non esiste più timore, né angoscia, né soprattutto l’ignoto e lo fa “toccando”, dimostrando la propria identità corporea, e parlando, la via più diretta per la comunicazione, per lo meno in quel caso.

Abbiamo infine la proibizione al parlare a chiunque di quanto avevano ascoltato e visto, se non dopo la Sua resurrezione, cioè quando lo Spirito Santo avrebbe consentito la comprensione di quell’evento, anch’esso avvenuto perché il Signore non ha lasciato nulla, “neppure uno iota” perché l’essere umano da Lui salvato rimanesse privo di elementi per la propria salvezza e cammino. Amen.

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11.21 – LA TRASFIGURAZIONE II/II (Matteo 17.2)

11.21 – La trasfigurazione II: connessioni  (Matteo 17. 2)

 

 2E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.

 

Prima di affrontare quanto narrato dai sinottici sulla trasfigurazione, vanno ricordate le circostanze precedenti l’episodio, avvenuto di notte, quando Pietro, Giacomo e Giovanni giunsero stremati su quella che era probabilmente la cima maggiore dell’Hermon, a 2.815 metri. Sappiamo che Luca ha aggiunto un particolare, “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. Vi fu dunque qualcuno dei tre che nonostante la stanchezza era in dormiveglia, stante il fatto che, sempre Luca, al verso 29 scrive “Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”: se non ci fosse stato almeno un testimone oculare, quel “mentre” non avrebbe senso. Uno di loro, probabilmente due secondo la Legge, fu allora testimone della progressività dell’evento. Matteo scrive che “Il suo volto brillò come il sole”, l’unica parola a sua disposizione per fare un paragone con quanto visto.

Anche Giovanni, cercando di descrivere il volto del Cristo glorificato in Apocalisse 1, riporta “Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. (…) e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza” (vv.12-16). Il sole, però, è anche un riferimento sottile a qualcosa di temporaneo, a sostegno del fatto che il paragone fatto è limitato, perché l’eternità sarà diversa: “Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli” (22.5).

Possiamo anche fare queste quattro connessioni che troviamo nel libro dei Salmi: in 49.6 leggiamo “Molti dicono: Chi ci fa vedere il bene? Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto”, che comporta quel bene o prosperità spirituale che l’uomo ha assoluto bisogno di ricevere dopo essere stato spogliato, privato della comunione con Dio a causa del peccato di Adamo ed Eva.

Seconda connessione in Salmo 16.11: “Tu mi mostrerai il sentiero della vita; sazietà di ogni gioia è sul tuo volto; ogni diletto è nella tua destra in sempiterno”, dichiarazione profetica fatta propria da Gesù come Figlio dell’uomo che, posto nel sepolcro nuovo di Giuseppe d’Arimatea, sapeva che la morte non lo poteva trattenere. Dio, allora, si riserva la sovranità di salvare l’uomo per la sua parola e, con l’apparizione nelle nuvole, noi che abbiamo sperato in lui saremo trasformati in un batter d’occhio e lo vedremo nella sua realtà.

Terza, in Salmo 21.6: “Poiché tu lo ricolmi di benedizioni in perpetuo, lo riempi di gioia nella tua presenza. Contrariamente sarà per coloro che non avranno amato la sua apparizione, perché temeranno il suo giudizio”, verso che parla della vittoria che il Signore ha riportato sul peccato e sulla morte e del giudizio verso coloro che non si identificano in Lui.

Quarta ed ultima in Salmo 31.16: “Fa risplendere il tuo volto sul tuo servitore; salvami, per la tua benignità”, frase che ci accomuna, della quale ci possiamo appropriare a pieno titolo. La luce che brilla è per il “servitore” quella dello Spirito che guida, chiama  e richiama chi ha creduto in Lui.

 

Prima di esaminare un altro particolare, quello della veste di Nostro Signore, va fatta anche una precisazione sui tre testimoni dell’evento: è stato scritto nel capitolo precedente che Gesù scelse Pietro, Giacomo e Giovanni per salire con sé sul monte e della fatica che fecero, essendo uomini di lago o di pianura, ma non di montagna. Non erano abituati a quel tipo di fatica e per loro quella salita rappresentò sicuramente uno sforzo notevole, ma comunque alla loro portata perché altrimenti sarebbero stati scelti altri, che però non c’erano stante il fatto che erano loro i prescelti ad essere testimoni di quell’avvenimento. Gesù però non li costrinse a compiere un percorso che avrebbe comportato per loro un rischio – ad esempio – cardiaco o di altra natura. Camminarono patendo, ma anche sicuri, consapevoli chi era Colui che li guidava e che probabilmente li precedeva nel percorso. Credo che questo fatto possa essere messo in relazione, per ciò che riguarda il nostro cammino,  con quei carichi di pena o di responsabilità che ciascuno di noi porta e che può venire individuato nel fatto che “non siamo mai tentati oltre le nostre forze”. Ciò a meno che non sia un percorso in cui ci troviamo invischiati per la nostra defettibilità umana e incapacità di valutare correttamente situazioni destinate a sovrastarci e coprirci di sofferenza. Apriamo allora questa breve parentesi ricordando Proverbi 6.1-5: “Figlio mio, se hai garantito per il tuo prossimo, se hai dato la tua mano per un estraneo, se ti sei legato con ciò che hai detto e ti sei lasciato prendere dalle parole della tua bocca, figlio mio, fa’ così per liberartene; poiché sei caduto nelle mani del tuo prossimo, va’, gettati ai suoi piedi, importuna il tuo prossimo; non concedere sonno ai tuoi occhi né riposo alle tue palpebre, così potrai liberartene come la gazzella dal laccio, come un uccello nelle mani del cacciatore”. Anche qui è promesso l’intervento di Dio perché “Chi abita al riparo dell’Altissimo, passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalle peste che distrugge” (Salmo 91.1-3).

A Pietro, Giacomo e Giovanni fu quindi chiesto uno sforzo che, nonostante la sua pesantezza, era alla loro portata e non si lamentarono; il testo dice soltanto che, giunti a destinazione, la loro stanchezza di manifestò con forza, facendoli addormentare, a differenza di Gesù che, mettendosi a pregare, ancora una volta si qualificò come loro punto di riferimento, oltre che garante delle loro vite. E qui ciascuno può fare le proprie considerazione sul cammino da lui percorso, sulle cose cui dà continuità e importanza, ma anche su come si caratterizzano i suoi passi: spediti, incerti, impacciati, ondivagamente, a scatti, variando il passo, a tentoni, responsabilmente o irresponsabilmente.

 

Ultimo elemento, almeno per quelle che sono le mie possibilità, è costituito dalla veste di Gesù, cronologicamente la terza delle sette da lui vestite nei Vangeli, che credo sia necessario esaminare, per quanto brevemente: la prima fu costituita dalle fasce con le quali fu avvolto, neonato, da Maria prima di porlo nella mangiatoia, avvenimento che ci parla della perfetta identità di Gesù, nella sua incarnazione, con l’uomo. Come tutti, venne al mondo, provò il trauma del passaggio dal ventre materno al mondo e pianse. L’autore della lettera agli Ebrei scrive “…entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato»” (10.4): un corpo “preparato” per una vita di luce, testimonianza, operosità e, infine, sacrificio come l’Agnello di Dio che non poteva che prendere su di sé “il peccato del mondo”.

La seconda veste fu la tunica che portava nei suoi viaggi e con la gente, il cui orlo fu toccato dalla donna emorroissa. Abbiamo parlato dei filatteri, per ricordarsi “tutti i miei comandi, li metterete in pratica e sarete santi per il vostro Dio”, “comandi” che furono interamente osservati da Gesù al punto che leggiamo “Ora il termine della Legge è Cristo, perché sia data giustizia a chiunque crede” (Romani 10.4).

Terza veste fu proprio quella della trasfigurazione in cui emerge per la prima volta il fatto che nessun abito avrebbe mai potuto trattenere né velare lo splendore della Sua gloria, visione che stiamo cercando di affrontare e che rimase impressa nel cuore e nella mente dei tre apostoli. E abbiamo visto che ne parlarono a distanza di anni istruendo la Chiesa.

Quarta veste fu quella del servizio, quando Gesù lavò i piedi dei discepoli, episodio che dobbiamo ancora affrontare, ma dal quale emerge la Sua benedizione e la carità. In proposito è scritto che “Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita” (Giovanni 13.3,4).

Quinta veste fu la tunica dell’innocenza, ma anche dello scherno quando “…anche Erode – Antipa – coi i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato” (Luca 23.11). Quando Pilato vide tornare Gesù, disse “Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate, e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato”. Il termine “splendida veste”, che altri traducono “veste bianca”, colore non dell’innocenza come saremmo portati a supporre, ma dei re giudei. Anche la “splendida veste” ha comunque un significato analogo, vale a dire la derisione della persona di Gesù, che Erode vestì come lui.

Sesta fu la tunica di porpora che i soldati di Pilato, anche qui come scherno, gli misero addosso prima di percuoterlo: se Erode Antipa lo aveva vestito di bianco, o “splendidamente” alludendo ai re, i romani fecero lo stesso a modo loro, ad imitazione della porpora imperiale, mettendogli in mano una canna a simboleggiare lo scettro e una corona di spine ad imitazione della corona.

Settima veste furono i teli coi quali Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo avvolsero il corpo di Gesù prima di coprirlo con un lenzuolo nuovo, nell’altrettanto  nuovo sepolcro di Giuseppe: “Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme agli aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato posto” (Giovanni 19.40,41). Matteo parla di Giuseppe che, con Nicodemo “lo avvolsero in un lenzuolo nuovo” – non “pulito” come altri traducono – e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia” (27.59,60). Per Marco, Giuseppe, “comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia” (15.46).

Ognuna di queste vesti, qui brevemente accennate, ha un suo significato, ma quella di Gesù nella trasfigurazione ci parla di presente e di eternità futura: Egli, da Figlio dell’uomo, quindi nell’esteriore in tutto simile a noi, s’illumina – Lui sì – d’immenso visibile ai tre apostoli. Sappiamo che subito dopo appaiono Mosè ed Elia a conversare con Lui, ma senza possedere le caratteristiche di luce di Gesù, venendosi così a stabilire una sorta di scala gerarchica, pur in un confronto denso di significati che esamineremo nel prossimo capitolo.

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11.20 – LA TRASFIGURAZIONE I/III (Matteo 17.1,2)

11.20 – La trasfigurazione I/III (Matteo 17. 1,2)

 

 1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 

 

È giusto portare la nostra attenzione sullo spazio temporale intercorso tra le parole di Gesù rivolte ai presenti sulle implicazioni del discepolato e l’episodio della trasfigurazione, “sei giorni” secondo Matteo e Marco, “circa otto giorni” secondo Luca dove quel “circa” non esclude il “sei” degli altri due che lo indicano con sicurezza. Essendo Matteo e Pietro presenti, possiamo quindi prendere come esatta la cifra da loro indicata.

Riferendoci ai significati del numero sei esposti in un precedente capitolo, possiamo fare gli stessi collegamenti, aggiungendo però un’applicazione specifica: tanto i discepoli che il loro Maestro stavano vivendo un tempo nuovo, quello dell’istruzione specificamente dedicata alla Sua morte, che prima non era stata affrontata. Ecco allora che quei “sei giorni”, in cui non sappiamo cosa avvenne, possono essere paragonati a quelli della creazione in cui Iddio, “giorno dopo giorno” costituisce i presupposti per la realizzazione di qualcosa che prima non c’era: non si trattò di rendere i discepoli testimoni di miracoli e guarigioni, di aggiornare la conoscenza imperfetta che avevano delle Scritture, ma di entrare nella Sua Identità di Figlio di Dio che avrebbe dovuto “soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere” (Marco 8.31). Accanto al significato profondo di questa morte, pensiamo che Giuda, che aveva già in animo di tradire il suo Maestro, si ritenne autorizzato ad agire con un ragionamento assolutamente basso, del tipo “Se deve morire, tanto vale che io contribuisca a questo, guadagnando del denaro”.

Ai discepoli, una volta compreso che Gesù era “il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente” furono allora impartiti insegnamenti particolari che nessuno riportò, tranne pochi cenni come quelli di Marco 8.31 che abbiamo appena letto. È ancora Marco, ad esempio, a scrivere le dirette parole di Gesù: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, risorgerà” (9.31). Possiamo, riguardo al silenzio dei Vangeli su quanto avvenuto nei “sei giorni”, fare una connessione a quanto si sentì dire l’apostolo Giovanni in Apocalisse 10.4: “Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere, quando udii un voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo».

Quei sei giorni di istruzione, quindi, si conclusero, o “iniziarono” nuovamente, con la manifestazione di Gesù trasfigurato alla quale ebbero il privilegio di assistere Pietro, Giacomo e Giovanni, i testimoni più attendibili sui quale Nostro Signore poteva contare, come prescritto dalla legge che richiedeva, perché un fatto fosse accettato come vero, la parola di “due o tre testimoni”, lo stesso numero perché una Chiesa sia formata. È allora probabile che Luca, visto che la trasfigurazione avvenne solo una volta e in un momento preciso, abbia utilizzato il numero otto – ci parla di “otto giorni dopo” – perché indice di un periodo nuovo: i discepoli avrebbero dovuto iniziare ad avere una visione sempre più dettagliata di Gesù che proprio da lì iniziò ad ampliarsi, a prescindere dall’ordine “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti”. Pietro, Giovanni e Giacomo, erano stati comunque presenti. Certo, ad accettare che il loro Maestro sarebbe morto e poi risorto ci volle molto tempo.

I tre Apostoli furono condotti “in disparte”, espressione che allude sempre a un fatto privato, a un discorso, all’espressione di uno stato d’animo o un avvenimento cui persone estranee non devono assistere perché a nulla gioverebbe, non lo capirebbero, non lo saprebbero valutare. “Su un alto monte”, poi, pur parlandoci di un percorso di fatica, simbolo anche di un percorso spirituale, attesta la completa fiducia che riposero il Lui i tre discepoli, che accettarono di affrontare quella saluta senza chiedergli nulla, forse soltanto informati del fatto che lo scopo di recarsi là era di pregare. Ricordiamo che quel monte fu l’Hermon, non il Tabor come molti hanno sostenuto, formato da tre cime – numero certamente non casuale – la più alta delle quali raggiunge i 2.800 metri circa, sicuramente tanti calcolando che, sei giorni prima, Gesù e i suoi si trovavano nella zona di Cesarea, che si trova alle prime pendici di quel monte. Gente di lago, tutt’al più di pianura, si trovò così nella necessità di affrontare un percorso di montagna che fu sicuramente lungo e faticoso, come avvenne per Mosè, quando salì sul monte Horeb per ricevere le tavole della Legge; ricordiamo Esodo 24.13 “Il Signore disse a Mosè: «Sali, verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli»”. Anche in questo caso abbiamo una fatica, ma doppia perché quando Mosè scese, portava le tavole di pietra scritte dal dito di Dio.

Nostro Signore quindi salì sul monte con uno scopo preciso: Luca scrive “per pregare” (9.28) quindi è probabile che fu quello il motivo che spinse i tre discepoli a seguire Gesù e forse avvertirono meno la fatica del percorso, certi che avrebbero imparato per lo meno qualcosa; ricordiamo infatti la loro richiesta, “Signore, insegnaci a pregare”, sgorgata spontaneamente dai loro cuori quando videro il loro Maestro intento nell’orazione. Luca 11.1: “Gesù si trovava in un luogo a pregare. Quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli»”.

A questo punto è facile supporre quanto avvenne una volta arrivati: Gesù lascia i suoi tre testimoni e si scosta da loro qualche metro, come farà anche nel Getsemani: lì lasciò gli altri discepoli in un luogo scostandosi poi con Pietro, Giovanni e Giacomo, per poi andare da solo “un poco più avanti” (Matteo 26.39) dopo aver detto loro “restate qui, e vegliate con me” (v.41). Anche qui, nell’episodio della trasfigurazione come al Gestemani, abbiamo la stanchezza che s’impossessò di Pietro, Giovanni e Giacomo; Luca scrive “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno” (9.32).

Mi sono chiesto quale fu, o furono, il soggetto/i della preghiera di Gesù sul monte: pur non avendo la pretesa di elencarli tutti, certo Nostro Signore presentò al Padre i discepoli e le Sue imminenti sofferenze perché, certo solo come uomo, si sentiva prigioniero del tempo che si avvicinava inesorabilmente verso la croce. Un Dio perfetto scelse volontariamente di vivere prigioniero in un corpo umano. E qui vediamo il confitto che provò tra l’essere uomo e l’essere Dio: è qualcosa di enormemente grande il fatto che come Dio potesse ogni cosa, ma come uomo fosse subordinato al Padre di cui cercava continuamente la comunione.

È a questo punto che avviene qualcosa di spiazzante, totalmente diverso dal sudare sangue che si verificherà da lì a un anno circa: qui “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”, Marco aggiunge “bianchissime, nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche” (9.3).

La trasfigurazione di Nostro Signore fu questa e tutto converge su due punti basilari: primo, Gesù è il nuovo Mosè descritto in quel passo già citato “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me – nell’esteriore –; a lui darete ascolto”; secondo, abbiamo una descrizione simile a quella riportata in Daniele 7.13-15: “Guardando nelle visioni notturne ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno simile a un figlio dell’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno che non tramonta mai e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto”.  Gesù si trasfigura non in una maschera di morte, ma nella luce, nella Vita assoluta e soprattutto potente e gloriosa. Quello che i tre discepoli videro, non era un uomo incamminato verso Gerusalemme per morire, ma appunto il Signore che avrebbe vinto la morte nell’attesa di sedere alla destra del Padre, Unico a poter aprire il libro della vita.

Ecco perché, idealmente assieme ai tre apostoli, ci troviamo di fronte a qualcosa che ribalta profondamente, da un punto di vista umano, il concetto del Cristo che sta per essere condannato a morte, quindi provando orrore e tristezza: Gesù va incontro ad essa sapendo che le sofferenze che gli verranno inflitte, anziché preludere alla fine, costituiranno il veicolo verso la Gloria definitiva e solo dopo averla acquisita verrà definito “il primogenito di molti fratelli”. Come anticipato poco prima a proposito dell’ “otto” citato da Luca, la trasfigurazione va letta non come punto di arrivo, ma come un anticipo, un accenno del futuro e la via da percorrere doveva essere la croce, non altre. Scrive un fratello: ”La trasfigurazione non è il segno conclusivo né per Gesù, né per i discepoli: da questo momento in poi la narrazione evangelica non descriverà più momenti come questo, ma scorrerà senza intoppi verso la croce”.

La trasfigurazione, al di là di questi significati, ebbe però uno scopo, cioè quello di formare i tre sui quali Gesù faceva affidamento nel senso che a loro affiderà la costruzione della prima Chiesa. Se molto sappiamo di Pietro e Giovanni, non possiamo non attribuire anche a Giacomo un ruolo determinante perché fu il primo dei dodici a subire il martirio sotto Erode Agrippa nell’anno 44, alcuni dicono al ritorno da un viaggio in Spagna dove si era recato a portare il Vangelo, ma questo è attestato da fonti del 600 (Isidoro di Siviglia) e da due del 1600, per questo poco credibili (Maria di Ágreda e Anna Katarina Emmerick). La morte di Giacomo, a parte l’indubbio dolore per la perdita nelle Comunità cristiane, fu un esempio da un lato e dall’altro stravolse il principio in base al quale davanti a Dio esista una scala di preferenze per cui tanto più si è vicini a lui, quanto più si è protetti nel senso umano del termine. Il problema è che la sofferenza è l’unico modo per acquistarsi un premio, e questo vale per tutti, in un modo o in un altro, perché corpo e anima si muovono su percorsi diversi, anche se spesso paralleli.

Per certo quello della trasfigurazione fu un episodio che Pietro e Giovanni compresero molto bene quando diventarono portatori della Parola di Dio al mondo; il primo, nella sua seconda lettera, riporta le parole udite proprio in quella circostanza: “Egli ricevette onore e gloria da Dio Padre quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (1.17.18.

Giovanni, invece, lascia traccia anche di questo episodio quando afferma in 1.14 “Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come unigenito dal Padre”, o ancora nella sua prima lettera in 1.1-3 quando scrive “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, (…) quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi state in comunione con noi”.

Così parlarono questi due testimoni del nostro episodio, una volta che fu compreso, a tal punto che furono in grado di istruire perfettamente e senza esitazioni coloro che si univano alla Chiesa, risollevando vite affaticate, stremate dal peccato, che altro non è se non il vivere lontani da Dio, in modo deliberato o perché affetti da una forma di cecità dalla quale, volendolo, si può sempre guarire.

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11.19 – RENDERÀ A CIASCUNO SECONDO LE LORO AZIONI II/II (Matteo 16.27.28)

11.19 – Renderà a ciascuno II (Matteo 16. 27,28)

 

 27Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni28In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

Il tema del rendiconto, cioè quel momento in cui l’uomo dovrà rispondere delle sue azioni, è stato accennato diverse volte nel corso di questa serie di studi. Gesù lo ha presentato anche attraverso le parabole, cioè quei messaggi figurati studiati appositamente perché rimanessero nella mente delle persone semplici molto meglio dei discorsi dedicati a chi della Legge e degli altri scritti aveva una conoscenza più approfondita. Qui, dopo aver parlato di rinnegamento di sé, di fare attenzione a come si considera la propria vita, della necessità di appartenergli perché altrimenti non avremmo nulla da dare in cambio per la nostra salvezza, ecco presentarci il motivo di tutta questa serie di esortazioni: la venuta del “Figlio dell’uomo nella gloria del Padre suo” è imminente. “Sta per venire” e “verrà” sono i modi con cui l’espressione originale è tradotta ed è da sottolineare che Gesù, allora sottomesso come tutti gli uomini anche allo scorrere del tempo, qui si apre ad una visione che gli appartiene come Dio. E qui l’apostolo Pietro, spinto dallo Spirito Santo, scrive “Carissimi, c’è una cosa che non dovete dimenticare: per il Signore, lo spazio di un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno solo. Il Signore non ritarda a compiere la sua promessa: alcuni pensano che sia in ritardo, ma non è vero. Piuttosto egli è paziente con voi, perché vuole che nessuno di voi si perda e che tutti abbiate la possibilità di cambiare vita. Il giorno del Signore verrà all’improvviso, come un ladro. Allora i cieli spariranno con grande fracasso, gli astri del cielo saranno distrutti dal calore e la terra, con tutto ciò che essa contiene, cesserà di esistere” (1 Pietro 3.1-10).

A parte che questi versi aprono varie prospettive sulle quali torneremo, è la proporzione tra i “mille anni” e “un giorno” a dirci che qui Gesù parla come Dio all’uomo, per cui non possiamo aspettarci un avvenimento imminente secondo il nostro metro valutativo e soprattutto in base quell’istinto che ci spinge a considerare procedente in un tempo misurabile ciò che il Signore classifica come “breve”. E infatti per questo abbiamo letto “Il Signore non ritarda a compiere l’adempimento della sua promessa, come alcuni credono”.

Su questo “Sta per venire”, o “verrà”, possono valere le stesse considerazioni fatte quando Nostro Signore operò una rilevante distinzione fra “L’ora viene, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno”, e “Viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno” (Giovanni 5.25-28) in cui due periodi per noi distanti nel tempo vengono da Lui divisi dalla specificazione “ed è questa”, ma utilizzando lo stesso tempo, al presente. Una cosa sono i nostri tempi, un’altra i Suoi.

Studiando i versi in esame occorre distinguere il 27 dal 28, poiché il termine “regno” implica la presenza di più significati. “Il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà conto a ciascuno secondo le sue azioni” si riferisce all’ultima fase della storia umana, quando avranno avuto fine tutti gli eventi che caratterizzeranno il periodo dato all’umanità per salvarsi tra cui vengono annoverati, oltre alla Grazia e il rapimento della Chiesa, la Gran Tribolazione e il Millennio. Gesù, che qui non parla di questi eventi, va dritto al nocciolo della questione visto nel giudizio finale, chiaramente collegato alla retribuzione, al “rendere a ciascuno secondo le sue opere”, principio noto dai tempi antichi quando Salomone, in Proverbi 24.12 scrive “Se tu dicessi: «Io non lo sapevo», credi che non l’intenda colui che pesa i cuori? Colui che veglia sulla tua vita lo sa; egli renderà a ciascuno secondo le sue opere”.

Ora è stato detto da molti, me compreso, che gli uomini dell’Antico Patto potevano constatare la maledizione o benedizione su di loro in base alla qualità di vita, per cui la presenza di malattie era sintomo di un peccato, così come la prosperità rivelava loro il premio per l’osservanza alla Sua Legge; eppure, qui abbiamo la conferma che il verbo “rendere” espresso al futuro non si riferisce necessariamente a qualcosa di immediato, come la diretta constatazione dell’essere benedetti. È un futuro che riguarda l’anima. Da sottolineare anche il vegliare di Dio sull’uomo perché “Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni” (Geremia 17.10): qui il Signore va oltre a ciò che facciamo, ma ne guarda il “frutto” con gli occhi della Sua Santità e Onniscienza. Stessa cosa in 32.19 in cui Geremia parla degli occhi di Dio “aperti su tutte le vie degli uomini, per dare a ciascuno secondo la sua condotta”, ancora “secondo il frutto delle sue azioni”, per cui quando Gesù parla di un rendiconto futuro sa bene di essere capito. Teniamo anche presente che gli Autori dei Vangeli scrivono un riassunto anche dei discorsi fatti alle persone sapendo che, attraverso lo Spirito Santo, sarebbero stati compresi dai loro lettori.

Nel Nuovo Patto il principio del rendiconto non viene ampliato come in molti casi, ma confermato perché l’uomo rimane sempre lo stesso: lo vediamo dal comportamento crudele e prevaricatore che ha in guerra, sempre lo stesso nonostante passino gli anni a migliaia, nel giudicare frettolosamente, nel compiere sempre le stesse trasgressioni davanti a Dio. Se c’è un progresso, questo è tecnologico, mai interiore. Ecco perché “Tu, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusti giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere – stesse parole rivolte agli antichi -: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia” (Romani 2.6), dove “cercare”, “disobbedire” e “obbedire” sono i cardini di tutto il discorso.

Per fugare ogni dubbio va precisato che esiste un giudizio di Dio che sarà rivolto agli uomini che non lo avranno posto nelle condizioni di agire perché a lui “ribelli”, ma che non riguarderà i credenti, poiché – parole di Gesù – “chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5.24). Questo però non esime dal comparire “davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno – perché individuale è il messaggio di Dio come individuale la risposta – la ricompensa dalle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Corinti 5.10). Questo è imbarazzante per quelli che predicano unicamente la salvezza di chi crede vedendo il cristiano come un privilegiato dall’amore di Dio, fatto indubbio, ma a scapito delle responsabilità che occupa come tale. È un ripetersi della dottrina che alcuni predicavano nella Chiesa di Corinto.

In pratica, ogni credente scamperà al Giudizio, perché “passato dalla morte alla vita”, come descritto in 2 Tessalonicesi 1.7-9: “…quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore – che è calore e luce – e dalla sua gloriosa potenza. In quel giorno egli verrà per essere glorificato dai suoi santi ed essere riconosciuto mirabile da tutti quelli che avranno creduto, perché è stata accolta la nostra testimonianza in mezzo a voi”.

Ma c’è di più, come leggiamo nel libro dell’Apocalisse: in tutte le lettere alle sette chiese si leggono elogi e rimproveri, ma a tutte loro, quindi a ogni cristiano, viene detto “Ecco, io vengo presto – ecco perché “il Figlio dell’uomo sa per venire” – e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere” (22.12): di qui la responsabilità che abbiamo, correlata a quel verso più volte ricordato in base al quale “il fuoco darà la prova dell’opera di ciascuno”, cioè il passaggio di tutto ciò che abbiamo fatto attraverso la visione di Colui che ha “gli occhi di fuoco”, Gesù Cristo glorificato e il solo ad avere diritto di valutazione sull’operato dei credenti.

 

Tutte queste parole sono e furono considerate dagli uomini, quindi allora come oggi, solo come teoriche e per questo il verso successivo fornisce un elemento fonte di accurata meditazione: “In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno”. Qui purtroppo la traduzione è errata perché non si tratta di “con il suo”, ma “nel suo”, dove Luca precisa per i non ebrei “prima di aver visto il regno di Dio”: è un verso che ha fatto inciampare molti che hanno sostenutoo che qui non è stato detto il vero, fraintendendo il regno di Dio con il ritorno di Gesù per giudicare. “Vedere il regno” ha qui il significato delle Sue manifestazioni a prescindere dal tipo, perché sono multiformi, ma va precisato che la traduzione del verso 28 “con il suo regno” è frutto di interpretazione.

In proposito ricordiamo le parole di Gesù in Matteo 12.28: “Ma se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio”. Se allora l’espressione “regno di Dio” comprende molte realtà, qui abbiamo un riferimento alla Sua resurrezione, con la relativa ascensione con la quale Nostro Signore abbandonò questa terra perché ogni cosa era stata compiuta e adempiuta per la salvezza dell’uomo, ma anche alle altri avvenimenti, come tutto ciò che caratterizzò la Sua morte, e qui possiamo pensare sicuramente all’oscurità che cadde sulla terra, al terremoto, alla resurrezione di molti, ma soprattutto alla cortina del tempio che si crepò in due lasciando aperta la visione del luogo santissimo, a conferma dell’abolizione del Vecchio Patto con il popolo di Israele. Ancora, pensiamo alla discesa dello Spirito Santo sui centoventi e alla distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio ad opera delle truppe romane di Tito, avvenuta nel 70 d.C.

C’è anche però un altro riferimento, molto più immediato, che quanto avverrà davvero “a breve” secondo il metro umano, ed è quello alla trasfigurazione di Gesù, evento al quale Pietro, Giacomo e Giovanni avranno il privilegio di essere testimoni, che sii verificherà sei giorni dopo queste parole.

Ecco allora che le parole di Gesù qui esaminate ci parlano dell’assoluta necessità di recepirle: a un avvenimento allora lontano del rendiconto così come espresso al verso 27, ne fa da contrappunto un altro, quello del “Figlio dell’Uomo venire nel suo regno” a garanzia del primo, qui enunciato, che ogni vero cristiano attende.

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11.18 – RENDERÀ A CIASCUNO SECONDO LE LORO AZIONI I/II (Matteo 16.27,28)

11.18 – Renderà a ciascuno I, riassunto (Matteo 16. 27,28)

 

 27Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni28In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

            Purtroppo la necessità di approfondire le parole di Gesù, nonostante la limitatezza dello spazio e della comprensione umana, ha fatto sì che il Suo discorso sia stato spezzato in più capitoli. Riassumiamo allora brevemente quando da Lui detto finora, dapprima chiama i presenti e parla tanto a chi lo seguiva quando a chi lo voleva fare avvertendoli che avrebbero dovuto rinnegare loro stessi ed essere disposti a perdere la loro vita; dopo di che invita tutti a riflettere sul fatto che il guadagnare “il mondo intero” non avrebbe avuto alcun senso a fronte della morte, inevitabile.

La vita, infatti, assume un significato diverso a seconda di come l’uomo si colloca di fronte a lei e agli interessi che lo spingono ad agire: una vita vissuta orizzontalmente provoca una tensione e mobilità verso tutto ciò che è terreno; chi ha questo in sé sarà quindi portato ad agire in funzione della sua sopravvivenza “fisica” entrando in un circuito mentale, quindi dell’anima, descritto in Proverbi 30.16: “La sanguisuga ha due figlie: «Dammi! Dammi!». Tre cose non si saziano mai, anzi quattro non dicono mai «Basta!»: il regno dei morti, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua, e il fuoco che mai dice »Basta!»”.

È importante l’animale scelto da Agur, autore del capitolo 30: la sanguisuga, anellide che, quando succhia il sangue, produce un potente anticoagulante e un anestetico per poter meglio ingerire il sangue e impedire alla vittima di provare dolore. La sanguisuga è caratterizzata da una grande voracità al punto che riesce a conservare notevoli quantità di sangue nel suo tubo digerente ed è in grado di resistere anche per un anno senza nutrirsi. Si può dire che, figurativamente, essa è l’immagine dell’assorbimento indolore e continuo della vita, qui raffigurata nel sangue. Essa ha due figlie, “Dammi! Dammi!” che chiaramente si riferisce ai desideri che non saziano mai e che qui Agur spiega all’uomo, preda di essi senza che se ne accorga: l’autocritica, o l’autoesame per risolvere, è qualcosa che si rifugge, pervenendo ad uno stato in cui si è preda continua dei propri desideri. Ed il paragone poi passa alle “tre cose”, “anzi quattro” perché tale è il numero dell’uomo, che “non si saziano mai”, con riferimento alla terra sulla quale viviamo e dalla quale traiamo la nostra esperienza.

Abbiamo allora “il regno dei morti”, qui visto come il luogo in cui vanno tutti gli uomini secondo la visione sapienziale, “il grembo sterile”, cioè la mancata rassegnazione della donna che vuole avere figli e non accetta la sua condizione e per riflesso l’uomo che non accetta fallimenti ai suoi progetti, “la terra mai sazia d’acqua” e “il fuoco”: in questo caso vengono presentati due elementi opposti, incompatibili fra loro, ma ugualmente ingordi con la differenza che il primo ha bisogno di regolarità – perché gli effetti delle alluvioni sono ben noti – e il secondo non si ferma mai nella sua opera distruttrice.

Ora questi versi descrivono la vita terrena e l’avidità cui questa naturalmente porta; poco importa se vi siano persone che non manifestino chiaramente ossessività e compulsività perché, di fatto, ciascuno ha uno spazio al quale non è disposto a rinunciare ed è quello di cui Gesù parla utilizzando i termini “rinunzi a se stesso”“propria vita”.

“Guadagnare il mondo intero” è un’espressione che allude chiaramente ad un ipotetico punto di arrivo di un imperatore, e non può non venire in mente Carlo V d’Asburgo che disse “Sul mio regno non tramonta mai il sole”. Gesù quindi non solo vuol dire che “Guadagnare il mondo intero” non serve a nulla se poi lo si perde con la morte e il terrore di essa affrontando poi un’eternità negativa, ma anche come si può giungere a un punto d’arrivo in cui la fame e sete di possesso non potrebbe andare oltre perché si avrebbe già tutto. L’essere ingordi quindi conoscerebbe un termine in ogni caso, con la morte o con l’arrivare a possedere tutto il mondo, ma non per questo la sete di avere finirebbe. L’orizzontalità della vita è destinata comunque a finire.

C’è poi una domanda, rivolta a tutti i presenti ma anche a tutti quelli che leggono queste parole: “Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”. È un invito a rispondere, ma per quanto uno possa pensare, non troverà mai il modo di farlo adeguatamente perché fu la stessa che venne rivolta, in modo indiretto, al “ricco stolto” dell’omonima parabola quando leggiamo “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” (Luca 12.20). Quell’uomo rimase muto perché obiettivamente tutto quello che avrebbe potuto dare in cambio perché il tempo del “rendiconto” fosse procrastinato, ammesso che Dio fosse un mercante, non avrebbe avuto per Lui alcun valore.

Mi sono chiesto il perché di questo “nulla da dare in cambio” e non ho trovato altra risposta se non andare al libro della Genesi, quando vediamo il Creatore, dare una vita perfetta infondendola ad Adamo, collocato in un recinto costruito perché si sentisse protetto. Adamo, e poi sua moglie, erano esseri che a differenza di noi potevano vederlo e parlargli, vivendo quell’autonomia di compiti che erano propri a ciascuno di loro e che trovavano in Eden un punto di intersezione. Adamo, e poi sua moglie, avevano da dare a Dio “in cambio”  il lavoro gioioso nel Giardino e il loro esistere in un reciproco rapporto di amore che si sviluppava nell’innocenza.

Una volta che tutto quell’equilibrio si ruppe, e che nulla fu come prima, Adamo e la sua discendenza non avrebbero potuto dare in cambio proprio nulla se non – attenzione – una costanza di pensieri a Lui rivolti, trovandosi debitori comunque in un rapporto che certo non era più alla pari come un tempo. “Dare a Dio” fu ciò che fece Abele come secondogenito, fatto che lascia stupiti in quanto la benedizione apparteneva al primo figlio. Possiamo ipotizzare che Caino ricevette l’influsso orgoglioso della madre, che lo chiamò infatti “Acquisto”, dal quale si aspettava che fosse lui a schiacciare il capo al serpente per poter tornare quella di prima.

Abele, invece, fu quello che si poneva dei problemi, delle domande, occupandosi di pecore mentre il fratello lavorava la terra, due attività che dicono molto sulle attitudini di entrambi. Mentre il primo tendeva a Dio offrendogli in sacrificio la parte migliore dei suoi animali, “primogeniti del suo gregge e il loro grasso”, Caino non è detto che facesse altrettanto coi prodotti del suo raccolto, già sbagliando in partenza perché era il sacrificio dell’innocente ad avere valore e non i frutti della terra.

Abele non pensava di “dare a Dio qualcosa in cambio”, ma gli premeva manifestare a Lui il proprio timore e la riconoscenza perché, nonostante la condanna ai suoi genitori da lui ereditata, provava gratitudine e ossequio, per cui fu ricambiato: “Il Signore gradì Abele e la sua offerta” (Genesi 4.3). Abele sapeva, ai fini del suo esistere, di non avere nulla da offrire, ma da manifestare cercando un contatto sicuramente sì, e questo era la disposizione del cuore, cosciente che senza la benedizione di Dio non avrebbe concluso assolutamente nulla e rinunciava al suo, visto nei primogeniti e nel grasso degli agnelli.

Gli uomini che gli successero, fecero altrettanto e così sappiamo che si crearono due generazioni che si svilupparono in perenne lotta fra loro, quella degli uomini di Dio e quella dei loro avversari. Anch’essi non avevano nulla da dare in cambio, salvo l’orientamento della loro vita e dei loro pensieri e non uno di loro non fu premiato, ponendosi così automaticamente nell’avere aperto davanti al Creatore un “conto di giustizia” nonostante giusti non lo fossero: scelsero la via del bene, quella “della benedizione” al posto dell’altra, “della maledizione” e così vissero, dando a Dio quanto potevano nonostante sapessero che nulla sarebbe stato mai sufficiente a colmare la distanza tra loro e YHWH. Ma agirono con fede, a tal punto che Dio arrivò a chiamare Abrahamo “mio amico” in Isaia 41.8: “Ma tu, Israele, mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abrahamo, mio amico”, parole che mi fanno rabbrividire ogni volta che le leggo per l’amore e il rapporto che sottintendono, per la profonda imperfezione che si compensa nelle perfezioni di Dio, che guarda all’uomo solo perché pone in lui la fede.

Ecco allora che, da questi passi che ho volutamente scelto dall’Antico Patto per rimarcare ancora di più il concetto dello sviluppo della relazione con l’Eterno Iddio, appare chiaro come sia la fede l’unica cosa che abbiamo da dare a Lui in cambio, riconoscendolo come unico riferimento di vita.

Dal Nuovo Patto in poi, però, l’amore di Dio che già contemplava il sacrificio del Suo Agnello “fin dalla fondazione del mondo”, ha squarciato definitivamente il velo dell’ignoranza giungendo al suo massimo punto di espressione, cioè dando il Figlio in sacrificio per tutti quelli che avrebbero voluto appropriarsene, aggrappandosi ad esso. Chi crede nel Figlio, “pane disceso dal cielo”, sarà “simile a Lui” perché “noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando si sarà manifestato – e qui vengono chiamati in causa i versi che esamineremo e che abbiamo letto all’inizio – noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Giovanni 3.2).

Sempre Giovanni scrive, in un verso a noi noto, che “Iddio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito perché chiunque creda in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna” (3.16) per cui ecco che, pur non avendo nulla da “dare in cambio”, c’è quel “creda in lui” che implica quel “dare in cambio” non nostro, ma acquisito perché in noi “non abita alcun bene”.

La domanda di Gesù “Cosa un uomo potrà dare in cambio per la propria vita?” ha come risposta “nulla”, se non il fatto di appartenergli. Non “alla notte, né alle tenebre” (1 Tessalonicesi 5.5), ma “al giorno” (v.8) perché, come in Romani 8.39, “né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. E “Cosa mi dai in cambio?” è una domanda che non verrà rivolta a nessun credente. Amen.

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11.17 – CHI VUOL SALVARE LA PROPRIA VITA, LA PERDERÀ (Matteo16.25,20)

11.17 – Chi vuol salvare la sua vita (Matteo 16. 25,26)

 

 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 

            Siamo qui al seguito del discorso di Gesù dopo le parole su cui abbiamo cercato di meditare nei due capitoli precedenti, relative alla necessità di prendere ciascuno la propria croce, e seguirlo. Dopo questa massima, vengono esposte le ragioni: chi avrà soluto salvare la propria vita, la perderà, ma chi l’avrà persa per causa Sua, la troverà. “Volere”, “salvare” e “perdere” sono allora i tre perni attorno ai quali ruota il principio espresso da Nostro Signore. Il primo è un verbo che significa “Tendere con decisione, o anche soltanto con il desiderio, a fare o conseguire qualcosa”. Quando è seguito da un verbo all’infinito, come in questo caso, esprime per lo più la tendenza a conseguire, o la determinazione a fare qualcosa. Voler “salvare la propria vita” è quasi un’azione obbligata perché tutti tendono a questo: sottrarsi a un pericolo, a un danno che, in questo caso, si riferisce chiaramente alla morte.

Una prima lettura del testo è quindi quella letterale, rivolta nella prospettiva a quanti saranno uccisi per la loro testimonianza alla Parola di Dio: ricordiamo Stefano e l’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni, il primo dei Dodici a venire ucciso per mano di Erode Agrippa I, come leggiamo in Atti 12.1-3, “In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai giudei, fece arrestare anche Pietro”.

Sono personalmente convinto che il senso del verso 25 sia quello che ho riportato, ma poiché la Scrittura parla a tutti gli uomini indipendentemente dall’epoca nella quale vivono, è giusto sottolineare che, se per noi europei la persecuzione contro i cristiani non è per ora in atto, per lo meno non in modo dichiaratamente violento, questa esiste in molti Paesi del pianeta. Nel corso della storia i cristiani morti per la loro fede sono stimati in circa settanta milioni, di cui quarantacinque solo nel XX secolo. Una ricerca datata 8 giugno 2011 condotta da Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, ha portato la statistica secondo la quale nel mondo viene ucciso un cristiano ogni cinque minuti. Possiamo quindi fare le nostre debite considerazioni sul fatto che da decenni venga ricordata la “Shoah”, si dice sei milioni di ebrei uccisi dal Nazismo, e non quella dei settanta milioni di cristiani. In merito a quanto scritto poco prima riguardo all’Europa, l’Osservatorio sull’intolleranza e discriminazione contro i cristiani in Europa, membro della Piattaforma dell’Agenzia Europea dei diritti fondamentali, segnala che proprio anche da noi, come Continente, i casi di intolleranza e discriminazione nei confronti dei cristiani siano in aumento. Il Report dell’Agenzia in questione, segnala 241 casi tra il 2013 e il 2014. Citando la prefazione al lungo documento, reperibile in rete in lingua inglese, il dott. Gudrun Kugler, direttore dell’Osservatorio, spiega: “La società sempre più secolare in Europa ha sempre meno spazio per il cristianesimo. Alcuni governi e attori della società civile cercano di escludere invece di accogliere. Ci vengono segnalati innumerevoli casi di intolleranza verso i cristiani. Ricercando, documentando e pubblicando questi casi speriamo di creare una consapevolezza che è un primo passo verso un rimedio” (che mai avverrà, stante la società verso la quale stiamo andando).

Nelle Maldive, meta di vacanza di molti europei, è stato proclamato nel 1994 l’Atto di Unità Religiosa che vieta la promozione di ogni manifestazione diversa dall’Islam o di ogni opinione che sia in disaccordo con quella degli esperti islamici. Nel 2011 le autorità hanno espulso un’insegnante accusata di diffondere il Cristianesimo, avendo trovato una Bibbia nella sua casa. In Arabia Saudita il possesso di una Bibbia è considerato un crimine, in Corea del Nord la dittatura ateo-comunista proibisce qualsiasi appartenenza a gruppi cristiani e, al 2015, si parla di una cifra oscillante tra i 50mila e i 70mila cristiani imprigionati a vita nei campi di lavoro forzato. La Cina ha istituito una “Chiesa patriottica nazionale” e quei cattolici che non ne fanno parte sono considerati agenti di una potenza straniera.

E potremmo continuare, sottolineando le parole troppo blande di Papa Francesco che si limitò a dire, nell’Angelus del 15 marzo 2015, “Che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace”. “Che il mondo cerca di nascondere” perché la fede è messa al bando, perché l’informazione deve essere controllata e canalizzata, perché le menti devono restare spente e, dando voce ai morti del passato instillando l’orrore per il regime Nazista, tacciano quelle dei morti del presente e la gente possa convincersi che il Male appartiene al passato.

Finito questo excursus breve, ma necessario, veniamo alla “vita” di cui Gesù parla per quelli che le persecuzioni del mondo non le subiscono ancora: possiamo definire la “vita” come il risultato di un impulso che il Creatore ha dato in origine a ciò che sarebbe rimasto altrimenti inerte. Per il regno vegetale si trattò di un ordine dato alla Terra: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie”. Ciò avvenne il terzo giorno. Poi il quinto giorno la stessa cosa avvenne per le creature del mare e gli uccelli, ma il sesto fu la volta degli animali e dell’uomo, l’unica creatura a ricevere l’alito vitale di Dio per cui “fu fatto anima vivente”.

Il Creatore quindi costituì l’uomo responsabile di tutta la sua opera: Lui l’aveva fatto, prodotto dalla polvere della terra, e a lui apparteneva anche dopo la caduta ed ecco perché nessuno poteva arrogarsi il diritto di togliergli la vita nel senso fisico del termine: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita – quella naturale, come per tutti gli animali – io domanderò conto; ne domanderà conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, ad ogni suo fratello” (Genesi 9.5). Un principio che non mutò mai nel corso delle dispensazioni.

Solo più avanti, nella dispensazione della Legge, si intravede un parallelismo tra vita carnale e vita spirituale, per quanto già con il Diluvio ed altri episodi appaia chiaro il principio in base al quale il vivere ha senso solo se perseguito ricercando Dio per a Lui adeguarsi: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Deuteronomio 30.15). Al verso 19 viene detto “Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione: scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza”.

A questo punto è chiaro che la “vita” di cui parla YHWH nella Sua Legge si riferisce solo apparentemente a quella orizzontale, ma tenda alla sopravvivenza spirituale, che per ora definiamo superficialmente fisica e psichica, poiché il vivere in senso puramente animale è cercato da pochi. Che i due tipi di “vita” sono quelli che costituiscono l’uomo lo sa bene anche l’Avversario, che in Giobbe 2.4, a Dio che gli parlava di quanto fosse integro “il mio servo Giobbe”, Gli rispose “Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita”.

Per “vita”, quindi, si intende tutta la persona e non solo il fatto che il muscolo cardiaco svolga la sua funzione. Interessante la preghiera in Salmo 26.9, “Non associare a me i peccatori, né la mia vita agli uomini di sangue” e 49.9, già citato in altra riflessione, “Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa”: se l’uomo fosse un animale, con l’anima che risiede nel sangue come tutte le altre creature, sarebbe sacrificabile, potrebbe essere ucciso senza colpa, essendo la sua sopravvivenza totale relegata a quel liquido. Ultimo passo relativo agli scritti dell’Antico Patto degno di considerazione si trova sempre in questo Salmo, ai versi 15 e 16: “Come pecore sono destinati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà di loro ogni traccia, gli inferi saranno la loro dimora. Certo, Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi”.

Qui possiamo vedere tanto la certezza di riscatto della “vita” in toto espressa dal salmista che pone una distinzione tra ciò cui gli uomini tendono per natura, il benessere fisico, e quello di chi invece fonda la sua vita con Dio come riferimento, “Certo, Dio riscatterà”.

Veniamo però al Nuovo Patto, in cui Gesù, esponendo la parabola del figlio prodigo, riporta le parole del padre che lo vide tornare: “Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Luca 15.22-24). Si può essere allora morti anche vivendo, o si può vivere senza essere morti e soprattutto c’è una vita eterna, quella che cercava il giovane ricco che incontreremo (Luca 18. 18-27): quella persona gli chiese “Maestro buono, che devo fare per eredita la vita eterna?”; dopo avergli riferito che aveva osservato tutti i precetti della legge, alle parole “Se vuoi esser perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi” è scritto che “Se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”: la vera vita, quella eterna, si trasformò per quella persona in qualcosa di secondario perché ne aveva un’altra, la propria, alla quale dava priorità. Ecco allora che quel giovane fece una scelta, volle salvare la sua vita, quella che gli apparteneva come essere pensante, cosciente, che lo faceva persona nella carne, e non quella della rinuncia, che gli avrebbe tolto i suoi averi materiali, ma gliene avrebbe dati altri, spirituali, in cambio.

Da notare che Gesù non chiese a quel ricco di abbandonare i suoi averi e darli ai poveri come condizione per avere la vita eterna, ma di abbandonarli come prima cosa dentro di sé e poi seguirlo perché solo così il suo dare agli altri avrebbe avuto un senso: non lo chiama ad essere altruista o “buono”, ma a far parte del gruppo dei discepoli realizzandosi pienamente, a liberarsi di un ostacolo. Se ci fermassimo alla prima parte della Sua risposta, il cosiddetto “vangelo sociale” sarebbe legittimato.

La ricchezza è qui vista come “vita”, cioè tutto ciò che rappresenta essa per l’uomo, ma va intesa come possesso, materiale o affettivo, cioè tutto quello che ci condiziona nelle nostre scelte, come più volte sottolineato, qualcosa relegato al bene che si possiede, sia denaro, cose, persone, affetti. E qui siamo chiamati molto a meditare, perché la nostra esistenza non può essere condizionata dai nostri “beni”, non può esservi compromesso, ma distinzione. Sotto questa lettura, hanno pieno senso le parole di Paolo a Timoteo nella sua prima lettera: “Invece quelli che vogliono arricchire – anche nel senso dell’Ego – cadono vittime di tentazioni, di inganni e molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. Infatti l’amore del denaro – amore e non disponibilità di esso – è radice di ogni specie di mai; e alcuni che vi sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori” (6.9-10).

L’affermazione di Gesù sulla “propria vita” è allora intesa nel suo senso più ampio, cioè l’uomo deve chiedersi cosa lo spinge, lo anima nel profondo e meditare sul fatto che, seguendo i propri impulsi naturali e anche venendo a “guadagnare il mondo intero”, quello che Gli voleva dare Satana, a nulla servirebbe se perdesse la propria anima, la sola ad essere immortale.

Perché non c’è nulla che possiamo dare a Dio in cambio, neppure noi stessi, se non fossimo stati da Lui accolti. Amen.

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11.16 – SEGUIRE GESÙ: PRENDERE LA CROCE II (Matteo 16.24)

11.16 – Seguire Gesù: prendere la croce II (Matteo 16. 24)

 

 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

 

Nello scorso capitolo abbiamo lavorato, nelle sue parti essenziali, sul corrispettivo di Luca che, al “prendere la sua croce”, aggiunge “ogni giorno”. Prima di esaminare il significato della “croce” di cui Gesù parlò ai discepoli e alla folla da Lui direttamente chiamata, sottolineiamo che il seguirLo doveva essere una scelta libera e ponderata: “Se qualcuno vuole venire dietro a me”. In pratica la porta della Grazia è aperta a tutti, ma quel “se” avvisa chi vuole seguirlo che non può farlo restando la persona di prima, cioè pretendendo di mettere sullo stesso livello se stesso e Dio, cercare un compromesso per vivere tenendo separato ciò che appartiene alla propria natura umana da ciò che è il confronto con Lui. La cosa è impossibile perché non si può “servire a due padroni”, perché “o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.” (Matteo 6.24).

“Se” quindi, attirato dai miracoli e dai discorsi di Gesù, una persona si sente attratta da Lui, deve sapere che si troverà presto o tardi di fronte alla necessità di rinnegare se stesso, cioè fare i conti con tutti quegli elementi che hanno rappresentato fino a quel momento il centro della sua vita, per abbandonarli. Alcuni lo fanno subito, in blocco, totalmente, altri con una progressione perché si comincia dalle piccole cose per poi arrivare alle grandi e non viceversa. Il rinnegamento di se stessi inizia quando si acquisisce la conoscenza che “in me non abita alcun bene”, è come iniziare con vestiti invernali un cammino sotto il sole per svestirsi progressivamente, abbandonando ciò che non serve perché portarlo addosso diventa un problema fastidioso. Credo che sia pertinente in proposito Colossesi 3.12-17 “Vestitevi dunque, come eletti di Dio, santi ed amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose vestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori”.

“Rinnegare se stessi” è strettamente connesso al “prendere la propria croce” e al seguire Gesù, due azioni ciascuna delle quali implica l’altra perché altrimenti sarebbero entrambe sconnesse, senza senso perché solo se fatte assieme garantiscono la sopravvivenza della persona.

Venendo alla seconda parte di queste riflessioni, mi sono chiesto se i presenti al discorso di Gesù, discepoli compresi, potessero capire cosa s’intendesse effettivamente per “croce”, non essendovi un solo caso in cui è menzionata nelle loro Scritture, nella Legge, nei Profeti o negli altri Libri. Forse i più informati avranno fatto il collegamento con la crocifissione, praticata dai Romani dal 200 a.C., ma dalle origini persiane, da Antioco Epifane ed Alessandro Magno ancora prima, ma la ritengo un’eventualità rispetto al fatto che il suo vero significato verrà rivelato proprio con l’esecuzione di Gesù ed il Suo risorgere.

Come abbiamo fatto con l’ “ogni giorno”, vediamo allora le applicazioni sul prendere “la propria croce”. La prima domanda che mi sono fatto è se i presenti conoscessero il significato della parola. Ho fatto due ipotesi, che probabilmente si assommano tra loro e danno un unico risultato: primo, la crocifissione era stata introdotta dai romani nel 200 a.C., ma era in uso presso i babilonesi, i persiani e i cartaginesi dai quali i romani l’appresero. La storia umana ha tramandato la crocifissione di duemila abitanti ordinata da Alessandro Magno quando conquistò Tiro nel 332. La croce, quindi, è possibile che abbia provocato nei presenti un immediato riferimento al dolore e alla morte. Secondo, ma più che un’ipotesi è un dato, è che Gesù nominò quello strumento di morte in modo tale che fosse capito nel suo significato più ampio dopo, quando appunto a provarla sarebbe stato lui stesso.

Sul problema di cosa avesse voluto realmente dire, molto si è scritto, anche contraddittoriamente, ancora una volta tendendo a dare una sola interpretazione. Come abbiamo visto poco prima per l’ “ogni giorno”, però, anche per la croce credo si debba procedere ad una lettura a strati perché non ci sono riferimenti primari o secondari, ma molti di pari importanza che convergono in un solo punto che li contiene tutti.

La croce parla di testimonianza sofferta. In Atti 5.41,42 leggiamo “Essi – gli Apostoli, dopo che furono flagellati, quindi soffrirono non poco – se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo”. Qui allora vediamo che per i Dodici (ricordiamo che Giuda Iscariotha era stato sostituito da Mattia) non era importante ciò che il sinedrio avrebbe loro fatto, ma testimoniare propagandando il Vangelo e Luca, medico, non dice una parola sulle conseguenze della flagellazione, ma pone l’accento sul fatto che “se ne andarono (…) lieti di essere giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. La realizzazione personale infatti, contrariamente ad ogni idea umana, non si verifica solo quando meditiamo la Parola o preghiamo, ma anche nel dolore conseguente alla dichiarazione dell’essere credenti e alla testimonianza del Vangelo.

La croce parla di sofferenza a molti livelli, non solo quello della persecuzione cui allude Paolo nelle sue lettere, poiché i persecutori dei cristiani, prima dei romani, furono proprio gli stessi ebrei. Ricordiamo Filippesi 1.29: “Riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che ci avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora”. In Ebrei 10.32-37 si legge “…avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso. Avete un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire verrà, e non tarderà”. E il credente ha bisogno di perseverare perché senza questo metodo si inaridirebbe; soprattutto è chiamato a pensare che il tempo che vive non è quello che è istintivamente portato a misurare coi propri metri umani: l’autore della lettera ricorda che abbiamo “un poco appena” prima del ritorno di Cristo. Attenzione a non sottovalutare la portata della persecuzione, poiché questa viene portata avanti tanto da religioni avverse al cristianesimo – e questo anche oggi –, ma dall’Avversario stesso che fa di tutto pur di incrinare, rovinare e se possibile distruggere il rapporto col Padre. Ci ha già provato e agirà in tal senso fino alla sua fine.

La croce parla di rinuncia e abbandono, come in Filippesi 3.7-11: “Ma queste cose – la storia umana di Paolo con ciò che questa comporta, esperienze, affetti, professione, inserimento sociale –, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui (…) perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dei morti”.

La croce parla di continuità, come ancora in Ebrei 12.2: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento – Lui solo –. Egli, di fronte alla gloria che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”.

La croce ci parla del rifiuto della carne intesa nel senso ebraico del termine, basar, che comprendeva il corpo e i sentimenti umani. Leggiamo in Galati 5. 24,25 “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò, se viviamo nello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito”. Ciò che siamo è e sarà sempre impuro, non importa quanto, fatto sta che il nostro vestito, se non fosse per l’intercessione di Cristo, sarebbe irrimediabilmente sporco e qui, a conferma che la nostra origine rimane, interviene Colossesi 3.5,6: “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è l’idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi”. Qui Paolo si esprime al tempo passato, ma proprio perché una volta, quando non credevamo, eravamo dediti a varie forme di peccato che  e qui dobbiamo prestare molta attenzione –rimane come attitudine e richiamo; ricordiamo che a Caino fu ricordato che il peccato era alla porta e lo spiava, attendendo il momento per agire. Anche lui, che viveva la dispensazione della coscienza, era libero di scegliere e prendere o meno i provvedimenti opportuni per salvaguardare il suo essere.

La croce è un riferimento: “Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Galati 6.14). Da notare la “croce del Signore” come punto di orientamento, poiché è alla croce che fu inchiodato non solo lui, ma anche quel “documento scritto contro di noi” (Colossesi 2.14) senza il quale non avremmo mai avuto accesso al Padre. Poi dal verso di Galati abbiamo la reciprocità: il mondo, per l’apostolo Paolo, non aveva più senso, né per il mondo la sua persona. È un addio reciproco che moti cristiani stentano a mettere in pratica.

La croce, infine, ci parla di noi, visti come “vasi di creta” e della nostra condizione: “In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale” (2 Corinti 4.8-11). Interessante il riferimento alla morte e al corpo, poiché il credente non si appartiene, ma è di Colui che lo ha salvato: portiamo “la morte di Gesù” in noi in quanto salvati per essa, ma ciò che è mortale in noi rivestirà immortalità.

Ecco allora che “prendere la propria croce ogni giorno” è un’espressione che comprende tutti questi riferimenti, ciascuno dei quali emerge a seconda delle circostanze, sempre conosciute molto più di quanto crediamo noi, da Nostro Signore Gesù Cristo e dal Padre. Amen.

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11.15 – SEGUIRE GESÙ: PRENDERE LA CROCE I (Matteo16.24)

11.15 – Seguire Gesù: prendere la croce I (Matteo 16. 24)

 

 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

 

Il parallelo di Marco ci informa che Gesù e i discepoli erano soli quando avvenne il riconoscimento di Pietro e il suo rimprovero, quindi tutto questo si verificò a distanza dalla gente che Lo seguiva. Anche lì, in quel territorio di Cesarea di Filippo, le persone Lo riconobbero e Lo seguivano, ma credo in maniera diversa; ricordiamo che in altri episodi, presente la folla, era detto che  “non avevano tempo neppure per mangiare” e quando Nostro Signore volle portarli in un luogo isolato per farli riposare, tornati dalla missione che aveva loro affidato, ci riuscì in parte. Qui invece in Marco 8.34 leggiamo “Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro”: li dovette chiamare, ma chi erano?

Gesù, all’inizio del Suo Ministero, opera nel territorio della Giudea e Galilea, con una visita in territorio Samaritano. Lì conosce e opera anche nei confronti di persone non appartenenti al popolo di Israele nel senso puro del termine, che tuttavia gli manifestarono una grande fede. Poi, come visto ultimamente, passa nella zona di Tiro e Sidone, tra i pagani, guarendo la figlia della donna cananea, o siro-fenicia. Quindi va nella Decapoli, rientra nella Galilea, per la seconda volta dà da mangiare alla folla (quattromila persone) “sette pani e pochi pesciolini” per poi entrare nella regione di Cesarea di Filippo: abbiamo tre passaggi in territori non ebrei che avvengono poco prima del Suo riconoscimento come “il Cristo” e del nuovo periodo di istruzione dei Dodici. Le persone che Gesù chiamò a Sé per farsi ascoltare, erano allora pagani ed ebrei, essendo imminente il Suo Sacrificio. Tra l’altro, qui è la prima volta in cui Nostro Signore, prima di parlare, “convoca la folla” rivelando cosa significhi veramente seguirlo e lo fa partendo dal significato più immediato del verbo, “venir dietro di me”, perché per seguire una persona bisogna necessariamente porsi avendola quanto meno a portata d’occhio per fare il suo stesso percorso.

E qui Gesù dice chiaramente che il “venir dietro di me” non è un’azione che possa risolvere qualcosa, ma è necessaria una piena identificazione in Lui. “Rinneghi se stesso, prenda la sua croce – Luca aggiunge “ogni giorno”e mi segua”, frase identica in tutte le versioni salvo, come abbiamo letto, ciò che Luca aggiunge.

A questo punto necessita una precisazione, e cioè: non è la prima volta che Nostro Signore parla della necessità di prendere “la propria croce”. La prima volta che espresse questo concetto l’abbiamo nel sermone in Matteo 10.38, “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”, che abbiamo esaminato in un precedente capitolo. Allora, però, questa frase era inserita in un contesto molto più ampio, in un discorso rivolto ai Dodici prima di inviarli in missione e lo abbiamo trattato come tale, cioè dedicandovi un breve ed essenziale sviluppo che qui cercheremo di estendere in modo più ampio e complesso ricordando che la Parola di Dio poche volte ha dei riferimenti univoci.

Sappiamo infatti che la voce di YHWH è paragonata a un suono: Daniele, quando lo udì, cadde “stordito con la faccia a terra” (10.9) e che Giovanni, in un verso già citato, in Apocalisse 1.15 scrive “La sua voce era simile al fragore di grandi acque”; riferimento al rumore bianco, cioè la somma di tutte le frequenze udibili. Il rumore bianco, per definizione, è quello caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze. Quello delle onde del mare è un primo esempio. Quindi la multiformità del messaggio, la sua contemporaneità nel momento. È necessario allora cercare di districarsi, quando siamo in presenza di espressioni e concetti che, come nel nostro caso, ne comprendono molti: “prendere la propria croce” è uno di questi; sono parole strutturate in modo tale da presentare un numero elevato di strati, di rimandi, di concetti.

I termini chiave di questo verso, facendo riferimento a Luca, sono due, la “croce” e “ogni giorno” e credo sia utile cominciare da quest’ultimo, che ci parla fondamentalmente di continuità, necessaria anche solo per l’apprendimento e il mantenimento di qualsiasi professione che richiede costanza, studio, pratica e aggiornamento. Nel campo spirituale troviamo molti esempi negli scritti dell’Antico e del Nuovo Patto.

“Ogni giorno” lo troviamo per la prima volta in Esodo 16.4 a proposito della manna: “Il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge”. Qui abbiamo un nutrimento dato direttamente da Dio al suo popolo, che non poteva prenderne per conservarlo perché “quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva” e addirittura, si esprime meraviglia perché solo quando veniva raccolta doppia razione il giorno antecedente il sabato, “non imputridiva, né vi erano vermi” (v.24). Il primo riferimento, allora, è che “ogni giorno” il credente è chiamato nel suo interesse a cercare il proprio nutrimento spirituale, di cui abbiamo traccia nella preghiera del “Padre Nostro”.

E qui i riferimenti sono numerosi: ricordiamo Deuteronomio 11.1, “Ama dunque il Signore, tuo Dio, e osserva ogni giorno le sue prescrizioni; le sue leggi, le sue norme e i suoi comandi”, Proverbi 8.24 “Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte, per custodire gli stipiti della mia soglia”, per non parlare delle promesse, tutt’oggi valide, contenute nel Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Anche in questi versi abbiamo un primo significato di quell’ “ogni giorno” detto da Gesù, che sarebbero delle belle massime religiose se non sapessimo che c’è un rapporto stretto tra l’avvicinarsi a Dio e il confronto con Lui, che “Ogni giorno ha compassione e dà in prestito, e la sua stirpe sarà benedetta” (Salmo 37.26). In opposizione abbiamo le conseguenze della disubbidienza così descritta in Deuteronomio 28.33: “Un popolo che tu non conosci mangerà il frutto del tuo suolo e di tutta la tua fatica. Sarai oppresso e schiacciato ogni giorno”, verso rientrante nelle maledizioni nel caso in cui Israele non Lo avesse seguito.

“Ogni giorno” ci parla anche del sacrificio quotidiano dei due agnelli (Esodo 28.29) a conferma del bisogno continuo di remissione a prescindere e non solo per un peccato specifico, per il quale esistevano precise norme. Così anche noi constatiamo quotidianamente la nostra debolezza e fragilità, necessitando sempre del perdóno anche per quelle mancanze dovute a inavvertenza, che non vediamo.

La quotidianità ci parla anche di testimonianza e di pratica concreta di fede: ricordiamo Atti 5.52, “Ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e annunciare che Gesù è il Cristo”, 16.5, “Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno” ed Ebrei 3.13 “Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi – cioè il tempo presente – perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato”. Tutto questo perché la vita che viviamo non dà tregua quanto a problemi, siano essi spirituali o pratici perché “a ciacun giorno basta la sua pena”.

Ecco allora che quell’ “ogni giorno” di cui parla Gesù comprende tutti questi elementi; in pratica non dobbiamo dimenticare che il riferimento è al nutrimento spirituale, al sacrificio dell’Antico Patto fatte le opportune applicazioni, a trovare nel Signore l’unico riferimento conoscendo la Sua cura, alla testimonianza e al fatto che ci troveremo sempre di fronte a degli elementi avversi, siano essi persone o problemi contingenti della vita. Un’espressione che ne racchiude tante altre e contemporaneamente, “il suono di grandi acque” di cui è stato accennato poco sopra.

In altri termini la “croce”, che esamineremo nel prossimo capitolo, se fosse da prendere “ogni giorno” limitandoci al suo stretto significato, genererebbe in noi un senso di disagio, assumendo un significato di condanna quasi senza speranza come fu per Adamo quando si sentì dire “…maledetto sarà il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi – non più l’albero della vita –. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai” (Genesi 3. 17-19).

Molto tempo è però passato da quel giudizio e ci troviamo certamente in una posizione diversa dai nostri progenitori perché sappiamo che l’ “ogni giorno” in cui la croce va presa comporta assistenza, aiuto e benedizione. Non siamo lasciati soli nel nostro cammino mai, a meno che non siamo noi a volerlo ignorando la cura e l’attenzione continua che il Padre, grazie all’intercessione del Figlio, ci vuole dare. Amen.

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11.14 – VATTENE DA ME (Matteo 16.21-23)

11.14 – Vattene da me (Matteo 16. 21-23)

 

 21Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

 

È giusto che la prima sottolineatura sul nostro testo riguardi “Da allora”, tradotta più propriamente “Da quell’ora”, precisazione con la quale si apre un periodo nuovo iniziato quando Pietro riconobbe Gesù come “il Cristo”: da lì, “Da quell’ora” appunto, l’insegnamento di Nostro Signore riguarderà la Sua imminente morte e resurrezione. La conoscenza che gli Apostoli potevano avere di Lui, ancora una volta, doveva procedere per gradi così come quella del credente, se accoglie i Suoi insegnamenti ed è disposto ad modificare i concetti che ha appreso dal sistema mondano in cui ha vissuto fino a prima di incontrarlo, quando pensava “non secondo Dio, ma secondo gli uomini” (v.23).

È importante considerare che non esiste maturità senza formazione e che il Vangelo insegna, al riguardo, che l’improvvisazione o il pressapochismo non possono rientrare nel comportamento di chi lo annuncia, e quindi del cristiano, nel momento in cui si dichiara agli altri come tale. I Dodici, ma dovremmo dire gli Undici, seguirono Gesù per circa tre anni, testimoni di miracoli e soprattutto discorsi che ci hanno tramandato in minima parte; soprattutto le parole del loro Maestro furono non capite e dimenticate, ma quando lo Spirito Santo scese su di loro, le ricordarono tutte sotto un’ottica alla quale non avevano mai pensato, perché prima di quell’avvenimento non in grado di farlo. Ci fu così un tempo per vedere, ascoltare, toccare con mano gli effetti del Vangelo restando stupiti, e ce ne fu un altro in cui quanto appreso, apparentemente senza averne ben capito la portata, ebbe uno sviluppo assolutamente cosciente e partecipato rendendo così adempiute le parole di Gesù quando disse “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati” (Giovanni 14.12).

Adempimento di queste parole le troviamo nei miracoli compiuti da Pietro e da Paolo, e il “più grandi di queste” non è riferito alla loro portata, ma alla diffusione del Vangelo che avrebbe raggiunto tutto il mondo, mentre Gesù diede tutti gli elementi per essere riconosciuto da Israele come il Cristo, restando inascoltato.

Oggi, per il credente, è tutto diverso e non può più appropriarsi di quanto avvenne a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo si manifestò con “lingue come di fuoco e cominciarono a parlare altre lingue” (Atti 2. 3,4): come già detto in un’altra riflessione, lo Spirito di Dio si rivela in lui inizialmente convincendolo di peccato, giustizia e giudizio, dell’incompatibilità naturale che ha con Lui e di salvezza, ma una volta che ciò è avvenuto inizia un percorso che non può essere paragonabile a quello che ebbero altri credenti nei tempi antichi. Si tratta di un cammino di ricerca in cui si ha la Scrittura come unica fonte di orientamento. Anche lì, non sarà necessaria una semplice lettura del testo, ma un’accurata meditazione personale, quella che alcuni chiamano “lectio divina” in cui si lascia da parte ogni richiamo mondano e personale e si studia, ci si documenta, si riflette su una Bibbia che presenti il maggior numero possibile di riferimenti per incrociare tra loro i dati, interrogarsi serenamente sul testo. In pratica, guardando alle parole di Salomone in Proverbi 2. 3-6 “…se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio, perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza”, si può dire che siano sempre attuali e che ci riguardino profondamente da vicino ancora oggi. Ci sono allora verità che restano e vivono indipendentemente dal tempo in cui furono scritte, ed altre dispensazionali.

Non è facile il cammino cristiano: è pieno di domande, è una strada in salita, di scelte dolorose. Se così non fosse, sarebbe un percorso in discesa e l’ingresso per la porta sarebbe larga, non stretta, nonostante spesso chi propaganda il Vangelo insista sulla Pace di e con Dio, che certamente esiste, ma che scende su di noi dopo un percorso spesso di travaglio e non perché veniamo catapultati a vivere in una sorta di zona franca al riparo da ogni negatività. È chi vive nel mondo e per esso che in lui sta “bene”, non il credente proiettato, in pellegrinaggio verso il mondo futuro che lo attende, altrimenti sarebbe sbagliato l’insegnamento “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (Atti 14.22).

Torniamo al nostro episodio, da sviluppare tenendo presente i racconti di Marco e Luca: quest’ultimo riferisce le parole dette ai Dodici, e cioè “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli uomini, dai capi sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (9.22); queste pongono una distanza immensa fra Lui e il popolo che avrebbe dovuto riconoscere in Lui il Messia promesso. Qui Gesù cita gli uomini, i capi sacerdoti e gli scribi, mentre Matteo tutto il Sinedrio, composto dagli Anziani, scelti con voto popolare, i capi sacerdoti, cioè i responsabili delle ventiquattro mute che si alternavano nel servizio al Tempio – ricordiamo Zaccaria, padre di Giovanni Battista, appartenente alla muta di Abia –. Per ultimi abbiamo gli scribi, figura della vera conoscenza che avrebbe dovuto venire trasmessa al popolo e che primi fra tutti avrebbero dovuto riconoscerlo come il Cristo con la stessa sicurezza e naturalezza con la quale risposero ad Erode circa trent’anni prima; “Riuniti tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta” (Matteo 2.4,5).

Sempre dalle parole riferite da Luca, vediamo che Gesù non parlò solo del rifiuto della sua persona che sarebbe culminato con la Sua messa a morte, ma disse anche “e risuscitare il terzo giorno”, parole che non furono comprese dai discepoli perché stupiti e afflitti dall’annuncio della sua morte: quel “venire ucciso” li gettò in un profondo stato di tristezza e stupore, ritenendo impossibile che Uno che aveva fatto così tanti miracoli non fosse invincibile. Che Gesù dovesse risorgere, fu un dato che non venne preso in considerazione da nessuno dei presenti perché non capito, e in tale ignoranza rimasero anche dopo la Sua trasfigurazione, perché leggiamo “Essi tennero per loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti” (Marco 9.10). Non solo, ma anche più di un anno dopo queste parole, i discepoli dettero prova di non averle per nulla elaborate, poiché quando le donne annunciarono loro la resurrezione di Gesù, “Quelle parole parvero loro un vaneggiamento e non credevano ad esse” (Luca 24.11).

Fu così che Pietro, forse interpretando il sentimento di tutti, ma certamente dando ulteriore conferma del suo carattere impetuoso, prese Gesù “in disparte”, letteralmente, a seconda dei manoscritti “tiratolo con la mano” o “presolo con sé”, e “cominciò a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»”. Solo Matteo riferisce queste parole; Luca non ne parla affatto e Marco parla di un generico rimprovero (8.32). Cosa avvenne realmente?

È probabile che Pietro si rivolse a Gesù portandosi a una distanza molto breve dal gruppo e che volesse parlargli a tu per tu, ma le sue parole furono udite anche dagli altri. Con la sua frase, lo stesso Apostolo che prima lo aveva indicato come “Il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, prima si augura che Gesù si fosse sbagliato, e poi pretende di negare un avvenimento da Lui profetizzato. La sua frase potrebbe essere trattata indulgentemente se fosse stata proferita in un contesto diverso e certamente non riferita al suo Maestro: presa isolatamente, si tratta di un modo di dire scaramantico come se ne sentono tanti, ma per l’ambito in cui fu pronunciata fu molto grave perché la risposta che ebbe fu “Vattene da me, Satana”, il famoso “Vade retro” latino poi tramandato e diventato di uso comune e sempre a sproposito.

Furono le stesse parole pronunciate quando l’Avversario esaurì le sue tentazioni nel deserto e di cui è detto che “si allontanò da lui per un certo tempo”, tradotto anche “fino al momento fissato” (Luca 4.13) per cui, nel caso di specie, Pietro si fece strumento dell’Avversario per tentarlo ulteriormente, facendo leva sull’afflizione degli Undici conseguente alla perdita che avrebbero avuto, ricorrendo anche a quest’arma per distoglierlo dai Suoi propositi, o meglio dal Piano di Dio. “Dio non voglia” è quindi un semplice augurio? È piuttosto un’intromissione, un’ingerenza nel Suo/Loro piano e “questo non ti accadrà affatto” è una negazione di tutte le parole di Gesù al riguardo.

Se l’apparenza della valutazione quindi ci consente di ipotizzare che Pietro volesse rimproverare bonariamente Gesù in realtà Satana, attraverso questo Apostolo, assale Gesù di nuovo, mostrandogli la possibilità di sfuggire i patimenti e la morte, frase pericolosa soprattutto perché pronunciata dallo stesso discepolo che poco prima aveva riconosciuto profondamente l’identità e il ruolo del Suo Maestro. Se Pietro avesse pronunciato alla leggera quelle parole, non avrebbe ricevuto quel rimprovero rivoltogli pubblicamente poiché, se Matteo scrive “Gesù, voltandosi, disse”, Marco ha “Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse”.

“Tu mi sei di scandalo” sono parole che completano il “Via da me, Satana”: ricordiamo che lo “skàndalon” era il laccio, la trappola, la pietra sulla quale s’inciampa non vedendola e Pietro, purtroppo, era proprio uno scandalo quello che stava tendendo e disponendo per Gesù.

“Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”, identiche parole riportate da Marco dettategli da Pietro che si ricordò molto bene quel rimprovero, vero a differenza di quello che mosse a Gesù: il verbo “fronéo” significa “pensare”, ma anche “compiacersi, essere animato”, quindi impostare il proprio essere lontano da qualcosa. Quell’Apostolo, in quel momento, guardava alla morte di Gesù come a una disgrazia e aveva perso completamente il significato profondo e assoluto che aveva, perché “Come per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà la vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Romani 8.18,19).

Gesù doveva morire proprio per questo, per essere “consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione” (4.25), perché “se, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto di più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (5.10). “Perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (6.23). Amen.

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11.13 – LE CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI (Matteo 16.19-20)

11.13 – Le chiavi del regno dei cieli (Matteo 16.19-20)

 

 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

È facile collegare Pietro e le chiavi del regno dei cieli con l’immagine profana di un vecchio con barba e tunica dalla quale pende un mazzo di chiavi che, più anni fa che oggi, ci veniva/viene proposto per lo più in raffigurazioni satiriche. Chiaramente qui ci troviamo di fronte a qualcosa di molto più serio. Prima sottolineatura da farsi è sicuramente sulle parole “A te darò”, che indica una persona precisa, appunto Pietro, coinvolta in qualcosa a venire, cioè una volta Gesù risorto quando, in previsione della discesa dello Spirito Santo, sarà Pietro più degli altri ad avere la responsabilità della conduzione della prima Comunità dei credenti. Possiamo dire che, essendo questo apostolo stato il primo a riconoscere il suo Maestro come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, furono “le chiavi” il premio che ebbe, ma non per questo la promessa di Gesù fu intesa dagli altri undici come un attestato di primato nel senso di autorità umana. Infatti, poco tempo dopo li troviamo a discutere su chi di loro fosse “il più grande”: dopo la trasfigurazione, “Quando (Gesù) fu in casa, chiese loro: «Di cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano – perché sapevano trattarsi di una discussione fuori luogo –. Per la strada, infatti, avevano discusso tra loro chi fosse più grande” (Marco 9. 33,34).

“Chiavi” e “regno dei cieli” (non “paradiso”, che è cosa diversa) sono le parole da sottolineare perché indicano un ruolo e un ambito. La chiave è sinonimo di un potere che si ha o viene conferito. Conosciamo Apocalisse 1.18, in cui il Figlio si rivela a Giovanni con queste parole: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi”.  La parole “chiave”, al plurale, compare in tutta la Scrittura  solo per due volte: nel verso che stiamo esaminando e il questo di Apocalisse. Chi detiene le chiavi di una casa è il padrone, chi l’ha in uso, o un suo delegato di fiducia. Ricordiamo le parole a Eliachim, il cui nome significa “Alzato da Dio”, il cui nome è citato nella genealogia di Gesù (Matteo 1.13 e Luca 3.30,31) di cui è detto in Isaia 22. 21,22 “Lo vestirò con la tua veste ne lo fortificherò con la tua cintura – quindi riferimento a ruolo e forza – e gli darò in mano il tuo potere: egli sarà come un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per la casa di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire”.

Un richiamo spirituale molto forte lo abbiamo quando Gesù disse “Guai a voi, Dottori della Legge, perché avete portato via la chiave della conoscenza: voi stessi non siete entrati, e avete impedito di farlo a quelli che volevano entrare.” (Luca 11.52), che in Matteo 23.13 è “scribi e farisei, ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”.

Nostro Signore dice a Pietro che gli darà le chiavi, al futuro, e certamente fu questo apostolo ad usarle quando predicò il Vangelo con la sapienza dello Spirito, ma la stessa cosa la faranno anche gli altri, non in misura minore, ma con compiti e doni diversi. Davanti a Dio infatti non vi sono persone più o meno importanti, ma figli di cui si serve e a cui ha dato per fruttare chi 30, chi 60 e chi 100. Il premio però è e sarà individuale per cui non sta a noi fare una scala di rilevanza in senso umano. Nei versi oggetto di meditazione era comunque importante che Pietro fosse premiato per la dichiarazione che prima degli altri dà di Gesù: “Tu sei beato, (…) perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Le chiavi date a Pietro, quindi, non furono sua esclusiva, ma anche degli altri, come Giacomo, Giovanni, Filippo, Paolo e tutti quanti predicarono con la potenza dello Spirito. Già un primo segnale dell’aprire e del chiudere lo troviamo in Marco 16.15,16 dove Nostro Signore conferisce ufficialmente il mandato agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”.

Le “chiavi”, nel caso di Pietro, gli furono date per aprire nel predicare a Gerusalemme con tutte le manifestazioni che ne seguirono, e per chiudere come nel caso di Anania e Saffira o del mago Simone, da lui condannati (Atti 5.1-11; 8.9-25). A conferma del fatto che le chiavi non furono date solo a quest’apostolo, pensiamo a Paolo, alla sua predicazione che iniziava sempre a partire dagli ebrei, ma che quando rifiutarono il suo messaggio si rivolse ai pagani (Atti 13.46; 17.6; 28.28). La chiusura vi fu per l’incestuoso di Corinto, “dato in mano di Satana” fino a quando non abbandonò il suo peccato, venendo riammesso in seno alla Chiesa, per cui fu ristabilito (1 Corinti 5; 2 Corinti 2.5-10) ed ecco una nuova apertura.

Le chiavi di Pietro, e con lui gli altri apostoli che predicarono, furono quelli della rivelazione spirituale, dell’orientamento e guida dello Spirito Santo per l’avanzamento e l’aiuto/sostegno nella conversione di chiunque ha creduto, ma anche di chiusura e impedimento dichiarato ad entrare che si connette direttamente al principio del legare e sciogliere.

“Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Anche qui abbiamo qualcosa detto nel presente della circostanza, ma che poi, quando si tratterà di passare dallo stadio formativo a quello operativo, sarà conferito anche agli altri Apostoli. Infatti in Matteo 18.18 leggiamo “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”.

Qui il riferimento letterale è strettamente legato al significato che gli ebrei davano al “legare”, cioè dichiarare illegale qualcosa, e allo “sciogliere”, cioè legalizzarla. Si era soliti dire, a proposito dei Rabbi o degli Anziani, ma anche dei Giudici, che essi avevano “il potere di legare e di sciogliere”. Gli Apostoli, quindi, e credo chi governa la Chiesa esercitando un potere ricevuto da Dio e non da se stessi, possono “legare” e “sciogliere”, come avvenuto ad esempio nel caso della circoncisione che i convertiti giudei volevano fosse condizione di salvezza per i pagani. Nella Chiesa l’azione del legare o sciogliere può venire coinvolta nel valutare iniziative o situazioni apparentemente anomale che possono sempre venirsi a creare, per prendere i provvedimenti opportuni, ammettendole o respingendole. Certo che in essa devono esistere uomini preparati e capaci, che mettano il Vangelo alla base delle loro decisioni, che agiscano in armonia col Padre, il Figlio e lo Spirito Santo esercitando la loro autorità e non, come a volte purtroppo accade, che semplicemente si sostituiscano a Loro provocando danni a volte irreparabili.

“Legare” e “sciogliere” è connesso anche al perdóno dei peccati e vediamo Giovanni 20.20-23: Gesù è risorto e si presenta agli Undici. “Disse loro di nuovo: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»”. Si tratta di un verso molto importante che ha autorizzato la Chiesa di Roma ad introdurre la confessione auricolare nei suoi Sacramenti quando in realtà autorizza gli Apostoli, oltre a legare e sciogliere nel senso esaminato, all’esercizio del perdono o meno che non può essere generalizzato, ma va dato nel caso in cui la persona si penta attorno a un peccato specifico che impedisce la comunione fraterna. Anche qui, sono gli uomini preposti alla conduzione della Chiesa a dover esercitare questo potere. Si tratta di dinamiche importanti che coprono delle responsabilità altrettanto importanti, collegate agli episodi citati che videro Pietro e Paolo protagonisti dell’esercizio della disciplina e che possono riguardare anche l’ammissione o meno alla comunione fraterna e alla partecipazione al Memoriale a seconda del comportamento che alcuni possono prendere. Qui non si tratta di peccati “ordinari”, come torti, sgarbi od offese, ma di atti che possono gettare biasimo sulla Chiesa, condizioni di peccato non lasciato che coinvolgono anche la Comunità dei credenti, cattivi insegnamenti ed esempi.

Solo lo Spirito Santo può guidare i responsabili di una Chiesa in tal senso, poiché ragionando in termini umani o facendo riferimento alla semplice istituzionalità del ruolo, questi possono commettere errori che gli si ritorcerebbero contro; ricordiamo che “Come un passero che svolazza, come una rondine che volteggia, così una maledizione immotivata non ha effetto” (Proverbi 26.2). E il motivo deve trovarsi nelle cose spirituali. Si tratta allora di qualcosa di ben lontano dall’assolvere o meno un’anima, fatto certo registrato nei Vangeli, ma riferito sempre e solo a Dio e al suo Figlio Gesù Cristo, che dell’assoluzione è tramite e garante. La confessione dei peccati è l’unico mezzo per avere un perdóno di qualcosa di negativo commesso tra uomo e uomo, ma spetta alla persona colpita perdonare, non certo a un sacerdote che non può in alcun modo perdonare un peccato commesso contro Dio. La confessione auricolare può essere una buona cosa, ma per avere un consiglio, un indirizzo di comportamento a fronte di un problema dal quale non si sa come uscire. Così come i dieci comandamenti contemplano infrazioni fra uomo e uomo e fra l’uomo e Dio, altrettanto la confessione è necessaria per ripristinare la comunione fra entrambi gli elementi e, a seconda dei casi, va rivolta all’uno o all’altro.

 

Veniamo così al verso 20, “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”. Questo doveva essere compreso già da un anno e mezzo, quando Gesù fu preannunciato e presentato da Giovanni Battista che ricordiamo Lo battezzò come qualunque atro uomo che andava a lui. Ora chi aveva “orecchie per udire” già aveva fatto la scelta di unirsi a Lui e quelli che avevano creduto lo avevano riconosciuto; dirlo così, ufficialmente agli altri, avrebbe causato un fraintendimento come tutte le altre volte in cui i miracolati da Gesù, trasgredendo il suo ordine di non parlarne, avevano provocato reazioni unicamente appartenenti al mondo della carne. E qui vediamo anche un’altra prerogativa degli Apostoli, che avrebbero dovuto porre le fondamenta proprio sul fatto che Lui era “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”: loro lo avevano saputo e dovevano conservare quel dato come un tesoro. Scrive un fratello che “La vita di Gesù doveva giungere al suo termine prima che i suoi discepoli rendessero testimonianza di lui come del Cristo; anzi, il Signore stesso doveva, per primo, annunciare questo pubblicamente davanti al popolo nell’ora del suo martirio”. E lo fece dinnanzi all’organo che lo rappresentava.

Andando all’episodio cui si riferiscono queste parole, leggiamo che il sommo sacerdote “gli domandò «Sei tu il Cristo il Figlio del Benedetto?» E Gesù disse: «Io lo sono. E voi vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della Potenza, e venire con le nuvole del cielo». E il sommo sacerdote, stracciatasi la veste disse: «Abbiamo ancora bisogno di testimoni? Voi avete udito la bestemmia, che ve ne pare?” (Marco 14.62). Ecco cosa ne fecero gli altri delle parole di Gesù: sentito che era “il Cristo, il Figlio del Benedetto”, lo accusano di bestemmia e “Tutti sentenziarono che era reo di morte”.

Dalla lettura di questo passo allora vediamo che il rifiuto aperto e definitivo a Nostro Signore doveva arrivare direttamente a Lui dai più stretti interessati, cioè il sommo sacerdote e il tribunale ebraico (Sinedrio). A dire di essere il Cristo doveva essere Lui stesso e non i discepoli cui viene ordinato di tenere per loro quella verità. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” è una frase facile a dirsi e a ricordarsi, ma è totalmente inutile se non la si fa propria, poiché anche un ateo sa che si dice che Gesù sia vissuto e che fosse Figlio di Dio, ma non per questo è salvato.

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11.12 – TU ES PETRUS (Matteo 16.13-17)

11.12 – Tu es Petrus (Matteo 16.13-17)

 

 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 

 

 

Prima di affrontare questi versi, che se fossero stati visti nella loro semplicità non avrebbero causato fraintendimenti nel cristianesimo, è necessaria una premessa sulla mia persona: non ho aderito ad altro se non al cristianesimo vissuto in modo indipendente, svincolato tanto dal Cattolicesimo Romano quanto dal Protestantesimo nelle sue molte forme. Credo che, per essere definita “Chiesa” sia sufficiente una Comunità composta da “due o tre radunati nel mio nome” (Matteo 18.20), come avremo modo di sviluppare in futuro. Credo che Dio parli a chi lo ascolti e che questa persona possa trovarsi in tutte le denominazioni cristiane che presentano ai propri aderenti la possibilità di avere a che fare con una traduzione corretta delle Scritture perché quella, non la Chiesa, comunità dei credenti, è il riferimento per entrare attraverso quella “porta stretta” la cui unica via è costituita da Gesù Cristo. Un vero credente può solo indicare la via agli altri, volendo portando la sua esperienza ed esprimendo ciò che prova, o quello che il Signore gli ha rivelato attraverso lo Spirito Santo, entità preposta alla sua consolazione: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14.26)

Venendo al verso 18, vediamo chiaramente come i soggetti siano due, Pietro che ha affermato “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e quanto da lui detto, che diventa pietra-roccia su cui Gesù edificherà la sua Chiesa come una casa costruita su di Lui, in grado di resistere alle forze avverse. Se la Chiesa fosse fondata su Pietro, cioè un uomo come noi, sarebbe un assurdo e, anche ammettendo come lontana ipotesi che ciò sia vero, Nostro Signore lo avrebbe detto chiaramente senza ricorrere ad un giro di parole fra “Pietro”, greco Pétros, pietra, sasso, e pétra, roccia, rupe, “su questa pietra”. E coloro che tradussero queste parole dall’aramaico al greco, certamente non sbagliarono.

Ancora, se la Chiesa fosse fondata su Pietro, persona che difese strenuamente il Vangelo e le proprie idee, che ebbe un ruolo fondamentale nella prima Chiesa a Gerusalemme, si sarebbe certamente adoperato perché Marco, suo discepolo, lo riportasse nella sua opera.; invece, proprio al riguardo tace, riportando un dialogo molto più stringato di Matteo: “Ed egli domandava loro: «ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno” (8. 29,30).

Purtroppo la “traduzione interconfessionale in lingua corrente”, la cosiddetta TILC, riporta “Per questo io ti dico che tu sei Pietro e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia comunità”. Ora credo che nessun insegnante di greco possa lasciar passare una simile traduzione che non solo distorce, ma rinnega anche la Chiesa stessa definendola “comunità”, termine passabile in altre circostanze ma non qui, dove l’Ecclésia è l’insieme dei “chiamati fuori”, degli uomini che desiderano porre in Cristo il fondamento della loro vita. Si tratta di un errore che, per grossolanità, è paragonabile a uno dei tanti commessi dalla “Traduzione del Nuovo Mondo” dei Testimoni di Geova che tuttavia, restando isolata, non può potenzialmente traviare allo stesso modo la conoscenza i semplici come la versione TILC di cui si legge che “Protestanti e Cattolici hanno lavorato insieme in questa traduzione e insieme la presentano ai lettori. È una traduzione interconfessionale, accolta da tutte le confessioni cristiane, approvata dall’Alleanza Biblica Universale e da parte Cattolica dall’autorità ecclesiastica (CEI)”. Una traduzione fondata sul compromesso, per accontentare un po’ tutti, col famoso “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Fortunatamente, la TILC non ha la stessa diffusione della “Bibbia di Gerusalemme”, della Luzzi, della Diodati “riveduta”, o della CEI originale su cui basiamo queste riflessioni, segnalandone le varianti. Al contrario la traduzione semplicistica del testo biblico operata dalla TILC, lo ha terribilmente inaridito e reso simile a un romanzo, o a una lettura di puro intrattenimento dalla quale, al massimo, si possono trarre dei begli insegnamenti morali. Ma non serve a nulla, è impossibile procedere ad una esegesi del testo.

Tornando in tema, Gesù afferma che proprio sulla dichiarazione di Pietro edificherà la sua Chiesa: se “Simone, figlio di Giona” era Pietro – verità incontestabile – altrettanto e ancora di più lo era il fatto che nessuna Chiesa può fondarsi su altro principio cardine se non quello che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente (…) e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa”. Purtroppo questo verso così importante viene liquidato con “nemmeno la potenza della morte potrà distruggerla” nella TILC in cui il senso dell’impotenza di Satana a “prevalere” su di essa e le verità conseguenti vengono fortemente ridotte.

Sulla distinzione “Pietro – pietra” si discute da sempre e molte pagine sono state scritte con tesi contrapposte, per cui mi asterrò dall’addentrarmi in questioni che non portano da nessuna parte anche perché una cosa è la difesa dottrinale e altro è la contesa. Scrivendo a Tito, suo discepolo e collaboratore greco, Paolo gli ordina “Evita le questioni sciocche, le genealogie, le risse e le polemiche intorno alla Legge, perché sono inutili e vane” (3.9).

Da notare comunque, tornando alla seconda parte del verso 18, che la traduzione letterale ha “Le porte dell’Ade non la potranno vincere”, ben diversa da “la potenza della morte” perché il riferimento non è tanto alla morte come “salario del peccato” – al limite questo è una delle possibili applicazioni –, ma “le porte dell’Ade” è riferito al regno della morte in potere a Satana, definito in Ebrei 2.14 “Colui che della morte ha il potere”. Sicuramente utile per capire l’espressione delle “porte dell’Ades” è Giobbe 38.17, quando Dio gli chiede “Ti sono state svelate le porte della morte e hai visto le porte dell’ombra tenebrosa?” confermando di avere pieno potere su ogni cosa, morte compresa, come avvenuto con Gesù con la sua risurrezione.

Ricordiamo che le “porte” di una città erano i luoghi in cui le autorità si riunivano per deliberare e da esse uscivano gli eserciti per andare alla guerra. “Le potenze degli inferi”, corretta interpretazione de “le porte”, si riferisce allora a tutta la potenza dell’Avversario che vede nella Chiesa il nemico da distruggere perché composto da uomini che, nonostante protetti e salvati, sono comunque defettibili e soggetti a cadere nell’errore nel momento in cui non vigilano su loro stessi e non pregano secondo il “Padre Nostro”, “non abbandonarci nella tentazione”.

La Chiesa come nemico da abbattere è un concetto che troverà il suo culmine nella Bestia di cui è detto che “…(le) fu data una bocca – Satana è e sarà sempre un subordinato e ha bisogno sempre che gli venga concesso un potere – per proferire parole d’orgoglio e di bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu concesso di fare guerra contro i santi e di vincerli – provvisoriamente –; le fu dato potere sopra ogni tribù, popolo e nazione. La adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome è scritto nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo” (Apocalisse 13.5-8). E il termine “adorare” qui non è inteso come nell’antichità, in cui le persone si prostravano davanti all’imperatore, ma “affidare la propria vita a qualcuno condividendone gli scopi e gli ideali”.

Sostando ancora un attimo su questi versi, vediamo che l’Agnello, immolato sulla croce, in realtà lo fu “fin dalla fondazione del mondo”, cioè prima di creare l’universo Padre e Figlio concordarono il piano per la salvezza dell’uomo qualora fosse caduto. Come effettivamente avvenne.

La porta quindi rappresenta l’ingresso e l’uscita, la definizione di un confine che da sempre un impero tende ad allargare, e questo a maggior ragione si verifica con quello dell’Avversario, ma “I monti circondano Gerusalemme: il Signore circonda il suo popolo, da ora e per sempre” (Salmo 125.1), naturalmente in senso protettivo perché altrimenti quella città soccomberebbe. Perché “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che usa misericordia. (…) Ecco, io ho creato il fabbro che soffia sul fuoco delle braci e ne trae gli strumenti per il suo lavoro, e io ho creato anche il distruttore per devastare. Nessun’arma affilata contro di te avrà successo, condannerai ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio. Questa è la sorte dei servi del Signore, quanto spetta a loro da parte mia. Oracolo del Signore” (Isaia 54.10-17).

Da queste parole intravediamo che la Chiesa, nuovo popolo di Dio e, andando oltre, “Corpo di Cristo”, sarà risparmiata nell’ora più terribile. Nell’ ”arma affilata”, da sempre garanzia di vittoria per chi la possiede, vediamo l’inefficacia di ciò che umanamente garantirebbe l’eliminazione dei “santi”. Il condannare “ogni lingua”, poi, è connesso alla frase “Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo?” (1 Corinti 6.2).

Abbandonando questi riferimenti nell’Antico Patto, vediamo quelli del nuovo: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutte e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giovanni 10. 27-30).

Paolo in Romani 8.35-39: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello». Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né altezza né profondità, né alcuna creatura potrà separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. E, solo dalla lettura del libro degli Atti, sappiamo che Paolo queste cose le provò tutte, per cui parlava con cognizione di causa e non per portare i credenti di Roma ad uno stato “euforico” o distrarli dal pensiero delle persecuzioni che subivano. Chi, credendo in Gesù Cristo e seguendolo perché sa che Lui solo è “il Figlio del Dio vivente”, possiede “un regno incrollabile” e sa che “il nostro Dio è un fuoco divorante” (Ebrei 12.28,29). Un fuoco che brucerà quel “leone ruggente” che è Satana, che “va in giro cercando chi possa divorare” (1 Pietro 5.8). Amen.

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11.11 – lPOTESI E VERITÀ (MATTEO 16.13-17)

11.11 – Ipotesi e verità (Matteo 16.13-17)

 

13Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 14Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 

 

 

Dopo aver guarito il cieco a Bethsaida, Gesù giunge coi Suoi nella “regione di Cesarea di Filippo”, nome dato da Erode Filippo alla città un tempo chiamata Panea (dal nome del dio Pan); questo fece in onore dell’imperatore Tiberio, il cui nome completo era Tiberio Giulio Cesare Augusto, dopo avere ampliato e abbellito la città. Cesarea di Filippo è  un nome che viene dato per distinguerla dall’omonima, detta “Marittima”, fondata da suo padre Erode il Grande. Il territorio di Cesarea, prevalentemente pagano, fu scelto da Gesù come zona di ritiro coi discepoli per istruirli in merito alla Sua morte che si stava avvicinando: perché ciò fosse possibile, era necessario che si trovassero lontani da quelle folle pronte a vedere in Lui il guaritore, ma poco disposte a interrogarsi seriamente su chi fosse. Era quindi necessario, dopo un anno e mezzo circa in cui i dodici erano con Lui, che lo conoscessero ancora meglio e soprattutto venissero fatti partecipi di verità che avrebbero compreso in seguito. I sinottici, riguardo all’insegnamento ai dodici, hanno tramandato la parte più saliente dei suoi discorsi e Luca ci dice che, prima della domanda “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”, Gesù “si trovava in un luogo solitario a pregare” (9.18).

La risposta che diedero i discepoli alla domanda di Gesù rifletteva quanto si diceva effettivamente di Lui, che qui si definisce “Figlio dell’uomo” a sottolineare il modo immediato con cui si presentava “esternamente” secondo Isaia 53.2 “È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza da attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”. Definendosi qui “Figlio dell’uomo” Gesù vuole sottolineare la sua umanità, che tutti potevano constatare, a differenza di quella di “Figlio di Dio” che pochi, pensando a tutta la gente che aveva fin lì incontrato, erano stati disposti ad attribuirgli.

Nostro Signore qui fa una domanda precisa ed ottiene una risposta che i dodici non ebbero alcun problema a dare: “Alcuni, Giovanni Battista”, alludendo evidentemente ad Erode e ad altri che condividevano la sua opinione quando disse “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!” (Marco 6.16). E la superstizione, fedele compagna dell’ignoranza, fece il resto. I discepoli continuano dicendo “Altri, Elia” in quanto aspettato dagli israeliti prima della venuta del Messia. Vale la pena osservare che in proposito abbiamo Malachia 3 che riporta “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate, e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate. (…) Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i pardi perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio” (versi 1 e 22-24). Ora la traduzione dei LXX di questo libro, fatta nel 185 a.C. ad Alessandria d’Egitto, aggiunse ad Elia “il Tisbita” identificandolo con il profeta, per cui in Israele erano molti ad attendere la venuta di Elia il Tisbita in persona. Ecco perché a Giovanni Battista chiesero “Sei tu Elia?” (Giovanni 1.21), ottenendo una risposta negativa.

I discepoli, proseguendo, dicono “altri, Geremia” perché a quel tempo una parte degli israeliti metteva in connessione l’ “uomo di dolori” di Isaia 53.2 con Geremia, detto “il profeta del pianto”. Erano molti a pensare che il profeta di cui si parla in Deuteronomio 18.15, “il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”, fosse da identificare proprio in Geremia, ritenuto “pari” a Mosè. L’ultima ipotesi sull’identità del “Figlio dell’uomo” è “…o uno dei profeti”, secondo Luca “uno dei profeti antichi resuscitato”, secondo Marco “Un profeta, pari ad uno dei profeti”: trattasi certo di una definizione più nebulosa delle precedenti ma che attesta come, in un modo o in un altro, tutti lo guardavano come un uomo straordinario. Ma non serviva a nulla, non bastava, Gesù non voleva questo, né cercava, né ammetteva di essere riconosciuto in modo diverso dalla sua reale esistenza come il Figlio di Dio e per questo inizia il suo discorso coi discepoli. “…o uno dei profeti” era anche l’opinione che aveva Nicodemo quando, venuto da Gesù, gli disse “Sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”.

La risposta dei dodici alla domanda di Gesù non comprende l’opinione dei farisei e relativi associati perché quelli non cercavano di darsi spiegazioni su chi fosse in quanto guardavano al fatto che li metteva sempre in difficoltà davanti al popolo e per questo andava eliminato. La “gente” di cui Gesù chiede notizia è il popolo, cioè chi si ricordava dei miracoli, del Suo operato, chi lo seguiva, e la domanda ai dodici sull’identità del “Figlio dell’uomo” ci conferma che essi parlavano con la gente, non costituivano un gruppo chiuso e isolato dal contesto in cui vivevano.

 

A questo punto, ricevuta una risposta esauriente alla prima domanda, Gesù passa a una verifica, a dire “Bene, la gente pensa questo di me, ma voi?”. Qui la questione si fa complessa perché i discepoli, per rispondere, avrebbero dovuto esprimersi in modo diverso dal popolo, non dare un’opinione, ma dimostrare di avere delle certezze, vivendo ormai accanto a Lui da un anno e mezzo. E qui viene in mente ciò che gli dissero dopo l’episodio della tempesta sedata, “Veramente tu sei il Figlio di Dio!”, affermazione dettata dalla paura e dalla meraviglia per quanto da Lui fatto, ma che in quel caso era fuori luogo soprattutto per quel “veramente”.

A questo punto è Pietro a prendere la parola e credo che lo abbia fatto, conoscendo il suo carattere, d’impeto, senza pensarci due volte: “Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”. Si tratta di un’affermazione di una portata enorme, considerato che lo Spirito Santo non era ancora sceso. È un boato, un lampo che squarcia il buio perché “TU – e non altri – SEI – cioè esisti come essere totale – IL CRISTO – cioè Colui che tutti aspettavano – IL FIGLIO – “il” e non “un”, prima di tutto non dell’uomo, ma – DELL’IDDIO VIVENTE”.

Pietro non poteva aggiungere altro e implicitamente afferma di non aver bisogno di dire nulla di più. Gesù era stato chiamato “Signore”, “Figlio di Davide”, “Maestro buono”. Ricordiamo Giovanni Battista, che lo aveva definito “L’Agnello di Dio, che prende su di sé il peccato del mondo”, ma “Il figlio dell’Iddio vivente”, nessuno prima di allora lo aveva detto. E, contrariamente a quanto sostiene una parte del cristianesimo, non credo che Pietro parlasse a nome di tutti, come a volte avveniva, perché altrimenti Gesù non avrebbe detto “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona”, ma “Siete beati”. Tra i dodici non vi fu nessuna consultazione ma, mentre gli altri esitavano a rispondere, Pietro si fa avanti.

Sappiamo che a rivelare tutto questo a Pietro fu il Padre che gli permise di fare accostamenti fino ad allora impensabili per un discepolo o un apostolo. Infatti ricordiamo Salmo 2.7-9 “Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane. Le spezzerai con scettro di ferro, come vaso di argilla le frantumerai”. Dicendo “Il figlio dell’Iddio vivente”, Pietro ricorda questo verso: il Figlio “generato” nel senso di rivelato progressivamente agli uomini, concetto che approfondiremo prossimamente. Notare anche lo “scettro di ferro”, che recentemente abbiamo connesso alla profezia “Lo scettro non sarà rimosso da Giuda” pronunciata dal patriarca Giuseppe. Va fatta comunque molta attenzione perché l’identità precisa di Nostro Signore è la prima a dover essere rivelata, per lo meno nel contesto ebraico. Infatti la prima cosa che fece Saulo da Tarso una volta ripresosi dalla sua cecità temporanea, fu “Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio” (Atti 9.20). È una verità che costituisce la prima pietra dell’edificio spirituale posto a salvezza del credente. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio, il Suo sacrificio sarebbe stato inutile perché, nella storia, molti sono gli uomini che hanno dato la vita per i loro simili, ma non hanno salvato l’anima di nessuno.

Quella che Pietro dice a Gesù è una verità basilare, fondamentale, che non può che venire definita “pietra” ed infatti viene più volte ribadita nelle lettere tanto di Paolo che di Giovanni. Pensiamo all’apertura della lettera ai Romani, dove si afferma che il Vangelo di Dio era stato “promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti” (1.1-4). Ricordiamo anche l’apertura della lettera agli Ebrei, verso che già conosciamo, quando si dice che “ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente” (1.2,3).

Andiamo poi all’apostolo Giovanni, che scrive “Noi stessi abbiamo visto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio”. (1 Gv 4. 14,15). Infine possiamo citare qualche verso più avanti: “E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (5.5).

Concludendo: la verità espressa da Pietro è alla base della conoscenza cristiana, è il primo gradino, come testimoniato dalle letture che ho citato da Atti 9.20 alla prima lettera di Giovanni 5.5: non possiamo che constatare che le verità lì espresse si sviluppano tutto attorno al fatto che Gesù è “il Figlio di Dio” proprio perché solo essendo tale avrebbe potuto salvare la creatura altrimenti condannata per sempre ad un presente e a un futuro di tenebre. Amen.

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11.09 – NON CAPITE ANCORA? (Matteo 15.5-12)

11.09 – Non capite ancora? (Matteo 15.5-12)

 

5Nel passare all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere del pane. 6Gesù disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». 7Ma essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso del pane!». 8Gesù se ne accorse e disse: «Gente di poca fede, perché andate dicendo tra voi che non avete pane? 9Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila, e quante ceste avete portato via? 10E neppure i sette pani per i quattromila, e quante sporte avete raccolto? 11Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei». 12Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei.

 

 

Quanto abbiamo letto si verifica subito dopo la predizione del “segno di Giona” quale unico dato ai farisei e sadducei su cui abbiamo già fatto qualche considerazione: ci dice molto il fatto che Gesù non si sia allontanato da loro a piedi, ma in barca coi dodici, a rimarcare la distanza, e relativa impossibilità a seguirlo anche fisicamente, fra la “generazione malvagia e adultera” e quelli che in Lui avevano creduto nonostante la limitatezza della loro comprensione che, nel passo di oggi, qui emergerà con tutta la sua evidenza. Marco scrive “Li lasciò, salì sulla barca con i suoi discepoli e partì per l’altra riva” (8.13), ma non ci viene detto dove per cui, stante le dinamiche dell’episodio, viene da pensare che approdarono su una spiaggia lontana da un centro abitato.

Possiamo anche supporre che tra l’arrivo di Gesù a Dalmanutà, il suo intervento coi suoi oppositori e la partenza per la riva opposta del mare di Galilea passò poco tempo nel senso che i discepoli non ebbero modo di pensare a fare provviste, stante la loro presenza all’incontro coi farisei e sadducei e l’interesse col quale seguirono quanto avvenne.

La presenza di quel “solo pane” fu occasione per Gesù di insegnare loro un importante metodo di comportamento, cioè “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode” (Marco), o “dei farisei e dei sadducei” come scrive il nostro testo. Nostro Signore allora prende spunto da quel pane che i discepoli non avevano con sé, lavorato con un lievito innocuo, per istruirli sulla possibilità che una sostanza, spiritualmente analoga, non andasse a intaccare la loro anima e coscienza.

Gesù, stante la situazione che si era venuta a creare, avrebbe potuto iniziare un discorso sul non preoccuparsi “per il cibo che perisce” e pensare “a quello per la vita eterna”, ma rimprovera i dodici perché, in quel momento, la loro preoccupazione era quella di come risolvere un problema umano tralasciando l’insegnamento che rivolgeva loro. La parola “lievito”, infatti, portò subito alla loro mente il pane naturale, senza alcuno spazio per ciò cui la parola alludeva.

È opinione comune che col lievito s’intenda il peccato ed in un certo senso è vero, ma è un termine suscettibile a interpretazioni innumerevoli. Il peccato infatti è un’azione che, contrapponendosi al volere di Dio, impedisce al credente che lo ha commesso la possibilità di una relazione con Lui fino a quando non viene perdonato tramite la sua confessione e soprattutto l’abbandono di esso.

La vera individuazione del lievito va invece fatta nell’orgoglio e nell’ipocrisia, nel lasciare spazio all’Io che, se lasciato libero, finirebbe inevitabilmente per lievitare, cioè inquinare la persona allontanandola sempre di più dal Signore. Gesù parlò spesso di questa sostanza e solo in un caso positivamente: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata” (Luca 13.21). Conscio dell’importanza dell’insegnamento riguardo al lievito negativo, invece, Paolo lo sviluppa mettendone in evidenza tutta la sua pericolosità: in 1 Corinti 5.6 leggiamo “Non è bello che voi vi vantiate: non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?”. Abbiamo allora un collegamento al “vantarsi” , cioè esaltare i propri meriti, celebrarsi, decantarsi, lodarsi. In poche parole, sentirsi migliori di altri. Al riguardo, prosegue scrivendo “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. (…) Celebriamo dunque la festa – il memoriale – non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di verità” (vv.7,8).

Il “lievito vecchio” è il modo di ragionare dell’uomo naturale, che va “tolto via”, perché il credente è chiamato ad essere azzimo e non a caso, negli scritti dell’Antico Patto, troviamo il pane senza lievito quale strumento di relazione con Dio proprio in vista della futura liberazione dell’uomo dal peccato. Gesù in Luca 12.1 ricordò il concetto espresso ai discepoli specificando “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia” (13.21), quindi la finzione, l’interpretazione di un ruolo che non si ha, l’adagiarsi su tradizioni e massime morali magari anche belle, ma vuote al loro interno, sterili. Occorre essere se stessi sempre, ma nella condizione di esseri umani rinnovati, azzimi.

Nella nostra lettura di Matteo e Marco abbiamo il lievito di tre categorie di persone: i farisei, i sadducei e di Erode. Conosciamo i primi e i secondi, ma quel “di Erode”, quindi citando una persona specifica, è riferito non tanto a lui, identico a molti altri regnanti quanto a comportamento e nefandezze, ma agli Erodiani, piccolo partito che lo sosteneva, ma ugualmente pericoloso perché associato agli altri che Lo volevano uccidere. Si tratta di una mia osservazione, ma se prendiamo letteralmente “il lievito di Erode”, cioè a quello che era in lui, allora è chiaro il riferimento alla morte di Giovanni Battista e alle dinamiche che la provocarono.

“Fate attenzione” e “guardatevi” sono due esortazioni tese a non dare per scontato che la nostra condizione di salvati impedisca il rimanere invischiati in situazioni che sono il risultato di una mancata cura quotidiana della nostra persona. Ricordiamo le istruzioni date a Mosè a proposito della celebrazione della Pasqua: “Non si veda lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini, per sette giorni” (Deuteronomio 16.4). Pensiamo alla cura che le famiglie israelite avrebbero dovuto impiegare perché neppure un granello fosse presente nelle loro case. Anche il parallelo di Esodo 12.19 è eloquente: “Per sette giorni, non si trovi lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al settimo, quella persona sarà eliminata da Israele”. Quando ci presentiamo davanti al Signore – e lo siamo sempre – ecco allora che la cura perché il lievito sia assente dev’essere continua, abbiamo il dovere e la necessità di “fare attenzione” e “guardarci” proprio perché non ne siamo esenti.

Il lievito, allora, solo in senso lato può essere ammesso come figura del peccato, poiché in realtà è riferito a ciò che lo produce, cioè il voler essere indipendenti da Dio e se Caino espresse questa volontà ufficialmente allontanandosi da Lui dopo il giudizio, altri lo fanno aggiungendo o togliendo dalla Scrittura, come i farisei e i sadducei, adagiandosi sul sistema da loro organizzato.

Tutto questo era racchiuso nelle parole che Gesù disse ai suoi, ma sappiamo che non lo ascoltarono, perché leggiamo “Ma – forte avversativo – essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso del pane!»”, cioè si preoccupavano per qualcosa di enormemente basso confrontato all’insegnamento che avrebbero dovuto ricevere. Non erano preoccupati, ma “discutevano fra loro perché non avevano pane” (Marco), quindi da un lato esprimevano preoccupazione perché quel pane che avevano non sarebbe bastato a sfamarli, ma anche si accusavano reciprocamente, interrogandosi su chi di loro avrebbe dovuto pensare a comprarlo mentre il loro Maestro discuteva coi farisei e sadducei e si accusavano l’un l’altro.

“Gente di poca fede” è il rimprovero che fu loro rivolto, ma leggiamo le parole di Marco: “«Perché discutete che non avete pane? – infatti non ne avevano motivo – Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchie non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non capite ancora?»” (8.17-21). Da notare che, alle prime quattro domande, i discepoli non seppero rispondere. Qui Gesù pone di fronte i Suoi a quanto fosse inutile il loro parlare, perché avevano con loro chi, come più volte dimostrato, avrebbe certamente provveduto. Basta ricordare che li inviò in missione senza nulla. E ricorda le “ceste colme” di pani e pesci raccolti che parlavano del fatto che Dio, quando dona, va sempre oltre, anche nella necessità più cupa espressa da Davide in Salmo 55.18, 19 che si trovava in una situazione ben più seria di quella dei presenti nel nostro episodio: “Di sera, al mattino, a mezzogiorno vivo nell’ansia e nel sospiro, ma egli ascolta la mia voce; in pace riscatta la mia vita da quelli che mi combattono: sono tanti i miei avversari”.

I dodici avevano dimenticato con chi erano, era bastata l’insufficienza del pane a disorientarli, a impedir loro di capire. E sì che, dalle loro risposte, ricordavano i due episodi della “moltiplicazione”, ma non erano in grado di collegarli alle loro persone. E il nostro testo riporta che Gesù riprende da capo: “Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei. Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei”. Ecco perché “l’uomo naturale non comprende le cose di Dio”, non sa né può senza una rivelazione dello Spirito, senza un’appartenenza a Lui. Senza una vera e radicata fede nel Figlio, l’uomo resta solo, potremmo dire un essere patetico. E infatti “Senza di me non potete far nulla”.

Concludendo, il “lievito dei farisei” è composto dalle dottrine aggiunte alla Parola. Il “lievito dei sadducei” rappresenta le verità negate, come quella della resurrezione e, infine, quello “di Erode” è costituito dalle “verità laiche”, dall’inquinamento del mondo sulla Fede e a Verità. E il mondo, non avendo nulla a che fare con Cristo, vorrebbe entrare con forza nella Chiesa e spesso ci riesce. Tutti questi tre elementi tendono a ribaltare la verità del Dio che si fa uomo a vantaggio dell’uomo che si fa dio. Quando questi tre lieviti s’insinuano, va da sé che producano una reazione a catena negativa le cui conseguenze sono purtroppo sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di discernimento spirituale. Amen.

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10.08 – GESÙ CAMMINA SULL’ACQUA 2/2 (Matteo 14.24-33)

10.8 – Gesù cammina sull’acqua 2 (Matteo 14.24-33) 

24La barca intanto stava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. 25Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. 26Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. 27Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 28Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». 29Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!»”.

Nello scorso capitolo abbiamo cercato di esaminare il contesto umano e spirituale in cui si svolse la prima parte dell’episodio. Ora, guardandolo più da vicino, consideriamo il dettaglio che troviamo solo in Marco, e cioè che “…egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli”(6.48): fu Pietro, che com’è noto è la fonte principale di questo Evangelista, a rivelarglielo e quindi fu un particolare che gli rimase impresso. Come gli altri suoi compagni fu sconvolto e spaventato da quella visione, ma ebbe il tempo di rendersi conto che, pur venendo nella direzione della barca, Gesù non sembrava intenzionato a volerli effettivamente raggiungere. E, con gli altri, si mise a gridare non per chiamarlo, ma perché ebbe paura. Fu così che, di fronte a quella reazione, Nostro Signore si avvicinò a loro dicendo “Coraggio, sono io, non temete!”.

C’è allora questo metodo, che Gesù usa ancora verso di noi, per provarci: non che lui non sappia come reagiremo, ma piuttosto si comporta così perché possa essere il credente a valutarsi per una conoscenza reciproca. Avendo citato recentemente il sacrificio di Isacco, la frase “Ora so che temi Iddio”era la dichiarazione ufficiale con Abrahamo veniva informato di aver superato la prova cui era stato sottoposto: certo il Signore sapeva come si sarebbe conclusa, ma Abrahamo no e fu solo nel momento in cui si sentì pronunciare quelle parole che capì quanto avvenuto, non prima. E abbiamo già parlato del fatto che quest’uomo fondò le sue azioni sulla fede nella resurrezione di Isacco e non sul fatto che la sua mano, armata di coltello, sarebbe stata fermata all’ultimo momento.

Arrivati al verso 27, dopo le parole di Gesù tese a calmare i discepoli, ecco Pietro manifestare il suo carattere particolare: non convinto che il suo Maestro fosse corporalmente reale, gli fa una richiesta del tutto particolare; sarebbe stato molto più ovvio chiedergli di calmare la tempesta come aveva già fatto in un’altra occasione (8.23-27) o rivolgersi una richiesta di un generico aiuto, ma abbiamo letto “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. “Se sei tu”: la mente razionale e umana di Pietro non poteva concepire che Gesù potesse camminare sull’acqua, sapendo che era una cosa contraria a qualsiasi legge fisica; di qui, la convinzione che la Sua fosse una presenza irreale, una visione, un’allucinazione, un fantasma per quanto non inteso come la superstizione pagana ci ha tramandato. Se quindi Gesù aveva messo alla prova i Suoi presentandosi in quel modo, ora Pietro mette alla prova Lui, ma quella richiesta gli si rivolterà contro. La risposta di Gesù fu di una semplicità sconcertante nella sua naturalezza, “Vieni!”ed è su questo punto che credo occorra riflettere.

Camminando sulle acque agitate, abbiamo la dimostrazione del Salmo 77 citato nello scorso capitolo e del dualismo che caratterizzava Gesù come Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, ma non di uno spirito o una figura irreale. Giovanni, infatti, anche per confutare una teoria che iniziava a prendere piede nella Chiesa, scrisse “Dio si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Una “carne”su cui lo Spirito prevaleva a tal punto da variarne il peso consentendogli non di “galleggiare” sull’acqua, ma in posizione eretta e di spostarsi. Gesù cammina, quindi dimostrando di dominare gli elementi, non li sorvola. Certo quanto stava accadendo era assolutamente reale, ma nel particolare del Signore che passa c’è un significato importante poiché il mare, nella Scrittura, non è un elemento che suscita un senso di contemplazione e pace come nella maggior parte di noi, ma è figura di ciò che incombe, è instabile, tumultuoso, incontrollabile, caotico, che spaventa, strumento che prelude al giudizio di Dio come fu nel caso dell’esercito di Faraone nel libro dell’Esodo e come sarà con la “Bestia che sale dal mare”o come “il drago” che si fermò sulla sua riva nel libro dell’Apocalisse.

Ebbene l’invito di Gesù a Pietro ad andare verso di lui si rifaceva alle sue possibilità in quanto affidatario di un mandato che aveva perché tra i due c’era identità: non aveva forse detto “Chi accoglie voi accoglie me”? (Matteo 10.40). Pietro quindi, autore come gli altri dodici di miracoli non narrati dai Vangeli nel periodo di missione dal quale era tornato da poco, qui riceve dal suo Maestro anche la possibilità di camminare sulle acque. E infatti, per un breve lasso di tempo, riesce a farlo ma, attenzione, senza credere fino in fondo. Il dubbio, l’idea del pericolo degli elementi naturali ebbe presto il meglio, fu dominante sulla fede e sulla parola rivoltagli dal Signore lì presente. E per questo, “vedendo che il vento era forte, s’impaurì”e, attenzione, “cominciò ad affondare”: non è che sprofondò di colpo, ma gradatamente, così come noi altrettanto poco a poco ci possiamo preoccupare, intimorire, allontanarci dalla ferrea convinzione, che evidentemente proprio ferrea non è, di essere costantemente amati e curati. E così il nostro vecchio uomo di terra, sempre lo stesso da migliaia di anni, ha la meglio, prende il sopravvento. E sprofonda nell’acqua e non gli resta altro che gridare“Signore, salvami!”, quasi che ve ne fosse bisogno, visto che lo ha già fatto, che è con noi “tutti i giorni fino alla fine del mondo”come sappiamo.

Al verso 31 leggiamo che “Subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Un rimprovero molto amaro, ma non solo, poiché in quella frase esiste tanto il rimprovero, nella prima parte, quanto la cura. In altri termini Pietro fu sì umiliato, ma con la domanda “Perché hai dubitato?”Nostro Signore volle spingerlo a cercare le ragioni del suo fallimento con una vera e propria auto analisi. Non fu una domanda alla quale Pietro avrebbe dovuto rispondere a Gesù, ma a se stesso.

“Uomo di poca fede”è la diagnosi che Gesù fa all’apostolo ed è la stessa di tutti noi ogniqualvolta le nostre reazioni negative ci qualificano come tali. Ecco perché la vita cristiana è difficile, potremmo dire umanamente impossibile: oggi si professa la fede, domani per mille ragioni possiamo avere un comportamento che la contraddice anche in un solo punto, al quale se ne aggiunge un altro e poi un altro ancora fino a quando non si sprofonda e, nel panico, si teme di affogare.

Spesso penso a Gesù, che nonostante il successo episodico del dodici fu sempre costretto ad intervenire giungendo anche al punto da esprimersi in modo negativo su di loro. Leggiamo infatti, dopo il lamento di quel padre col figlio epilettico “L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo”le parole “O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me”(Matteo 17.16,17). Poco dopo, presumo umiliati e con timore, “i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità in verità io vi dico: se avrete fede pari ad un granello di senape, direte a questo monte: «Spostati da qui a là» ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile»”.

Cosa si può aggiungere a queste parole? Il concetto di fede viene qui ampliato a tutti gli aspetti della nostra vita. È qualcosa che non ci riguarda solamente quando preghiamo, leggiamo la Scrittura, ma che coinvolge ogni nostro respiro.

Certo Pietro, che fidandosi del suo Maestro scese dalla barca e poté stare in piedi sull’acqua, in quel momento era come Lui. Ma non appena questa sua condizione mentale e spirituale cessò, ecco che gli effetti furono opposti. La fede, quindi, non è il risultato di un lungo processo di autoconvincimento, di concentrazione, ma  una condizione che si esplica tramite tutta una serie di pensieri costantemente rivolti a Dio come presenza e come unione stretta con noi. È un desiderio di vita che proviene dall’acquisizione del principio in base al quale tutto ciò che incontriamo nel nostro cammino terreno è inevitabilmente contaminato e contaminante, è un filtrare continuo non dettato dalla mente, ma dallo Spirito che deve ritrovarsi sempre a dominare. Chi seleziona ciò che lo circonda nel senso religioso del termine, ponendosi sopra tutto e tutti, sbaglia e finisce per sentirsi appunto superiore agli altri, li giudica, si ritrae con orrore convinto di essere più santo di loro quando in realtà è peggiore, come insegna la nota parabola del Fariseo e del pubblicano.

La presenza dello Spirito, in relazione alla Parola di Dio che è spada a due tagli, ci consente di scegliere sempre quella “via”fatta di selezione di comportamenti, iniziative, rapporti con le persone, è quella che aiuta ad andare avanti, oltre, al di sopra. La strada in salita che ogni cristiano ha davanti a sé è qualcosa che chiama e non uno sforzo impossibile o già perso in partenza.

L’episodio si conclude con una descrizione liberatoria, “Appena saliti sulla barca, il vento cessò”perché quando Gesù entra ad occupare uno spazio nella vita dell’uomo, rappresentato dalla barca, tutto cambia. E il cristiano deve tenere un posto a Cristo nella sua vita sempre, perché altrimenti non vi sarà nulla che potrà distinguerlo dagli altri suoi simili. Potrà frequentare una Chiesa, potrà stare in mezzo ad altri fratelli, ma, senza avere il Signore come ospite dentro di lui, sarà un anonimo, una persona che non potrà portare alcunché di luminoso e resterà senza nulla per scaldarsi.

Credo che nel nostro cammino il cristiano di oggi porti una responsabilità diversa da quella dei dodici, che avevano sempre con loro il Signore e a loro potevano chiedere qualunque cosa anche in merito alle proprie scelte: oggi Lui parla attraverso lo Spirito Santo, il Consolatore dato perché non fossimo lasciati soli, ma “senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano”(Ebr.11.6). E sappiamo che quel “deve credere”non ha nulla a che vedere con un autoconvincimento, il fondarsi su un principio irreale perché viene personalmente constatato.

C’è una nota interessante che riporta Giovanni, altro testimone dell’episodio e che integra quell’ “Appena saliti sulla barca, il vento cessò”, e cioè “Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti”(6.21): cosa successe? Gesù suscitò un vento favorevole per cui alzarono le vele e giunsero subito a destinazione? Non credo. Piuttosto quel “subito”si riferisce alla proporzione del tempo che i dodici avrebbero impiegato con il vento contrario oppure no, non senza considerare il loro stato d’animo, finalmente tranquillo e soprattutto sicuro della protezione che avrebbero avuto. Nel verso di Giovanni, soprattutto, c’è un riferimento alla differenza che c’è fra quando un essere umano lascia Gesù fuori dalla sua vita e quando lo lascia entrare.

C’è anche chi ha supposto che il fatto di aver raggiunto l’altra riva “subito”costituisca il quarto miracolo di quelle ore, avvenuto dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, di Gesù che cammina sulle acque, di quanto avvenne a Pietro ed il cessare del vento: comunque sia, resta fermo il principio degli effetti che ha la presenza di Cristo nel momento in cui viene ad occupare uno spazio nella vita che ciascuno di noi gli concede. Amen.

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10.07 – GESÙ CAMMINA SULL’ACQUA 1/2 (Matteo 12.24-33)

10.7 – Gesù cammina sull’acqua 1/2 (Matteo 14.24-33)

24La barca intanto stava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. 25Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. 26Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. 27Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 28Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». 29Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!»”.

Episodio conosciuto da tutti, è quasi contemporaneo, almeno inizialmente, alla preghiera di Gesù sul monte: ricordiamo che agli apostoli era stato ordinato di andare a Betsaida precedendolo anche se poi tutti, dopo quella notte, approderanno a Capernaum. Abbiamo letto un racconto che s’imprime facilmente nella memoria, quasi fosse una parabola, chiaro nelle sue dinamiche, ma per questo impegnativo perché ci costringe a cercare di andare oltre l’immediato del mare, del vento, di Pietro che inizialmente cammina sull’acqua e si spaventa e, infine, del rimprovero che gli viene rivolto. Allora, con questi ricordi “immediati”, cerchiamo di approfondire il verso 24 e il senso di contemporaneità degli eventi che suggerisce.

L’incontro sul monte di Nostro Signore col Padre possiamo supporre sia stato caratterizzato, tra i tanti contenuti che ebbe, da una preghiera di ringraziamento per l’avvenuto miracolo dei pani e dei pesci e di considerazioni su quell’entusiasmo, tanto spontaneo quanto fraintendente, della folla che avrebbe voluto farlo re. Da qui le preghiere per lei, per quel popolo “di collo duro”tra i quali c’erano delle anime bisognose (e desiderose) di salvezza. Riflessioni congiunte del “Dio con noi”con quello che abitava “i cieli altissimi”sull’opera compiuta e da compiere, sui discepoli e sui dodici che tanto cammino avevano ancor davanti per conoscerLo veramente, oltre a quei contenuti che non ci sono stati rivelati. La preghiera di Gesù uomo al Padre fu quindi da un lato simile a quella che eleviamo anche noi, ma al tempo stesso profondamente distante perché elevata da Uno consapevole del Tutto, quindi anche di ciò che sarebbe avvenuto di lì a poche ore dopo, cioè l’incontro con i dodici sulla barca, e di quanto stava accadendo con quel forte vento che scende sul lago di Galilea dai monti circostanti all’improvviso, quando uno meno se lo aspetta e che, quando soffia con forza, mette in crisi i navigatori più esperti, quelli locali abituati a fronteggiarlo.

E qui, come già accennato, il verso 24 mette in contrapposizione due realtà, quella di Gesù e dei dodici, il primo tanto in preghiera quanto presente in spirito con loro, i secondi lì, sulla barca, a riversare tutti i loro sforzi nel remare dopo avere ammainato la vela, essendo “il vento contrario”, un’esperienza estremamente faticosa solo guardandola dal suo lato fisico. Questo verso, da parte dei dodici, ci descrive uno sforzo che durò circa dieci ore perché sappiamo che partirono al tramonto e videro Gesù solo “Sul finire della notte”, traduzione che semplifica l’originale “Nella quarta vigilia della notte”.

Aprendo una finestra sullo spazio naturale della notte, cioè dal tramonto all’alba, era suddiviso dagli antichi Ebrei in tre parti, dette “veglie”, di quattro ore l’una: la prima era chiamata “Il principio della veglia” (Lamentazioni 2.19) e andava dalle nostre 18 alle 22; la seconda era “La veglia della mezzanotte” (Giudici 8.19) dalle 22 alle 02 e la terza, “La veglia della mattina” dalle 02 alle 06. Gli Ebrei però, al tempo di Gesù, avevano adottato la suddivisione romana, a sua volta presa dai Greci, che aveva istituito quattro vigilie di tre ore l’una. Leggendo Marco 13.35 “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”, ci rendiamo conto che era questo il criterio adottato. La “quarta vigilia della notte”, o “Sul finire della notte”, indicano allora un periodo oscillante tra le 03 e le 06 antimeridiane.

Pensiamo allora cosa può aver rappresentato quel periodo per i dodici, in cui si trovavano senza il loro Maestro in cui, a parte il dover prestare la massima attenzione per tenere la barca, avevano certamente preso atto che avevano percorso solo, come riporta Giovanni che era lì, “venticinque o trenta stadi” (6.19), cioè circa 5 km. Abbiamo allora spiegata la ragione dell’ordine dato loro da Gesù di andare “verso Betsaida”: voleva che capissero come, nonostante gli sforzi che avrebbero fatto, senza di lui non ci sarebbe stato alcun risultato, come dirà più avanti certo che i discepoli avessero compreso questo principio: “senza di me non potete far nulla”. Da notare, poi, che ciò è preceduto dalla descrizione dell’unione tra loro e Lui: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato”(Giovanni 15.4-7).

C’è una riflessione importante che possiamo fare sul verso 24, che fa riferimento a molte ore di fatica e al senso di impotenza e smarrimento che provarono i dodici, come ha scritto un fratello: “questo accade anche a noi quando siamo particolarmente travagliati ed affaticati da tante cose non determinate dalla nostra volontà: siamo portati a pensare che Gesù non sappia, non veda, non intervenga, ma questo non è vero, avendo Lui stesso promesso di essere vicino ad ognuno di noi per tutti i giorni della nostra vita fino alla morte”. Infatti in Matteo 28.20 leggiamo “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”, frase che coinvolge tutti i credenti da allora in poi, e riguarda anche coloro che si convertiranno in quel periodo terribile conosciuto col nome di “gran tribolazione”. E credo che ogni vero cristiano non possa che testimoniare un’altra profonda verità espressa in 1 Corinti 10.13: “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla”.

Personalmente posso testimoniare che, nel momento in cui sono caduto, confrontandomi con questo passo, non ho potuto fare altro che riconoscere la fedeltà di Dio che mi ha perdonato e sopportato, più che accusarmi della mia infedeltà che era lì ad accusarmi: viceversa, senza cadere, sarei stato come Lui, cosa impossibile. Tutto questo, ovviamente, senza escludere la mia responsabilità. Se fossimo sempre vigili e pronti, le parole di Paolo non avrebbero alcun senso, ma ciò che l’apostolo vuol porre in risalto è proprio la natura fragile dell’uomo, chiamato a chiedere perdono a Dio e contemporaneamente glorificarlo per la “via d’uscita e la forza per sopportarla”perché, avendoci strappati al malvagio secolo, interviene per ristabilirci nel momento in cui chiediamo a Lui l’aiuto e il soccorso opportuno. E, come in questo episodio, il Suo intervento è unico, inequivocabile, rivela la possibilità all’interno di situazioni dalle quale uscirne sarebbe impossibile perché, a volte, ci ritroviamo inseriti in un perfetto labirinto dal quale veniamo liberati tramite un intervento che possiamo riconoscere solo a Lui. E quel “tentati al di sopra delle nostre forze”, più che accusarci, riflette proprio la fedeltà di Dio in contrapposizione alla natura dell’uomo.

Anche se a volte il Suo intervento tarda a venire, l’onniveggenza di Gesù ci smentisce sempre; pensiamo anche come, nel suo rapporto con i discepoli, era contemporaneamente Figlio vivente di Dio e Figlio dell’uomo, quindi ancora circoscritto in un corpo come il nostro, ma ora, per tutti noi, siede alla destra del trono di Dio come mediatore e intercessore Unico per difenderci dalle continue accuse di Satana e liberarci da ogni nostro travaglio che l’Avversario provoca con lo scopo di ostacolare il nostro progresso spirituale. Tutto questo lo vediamo nel nostro episodio: i discepoli non avevano certo desiderato avere il vento contrario, né l’acqua agitata che sballottava la loro barca, controllabile a fatica e solo perché erano avvezzi a fronteggiare le acque del lago.

Volendo individuare gli elementi fin qui incontrati, abbiamo il vento contrario, l’acqua agitata, la barca e gli uomini: il primo è figura della difficoltà e ognuno di noi può abbinarla alla, o alle, proprie; l’acqua è figura di tutto il contesto di instabilità sul quale purtroppo siamo costretti a spostarci. La barca, solida per quanto possibile, è il mezzo su cui siamo, che ci garantisce di galleggiare sulla superficie e spostarci più o meno agevolmente se tutto è tranquillo. Infine gli uomini siamo noi, più o meno preparati alle difficoltà che incontreremo inevitabilmente. E giova ricordare che, prima di compiere la traversata, così come nel miracolo della tempesta sedata, il mare non era agitato né vi erano segnali che, tutto a un tratto, iniziasse a soffiare quel forte vento che tanto rese arduo il viaggio.

Sappiamo che Satana sa della nostra debolezza e carnalità, come è ampiamente descritto nel libro di Giobbe, e per questo Gesù avvertirà i discepoli di questo pericolo esortandoli a pregare per non entrare in tentazione. Preghiera quindi come unico, vero antidoto, come insegna il Padre Nostro.

Arriviamo così al verso 25: Gesù attende fino all’ultima parte della notte, quella che va dalle tre alle sei del mattino, prima di andare verso di loro camminando sul mare; è questo un orario particolare per il corpo umano in cui il circolo si rallenta, particolarmente penoso per chi ha problemi cardiaci, anche se non era il caso dei dodici. Una notte insonne si caratterizza con riflessi più lenti, scarsa capacità di passare da un’azione a un’altra come richiesto ai dodici in quei momenti che, ricordiamo, non avevano riposato. Una notte insonne provoca una visione ridotta o scarsa e, più a lungo si resta svegli, più sono possibili errori visuali che possono tradursi anche in allucinazioni. Ecco allora che quel“È un fantasma”allude proprio a questo, per quanto, se avessero riflettuto, ma non c’era tempo di farlo, un’allucinazione collettiva sarebbe stata impossibile. In tutto quel turbinio, vedere la figura di Gesù che avanzava verso di loro era qualcosa di umanamente assurdo e per quegli uomini, nonostante avessero sperimentato personalmente le conseguenze del dono delle guarigioni, quindi di operare cose al di là dell’umano, quel Gesù che vedevano camminare verso di loro non poteva essere lui: perché? Perché non avevano ancora capito, nonostante gli insegnamenti ricevuti e i miracoli di cui erano stati testimoni, chi fosse veramente il loro Maestro. Marco ci dice che Nostro Signore, dopo l’episodio di Pietro, “Salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito”(6.51.52).

L’indurimento del cuore è qualcosa di molto triste perché in lui non penetra nulla, è refrattario a qualsiasi ricezione, a meno che non sia molto violenta ed ecco le ragioni di quella tempesta e dello spavento provocato dalla visione di Gesù. Se il cuore dei dodici non fosse stato così, avrebbero immediatamente collegato la visione del Maestro che veniva verso di loro a quanto dice il Salmo 77.20, “Egli cammina sui flutti del mare, da solo stende i cieli e cammina sulle onde del mare. Sul mare passa la tua via, e i tuoi sentieri sulle grandi acque”. Non fu così. Anzi, il nostro episodio, che svilupperemo ulteriormente nel prossimo capitolo, termina in un modo per noi triste, vale a dire la frase “Davvero tu sei il Figlio di Dio”, quasi che tutto quanto operato da Gesù fino ad allora non avesse dimostrato nulla, dallo Spirito Santo sceso in forma di colomba al Suo battesimo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Se Nostro Signore fosse stato solo un uomo, certo avrebbero avuto da temere. Ma come Dio, non fece nulla di straordinario, dimostrando di avere potere su tutti gli elementi del creato, quindi anche dell’acqua. Ma questo i discepoli non lo avevano ancora compreso.

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10.01 – MORTE DI GIOVANNI BATTISTA I (Marco 6.14-29)

10.1 – Morte di Giovanni Battista I (Marco 6.14-29)

 

14Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». 15Altri invece dicevano: «È Elia». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». 16Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». 17Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. 18Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». 19Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, 20perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. 21Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. 22Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». 23E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». 24Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 26Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. 27E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione 28e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. 29I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro”.

 

Episodio di facile comprensione ma per questo non meno complesso, non è collocabile con certezza nel tempo: da un lato pare che i primi versi, da 14 a 16, siano un ponte narrativo: Matteo e Marco pongono Erode Antipa che sente parlare di Gesù mentre i suoi discepoli erano in missione e Lui “partì di là per insegnare e predicare nelle loro città”(Matteo 11.1), ma la morte di Giovanni viene presentata come un fatto già avvenuto. Il verso 16, che riporta le parole “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!”, è utilizzato per introdurre ciò che portò alla morte del Battista in un periodo che gli storici collocano tra il febbraio e il marzo dell’anno 29. Scrive Giuseppe Ricciotti “Se egli era stato chiuso in prigione verso il maggio del 28, erano già passati una decina di mesi”: ricordiamo che l’incarcerazione nel Macheronte di Giovanni fu dovuta a vari fattori, ma principalmente alla collaborazione fra i Farisei ed Erode Antipa (che ricordiamo divenne amico di Pilato durante il processo a Gesù): i primi erano seriamente disturbati dalla predicazione di quel profeta, il secondo non poteva accettare i suoi rimproveri di incesto e adulterio secondo la Legge di Mosè. Era quindi necessario incarcerarlo, ma ciò non era possibile fino a quando Giovanni si trovava in un territorio che non fosse sotto la giurisdizione erodiana.

Vale la pena di ricordare che il Battista, prima di venire arrestato, operava ad “Ainon, presso Salim” cioè sotto la città libera di Scitopoli che, in quanto appartenente alla Decapoli, non apparteneva ad Erode. Essendo però Scitopoli praticamente incuneata fra due tronconi del territorio di Antipa si ritiene che, per venire arrestato, Giovanni sia stato attirato da qualcuno in una zona in cui potesse essere legittimamente preso e portato in prigione. Probabilmente i responsabili di quest’azione furono i Farisei, che in Luca 13.32,32 si comportarono con Gesù in modo contrario: quando gli dissero “Partene e vattene via da qui, perché Erode ti vuole uccidere”, lo fecero dietro suggerimento di Antipa stesso che, non volendo sporcarsi le mani con sangue di un altro giusto, sapeva che altri lo avrebbero catturato. Fu in quella circostanza che Nostro Signore definì Erode “volpe”: “Andate e dite a quella volpe: «Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figlioli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali, e non avete voluto! ”.

 

Giovanni Battista

è allora il primo personaggio che esamineremo, rimandando per le sue origini, il ministero e il modo con cui lo esercitò a quanto già scritto alcuni capitoli fa. Conosciamo questo profeta per quello che effettivamente fu, cioè il precursore del Messia, ma se non fosse specificato il suo rimprovero ad Erode, potremmo pensare che si fosse limitato ad annunciare il Cristo, a battezzare e far discepoli. Invece, come profeta, non solo parlava di Dio agli uomini che avrebbero avuto il privilegio di poterlo incontrare in forma umana, ma rimproverava ad Erode un comportamento indegno per uno che avrebbe dovuto rappresentare il popolo su cui regnava, per quanto non fosse ebreo. E la storia dell’Antico Patto è piena di re che ebbero un comportamento moralmente inaccettabile ripresi da Dio per bocca dei profeti. Ricordiamo che Erode Antipa governava sulla Galilea, quindi su ebrei, senza che le autorità religiose avessero nulla da obiettare apertamente sul suo stato coniugale. Ricordiamo le parole della Legge di Mosè in proposito: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte”(Lev. 20.10). Antipa infatti era sposato con la figlia del re dei Nabatei Areta IV e, convivendo con Erodiade moglie del proprio fratello Filippo, si era reso colpevole anche di incesto secondo Levitico 18.16 “Non scoprirai la nudità di tua cognata: è la nudità di tuo fratello”condizione definita anche “impurità”in 20.21: “Se uno prende la moglie del fratello, è un’impurità: ha scoperto la nudità del fratello: non avranno figli”.

Giovanni allora riprendeva Erode ricordandogli “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”(v. 18, identico anche in Matteo) e Antipa, che non provava per lui sentimenti di rancore particolare, lo fece mettere in prigione perché nessuno poteva riprendere un re senza portarne le conseguenze. Svilupperemo più avanti la psicologia di questo personaggio, ma quel che per ora è importante è sottolineare che un profeta non è tale solo quando porta un messaggio di conforto, ma anche di riprensione indipendentemente da come questo viene accolto dagli interessati. In altri termini Giovanni non andò a parlare ad Erode con astio perché lo giudicava un immorale, ma come messaggero, inviato di Dio che tramite lui lo invitava a ravvedersi. “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”. Non si trattava di un rimprovero personale o perbenista, ma di una sottolineatura, un avvertimento a guardarsi da azioni che avrebbero comportato un giudizio imminente anche sulla propria persona. Giovanni si comportò con Erode come Nathan con Davide che andò personalmente a riprenderlo perché aveva preso la moglie di Uria facendo in modo che morisse in battaglia per poter disporre liberamente di lei (2 Samuele 12). Giovanni, come profeta e quindi strumento nelle mani di Dio, fu l’unico ad avere il coraggio di opporsi ad Erode e non fu una sua vittima, ma subì la perfidia e l’odio provato da Erodiade, strumento nelle mani dell’Avversario.

 

Erode Antipa

era figlio di Erode il Grande e di Maltace, sua quarta moglie. Sappiamo che avrebbe dovuto avere in eredità il regno del padre, che poco prima di morire decise di lascarlo ad Archelao. Per decisione di Roma, il territorio di Erode fu diviso in quattro regioni fra i suoi tre figli Archelao, Filippo ed Antipatro, detto appunto Antipa, che ottenne la Giudea e la Perea. Poiché le notizie storiche su di lui sono reperibili da Giuseppe Flavio, esaminiamolo dal punto di vista della persona come appare dai Vangeli, che vanno letti con ottica spirituale. Il primo dato lo otteniamo dalle parole di Gesù che abbiamo citato, quando lo definisce “volpe”, animale che per noi è sinonimo di furbizia e scaltrezza. Con questo termine però poteva indicarsi anche lo sciacallo, immondo come lei, ma con la caratteristica di cibarsi, a parte di piccoli animali, di carogne per cui era ritenuta grandemente impura stante il fatto che un uomo, per aver toccato un cadavere, tale diventava.

Del sacerdote è detto “non si avvicinerà ad alcun cadavere; non potrà rendersi impuro neppure per suo padre e per sua madre”(Levitico 21.11). Per gli uomini comuni valeva questa regola: “Quando qualcuno, senza avvedersene, tocca una cosa impura come il cadavere di una bestia selvatica o il cadavere di un animale domestico o quello di un rettile, rimarrà egli stesso impuro e in condizione di colpa”(5.2). Nel caso di persone, poi, leggiamo “Chi avrà toccato il cadavere di qualsiasi persona, sarà impuro per sette giorni”. Penso allora che l’accostamento allo sciacallo da parte di Gesù sia da riferirsi all’impurità di Antipa che aveva preso la moglie del proprio fratello mentre questo era ancora in vita.

Altra caratteristica di Erode era la sua superstizione che rileviamo quando s’interrogò su chi fosse Gesù. Sappiamo che molti, anziché andare direttamente da Nostro Signore, si chiedevano chi fosse e ognuno si dava una risposta, ma Antipa disse in un primo momento “Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?”(Luca 9.9). Immediatamente Luca aggiunge “E cercava di vederlo”, cosa che gli riuscirà quando gli sarà inviato da Pilato. Comunque, non riuscendo a farselo portare a corte nonostante gli avesse sguinzagliato dietro i suoi informatori e agenti, concluderà “Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!”(Matteo 14.2) oppure, più sinteticamente in Marco, “Quel Giovanni che ho fatto decapitare, è risorto”(v. 16). Non meditò sull’inutilità del suo gesto né, di fronte a quella supposta risurrezione, pensò a ravvedersi, ma rimase esattamente l’uomo curioso e viziato che era, con una coscienza superficiale, la stessa che gli aveva fatto sottovalutare quella promessa così avventata fatta “più volte”in pubblico a Salome, “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”(v.23).

Antipa non era un malvagio nel senso umano del termine: era certo un calcolatore perché, “benché volesse farlo morire (Giovanni)ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta”(Matteo 14.5), ma è quel “lo ascoltava volentieri”che ci parla di una personalità in bilico tra il fare e il non fare quando si tratta di mettere in pratica ciò che Dio si aspetta dall’uomo. Certo, quando Erode parlava con Giovanni, questi non si limitava a ripetergli come un pappagallo che non poteva tenere con sé la moglie del fratello, ma in quanto maggiore di tutti i profeti venuti prima di lui chissà quanti argomenti portò alla sua attenzione con fine di farlo giungere a un ravvedimento. Questo “volentieri”, che può essere tradotto anche “di buon grado, con piacere, spontaneamente”, non andava però oltre al soddisfacimento di quella curiosità personale che tanto si identificava con la spettacolarità, poco importava se del venire informato senza sforzo o dell’essere testimone di uno spettacolo particolare. Antipa ascoltava “volentieri”Giovanni così come “sperava di vedere qualche miracolo”fatto da Gesù, il tutto senza coinvolgere cuore e anima. Mi sono chiesto perché Erode “lo interrogò, facendogli molte domande”(Luca 23.8-12): fu perché voleva soddisfare la sua curiosità più immediata, avere dei dati che lo facessero stupire, ma di cui non solo non avrebbe saputo che farsene, ma che avrebbe anche disprezzato. Dunque, guardando questo episodio, se Giovanni cercava di far riflettere Antipa parlandogli della responsabilità che aveva come regnante sul popolo oltre che sulla sua persona, sulla necessità di lasciare la vita che aveva condotto fino ad allora e ravvedersi, Gesù, parlando ad Erode, avrebbe dato ciò che è santo ai cani e le sue perle ai porci (Matteo 7.6). Sarà proprio il mutismo di Nostro Signore a scatenare in Antipa la reazione tipica dell’adulto bambino, quello malizioso e vendicativo: “Allora anche Erode, coi suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste– in chiaro segno di scherno – e lo rimandò a Pilato”.

Tornando all’episodio in esame, Antipa si rivela come un uomo prigioniero del proprio Io, non una persona “cattiva” come molti altri personaggi che si possono incontrare negli scritti dell’Antico e nel Nuovo Patto, ma un re coi suoi capricci da uomo ricco, spiritualmente appartenente al primo terreno, quello della strada battuta sulla quale si precipitano gli uccelli che facilmente possono prendere il seme che vi cade sopra.

Abbiamo detto vittima del proprio Io, ma anche di Erodiade, la vera organizzatrice dell’esecuzione del Battista all’interno della quale Antipa si trovò intrappolato perché, fatta quella promessa irresponsabilmente e in preda al vino e alla concupiscenza, l’avrebbe dovuta mantenere in quanto parola di re. Erode aveva fatto mettere in catene Giovanni e lì avrebbe dovuto restare, considerandolo quasi un suo giocattolo personale per i motivi di cui abbiamo parlato, ma il fatto stesso che dava al prigioniero la possibilità di ricevere le visite dei suoi discepoli ci parla di come non vi fosse un particolare accanimento nel regime carcerario cui lo aveva sottoposto.

Per fare qualcosa di diverso, interrompere l’ovattata monotonia della vita di corte nonostante i problemi del regno, ecco arrivare il suo compleanno – che gli ebrei non osservavano ritenendola idolatra – e l’opportunità di un banchetto particolare, quello in cui nulla deve mancare a livello di piaceri non solo di gola. Erano presenti funzionari civili, militari e i personaggi più ricchi ed influenti della sua provincia ed ecco perché Antipa avrebbe dovuto stare molto attento a ciò che avrebbe detto qualora avesse promesso qualcosa.

Di fronte a Salome, figlia di Erodiade della quale è tramandato il nome grazie a Giuseppe Flavio, inebetito dal vino oltre che dalla concupiscenza per la nipote, ecco la promessa assurda: le avrebbe dato qualunque cosa, anche la metà del regno (che gli fruttava 200 talenti annui). Trattandosi di una promessa regale fatta in pubblico, avrebbe dovuto mantenerla. Faremo altre considerazioni quando esamineremo i caratteri dei restanti personaggi, ma per ora valutiamo le reazioni una volta presentata la richiesta: “il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto”(v.26). Non poteva fare altro. “Fattosi molto triste”, di quella “tristezza del mondo”che “porta alla morte”, parente stretta di quella che proverà Giuda Iscariotha. Potrei ipotizzare che, condannando a morte il Battista, Erode pose un enorme macigno a chiusura della sua coscienza, talché più tardi dirà con naturalezza “Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?”.

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09.16 – LA MISSIONE DEI DODICI XV: CHI ACCOGLIE VOI (Matteo 10.40-42)

9.16 – La missione dei dodici: XV. Chi accoglie voi (Matteo 10.40-42)

 

40Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

 

Quanto abbiamo letto ci parlano di identità e reciprocità oltre a descrivere una realtà spesso sottovalutata dai credenti. Qui Nostro Signore conclude il suo discorso e in 11.1 leggiamo “Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, si partì di là per insegnare e predicare nelle loro città”: questi versi allora costituiscono il coronamento di tutto ciò che Lui disse, cioè che a prescindere da quanto gli uomini avrebbero fatto ai discepoli, nulla vi sarebbe stato di nascosto davanti al Padre che avrebbe provveduto loro; non avrebbero avuto ragione di temere nulla salvo “Colui che può far perire nella Geenna l’anima e il corpo”e dare la precedenza assoluta alla missione per la quale erano stati inviati. Ciò che i dodici udirono per la prima volta fu dunque un discorso tecnico-spirituale, che anticipava la vera, totale missione che (tranne Giuda Iscariotha) avrebbero avuto dopo la discesa dello Spirito Santo. Si tratta di parole attuali anche oggi nonostante la forma che la Chiesa ha assunto. Chiedendomi come sviluppare l’argomento ho ritenuto opportuno affrontare i nostri versi limitandomi al loro significato più stretto, lasciando a ciascuno la possibilità di ampliarlo e fare i dovuti paragoni con la propria realtà.

“Chi accoglie voi”, cioè uomini con un mandato preciso, quello di predicare “dicendo che il regno dei cieli è vicino”, regno inteso come progetto indipendentemente dal fatto che fosse in embrione ai tempi di Adamo ed Eva, o in progressione sotto le varie dispensazioni in attesa del suo definitivo compimento. Quel “voi”è quindi comprensivo della persona umana che, senza la missione affidatale da Gesù, sarebbe una, anonima in mezzo alle tante. I dodici non andavano accolti come individui che vivevano in quei territori, ma come persone che annunciavano la vicinanza del regno. Allora, e solo in quel caso, sarebbe stato come se accogliessero il Cristo stesso e quindi Colui che aveva progettato l’opera di recupero dell’essere umano per averlo con sé per sempre. È un concetto che verrà ripetuto più volte, come nell’episodio dell’ultima cena coi discepoli in cui fu detto loro “In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”(Giovanni 13.20). Pensiamo all’onore e alla responsabilità di cui è rivestito chi ha creduto e cammina nella Parola di Dio.

Sono versi che ci parlano della grande responsabilità che hanno coloro che, anche oggi, sono inviati da Dio per portare il Vangelo agli altri perché non si può decidere autonomamente di farlo, ma occorre sentirne l’inevitabilità e la forza, non pensando a come portare un messaggio efficace in termini pubblicitari, ma formandosi attraverso un percorso fatto di esperienze esattamente come i dodici che prima furono uomini come tutti gli altri (e certo non se ne dimenticarono mai), poi furono chiamati e iniziarono un percorso fatto di fraintendimenti, errori, incomprensioni e riprensioni prima di capire con precisione quale era il loro posto nella Chiesa.

“Voi”“me”“Colui che mi ha mandato”ci parlano sì di un’identità, ma attenzione a non definirla, darla automaticamente per scontata perché, affinché possa realizzarsi, va inquadrata sotto il rapporto che intercorreva tra il Figlio ed il Padre: Gesù, uomo, era soggetto a tutte le limitazioni che gli imponeva la carne (alla quale però non cedette mai salvo che nella morte), ma nonostante questo si dimostrò talmente perfetto – pensiamo alla prima grande prova vista nelle tentazioni nel deserto – da non incrinare mai il suo rapporto con Chi lo aveva inviato. Ora tutta la vita degli undici ci parla di una progressione continua verso l’Alto: la missione loro affidata, la loro identità si costruì giorno per giorno, ma era comunque presente ed assimilata in Lui ed è (anche) qui che si rivela l’amore di Dio che, come avvenuto sempre dai tempi antichi, scelse degli uomini perché potessero dar corso ai Suoi piani.

Nel“Voi”di Gesù oggi allora sono compresi coloro ai quali è stato dato “il dono della parola e quello della conoscenza”(1 Corinti 1.4), parola che prima come appartenenti al mondo non avevano, quelli che “cooperano alla preghiera”(2 Corinti 1.11) e in essa vegliano (Colossesi 4.2), che si custodiscono secondo le parole di Colossesi 2.6,7: “Come dunque avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie. Fate attenzione che nessuno faccia di voi la sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo”(Colossesi 2.6,7). È un cammino non facile, in cui il discernimento non sarà mai abbastanza stante le astuzie di Satana e dei suoi angeli, per la correttezza del quale non pregheremo mai abbastanza. Il verso successivo, sempre in questa lettera, illustra pienamente il senso delle parole dette ai dodici, a conferma della loro estensibilità anche a quelli che sarebbero venuti dopo di loro: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate alla pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e Potenza”. Ciò in opposizione a tutti quanti sostengono che Gesù sia una sorta di “dio minore” o un profeta, per quanto di alto livello.

C’è allora la visione “pessimista” di chi ha concluso che tutti “vedono il sepolcro”, che “animali e uomini vanno nello stesso luogo”, che ogni cosa è vanità perché impotente a risolvere il problema del fine ultimo della vita dell’essere umano, cui fa da contrappeso il grido del salmista “Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa”(68.9,10) e “Hai mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l’abito di sacco, mi hai rivestito di gioia, perché ti canti il mio cuore, senza tacere; Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre”(30.12,13). Chi scrive queste parole si identifica in questi concetti che rientra nel “Voi”, per quanto io possa capire il sentimento che animò Salomone nello scrivere l’Ecclesiaste (o Qoèlet) nell’ultimo periodo della sua vita, e discernerne il valore. L’Ecclesiaste, infatti, è un accorato appello rivolto all’uomo affinché possa aggrapparsi con tutte le sue forze al Cristo risorto. Viceversa conoscerà la sconfitta.

“Voi”“me”“Colui che mi ha mandato”sono parole che costituiscono un muro contro l’autonomia dell’essere umano nel senso che, se Gesù riferiva tutto ciò che dal Padre aveva visto e udito, la stessa cosa la devono fare i discepoli, che devono essere consapevoli del fatto che non possono aggiungere né togliere nulla a quanto loro ordinato o, peggio, fingere ciò che non sono pena un profondo insuccesso e la somiglianza coi religiosi visti negli Scribi e Farisei che avevano finito per ridurre la Legge morale a pura formalità e orgoglio personale.

Il verso 41 prosegue con le parole “Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta”: abbiamo così un collegamento alla vicenda di Elia e la vedova di Sarepta che, ricevendolo sapendo chi fosse, non solo si sfamò per molti giorni in un periodo di carestia, ma fu anche testimone della resurrezione del proprio figlio e concluse dicendo “Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità”. Accogliere un profeta, anche solo ascoltandolo e riconoscendo la sua funzione, non è un’azione che rimane a vuoto, ma produce dei benefici in chi lo riceve non in quanto uomo, ma come “Anghelos”. Pensiamo alla Sunamita che, riconosciuto in Eliseo un uomo di Dio ed approntandogli una stanza d’accordo col marito, ebbe il figlio che desiderava nonostante l’avanzata età del coniuge; ed è bello vedere in questo episodio che il premio di questa donna non fu dato a caso, ma studiato diligentemente da Eliseo che chiese per due volte cosa avrebbe potuto fare per lei (vedi 2 Re 4.8 e segg.). L’insegnamento che possiamo trarre da questi due episodi è che l’accogliere un profeta in quanto tale implica l’assistenza di Dio in modo tale da porre chi lo riceve nella condizione di valutare da sé ciò che Lui stesso e non l’uomo in quanto tale ha da proporgli. E a trovare una strada nuova da percorrere. Possiamo vedere sotto quest’ottica anche gli stessi miracoli compiuti da Gesù su tutti coloro che gli chiesero aiuto con fede: nessuno di loro non ebbe un ritorno, neppure quel famoso “giovane ricco” che, infatti, si escluse da sé. Il profeta vero, a differenza di quello falso, è uno strumento nella mani di Dio perché sta bene attento a non metterci del suo, ma fa ciò che gli viene detto e rivelato senz’altro interesse oltre a quello di servire.

Così “chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto”: anche qui il richiamo è agli scritti dell’Antico Patto e ad episodi indicativi, a partire dall’invidia che portò alla congiura di due eunuchi contro Mardocheo in Ester 2.21-23, fallita miseramente e conclusasi con la loro impiccagione. Ancora, possiamo vedere la descrizione che Giobbe dà di se stesso quando esercitava funzioni pubbliche in 29.7-17, ma forse gli esempi migliori per esaminare il significato del termine “giusto” li troviamo nel libro dei Proverbi in cui il viene frequentemente posto in antitesi all’empio, o nel Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte– perché non la capirà mai abbastanza –. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo – opportuno, non quando vuole lui–: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde: perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Sono parole che contrappongono il giusto, che è e sarà, al malvagio che come il giusto è, e crede di essere, ma che è destinato a non alzarsi in giudizio né ad essere ammesso all’ “assemblea dei giusti”in cui è agevole intravedere la cittadinanza del Regno che i discepoli dovevano annunciare.

Siccome però l’amore di Dio è totale e non tralascia nulla, dal più grande al minimo, ecco che Gesù parla dei “piccoli”non per mettere un distinguo, ma in quanto desidera comprendere tutti quelli che in Lui hanno creduto, più o meno forti, più o meno deboli: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”(Matteo 25.40). Attenzione perché la frase può essere letta tanto in positivo, cioè con dare aiuto, quanto in negativo, cioè disprezzandoli e ostacolandoli. Attenzione perché questo verso può comportare un premio o una pena.

Il bicchiere d’acqua è una cosa semplice, poca cosa che assume valore unico se quando lo si riceve se ne ha bisogno: ebbene anche qui, a parte l’indubbio valore di un’azione tesa a dare aiuto a un essere umano, Gesù afferma “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchier d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa”(Marco 9.41). Siamo oltre alla buona azione, ma all’interno di un circuito in cui gli elementi determinanti sono “nel mio nome”e “perché siete di Cristo”, cioè la collaborazione, l’aiuto e il soccorso fraterno.

L’apostolo Paolo testimonia in alcune sue lettere i nomi di quelli che lo aiutarono nel momento del bisogno non solo materiale; ad esempio “Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché egli mi ha più volte confortato e non si è vergognato delle mie catene; anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché non mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso Dio in quel giorno. E quanti servii egli abbia reso a Efeso, tu lo sai meglio di me”(2 Timoteo 1.16-18). Scrivendo la lettera agli Ebrei, dice “Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi”.

“Voi”. “Un profeta”, “un giusto”,“uno di questi piccoli”, tutti termini che rivestono un significato solo se raccordati al “me”e quindi a “Colui che mi ha mandato”: e concludendo, possiamo ricordare quanto scritto in 2 Corinti 5.20: “In nome di Cristo, dunque, vi siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che vi esorta. Vi supplichiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore. Perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”.

E qui troviamo espresse le ragioni del valore di gesti che, altrimenti, sarebbero tutto sommato ordinari. Amen.

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09.15 – LA MISSIONE DEI DODICI: PACE SULLA TERRA II (Matteo 10.37-39)

9.15 – La missione dei dodici: Pace sulla terra II (Matteo 10.37-39)

37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende  la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”.

La divisione provocata dalla spada di cui ha parlato Gesù nei due versi precedenti, anche se potrebbe non sembrare, compare anche in questi in cui si parla del modo in cui gli affetti condizionano la nostra vita perché l’uomo pensa, progetta, ama prima se stesso e ciò di cui si circonda. Ora i dodici avevano appena ascoltato le parole “Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera, e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”(vv.35 e 36) e qui viene evidenziata la possibilità che, a fronte di una chiamata o della necessità di fare scelte ritenute spiacevoli dal proprio nucleo famigliare, si rinunci ad essa per non turbare degli equilibri affettivi che coinvolgono o ai quali, anche per convenienza, non si vuole rinunciare.

Non mi soffermerei però sul letterale del verso, ma piuttosto sul fatto che Nostro Signore, in questo discorso ai dodici, parte dalle relazioni famigliari come spunto immediato per concludere al verso trentanovesimo con “chi avrà tenuto per sé la propri vita”: allora il discorso egoista comprende ogni interesse per cui padre, madre, figlio o figlia, marito o moglie sono solo degli esempi, dei riferimenti. Infatti, quante persone conosciamo poco sensibili a questi affetti, che però amano allo stesso modo, se non di più, quanto posseggono?

Tenere. È un verbo importante che come primo significato ha “Trattenere, afferrare qualcuno o qualcosa con le mani perché non sfugga o non cada e stia fermo”. Poi abbiamo anche “conservare, custodire, mettere da parte qualcuno o qualcosa che riteniamo sia nostro”. Possiamo tenere un oggetto particolarmente caro affinché appartenga solo a noi, ma qui il collegamento è alla “propria vita”per cui il discorso si fa enormemente ampio, essendo essa ciò che possediamo e, nella maggior parte dei casi, non vorremmo mai perdere. La “vita”non sta in un cuore che batte e nel sangue che circola, ma è tutto ciò che siamo, che possiamo fare e che coinvolge i nostri sensi, che si dice siano cinque: vivere significa non solo vedere, ascoltare, odorare, gustare o toccare, ma soprattutto decidere, reagire.

C’è un vivere rappresentato dalle reazioni immediate ai sensi e c’è un vivere che fa tesoro di queste esperienze per progettare. Crescendo, impariamo ben presto a conoscere ciò che ci fa star bene o male e chiaramente ci adoperiamo affinché la prima condizione venga mantenuta. Crescendo, scopriamo di avere delle attitudini e ci costruiamo un avvenire, pensiamo al futuro. In base al nostro carattere, proveremo un attaccamento maggiore o minore a ciò che ci apparterrà: persone, cose, condizione sociale, stima e considerazione dei nostri simili. Vivremo circondati nel nostro perimetro che sarà ampio o stretto, dall’orgoglio, dalle nostre necessità che o soddisferemo o ci adopreremo affinché vengano soddisfatte. La vita sarà il più delle volte una corsa verso obiettivi primari o secondari e, di fronte al loro conseguimento, raramente ci sarà spazio per gli altri nonostante il loro frequentarli in quanto animali più o meno sociali.

Credo che Gesù usi il termine “propria vita”perché ciascuno pensa appunto a se stesso prima che al suo prossimo secondo i tre detti cardine, “mors tua vita mea”, “meglio a te che a me”, “oggi a me, domani a te”. Nella Scrittura, esempi di persone che si sono trovate di fronte alla necessità o meno di tenere “per sé la propria vita”,ve ne sono tante; ciascuna di loro si è rivelata nel momento preciso in cui ha dovuto fare una scelta e ciò è avvenuto quando ha avvertito che, se Dio fosse stato accolto, avrebbe provocato una spaccatura profonda che avrebbe comportato una rinuncia. Nel Vangelo abbiamo incontrato e incontreremo Nicodemo, che ebbe bisogno di molto più tempo dei discepoli per dichiararsi. Pensando ai dodici, non possiamo che guardare alla vita tranquilla che conducevano prima di incontrare Gesù: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni vivevano da benestanti coi proventi del loro lavoro, Matteo era un onesto daziere, Giovanna moglie di Cuza aveva la corte di Erode e certamente non le mancava nulla dal punto di vista terreno. Giuda Iscariotha stesso, che vendette il suo Maestro al Sinedrio per una somma oggi quantificabile in 1200 – 1500 euro, ascoltò le parole che stiamo meditando ed ebbe l’opportunità, dalle parole di Gesù e vedendo i suoi miracoli, di ravvedersi e rinunciare alla propria mentalità che vedeva nel furto una ragione di vita. Il “giovane ricco”si allontanò rattristato a seguito dell’invito a dare tutto ciò che aveva ai poveri, quando fino ad allora si crogiolava nell’osservanza dei precetti della Legge di Mosè che lo soddisfacevano.

L’attaccamento che l’uomo ha al proprio vivere è ben conosciuto dall’Avversario che, nel libro più antico della Scrittura, quando scommette con Dio su Giobbe, dirà “Tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita”(2.4), parole che contengono una verità assoluta e implicitamente racchiudono l’impossibilità a mutare il nostro destino finale quando arriveremo termine perché, come individui, persone, saremo stati responsabili dei nostri atti: “Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non veder la fossa”(Salmo 49.8-10).

Ancora: “Ma nella prosperità l’uomo non dura: è simile alle bestie che muoiono. Questa è la via di chi confida in se stesso, la fine di chi si compiace dei propri discorsi. Come pecore sono destinati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà di loro ogni traccia, gli inferi saranno la loro dimora”(vv. 11-15): sottolineiamo la parola “pecore”, che abbiamo incontrato diverse volte riferita tanto a quelle di Dio che di Satana e pensiamo ai due destini opposti che hanno in particolare le seconde, che scenderanno a precipizio praticamente senza accorgersene. Questo sarebbe il destino di tutti se, al verso 16, non trovassimo “Certo, Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi”dove abbiamo esposta una seconda verità, quella del riscatto impossibile all’uomo, ma possibile a Dio che interviene con mano tesa a salvare, se questa viene afferrata sapendo che nessun altro può liberare l’anima dal suo destino di morte.

Il Salmo 49 si conclude così: “Nella prosperità l’uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono”. Ecco l’inganno, ecco la “vita”che non si vuole perdere e per questo la si tiene per sé, senza pensare che così facendo si rimanda solamente il momento in cui tutto andrà lasciato e si perderà irrimediabilmente: “Non temere se un uomo arricchisce, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore, infatti, con sé non porta nulla né scende con lui la sua gloria. Anche se da vivo benediceva se stesso: «Si congratuleranno, perché ti è andata bene», andrà con la generazione dei suoi padri, che non vedranno mai più la luce”(vv.11-20). È un tema che troveremo sviluppato da Salomone nel Qoèlet, o Ecclesiaste, quando, giunto nell’ultimo periodo della sua vita e voltatosi indietro, concludendo che “tutto è vanità”, si porrà la domanda “Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?”(1.3) e tante altre, con uno sguardo concreto e implacabile sul senso dell’esistenza fine a se stessa.

Il problema è quindi “tenere per sé”oppure “perdere”, ma senza uno scopo preciso che vede la vita eterna con Cristo, parleremmo inutilmente perché c’è stato chi alla vita terrena ha rinunciato anche per un ideale: pensiamo a quanti sono morti per la propria nazione, per evitare il sacrificio di persone innocenti, per salvarle da pericoli, alle medaglie conferite al valore, civile o militare. Eppure, nonostante questi atti eroici, qui Gesù parla di perdere la propria vita “per causa mia”e non altre. “Perdere” cioè cessare di “possedere” che è il suo esatto contrario. Oggi, ora, ho, domani non ho più, cessa l’ Io, si dissolve, scompare, finisce, non è più. Ma il suo finire può ritrovarsi con Cristo oppure no, visto nelle parole “per causa mia”. Mia e di nessun altra filosofia, religione, fede. Perché anche il “mangiamo e beviamo perché domani morremo”potrebbe essere un motto condivisibile se dopo la morte del corpo non incontrassimo un’altra vita o un’altra morte.

Arriviamo poi a un altro problema posto da Gesù, e cioè la necessità di essere degni di lui, condizione che qui viene vista come condizione, prospettiva che esula dalle nostre possibilità e di cui al tempo stesso ne viene stabilito l’essere. Quando qualcuno viene ritenuto degno di qualcosa è perché viene considerato o giudicato meritevole in base a criteri di valutazione oggettivi. Sappiamo che chiunque crede è ritenuto “amico”di Cristo “se”fa le cose che Lui comanda. Ebbene, ai dodici, al verso 38, dice “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, che si raccorda al perdere la propria vita o al trovarla.

La“croce”, una parola semplice che purtroppo è stata impiegata e interpretata a sproposito complice il detto “ognuno ha la sua croce” con la quale s’allude ai problemi e alle sofferenze che s’incontrano nel quotidiano. In realtà, la “croce”di cui parla Gesù è costituita da tutte le negatività con le quali presto o tardi ci troveremo a fare i conti in quanto figli di Dio. La “croce”che il cristiano è chiamato a portare è “sua”e di nessun altro, calibrata in rapporto al peso e alle forze, alle capacità, alla chiamata e anche di questo avremmo di che ringraziare perché, prendendola, non siamo lasciati soli, ma invitati a percorrere un cammino che ha, ancora una volta, il Salvatore stesso come guida. La “croce”non è certo costituita da quei “pesi”che i Farisei imponevano al popolo e che loro non volevano toccare “neppure con un dito”!

La frase sulla “croce”verrà ancora ripetuta in 16.24-26 di questo stesso Vangelo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso– cioè riconosca di essere nessuno di fronte a Lui, capitoli con la sua volontà terrena –, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”. Si tratta di una traduzione non corretta perché, negli ultimi versi, andrebbe sostituito “vita”con “anima”, cioè tutto il sentire psichico dell’essere umano che, quando ne verrà privato, proverà “pianto e stridore di denti”.

In Marco 8.35 Gesù aggiunge “chi perderà la propria vita a causa mia e del Vangelo, la troverà”, Luca 9.23 specifica che la croce va presa “ogni giorno”e, infine, Giovanni 12.25 “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua– non senza la croce – e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”.

Con queste parole che stabiliscono la destinazione finale di tutti coloro che avranno creduto, credo si possano concludere queste nostre riflessioni. La raggiunta “pace con Dio” non può che venir confermata tramite il rinnegare noi stessi, cioè ciò che siamo per la carne. Non è qualcosa che avviene all’improvviso, ma è una scelta alla quale si giunge tramite il confronto continuo con il Padre e con il Figlio, autore della nostra redenzione. Quando il verso “Io so che in me non abita alcun bene”sarà compreso e assimilato come realtà e non come modo di dire per sventolare una falsa umiltà, potremo iniziare a seguirLo con tutta la nostra pochezza. Amen.

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09.14 – LA MISSIONE DEI DODICI: PACE SULLA TERRA I (Matteo 10.34-36)

9.14 – La missione dei dodici: XIII. La pace sulla terra (Matteo 10.34-36)

 

34Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. 35Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; 36e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”.

 

Nel versi precedenti abbiamo visto come, quando gli uomini si troveranno davanti a Cristo, verranno da Lui riconosciuti o rinnegati. A parte le considerazioni fatte in proposito si può dire che questi versi, pur riguardando tutti gli uomini, non escludono quelli che nella Chiesa si professano credenti, ma poi vivono con una condotta non consona alla loro professione di fede o l’abbandonano o ancora, a fronte di dover pubblicamente riconoscere la propria appartenenza a Cristo, la negano per ragioni di interesse personale. Si tratta di un tema molto delicato che l’apostolo Paolo, parlando di quelli che “sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro”, afferma che possono arrivare a un punto estremo, di non ritorno: “tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Ebrei 6.4,6). Sono parole importanti e quel “se cadono” non è riferito a quei peccati che possiamo sempre commettere nella nostra carne, appunto cadendo, ma a un ritorno definitivo e volontario all’uomo vecchio, allo stato di separazione da Dio che si aveva prima della conversione, quindi un rinnegamento. È come dire, a fronte di una fede professata pubblicamente, “mi sono sbagliato”.

Ricordiamo poi che il “riconoscere” da parte di Gesù non comporterà solo il conferimento di quel “lasciapassare” perché “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”, ma l’attribuzione di un posto preciso nella “casa dalle molte stanze” che avverrà non senza sorprese visto che “molti ultimi saranno primi e molti primi ultimi”. Si tratta di occupare un posto preannunciato molte volte negli scritti del Nuovo Patto ed esposto in parabole, come quella delle dieci vergini o del gran convito in cui viene trovato uno che non aveva il vestito delle nozze, ma anche nei posti in un banchetto in cui ci sarà chi si troverà vicino o lontano da chi è a capotavola o, ancora, in quel “vuoto incolmabile”, o “gran voragine” che separa il ricco da Lazzaro, per non parlare dei talenti ricevuti e ridomandati.

Ciò che rileviamo immediatamente dai versi di oggi, però, è quello che potremmo definire un controsenso visto nel “Principe della pace” che sulla terra, anziché essa, porta “la spada”, strumento di offesa e difesa al tempo stesso. Per la prima volta la spada è citata in Genesi 3.24, quando viene consegnata ai Cherubini perché difendano l’accesso al giardino di Eden che aveva visto una relazione perfetta con il Creatore diventata poi impossibile a causa del peccato. Da lì in poi la “spada” fu per gli uomini uno strumento spesso terribile e portatore di morte anche su vasta scala, con lo sterminio di interi popoli. Figura anche del giudizio di Dio è comunque fondamentalmente riferita alle conseguenze dell’opera dello Spirito Santo e della Sua parola, che sappiamo essere “più acuta di una spada a doppio taglio” perché, appunto, separa ed è su quest’azione che si baserà non tanto il nostro studio, ma la nostra stessa vita.

Quando mi sono chiesto da dove iniziare la lettura cronologica del Vangelo ho deliberatamente scelto di non partire dalle genealogie di Matteo e Luca come sarebbe stato logico aspettarsi, ma dall’inno con cui Giovanni apre il suo scritto, che subito parla contemporaneamente di benedizione e gioia, ma anche di esclusione: “A tutti coloro che l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Non tutti gli uomini hanno creduto e crederanno. Possiamo dire allora che il Vangelo si apre immediatamente con una distinzione tra chi è figlio di Dio e chi no, annuncia questa importante verità in modo che tutti scelgano di appartenere a Gesù Cristo.

Non solo, ma qualora si andasse a Matteo 1, non si potrebbe fare a meno di notare che anche lì esiste una profonda divisione, un taglio netto, con la citazione di personaggi che svilupperemo limitatamente a questo contesto: al versi 2 e 3 leggiamo infatti “Abrahamo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli. Giuda generò Fares e Zara da Tamar…”. Ciò che potrebbe apparire, anche nei versi successivi, come un elenco di nomi tesi a dimostrare che Gesù fosse realmente discendente da Davide e quindi di Abrahamo, nasconde dei significati che potrebbero applicarsi anche a tutti i suoi discendenti.

Abrahamo, il cui nome originario era Abramo, fu chiamato quando era ancora idolatra e non conosceva il Signore: “Vattene dalla tua terra – nella quale sei cresciuto e che conosci –, dalla tua parentela – quindi dai tuoi legami affettivi più profondi, ma anche abitudinari – e dalla casa di tuo padre – che ti ha cresciuto e al quale hai ubbidito –, verso la terra che io ti indicherò”, quindi senza sapere dove, affidandosi a Lui completamente (cap. 12).

Più tardi Abrahamo, per suggellare il patto con YHWH che più volte gli aveva rivelato i Suoi piani per lui, dovette istituire la circoncisione come segno esteriore di appartenenza al popolo di Dio cui dovevano sottoporsi anche gli stranieri che venivano accolti. Rifiutare la circoncisione equivaleva a volersi esentare dall’elezione, rifiutare il patto con Dio, ed era punita con la morte.

Proseguendo, leggiamo il nome di Isacco, che associamo immediatamente all’episodio del suo sacrificio dimenticando che, prima di questo, c’era stata una separazione spirituale dal fratello Ismaele, dal quale discenderanno i popoli arabi, che usava prepotenza verso di lui e lo dileggiava: “Sara vide che il figlio di Agar l’egiziana, quello che lei aveva partorito ad Abrahamo, scherzava – nel senso di dileggiarlo – con il figlio Isacco” (Genesi 6.9). E Ismaele, per quanto aiutato da Dio, “abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco” (21.21) mentre Isacco proseguì, compatibilmente con la dispensazione nella quale viveva, il suo percorso spirituale non senza affrontare le difficoltà della vita come tutti.

La spada la vediamo ancora con Giacobbe, che propose ad Esaù, che in quanto primogenito doveva essere il più responsabile e d’esempio, di vendergli la primogenitura, cosa che fece, ritenendola di valore inferiore a una minestra. Di questi due fratelli leggiamo che “…Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende” (25.27). Tutto il cammino di questi due uomini testimonia interessi e atteggiamenti opposti, per quanto la spada in senso letterale, cioè come violenza, non compaia mai salvo come intenzione perché, per un certo tempo, Esaù voleva uccidere il fratello.

Quando poi leggiamo in Matteo 1.2 “Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli”, la separazione si fa ancora più acuta: pensiamo a Simeone che profanò il talamo del padre, ancora a lui e Levi che sterminarono i Sichemiti dopo un piano studiato accuratamente, a tutti i fratelli (tranne Beniamino) che furono concordi nello sbarazzarsi di Giuseppe, vendendolo a una carovana di Ismaeliti. Il motivo fu non tanto di antipatia nei suoi confronti, ma perché non potevano sopportare il fatto che non fosse come loro: “Or Giuseppe riferì al padre di chiacchiere maligne su di loro” (Genesi 37.2), là dove una traduzione più corretta riporta “riferì la mala fama che andava intorno a loro”.

Infine, arriviamo a “Giuda generò Fares e Zara da Tamar”: come Giacobbe ed Esaù erano gemelli e nacquero in modo curioso perché “Durante il parto, uno di loro mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano dicendo: «Questi è uscito per primo». Ma poi ritirò la mano, ed ecco, venne alla luce suo fratello. Allora ella esclamò: «Come ti sei aperto una breccia? E fu chiamato Fares – cioè rottura, separazione –. Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano, e fu chiamato Zara – cioè nascita dolce, agevole –“ (Genesi 38.28,29). Due nomi eloquenti.

Ora, con questi riferimenti all’Antico Patto, vediamo che è sempre esistito un confine tra gli uomini, una divisione tra chi tendeva verso Dio e chi invece lo respingeva preferendo i territori della propria carne. Ebbene ancor di più questo si verifica nella nuova era della Grazia, in cui lo Spirito Santo agisce apertamente avendo costituito un popolo che non abita più in una terra promessa, ma in mezzo alle genti, al paganesimo davvero multiforme, a un mondo che mira più che in passato a infrangere le barriere anche solo morali dimentico del fatto che “Dio ha messo l’Eterno nel cuore dell’uomo” (Ecclesiaste 3.11), quindi un naturale tendere a lui molto più rilevabile nel passato, quando c’era un codice d’onore e dignità, che nei tempi in cui viviamo.

Avendo citato spesso il libro della Genesi, ricordiamoci quanto detto da YHWH al serpente: “Io porrò inimicizia fra te e la donna – perché da essa sarebbe un giorno venuto il Cristo – fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. Sappiamo molto bene quale sia il significato delle ultime parole, ma si fa meno caso al fatto che qui si parli di due stirpi, una che proviene dal serpente e l’altra dalla donna: naturalmente il riferimento è a quella della genealogia menzionata da Matteo e Luca, ma per riflesso comprende quella di coloro che “da Dio sono nati”. Ecco allora che l’inimicizia fra la progenie della donna e quella del serpente, secondo le parole di Gesù che molti hanno sperimentato su di loro, si sarebbe insinuata anche nelle famiglie dove i legami avrebbero dovuto essere più forti che altrove.

Nostro Signore quindi non dice parole nuove come potrebbe sembrare, ma cita Michea 7.6 “Il figlio insulta suo padre, la figlia si rivolta contro la madre, la nuora contro la suocera e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua”, dimostrando così che esiste uno scorrere del tempo e il manifestarsi di forze avverse in crescendo che non deve meravigliare il discepolo, anzi rallegrarlo perché attraverso queste manifestazioni ha un segnale dell’avvicinarsi del gran Giorno: “L’uomo è scomparso dalla terra, non c’è più un giusto tra gli uomini: tutti stanno in agguato per spargere sangue, ognuno con la rete dà la caccia al fratello. Le loro mani sono pronte per il male: il principe avanza pretese, il giudice si lascia comprare, il grande manifesta la cupidigia, e così distorcono tutto. Il migliore di loro è come un rovo, il più retto una siepe di spine” (7.2-4).

Le parole di Gesù, che purtroppo per ragioni di tempo stiamo spezzando in più episodi, vengono pronunciate per preparare il discepolo a vedere le manifestazioni negative del suo prossimo, che presto o tardi si troverà a sperimentare, come un effetto naturale e inevitabile. Disse anche in un’altra occasione: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. (…). Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno ance la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato” (Giovanni 15.18-21).

C’è quindi un conoscere e un non conoscere, entrambi risultato di una volontà di essere dalla parte di Dio, costantemente, o di quella del mondo naturale destinato a perire. La spada che Gesù è venuto a portare, è allora la naturale conseguenza della Sua elezione a figli verso di noi. Ma al di là di tutto, ciò che tutta la Storia sacra insegna a partire da quando Adamo e sua moglie furono estromessi da Eden, è che Iddio tesse un piano per ciascuno dei suoi figli non meno complesso del suo stendere i cieli nell’universo. Amen.

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09.13 – LA MISSIONE DEI DODICI: CHI MI RICONOSCERÀ II (Matteo 10.32,33)

9.13 – La missione dei dodici: XII. Chi mi riconoscerà II/II(Matteo 10.32,33)

 

32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.

 

Nel capitolo scorso ho cercato di affrontare il passato e il presente della persona che, a un certo punto della vita, fa un’esperienza personale con il Dio Creatore e Salvatore. Il “presente” è stato sviluppato guardando un solo aspetto, credo attinente ai versi di Gesù che stiamo sviluppando e può essere quindi considerato come tutta quella serie di azioni e comportamenti, positivi o negativi, che compiamo nel nostro quotidiano ogni giorno della nostra vita e che portiamo con noi. In pratica, il bagaglio di peccato che avevamo prima dell’incontro col Figlio è stato da Lui tolto con la nuova nascita; con ciò abbiamo avuto la possibilità di ripartire da zero, di iniziare una nuova vita esattamente come può avvenire per un ergastolano cui viene concessa la grazia.

Il presente allora rappresenta un concetto molto più complesso di quello cui siamo abituati nel senso che, pur essendo costituito dall’oggi, dall’attuale, dalla contemporaneità, comprende anche tutta la storia dell’uomo salvato e redento da Dio dal momento in cui sa di avere ricevuto il Suo perdono e Lo riconosce come unico in grado di guidare la propria vita.

Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2. 19,20): pur passando gli anni, come credenti, ci troviamo in un ambito simile a quello dei dodici inviati in missione, di cui sappiamo che non avrebbero dovuto portare con sé nulla a parte la promessa-certezza che sarebbero stati oggetti di tutta l’assistenza del Padre, oltre che a quella del Figlio. Certamente i giorni sarebbero trascorsi, ma sempre sotto l’ottica di quel “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo”, o come altri traducono “dell’età presente”, o “del mondo”.

Il nostro presente è fatto di momenti che si assommano, si accumulano portando gli elementi della vita che concretiamo giorno dopo giorno per cui il passato non è lo ieri tecnico, quello che definiamo abitualmente, in quanto sempre facente parte dell’oggi. Può apparire un concetto filosofico, ma non lo è. Come cristiani il passato non ci appartiene più esattamente come il futuro umano stante il fatto che la nostra unica prospettiva, stante l’incertezza della vita, è la nostra eternità in Cristo. Sarà nella misura in cui avremo riconosciuto il Figlio nel presente come linea continua che determinerà il nostro futuro, cioè il Suo “riconoscerò”: questo determinerà la separazione netta fra ciò che gli uomini avranno vissuto nel peccato o nella grazia.

Si realizzeranno così le parole dell’apostolo Paolo in 2 Timoteo 2.19-22 che descrivono la vita cristiana: “Tuttavia le solide fondamenta gettate da Dio resistono e portano questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi, e ancora: Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore. In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di argilla; alcuni per usi nobili, altri per usi spregevoli. Chi si manterrà puro da queste cose – cioè da un comportamento non consono alla fede – sarà come un vaso nobile, santificato, utile al padrone di casa, pronto per ogni opera buona. Sta’ lontano dalle passioni della gioventù; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il nome del Signore con cuore puro – perché lo si può invocare anche mantenendo la propria carnalità, ma senza risultato –“.

 

IL FUTURO

“Cerca di capire quello che ti dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa – perché senza il Suo intervento anche la Parola rimane impenetrabile –. Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: se perseveriamo con lui, con lui anche vivremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (Ibid. vv. 7-13).

A parte gli innumerevoli approfondimenti possibili su questi versi, nella parte finale abbiamo tre “se” ai quali si associano le relative conseguenze. Il primo ci parla di perseveranza, cioè il persistere, mantenersi fermo e costante nei propositi, nelle azioni, nello svolgimento di un’attività. Questa azione comporta il vivere futuro, cioè il non conoscere la morte dell’anima, la fine, oltrepassandola: “Se perseveriamo con lui, con lui anche vivremo”.

Il secondo “se” si riferisce al rinnegamento e, perché avvenga, deve riguardare chi un giorno ha creduto, poiché il significato della parola implica “il dichiarare – quindi pubblicamente, a uno o più testimoni – di non aver conosciuto una persona che si è conosciuta, rifiutando con questo atto gli obblighi o i legami di obbedienza, di affetto o di rispetto che a essa legano”. “Se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà” sono parole che indubbiamente si legano al nostro verso 33, “anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Anche questo è futuro.

Il terzo “se” sottolinea la nostra defettibilità, fragilità umana che tocchiamo con mano tutti i giorni nonostante i nostri buoni propositi e il nostro parlare: “se siamo infedeli”. L’infedeltà è un contrassegno negativo che a nessun uomo maturo piace ammettere perché denota debolezza, volubilità che porta a non osservare la fede dovuta. L’infedele abusa della fiducia risposta in lui da altri. È incostante nell’amore, negli affetti e in genere nel rispetto di quei vincoli che sono imposti dalla natura o da un patto. Ebbene, piaccia o no, così siamo tutti più o meno, perché soggetti a cadere, distrarci, dare la prevalenza alla carne quel tanto o quel poco che basta per rovinare quanto abbiamo fatto. Siamo inaffidabili, come testimonia il comportamento umano di Pietro che per tre volte disse di non conoscere il suo Maestro avendo alla fine quasi una crisi nervosa: “Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!»” (Matteo 26.77), là dove altri traducono “cominciò a maledirsi”. La fedeltà di Dio, però, lo perdonò e lo accolse portandolo al futuro dopo il suo presente – attenzione – non di rinnegatore, ma di salvato per fede e di Suo strumento fino alla morte. “Se siamo infedeli” allude quindi a tutti quei comportamenti che possiamo sempre assumere temporaneamente che contraddicono l’impegno assunto con Cristo e si concludono con il perdono, certo dopo la nostra confessione di peccato e relativo abbandono di quanto ci ha caratterizzato negativamente.

In Salmo 17.15 leggiamo “…ma io nella giustizia contemplerò il suo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine”, futuro che attende chiunque ha creduto vivendo in positivo i tre “se” di cui abbiamo accennato. Fu sempre l’apostolo Paolo a descrivere il divario tra l’essere uomo nella carne e l’esistere nel cielo: “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Cor. 13.12). L’adesso, il presente, è comunque caratterizzato dall’imperfezione, dal vedere “come in uno specchio”, quindi orientandosi con difficoltà perché la visione in uno specchio è al contrario, e dal conoscere “in modo confuso” perché la sapienza di Dio, al contrario della nostra, è perfetta. Ed è bello considerare che il Padre, dall’eternità che non contempla tempi, ci conosce già ora in toto, al contrario di noi: infatti leggiamo al futuro, “ma allora conoscerò perfettamente, come io sono conosciuto”.

Anche l’apostolo Giovanni, consapevole della difficoltà di descrivere umanamente quale sarà il nostro futuro se non per simboli, dopo aver ribadito che già possediamo la cittadinanza del regno dei cieli, usa parole che pongono l’accento sulla totale identità che troveremo nell’Unico Dio, vivente e vero: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Giovanni 3.2). Cadranno quindi tutte quelle barriere che avevano fino ad allora impedito agli uomini di vederlo perché “l’uomo non può vedermi e vivere” (Esodo 33.23).

Sul futuro della nostra vita dopo la morte, per lo meno per quelli che dovranno passare attraverso di essa, si potrebbero citare molti altri passi, ma non credo che si possa sapere nei dettagli cosa e come saremo. Paolo, riferendosi a tutta la Chiesa al suo rapimento, scrive “E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore” (1 Tessalonicesi 4.16,17). In quel “per sempre” ciascuno troverà la sua collocazione precisa ed eterna in base alle sua aspettative spirituali più profonde per cui, parlando per simboli, vivrà per sempre o dentro o a margine della società del cielo, mai fuori. Perché sappiamo che molti ultimi saranno primi e viceversa, così come in un gran convito ci sono posti vicini o lontani da colui che ha mandato gli inviti. Perché avremo un nome “che nessuno conosce se non chi lo riceve” (Apocalisse 2.17)

Squarci di luce ce li dà il libro dell’Apocalisse che riporta lodi incessanti che si ripetono davanti al Trono di Dio: abbiamo la descrizione di una comunione totale, diversa perché la preghiera che già ognuno di noi, pur nella sua limitatezza, eleva al Padre per lo Spirito, risente comunque della nostra dimensione umana; in quella spirituale celeste, però esisterà una perfezione trovata e una gioia incontenibile mai provata prima. Sarà scomparso ogni ricordo, difetto o timore. Ed ogni uomo, così com’è, deve finire nella morte o nella vita, entrambe eterne.

Il Figlio, quindi, riconoscerà o rinnegherà ciascun essere umano perché, in quanto autore dell’unico sacrificio perfetto, nessun altro potrà dare il Suo benestare a che l’anima di ciascuno venga accolta. Amen.

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09.12 – LA MISSIONE DEI DODICI: CHI MI RICONOSCERÀ I (Matteo 10.32,33)

9.12 – La missione dei dodici: XI. Chi mi riconoscerà I: passato e presente (Matteo 10.32,33)

 

32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.

 

Possiamo dire che “Perciò” fa riferimento a tutti i discorsi precedenti coi quali Gesù ha dato ai discepoli degli avvertimenti, oltre che rassicurarli della cura che il Padre avrebbe avuto di loro nonostante fossero stati, e siano, “pecore in mezzo ai lupi” che avrebbero così subito persecuzioni, ostacoli, disistima da parte del prossimo, avversione, essere “odiati da tutti”. A questi elementi così negativi, ma inevitabili, fa da contrasto la Rocca, il Rifugio, l’Onniscienza di Dio con la quale i cristiani formano, secondo la promessa, un tutt’uno, condizionato dal “riconoscere” l’Unico in grado di provvedere veramente a loro. Questa unicità, poi, mette in guardia chi crede dalla necessità di una verifica che è sempre tenuto a fare su di sé, guardandosi dal misticismo, dal protagonismo visto nel sermone sul monte quando fu trattata tutta una serie di azioni, come l’elemosina e la preghiera fatte in pubblico per essere notati dagli altri, o dalla moltitudine di parole che si vorrebbe usare convinti di essere meglio ascoltati.

Tutto parte dal “riconoscere”, verbo particolare che comprende vari significati e racchiude il passato, il presente e il futuro della vita dell’essere umano. “Riconoscere” significa percepire o individuare qualcuno o qualcosa come già noto, distinguere, discernere cogliendone le caratteristiche specifiche, ammettere, accettare per vero, confessare, dichiarare di conoscere, approvare, accettare ufficialmente come legittimo. “Riconoscere”, quindi, è un verbo che implica una storia, quella di ciascun credente che, grazie alla rivelazione di Gesù Cristo, ha un passato, un presente e un futuro.

 

IL PASSATO

È ciò che appartiene al tempo trascorso. È qualcosa che può influenzare il presente, è un carico che portiamo con noi e col quale, presto o tardi ci troviamo a fare i conti. Ognuno di noi ne ha uno ed è qualcosa che non può tornare, purtroppo o per fortuna a seconda delle esperienze vissute. Il carattere della persona, in parte ereditato dai propri genitori, si forma con gli anni a partire dall’infanzia e dall’educazione ricevuta e risale, come deduciamo senza ombra di dubbio dal libro della Genesi, dalle origini, quindi alla storia della propria famiglia se non addirittura alla nazione stessa di appartenenza, è quello che qualcuno ha definito “bagaglio storico”. Non scegliamo quindi solo di nascere, ma neppure il tipo di nucleo famigliare nel quale saremo inseriti, quindi poveri, benestanti o ricchi, persone d’onore, ladri o sfruttatori. Tutto questo parlando a grandi linee e per fare sinteticamente un’introduzione. C’è un passato collettivo visto nella storia di un popolo, e ce n’è uno individuale, del singolo, di cui ci occuperemo, poiché l’esperienza che ciascuno può avere con Dio è prima strettamente personale e poi si concreta nella collettività, cioè nella Chiesa che il Cristo rappresenta con la sua testimonianza e presenza nel mondo.

Si nasce, si cresce, emergono col tempo attitudini, aspirazioni, interessi, viviamo prendendo progressivamente coscienza del fatto che non tutto ciò che vorremmo essere o diventare potrà concretarsi, reagiremo tanto alla gioia quanto alla sofferenza in base alla nostra personalità che nel frattempo si consoliderà, ma a prescindere dal reddito, dal lavoro e da tutto quanto comporterà la vita orizzontale, resteranno le domande importanti di sempre, cioè chi sono, perché esisto, dove vado. E scopriremo che avremo bisogno di uno scopo per vivere perché senza di questo, senza un progetto, la vita non avrà senso. Comunque sia ci verrà proposto, in maniera diretta o indiretta, il messaggio del Vangelo al quale saremo liberi di rispondere accogliendolo o rifiutandolo: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Ebr. 3.7,8).

Il più delle volte non si tratterà di un annuncio a sorpresa, ma di un incontro, di un arrivo dopo un percorso di ricerca al quale si giungerà dopo un tempo speso a risolvere i molti perché ai quali nessuno avrà potuto rispondere: non la politica, non il volontariato, non la scienza, non la psicologia o la psicoanalisi che a volte possono aiutare nel percorso orizzontale, quello della vita terrena. Se si verificherà l’incontro personale con Gesù Cristo, dopo un cammino in cui non si saranno subite passivamente i precetti di una religione, ma si saranno cercate nel Vangelo le risposte ai dubbi chiedendosi il perché delle cose, vorrà dire che lo Spirito stesso avrà condotto la persona a Lui. E allora, e solo allora, l’uomo scoprirà di non avere alcuna speranza se non in Colui che in Isaia 48.12 e 16 si presentò con queste parole: “Sono io, io solo, il primo e anche l’ultimo. Sì, la mia mano ha posto le fondamenta della terra, la mia destra ha disteso i cieli. (…) sin da quando questo avveniva, io ero là”.

Di colpo, il passato cesserà di esistere nel senso che non avrà più alcun valore perché sarà stato oggetto di perdóno. Amos scrive “Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge” (7.14) e non esiste vero credente che non ricordi il momento in cui è stato chiamato e in cui ha risposto, ricordando com’era: “Io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia”, dice il salmista in 73.2.

Il passato, quello che ci aveva caratterizzato fino a poco prima, sarà veramente tale perché chi avrà creduto sarà messo di fronte alla cancellazione, remissione di quel debito di peccato che non avrebbe mai potuto pagare a Dio e che il Cristo ha estinto al suo posto sulla croce come Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Sarà posto nella condizione di non essere più uno schiavo perché, guardandosi indietro, potrà rispondere come in Deuteronomio 6.22 “Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente”, dove quel Paese e il suo capo sono figura del mondo e di Colui che in realtà lo governa.

Il passato di chi crede è anche descritto con parole che illustrano la banalità del vivere secondo i desideri dell’anima allevata nel peccato, termine nel quale va incluso tutto ciò che non è spirituale: “Anche tutti noi, come loro – quelli che vivono nel mondo e per esso – un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali secondo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio, ricco in misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati” (Efesi 2.3-5).

Purtroppo quando si parla di “passioni” o “desideri della carne”, o anche “peccato”, per la cultura pagana fuorviante dalla quale proveniamo, viene spontanea l’associazione al sesso, ma non è così, essendo il “peccato” una pratica oppositiva alle esigenze di Dio e la “carne” , di cui siamo fatti, tutto ciò che è estranea allo Spirito. Di qui la necessità di dominarla. Forse il modo migliore per descrivere scritturalmente questo stato è reperibile in Tito 3.3: “Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda”.

Il passato rientra anche in Ebrei 8.12 “Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati”, e sarà ed è lì che si potrà chiudere col periodo trascorso ciascuno nella sua via per iniziarne uno nuovo. Il passato lascerà posto al presente.

 

IL PRESENTE

È l’inserimento come “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”, che col passato dà un taglio netto, non ricucibile a meno che non si tratti di un’adesione a Cristo temporanea, frutto di un moto di un animo instabile: “Non illudetevi – e l’illudersi comporta molti aspetti –: né immorali, né adulteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori – ecco i frutti della “carne” spiegati in breve – erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1 Corinti 6.9-11). Questo lavacro consiste in un perdóno incondizionato, cioè indipendentemente dai peccati commessi, in un trapianto da un ambito in cui la carne era dominante in un altro in cui essa può e deve essere dominata, cioè nel passaggio “dalla morte alla vita”. La creatura umana vive così una condizione che consiste nell’avere una responsabilità vista nel mantenimento della nuova dignità ricevuta: infatti “Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la mente intenta alle opere cattive; ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinnanzi a lui; purché restiate fondati e fermi nella fede, irremovibili nella speranza del Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunciato in tutta la creazione che è sotto il cielo e del quale io, Paolo, sono diventato ministro” (Colossesi 1.21-23).

C’è quindi un presente che è punto di partenza, e una linea di continuità vista nel “purché”, un presente di luce che tiene memoria del passato buio che ciascuno di noi ha avuto, perché “Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Efesi 5.8). Sono parole impegnative che costituiscono la nuova vita del credente, perché se alla “bontà” non seguono le altre avremo un comportamento squilibrato, privo di dignità e quindi suscettibile a fraintendimenti da parte del nostro prossimo.

Il presente è un “ora”, un “adesso” continuo, tutti i giorni della nostra vita, che si apre verso il futuro riservato a coloro che, come abbiamo letto all’inizio di questa serie di studi “non di sangue, né di volontà di carne, né di volontà di uomo, sono nati da Dio”. Perché “Con Lui – Gesù Cristo risorto – Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe” (Colossesi 2.13), verso dedicato proprio ai pagani un tempo alieni dal popolo di Dio.

Il presente comporta quindi un primo riconoscere, quello di non avere altre alternative per la propria esistenza futura se non in Gesù Cristo, attribuendo a Lui solo il merito della nostra nuova nascita: questo avviene prima personalmente, accogliendolo, poi pubblicamente attraverso il battesimo e un’esistenza di testimonianza mediante un lungo percorso di identificazione e formazione in cui si giunge al punto in cui il “riconoscere” assume i connotati di una testimonianza diretta e specifica al nostro prossimo.

“Chi mi riconoscerà davanti agli uomini” comporta l’uscita da un involucro personale e intimo per evolversi verso una professione di fede pubblica indipendentemente dal quantitativo di individui cui ci si rivolge. E contiene la promessa “anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”, per la quale ogni cristiano vive e nella quale trova senso alla sua esistenza. Perché può dire, come l’anonimo guarito in Giovanni 9.25, “Una cosa io so: ero cieco, e ora ci vedo”. Amen.

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09.11 – LA MISSIONE DEI DODICI: NON ABBIATE PAURA III (Matteo 10.26-31)

9.11 – La missione dei dodici: X. Non abbiate paura III: voi valete (Matteo 10.26-31)

 

26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo nelle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri.

 

Il terzo invito a non avere paura, sottolineato dal “dunque” come il primo, ha la caratteristica di venire formulato dopo un breve ragionamento che riguarda i passeri e i capelli contati.

Il passero, animale che fino a poche decine di anni fa era molto diffuso in città e campagne, oggi sta scomparendo per varie ragioni (drastica riduzione degli insetti correlata all’inquinamento e soprattutto all’aumento dei pesticidi), ma era ben conosciuto anche 4mila anni fa: curiosamente attivo, socievole, che con le sue dimensioni e comportamento suggerisce qualcosa di piccolo, pacifico e indifeso, nidifica in colonie ma non disdegna momenti in cui si apparta per osservare l’ambiente circostante, come osservato in Salmo 102.8 (“Resto a vegliare: sono come un passero solitario sopra il tetto”). Stante la sua diffusione e la facilità con cui poteva esserne notato il comportamento, è citato negli scritti dell’Antico Patto in altri due passi: ricordiamo Salmo 84.4 “Anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli” e Proverbi 26.2 “Come il passero che svolazza, come la rondine che volteggia, così una maledizione immotivata non ha effetto”.

Ora viviamo in una cultura basata fondamentalmente sul freddo interiore, sulla fretta, sulla frenesia nel lavoro, negli spostamenti da un luogo all’altro e sulla superficialità delle relazioni sociali: in un simile contesto, in cui c’è posto solo per i propri pensieri senza far caso all’ambiente circostante, l’uomo dimentica che esiste un mondo che vive al di là dei suoi egoismi e dei progetti che fa di tutto per realizzare; in altre parole non pensa che c’è un Dio Creatore che non ha mai smesso né di curarsi della sua opera, ma che questa è finalizzata ad un’altra, quel mondo perfetto su cui Satana e il peccato non avranno alcun potere perché non esisteranno più. Nell’ambiente in cui vivevano gli Autori dei libri in riferimento è detto degli animali, allora inseriti in ecosistemi ancora non compromessi, “Tutti da te si aspettano che tu dia loro cibo a tempo opportuno, tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni. Nascondi il tuo volto, li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Salmo 104. 27-31). Questo perché “Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio tutto ciò che si muove nella campagna” (Salmo 50.11).

Bene, la citazione di questi passi colloca le frasi di Gesù in un contesto in cui anche le creature più piccole e apparentemente insignificanti hanno un ruolo sulla terra, quello di vivere contribuendo alla vita stessa sulla terra, e che non sono abbandonate a loro stesse, neppure i “due passeri” che in Matteo “non si vendono forse per due soldi?” e in Luca “Cinque passeri non si vendono forse per due soldi?” (12.6): va detto, per chi vuole approfondire brevemente, che qui la nostra traduzione semplifica perché si tratta dell’asse romano, moneta di rame equivalente a un decimo del denaro, d’argento. Sotto l’asse vi erano il quadrante (che di lui era la quarta parte) e il picciolo che dell’asse ne era l’ottava.

Quindi una persona poteva comprare due passeri per un quattrino, ma se ne prendeva cinque uno di loro praticamente non veniva contato, pagandoli come se fossero quattro: una creatura alla quale veniva attribuito scarso valore. Eppure Luca, a seguito del passo parallelo citato, aggiunge “eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio”, cioè Gesù ci dice che per ciascuno di loro il Signore ha una cura personale perché se così non fosse avrebbe sbagliato a crearli. E si può sottolineare che tutto avviene nonostante il mondo che conosciamo sia destinato a logorarsi e finire, distrutto dall’avidità e dell’assoluta irresponsabilità dell’uomo che oggi, ignorando gli innumerevoli allarmi lanciati da studiosi e scienziati, sembra faccia tutto il possibile per abbatterne l’equilibrio. Ignorare l’esistenza delle altre forme di vita equivale a porre le basi perché la propria venga progressivamente annullata. E così sarà.

Tornando in tema, ciò che dice Gesù ai dodici è l’estensione di un concetto già espresso nel sermone sul monte quando disse “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?” (Matteo 6.26): allora Nostro Signore invitava le folle a considerare la differenza fra le creature inferiori, cui Iddio dà cibo al tempo opportuno, e l’uomo per il quale esiste un piano di salvezza; qui invece c’è una dichiarazione specifica, “voi valete più di molti passeri”, dove “più” e “molti” esprime il concetto di superiorità che ha l’uomo di fronte a Lui. Se quindi Dio si occupa delle cose minute, come i passeri cui viene attribuito un valore così basso, quanto maggiormente avrà cura dell’uomo che Lo accoglie?

E qui s’inserisce un nuovo elemento, quello dei capelli del nostro capo, il cui significato va oltre l’immediata lettura del verso che ci autorizza a pensare che il Signore sappia di noi ogni cosa. Il capello, nella Scrittura, ha diversi significati: indipendente dalla calvizie, una loro disposizione irregolare sul capo andava approfondita perché non si trattasse di lebbra, malattia diversa da quella oggi conosciuta. Ricordiamo Levitico 13.40 Chi perde i capelli del capo è calvo, ma è puro. 41Se i capelli gli sono caduti dal lato della fronte, è calvo davanti, ma è puro. 42Ma se sulla parte calva del cranio o della fronte appare una piaga bianco-rossastra, è lebbra scoppiata sulla calvizie del cranio o della fronte; 43il sacerdote lo esaminerà: se riscontra che il tumore della piaga nella parte calva del cranio o della fronte è bianco-rossastro, simile alla lebbra della pelle del corpo, 44quel tale è un lebbroso; è impuro e lo dovrà dichiarare impuro: il male lo ha colpito al capo”.

I capelli caratterizzavano esteriormente chi li portava e, pur potendo venir tagliati, non erano ammesse acconciature tese a variare forzatamente la fisionomia della persona: “Non vi taglierete in tondo il margine dei capelli, né deturperai ai margini la tua barba. Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore” (Levitico 19.27,28). I capelli erano lasciati crescere nel caso del Nazireo, il consacrato a YHWH, strapparseli era segno di grande sdegno, come fece Esdra di fronte alla mescolanza della “stirpe santa” con popolazioni pagane: “All’udire questa parola, stracciai il mio vestito e il mio mantello, mi strappai i capelli del capo e la barba e mi sedetti costernato”. Tagliarseli con rasatura era segno di grande duolo: “Tàgliati i capelli, ràsati la testa per via dei tuoi figli, tue delizie: allarga la tua calvizie come un avvoltoio, perché vanno in esilio lontano da te” (Michea 1.16) e, infine, qualificano l’uomo di Dio come persona saggia: “I capelli bianchi sono una corona d’onore ed essa si trova sulla via della giustizia” (Proverbi 16.31).

Data questa breve ed essenziale panoramica, vediamo dei riferimenti più concettualmente vicini al nostro caso: il capello è qualcosa di molto sottile potendo variare in spessore da 0,06 a 0,1 millimetri. Ne perdiamo da 40 a 120 al giorno quasi senza che ce ne accorgiamo e per questo uno di essi viene utilizzato come elemento per rafforzare un concetto già chiaro di per sé; ricordiamo Salomone, che disse di Adonia “Se si comporterà come un uomo leale, neppure un suo capello cadrà a terra; ma se in lui sarà trovato qualche male, morirà” (1 Re 1.52).

Il capello può quindi essere una sorta di unità di misura riferito all’insignificante, ma anche alla precisione, come nel caso dei seicento uomini ambidestri, “capaci di colpire con la fionda un capello senza mancarlo” (Giudici 20.16) eppure, nonostante sia così sottile e privo di valore, dice Gesù che “non puoi fare un solo capello bianco, o nero” (Matteo 5.36) a conferma di quanto siamo impotenti di fronte a ciò che non controlliamo perché esula dalla nostra competenza. Tinture a parte, ovviamente.

Tirando le file di questo lungo passare attraverso versi che comunque andavano citati, leggiamo le parole di Luca che riferisce anch’esso le parole di Gesù ai discepoli: “Sarete traditi perfino dai genitori, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto” (21.16.18), parole che, riguardo alla frase finale, verranno ripetute tali e quali in Atti 27.34 quando l’apostolo Paolo parlerà ai marinai della nave in tempesta che lo trasportava a Roma. Le parole di Gesù, quindi, nei versi di Luca vanno oltre la morte perché, nonostante questo avvenimento, non perderemo nulla di ciò che è nostro.

Poi, tornando al nostro passo, c’è quel “Perfino”, cioè “anche” – come scrive Luca –, o “addirittura” a conferma della totalità del piano di Dio per l’uomo che non ha tralasciato nulla affinché possa realizzarsi in Lui. Del resto, così ha fatto quando ha stabilito i perfetti equilibri di un Universo e di una Terra destinata a passare, ma non le Sue parole.

Il “valete più di molti passeri” è da tener presente soprattutto alla luce dei versi riportati in Luca 17.7-10 che vogliono porre l’accento non su un signore dispotico, ma sulla necessità che il servizio sia scevro da pretese o ambizioni varie, lasciando a Dio il compito della retribuzione e di ogni decisione a nostro riguardo: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola?». Non gli dirà piuttosto: «Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu»? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»”.

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09.10 – LA MISSIONE DEI DODICI: NON ABBIATE PAURA II (Matteo 10.26-31)

9.10–La missione dei dodici:  IX. Non abbiate paura II: uccidere l’anima (Matteo 10.26-31)

 

26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo nelle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldi? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri.

 

Le tre esortazioni a non avere paura sono rivolte al non subire gli effetti negativi di altrettanti elementi precisi: gli oppositori del discepolo, ostili in quanto portatore di un messaggio a loro estraneo, quelli che possono uccidere il corpo (ma non l’anima), e l’idea che può sorgere, di fronte a gravi difficoltà, secondo la quale Dio abbia poca considerazione nei confronti di chi crede. Ricordiamo in proposito che Giovanni Battista, prigioniero di Erode Antipa al Macheronte, provato dal carcere e convinto che Gesù fosse il Liberatore di Israele, chiese a Gesù se era Lui quello che doveva venire, oppure dovevano aspettare un altro.

La paura è uno stato emotivo intenso, innato che, pur potendo degenerare in panico o fobie, di norma ha un alto valore funzionale finalizzato alla sopravvivenza di chi la prova: grazie ad essa si può fuggire da svariate situazioni di pericolo, ma non è di questo che parla Nostro Signore, riferendosi a una reazione non appropriata di fronte ad eventi che, se possono spaventare umanamente, spiritualmente non hanno senso in quanto lo Spirito deve, o dovrebbe, essere sempre dominante sulla carne.

Esaminato nello scorso capitolo il “Non abbiate paura di loro”, riferito agli ostili in varie forme, Gesù passa a “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”, riferendosi non solo a persone precise, come avvenne per Lui stesso, per il diacono Stefano e l’apostolo Giacomo (tanto per citare i primi), ma anche ad altri agenti, come le malattie o situazioni di pericolo in cui ci si può involontariamente trovare. E ci possiamo chiedere se la paura fosse stato un sentimento provato da Gesù nell’imminenza o durante il suo arresto, visto che l’esortazione al non temere venne proprio da Lui. La risposta non può essere che negativa in quanto l’unica frase che riporta un suo sentimento in proposito fu “L’anima mia è oppressa da tristezza fino alla morte” (Matteo 14.34), che rivela un profondo senso di smarrimento dovuto al fatto che sapeva che avrebbe dovuto portare su di sé “il peccato del mondo” pur non avendolo mai commesso. Si avvicinava il tempo in cui avrebbe dovuto essere davvero “L’Agnello di Dio” sacrificato.

Sono interessanti le considerazioni di San Giustino martire, che nel 130 circa collegò il fatto che l’agnello pasquale veniva arrostito facendolo passare verticalmente da un bastone di melograno e orizzontalmente per le spalle, al fatto che in tal modo si veniva a formare una croce. Portare il peccato e venire appeso in croce avrebbe comportato l’interruzione della comunione col Padre e di qui la “tristezza mortale”, o “fino alla morte” a secondo della traduzione che abbiamo.

Temere non chi può uccidere il corpo, ma “colui che ha il potere di far perire nella Geenna l’anima e il corpo”. Della Geenna abbiamo già parlato come fuoco perenne che bruciava i rifiuti della città di Gerusalemme, ma molti, leggendo questo verso, pongono in relazione chi ha il potere di distruggere anima e corpo umano con Satana ed il peccato. Non penso però che questa sia un’applicazione corretta perché, se c’è un riferimento all’Avversario, ciò avviene per riflesso in quanto avente competenza sul corpo e non sull’anima che, se mai, può venire a lui affidata dall’uomo per scelta o seduzione.

Sappiamo bene che l’anima è proprietà di Dio: per Lui fu sufficiente soffiarla nelle narici di Adamo perché diventasse “anima vivente”. Adamo, e poi Eva, fu così differenziato dagli altri animali in cui c’era solo vita e istinto per sopravvivere. Anima e libero arbitrio che l’uomo ha, ma non gli altri esseri viventi che per questo non sbagliano mai, seguendo un istinto posto in loro per la propria sopravvivenza.

L’anima è incorporea, ma si esprime attraverso il corpo ed il pensiero è a sua volta dominato, controllato dallo spirito che coabita con essa: l’anima è libera e responsabile, è la parte che decide, sceglie, opera, costruisce e proprio in quanto tale è quella che verrà giudicata vivendo oltre e dopo la morte del corpo destinato comunque a risorgere rivestendo incorruttibilità o mortalità a seconda delle scelte che la persona avrà fatto in vita.

“Colui che ha il potere di far perire nella Geenna l’anima e il corpo” è solo Dio Padre dopo il giudizio che dell’anima e del corpo sancirà la vita o la morte; di qui la necessità di temerlo anche se è necessario un distinguo: una cosa è il vaglio delle opere di chi avrà creduto, perché “chi crede non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”, e un’altra quella del mondo. Si tratta di un tema enormemente vasto che non è possibile affrontare qui.

Ora non si tratta tanto di temere Dio perché a lui appartiene ogni cosa, quindi anche la nostra vita, ma di andare a monte del problema e cioè: se è Lui ad averci creato, significa che solo in Lui possiamo trovare la nostra identità piena e totale. Più ci avviciniamo a Dio Padre tramite il Figlio, più viviamo in armonia con Lui e con noi stessi perché nulla ci manca. E più l’essere umano vive lontano da lui, più diventa sconnesso e disarticolato, alla ricerca di una dimensione che non può trovare. Ammesso che riesca a realizzare i suoi progetti, dovrà fare i conti presto o tardi con il loro crollo senza possibilità di recupero perché uno degli inganni dell’Avversario è proprio illudere che ciò che è transitorio sia stabile, che il tempo non passi mai e che la vecchiaia, coi suoi effetti devastanti, non arrivi, come la morte, ritenuta certo eventuale, ma rimossa quanto a possibilità. In poche parole, il motto è: “c’è tempo”. Il timore di Dio penso che sia la consapevolezza di quanto sia terribile avere a che fare con Lui come giudice, ma anche quanto sia inutile l’esistenza umana senza il Suo amore.

La vita dell’uomo, allora, se non si vuole conoscere la distruzione, non può che essere caratterizzata dalla ricerca di Dio e, una volta trovato, da un’altra ricerca per una vita a Lui conforme – attenzione – nell’amore per Lui e non nel divieto, nel precetto, nelle formule ripetute che generano stanchezza, noia, sterilità. Quando Gesù disse di prendere su di noi il suo giogo perché leggero, si riferiva proprio a questo: la vita dell’uomo o della donna sulla terra, che si svolge comunque secondo il giudizio pronunciato in Eden, può condursi nella luce o nelle tenebre, nella giustizia o nell’ingiustizia, nella dignità o nell’abiezione e, quindi, nell’essere o nel non essere per cui “chi non crede è già condannato”. Ricordiamo le parole dell’apostolo Paolo che, considerato il dualismo che lo caratterizzava come uomo, scrisse in Romani 7.24 “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore!”.

Chiunque crede nell’opera totale di Gesù Cristo diventa, riconoscendosi in Lui, parte dell’ “Io sono”, di “Colui che è”, dell’ “Iddio vivente” che nella Geenna può far perire l’anima e il corpo, cioè tutto ciò che costituisce l’essere umano. Morte come fine dopo atroci sofferenze viste nello stagno ardente di fuoco e zolfo in cui verranno gettati Satana e i suoi angeli.

Il senso delle parole di Gesù ai suoi allora è questo: posto che avete scelto di essere miei discepoli con tutto quel che ne consegue, temere gli uomini non ha alcun senso e, se dovrete soffrire a causa loro, sappiate che tutto questo riguarderà un tempo limitato che non può essere paragonabile al nulla eterno che attende coloro che vi avranno perseguitato. Nelle scorse riflessioni abbiamo citato i versi che parlano della riduzione “al nulla”.

La Chiesa post apostolica, che al posto di formare uomini e donne di Dio ha preferito optare per un’evangelizzazione di massa importando elementi estranei alla dottrina ammettendo usi ed elementi appartenenti al paganesimo, ha cercato di incutere la paura dell’inferno come luogo eterno di tormenti popolato da diavoli crudeli incaricati di tormentare i dannati, ma non ha spiegato che il cosiddetto “inferno” è il luogo dell’assenza, il ritorno al nulla, all’ “informe e vuoto” prima che Dio ordinasse “Sia la luce” generatrice di calore e vita. L’inferno quindi altro non è che la morte cosciente in un mondo privo di luce, calore, esistenza, logica. È il ritorno a quella cosa “deserta e vacua” senza “lo Spirito di Dio che si muoveva sopra la superficie delle acque” per cui non sarà possibile un’altra creazione e un ritorno alla vita. L’inferno è allora un luogo di non prospettiva, di impossibilità di riscatto cui si aggiungerà la presenza di un concreto, inesorabile nulla di cui vi sarà coscienza.

Possiamo a questo punto ricordare due realtà, entrambe reperibili nel libro dell’Apocalisse; la prima riguarda chi avrà temuto l’Iddio vivente, Colui che può far perire l’anima e il corpo nella Geenna: “E non vi sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno; vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di  luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli” (22.3-5).

La seconda realtà invece è per chi avrà preferito ascoltare se stesso o i suoi simili per orientare la propria vita: “E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva. Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé. E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti a suo trono. E i libri furono aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”. In proposito, va specificato che i “morti grandi e piccoli” non saranno adulti e bambini, ma i potenti e tutti gli altri, più o meno ricchi, facoltosi o indigenti che avranno seguito la carne anziché lo Spirito.

Il cristiano, se ha davvero aderito con il cuore e la mente all’invito di Gesù, è costantemente davanti e con Lui ogni istante, “tutti i giorni fino alla fine del mondo” e, al contrario dei suoi simili che non credono, ha la garanzia della vita eterna. Credo che discutere se il cosiddetto “inferno” sia eterno, oppure se le anime di chi avrà vissuto un’esistenza contraria a Dio verranno distrutte, sia una questione secondaria perché a noi estranea secondo le parole dei primi versi del Salmo 1: “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace nella legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte”. Credo che l’importante sia vivere degnamente questo tempo d’attesa, certi – non sperando – delle “molte stanze” che il Signore sta preparando per noi. Amen.

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09.09 – LA MISSIONE DEI DODICI: NON ABBIATE PAURA I (Matteo 10.26-31)

9.09 – La missione dei dodici: VIII. Non abbiate paura I: nulla è nascosto (Matteo 10.26-31)

 

26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo nelle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldi? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri.

 

Dopo l’appello alla prudenza, uno sguardo sugli avvenimenti futuri e il corretto atteggiamento che il discepolo deve avere nei confronti del maestro e il servo del suo signore, Gesù esorta per tre volte “non abbiate paura”. Così facendo viene spiegato perché la presenza di questo sentimento non aveva ragione di essere non solo nei dodici, ma in tutti quei credenti che si sarebbero identificati con loro.

Abbiamo allora il primo invito, “Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: la prima cosa che notiamo è la presenza del “dunque”, congiunzione di valore conclusivo riferita a quanto detto nel verso precedente, cioè che i discepoli sarebbero stati identificati con Belzebùl, quindi ritenuti spazzatura, sovversivi, accusati di voler sovvertire il potere costituito, religioso o temporale. I “loro” è così un riferimento a chi ha già fatto una scelta precisa vista nell’opposizione pratica al Vangelo ponendosi apertamente contro, ostacolandone la predicazione o anche solo l’esercizio privato.

È bello considerare che in questo primo punto Gesù parla ai dodici riferendosi anche alla sua persona, come leggiamo in Isaia 41.10 che descrive l’assistenza di Dio al Suo Eletto: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra della mia giustizia. Ecco, saranno svergognati e confusi quanti s’infuriavano contro di te; saranno ridotti al nulla e periranno gli uomini che si opponevano a te”. Così avvenne ed avverrà anche per il credente, che non seguirà certo la sorte di quelli che saranno “ridotti al nulla” e “periranno” in quanto parte di Colui che lo ha salvato.

Lo stesso messaggio fu rivolto a Geremia: “Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti. Tu dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (1.8; 1.17,18).

Possiamo ricordare anche le parole di Ezechiele 2.4-6: “Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: «Dice il Signore Dio». Ascoltino o non ascoltino. Dal momento che sono una genìa di ribelli, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro. Ma tu, figlio dell’uomo, non li temere, non avere paura delle loro parole. Essi saranno per te come cardi e spine e tra loro ti troverai in mezzo a scorpioni, ma tu non temere le loro parole, non t’impressionino le loro facce: sono una genìa di ribelli”.

Allora, lette queste parole, comprendiamo che esiste una linea comune, mai interrotta da Abele in poi, più avanti sostituito da Set, in cui chi si è posto dalla parte di Dio è sempre stato al sicuro, non avendo nulla da temere perché, se il corpo può sempre cedere per i motivi più svariati (abbiamo appena citato Abele vittima del fratello), non così la nostra essenza intima, l’anima che non può essere uccisa. Il fatto del “non avere paura” non significa che nessuno potrà mai farci del male, ma trova fondamento nell’appartenenza a Lui e nella risurrezione immortale della carne, come sapeva Abrahamo che per questo, prima che l’Angelo lo fermasse, era disposto a sacrificare Isacco. Abrahamo sapeva che il figlio sarebbe risorto e fu questo a guidarlo e a non farlo crollare perché, obiettivamente, la prova richiestagli era terribile e, senza la certezza della resurrezione, sarebbe stato come sacrificare se stesso senza alcuna speranza di vita ulteriore. Abrahamo invece si basava sulle promesse che Dio gli aveva fatto e ripetuto più volte. Così infatti scrive l’autore della lettera agli Ebrei in 11.17,18: “Per fede Abrahamo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”.

Possiamo ricordare la priorità su ciò che è terreno espressa nel Salmo 27.1-5: “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Quando mi assalgono i malvagi per divorarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere. Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una guerra, anche allora ho fiducia. Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco – ecco perché tutto il resto non conta –: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario. Nella sua dimora mi offre riparo nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua tenda, sopra una roccia mi innalza”-.

Infine, a conclusione del primo “Non abbiate paura”, possiamo sottolineare come questa esortazione sia stata compresa dagli apostoli Pietro e Giovanni quando, davanti al Sinedrio che aveva loro imposto di “non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù”, replicarono “Se sia giusto dinnanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi” (Atti 4,13,19).

L’invito a non temere però prosegue con le parole “…poiché nulla vi è di nascosto che non sarà rivelato, né di segreto che sarà conosciuto”: c’è stato un tempo in cui ho creduto che una possibile spiegazione del verso fosse la rivelazione dei segreti di ciascuno nel giudizio finale, o delle trame di Stato e dei delitti irrisolti o delle verità occultate. È questa, tra l’altro, un’opinione diffusa, ma non credo sia così o, per lo meno non solo; piuttosto il riferimento è alla perfetta conoscenza che Dio ha di ciascuno e al tempo stesso ai Suoi segreti che verranno manifestati. Infatti scriverà Paolo di Tarso “Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode” (1 Corinti 4.5): ecco allora che emergeranno – parlando dei cristiani – i veri e i falsi, chi avrà agito mosso dalla propria vanità e chi correttamente con coscienza e purezza di cuore. I “pensieri di molti saranno rivelati” perché evaporeranno come l’acqua sotto il sole e perché quegli “occhi di fuoco” del Cristo glorificato, figura appunto del vaglio e di una separazione automatica fra ciò che è santo oppure no, tutti li vedranno e soprattutto saranno visti da Lui. Cesserà l’ipocrisia e chi si sarà dato alla doppiezza non esisterà più perché il giudizio di Dio rivelerà i simulatori, gli ingannatori, i falsi profeti.

La stessa frase sul nulla di segreto che non sarà svelato è detta da Gesù subito avere avvertito “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia” collegandolo al nostro testo in modo simile: “Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato nelle terrazze” (Luca 12.2.3), cioè le verità di Dio ignorate da chi non le vuol cercare né ascoltare per i propri interessi carnali non saranno più ignorabili perché talmente presenti da prevalere sulle altre, quelle false dei “liberi pensatori”, falsi profeti ciascuno con una verità propria destinata a scontrarsi con quella di Dio cui non sarà possibile sopravvivere.

Il discorso sul segreto nascosto è infatti collegato al nostro verso 27, “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo nelle terrazze”: era finito il tempo in cui le verità e le promesse contenute nella Legge e nei Profeti sarebbero state monopolio di pochi, ma si era levato il Sole del Vangelo che scalda e illumina, per cui ciò che Gesù aveva rivelato ai discepoli “nelle tenebre”, quindi nella chiusura di una stanza privata come effettivamente avvenuto, sarebbero state diffuse. Li invia in missione anche con queste parole, in realtà profetiche. Pensiamo alla differenza tra il momento, già ricordato nel precedente capitolo, in cui fu detto “a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” e a quanto dettagliata fu la predicazione degli apostoli una volta costituita la Chiesa, pensiamo all’imponente opera svolta dall’apostolo Paolo, senza le cui lettere praticamente saremmo tutti dei “buoni” generici, soggetti a gravi fraintendimenti tra Legge e Grazia non avendo gli elementi per comprendere pienamente il Vangelo. Tra le cose “ascoltate all’orecchio”, quindi le rivelazioni individuali, possiamo includere anche l’Apocalisse, scritto indefinibile per vastità e panorama, che permette ai credenti degli “ultimi tempi” di riconoscerne personaggi e segni, oltre che capirne i piani del sistema della Bestia e individuarne le connessioni. E si tratta di un libro che comunque, da sempre, ha orientato tutti i veri cristiani nella storia della Chiesa.

Possiamo ricordare, a proposito della necessità di una predicazione particolareggiata, Colossesi 1.25,26 “Di essa – la Parola – sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”, dove “nascosto” e “manifestato” ci aiutano a capire le parole di Gesù, che parlò di “terrazze” o, traducendo più appropriatamente, di “tetti” perché in Palestina erano di forma piana e punti di ritrovo oltre che luogo ideale per farsi udire da un maggior numero di persone che non parlando in una sala.

Anche in questo caso abbiamo ubbidienza alle parole di Nostro Signore, poiché gli apostoli scelsero il portico di Salomone nel Tempio per predicare e lì tornarono, ad esempio, una volta liberati dall’angelo in carcere, che disse loro “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare” (Atti 5.20,21).

Con questo primo “Non abbiate paura”, dunque, Nostro Signore spiega ai dodici un aspetto della differenza tra l’essere suoi discepoli e il rientrare nelle categorie del mondo: “Ascoltatemi, esperti della giustizia, popolo che porti nel cuore la mia legge. Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; poiché le tarme li roderanno come una veste, e la tignola li roderà come la lana, ma la mia giustizia durerà per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione” (Isaia 51.12,13). Fino alla fine. Amen.

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09.08 – LA MISSIONE DEI DODICI: DISCEPOLI E MAESTRO (Matteo 10.24,25)

9.08 – La missione dei dodici: VII. Discepoli e maestro (Matteo 10.24,25)

 

24Un discepolo non è più grande del suo maestro, né un servo è più grande del suo signore; 25è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!

 

Il verso che apre il capitolo 10 riferisce che Gesù chiama a sé i suoi dodici discepoli e dà loro “potere sugli spiriti immondi per cacciarli e guarire ogni malattia e infermità”, cioè quanto può essere in una persona transitorio o permanente. Era la prima volta che ciò accadeva e siccome era necessario prevenire che i dodici fraintendessero l’esercizio del dono ricevuto, abbiamo la proibizione, di ordine morale, di accettare dei compensi per le opere che avrebbero compiuto. Fu un ordine che sicuramente scandalizzò Giuda, che essendo ladro vedeva sfuggirsi la possibilità di arricchirsi, non capendo come fosse possibile non approfittare della situazione.

Se quindi avevano ricevuto gratuitamente quei poteri, altrettanto gratuitamente avrebbero dovuto esercitarli, demolendo così quella massima “nessuno fa niente per niente” che trae la sua origine nel constatare obiettivamente la natura dell’uomo, ma non quella di Dio e di chi è un suo inviato. I miracoli che gli apostoli avrebbero compiuto nella loro missione, allora, erano la dimostrazione pratica del fatto che si era aperta la nuova economia della Grazia, che la salvezza si dimostrava praticamente con la guarigione da ogni male, morte compresa: Dio aveva la signoria su di essa, andava oltre ogni limite non oltrepassabile dall’uomo e quello era il vero significato delle resurrezioni operate da Gesù e dagli apostoli.

Ora, se la prima proibizione, quella di non accettare denaro, andava a bloccare l’istinto umano, carnale di arricchirsi con beni materiali, la massima in base alla quale “un discepolo non è più grande del suo maestro, né un servo è più grande del suo signore” evita il fraintendimento portato dall’orgoglio (sempre di carne si tratta) perché i dodici, sui quali lo Spirito Santo non era ancora sceso, avrebbero potuto pensare di essere diventati superiori a Gesù, compiendo le sue stesse opere. Piuttosto avrebbero dovuto identificarsi, riconoscersi in Lui a tal punto da volergli assomigliare perché il maestro è colui che sa, che insegna, termine che significa “porre un segno nella mente”. Anche questa fu una massima destinata a stabilire una norma per i cristiani che sarebbero venuti in futuro perché Gesù, non potendo essere fisicamente presente in ogni luogo allora né operativo quanto al corpo oggi, stabilì che “chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie voi accoglie Colui che mi ha mandato” (v.40) e qui abbiamo la spiegazione del diventare come il maestro e come il signore per il servo.

Non solo, ma siccome l’essere discepoli è una scelta che viene fatta una volta compresa la necessità di diventarlo, ecco che l’amore per Gesù Cristo, se autentico, ha la precedenza su tutti gli altri affetti naturali visti nel “padre, madre, figlio o figlia” (vv.37-39), che per maggior completezza vanno inquadrati nelle categorie che troviamo in Marco 19.29: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. Certo questo “lasciare” non allude a un abbandono irresponsabile lasciando la propria famiglia priva di sostentamento. Luca 18.29 include anche l’abbandono della moglie, evidentemente quando questa rappresenta un impedimento allo sviluppo e alla missione cristiana; ricordiamo che la moglie di Pietro condivideva con lui le fatiche apostoliche. Inquadrando quindi il termine “lasciare” alla realtà storica di allora e a quella di oggi, significa interrogarsi profondamente su cosa rappresentino per noi effettivamente queste persone e dare loro il giusto spazio nella nostra vita, porre dei confini per far sì che non pretendano una dipendenza e un servizio invadendo quegli spazi che spettano al Signore perché solo lui sorgente di amore puro. Da sempre gli altri ci amano a modo loro, secondo metri personali, a volte interesse la cui morbosità è in stretta relazione con il livello di maturazione e l’equilibrio psichico che hanno raggiunto.

Va sottolineato che la qualifica di “discepolo” implica una posizione precisa, cioè quella di colui che ammette la propria ignoranza, decide di sapere, sceglie volontariamente il proprio maestro, lo segue e a seconda dell’impegno profuso, delle sue possibilità e del carattere, raggiunge un risultato più o meno elevato. E l’abbandono di ciò che rappresenta la persona del discepolo, visto nel temine “propria vita” indica appunto un percorso, l’acquisizione del principio in base al quale ciò che abbiamo di più caro non solo non ci appartiene, ma può essere di ostacolo al nostro cammino spirituale. Si abbandona ciò che si ha non per sforzo masochistico, non perché spinti da un entusiasmo che spesso si rivela transitorio (ricordiamo la piantina che muore perché non ha radice), ma perché si scopre che ciò che si possiede è inutile, di peso, è diventato una zavorra di cui è necessario liberarsi. L’abbandono autentico è il frutto di una ricerca che giunge ad una scelta che non si può evitare.

Nostro Signore infatti non mandò in missione delle persone esaltate, ma uomini che, nonostante i limiti, avevano già lasciato ciò che aveva caratterizzato la loro vita precedente: una casa, un lavoro, una reputazione. Le stesse cose avevano fatto le donne che facevano parte del gruppo dei discepoli. Quelle persone avevano condiviso con il loro maestro, chi più, chi meno, circa tre anni della loro vita e ciò che videro e udirono da lui ci è stato trasmesso in minima parte: pensiamo alle domande che gli avranno posto su ogni aspetto dell’esistenza e alle sue risposte, ai chiarimenti sulle frasi che diceva alla folla quando non capivano: Gesù non disse solo “A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”, ma si raccordò sempre alla limitatezza della loro mente umana che, se non illuminata dalla Grazia e dallo Spirito, non può comprendere nulla. Pensiamo che, una volta sceso lo Spirito Santo, non capirono “tutto e subito”, ma furono necessarie visioni e rivelazioni dirette perché crescessero e diventassero in grado di esercitare le loro funzioni nella Chiesa. Perché non esiste progresso senza rivelazione da una parte e fatica dall’altra come dimostra, ad esempio, il soggiorno di Paolo e Barnaba ad Antiochia, la prima Chiesa formata da giudei e pagani: “Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente” (Atti 11.26); è un verso che dice molto in contrapposizione a quella teoria che vorrebbe le rivelazioni dello Spirito distinte dall’impegno, come purtroppo molti insegnano.

Tornando al testo, la seconda parte del verso 24 parla del servo cui basta diventare come il suo signore, riferimento alla realtà di allora in cui i ricchi possidenti, a seconda del comportamento dei loro servi, potevano affidare loro cariche importanti giungendo a dar loro la gestione dei propri beni. Esempio in proposito è Eliezer di Damasco, in cui Abramo riponeva la propria fiducia, destinato ad essere suo erede prima che nascesse Ismaele, da Agar, e Isacco, da Sara. È importante poi sottolineare che tanto i servi quanto i discepoli avrebbero confermato la loro posizione di “fedeli” o “infedeli” solo col tempo: pensiamo ad esempio a Dema, che ebbe il privilegio di diventare collaboratore dell’apostolo Paolo, citato con altri nella lettera a Filemone (v.24 e Colossesi 4.14), che a un certo punto si ritrasse dalla predicazione “avendo preferito le cose di questo mondo, ed è partito per Tessalonica” (2 Timoteo 4.10) o a un certo “Alessandro il fabbro” che “mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere (…) perché si è accanito contro la nostra predicazione” (v.14,15). Per quanto riguarda i servi, poi, pensiamo alla parabola dei talenti in cui il padrone, prima di partire per un lungo viaggio, dà loro un quantitativo di denaro per farlo fruttare in proporzione delle loro capacità, e a quello che, ricevutone uno solo, avendo paura, lo sotterrò senza farlo fruttare (Matteo 25.25,26): per tutti, tranne che per lui, le parole furono “entra nella gioia del tuo padrone” a conferma che ciascuno era utile a patto che si fosse impegnato, in un modo o in un altro, a far fruttare ciò che gli era stato affidato.

Il servo, quindi, dev’essere una persona consapevole del fatto che il Signore si è fidato di lui dandogli qualcosa che non gli apparteneva, ma che è tenuto a far fruttare; per questo dobbiamo chiederci sempre cosa facciamo della nostra anima che Dio ha rigenerato, che con uno o più talenti ha connessione. Ricordiamoci di quanto scrive l’apostolo Giovanni che, ricordando le parole di Gesù che stiamo meditando, riporta “In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (13.16,17).

Infine, a conferma del fatto che discepoli o servi siano un tutt’uno col loro Signore, abbiamo l’ultima parte del verso: “Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!”. Il nome si rifà a Baalzebub, una delle principali divinità dei Filistei che tradotto significa “Dio delle mosche”. Questo termine va letto sotto due aspetti: il primo è quello che, da lettori del Vangelo, conosciamo, cioè rappresenta un riferimento a Satana. Sappiamo che Gesù fu accusato dal Giudei di cacciare i demòni col suo aiuto (Matteo 9.34; Marco 3.22; Luca 11.5; Giovanni 7.19,20). C’è però un senso lato: per esprimere scherno o disprezzo, Scribi e Farisei storpiavano il nome di ciò che odiavano e così l’originale Baalzebub divenne Beelzebul. Un fratello scrisse che “la parola Zebul venne ad essere usata dagli scrittori rabbinici per significare prima letame, e quindi idoli, cioè oggetti offensivi ed abominevoli, cosicché il nome può significare Re degli idoli, o Re delle immondizie”.

Zebul può significare anche “casa, abitazione” per cui il riferimento a chi è colui che abita il corpo dell’uomo spregiato è evidente: i discepoli, i servi di Gesù, sarebbero così stati non solo disprezzati, ma anche accusati di operare grazie alle forze del male, di essere dei sovversivi, termine utilizzato nel mondo pagano più che in quello ebraico. Di tutte queste cose Gesù avverte i discepoli e i servi: avrebbero subìto la sua stessa sorte, fisicamente o moralmente, oppure entrambe le cose. Ma, come vedremo nel prossimo capitolo, l’esortazione è sempre la stessa, “Non li temiate”.

Possiamo concludere queste considerazioni con le parole di Gesù: “Ricordatevi della parola che io vi ho detto: «Un servo non è più grande del suo padrone». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio”.

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09.07 – LA MISSIONE DEI DODICI: FINO ALLA FINE (Matteo 10.21-23)

9.07 – La missione dei dodici: VI. Fino alla fine (Matteo 10.21-23)

 

21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.23Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo”.

 

Con questi versi termina la sezione degli “avvertimenti” di Gesù agli apostoli che partono dal dato del verso 16 (“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe”); da qui poi il discorso si apre verso prospettive future in una panoramica i cui avvenimenti non si sono ancora conclusi, come vediamo dalle parole “fino alla fine” e “prima che venga il Figlio dell’uomo”. Leggere le parole dette ai dodici, allora, significa tener conto di un modo di esporre i fatti diverso dal nostro nel senso che, per i metodi che ci sono stati insegnati, tendiamo a classificare, ordinare, spiegare per essere il più chiari possibile, mentre per gli uomini del tempo di cui ci stiamo occupando non era così, Gesù compreso. Pensiamo solo ai libri della Scrittura, che non avevano capitoli né versetti, eppure erano meditati e conosciuti meglio di adesso. Ed anche imparati a memoria. L’importante era che chi scriveva o parlava affrontasse argomenti che sarebbero stati compresi e si sarebbero verificati al momento opportuno. Ad esempio, prendendo alla lettera la prima parte del verso 12, non risulta, limitatamente alla loro missione, che gli apostoli fossero costretti a fuggire in una città diversa da quella in cui predicavano, ma il libro degli Atti è pieno di casi simili: pensiamo a Paolo, che a Damasco aveva irritato i suoi “fratelli” di fede ebraica a tal punto che “per riuscire ad eliminarlo, essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta” (9.24,25). Ancora, pensiamo a 8.1-4 in cui leggiamo che “In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria. (…) Saulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. Quelli che però si erano dispersi andarono di luogo in luogo annunciando la Parola” (8.1-4).

Ecco allora che quanto detto da Gesù riguarda realtà che comprendono una finestra temporale molto ampia e sulla quale tornerà nel corso del suo Ministero diverse volte, sempre aggiungendo particolari, dal tempo in cui era in vita sulla terra a quello del suo ritorno, tema che non riguarda solo un evento. Nei versi che abbiamo preso come tema di riflessione esistono tre punti precisi, il primo dei quali è “il fratello farà morire il fratello”, frase che si riferisce tanto a quelli carnali che di fede ebraica, considerandosi tutti “figli d’Abrahamo”. Ebbene in quel contesto Nostro Signore disse “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non la pace, ma la spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da sua padre e la figlia da sua madre e la nuora dalla suocera, nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (vv. 34-36 di questo stesso capitolo).

La panoramica in proposito è desolante, perché in un mondo dominato dal peccato non potrebbe essere diversamente: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera” (Luca 12.51-53). Gesù porta divisione e non potrebbe essere altrimenti visto che la sua Parola è una spada a due tagli che, per il tema trattato, agisce proprio in quel nucleo che più di tutti dovrebbe restare unito, cioè la famiglia: quando uno non condivide ciò su cui questa si basa, le sue credenze, gli ideali, lo stile di vita, immediatamente ne turba l’equilibrio e ciò avviene soprattutto nel momento in cui la fede porta a non adeguarsi, identificarsi più nelle stesse cose che prima avevano valore per tutti. Ricordiamoci di Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Genesi 12.1).

Parlando Nostro Signore qui principalmente della famiglia religiosa ebraica, allude a una struttura granitica che si basava sull’osservanza della Legge, con tutti quei corollari e orpelli sui quali credeva di vivere illudendosi di essere per questo santa. In una società simile, la pace, nel momento in cui uno dichiarava di seguire Cristo e non la Legge, il tradimento dei genitori, fratelli, parenti e amici che “uccideranno alcuni di voi” (Luca 21.16), sarebbe stata impossibile. Dicendo “il fratello darà il fratello alla morte”, poi, Gesù fa un collegamento immediato a Caino e Abele (ma anche a tanti altri): Caino era il primogenito per cui avrebbe dovuto essere d’esempio al fratello, ma lo uccise perché constatava che era Abele e non lui a beneficiare delle benedizioni di Dio. In altri termini, per quanto Caino potesse fare, visto che l’unica cosa per cambiare la situazione che si era venuta a creare avrebbe dovuto implicare un cambiamento di metodo e coscienza da parte sua, preferì restare com’era e attuare un omicidio, il primo della storia. E lo stesso odio i giudei osservanti, nei confronti dei cristiani, lo impiegarono a partire proprio da Gesù, non potendolo contrastare in dottrina né tantomeno in opere. Poi, guardando alla Storia, ogni qual volta il cristianesimo è diventato religione ufficiale e si è snaturato della fede per abbracciare la politica, la superstizione e gli interessi mondani, è avvenuta la stessa cosa: pensiamo all’inquisizione e ai conseguenti omicidi, delazioni, torture che hanno subìto innumerevoli innocenti. La religione (o un governo) cioè quel sistema organizzato, basato sulla menzogna per illudere l’uomo di avere un dio sensibile a riti, atteggiamenti, “divinità” estranee, usi e credenze, non può che voler eliminare chi dell’Iddio vivente e vero è figlio. Pensiamo ai cristiani che vivono in India, Cina, Paesi arabi ed altri.

C’è però in tutto questo livore, che è descritto con parole semplici, “sarete odiati da tutti a causa del mio nome”, una frase di riferimento molto importante, cioè “Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto” (Luca 21.18) che ci parla dell’assoluta cura di Dio Padre nei confronti dei suoi figli e del premio che li attende. Perché va temuto non chi può uccidere il corpo, ma l’anima. E la salvezza del credente ha un prezzo pagato da Gesù Cristo, ma anche dalla persona stessa che può sempre essere vittima di chi è spinto dall’Avversario.

Il verso 22 avvisa quindi “sarete odiati da tutti a causa del mio nome” dove quei “tutti” sono gli uomini che vivono la loro vita fondata su una fede nel loro presente e futuro egoistico: faccio, posso, voglio. E qui entriamo anche nel concetto secondario dell’odio, che implica “amare meno”, quindi trascurare nel senso di “non curarsi di”: allora ecco che si emargina, si deprezza, disistima, si fa quel che si può pur di mettere la persona che con la propria testimonianza, sia “attiva” o “passiva”, nell’impossibilità di disturbare. Perché “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Giovanni 15.18.19). Dovremmo sempre tenere presente che abbiamo ricevuto in dono non solo la salvezza, ma anche la Sua Parola: “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del monto, come io non sono del mondo” (17.14); quindi, presto o tardi, troveremo il nostro Caino, nel senso di persona avversa. Anche tutti i giorni. Perché questo personaggio “era dal Maligno e uccise suo fratello (…) perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. Non meravigliatevi se il mondo vi odia” (1 Giovanni 3.12-16).

Quindi abbiamo un’estensione alla condizione di essere delle “pecore in mezzo ai lupi” che i discepoli di Gesù, anche moderni, potranno trovare addirittura nelle loro famiglie, quelle che prima di incontrarLo ritenevano magari fonte di quiete e di riferimento.

L’ultima parte del verso 22 ci responsabilizza enormemente e può essere disturbante per coloro che credono non serva impegnarsi perché tanto “salvati e amici” di Dio a prescindere da come si comportino: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”. La salvezza, dono gratuito di Dio, è il primo gradino, l’abilitazione ad avere un rapporto con Dio riservato a chi lo ha accolto, ma non può esservi chi la prende e la tiene per sé come quel servo che, ricevuto un talento, lo nascose per renderlo al suo signore al suo ritorno. Non va dimenticato mai che Dio “renderà a ciascuno le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità” non certo umana (Romani 2.6,7).

Non è concepibile un credente che si culla in uno stato di quiete mondana, pensando solo a se stesso, facendo le stesse cose di quando non conosceva il Vangelo, perché “Siamo diventati partecipi di Cristo a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio” (Ebrei 3.14). Fino alla fine, cioè fino a quando non saremo da lui chiamati con la morte oppure con la trasformazione del corpo al Suo ritorno.

Resta un ultimo punto da considerare ed è la frase “Non avrete finito di percorrere le città di Israele prima che venga il Figlio dell’Uomo”, dalla quale sembra che il ritorno di Gesù fosse quanto mai imminente, addirittura prima che i dodici rientrassero dalla loro missione, che non comprese tutto il territorio israelita. Credo che per risolvere il significato della frase vada prima compreso quello della venuta del Figlio dell’Uomo, che per noi che lo attendiamo rappresenta un avvenimento preciso e liberatorio, mentre allora si conosceva il “giorno della vendetta del Signore” in cui ogni abitudine sarebbe stata sovvertita come avvenne per Babele, il diluvio, la distruzione di Sodoma, Gomorra e delle città della pianura (Adma e Seboim).

Abbiamo così questa doppia valenza da riconoscere, cioè il Ritorno e quel giorno di giudizio che si abbatté su Gerusalemme nel 70 quando fu distrutta dalle truppe romane, mentre quello definitivo sarà il giudizio finale sui popoli e nazioni, ancora a venire. Le parole di Gesù sulla venuta del “Figlio dell’Uomo” sono così da identificare anche, a parte nella Sua nascita, morte e resurrezione, col giudizio su Gerusalemme e l’orrore che contrassegnò quei tre anni a partire dall’assedio fino alla caduta di Masada.

Possiamo dire, a conclusione di questo capitolo, che una parte del sermone profetico di Gesù in Matteo 24 allude proprio al tempo di questa rovina. Per questo disse allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere le cose di casa sua, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendere il suo mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano!  Pregate che la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato. (…) Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”.  Perché i disegni di Dio si compiono sempre, dai più piccoli, quindi anche quelli per noi, ai più grandi. Amen.

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09.05: LA MISSIONE DEI DODICI: PECORE IN MEZZO AI LUPI (1). (Matteo 10.16-20)

9.05 – La missione dei dodici: IV Pecore in mezzo ai lupi I/II (Matteo 10.16-20)

 

16Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe. 17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe:18e sarete condotti davanti ai governanti e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19E quando vi consegneranno nelle loro mani, non vi preoccupate di come e di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento di che cosa dovrete dire;20non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”.

 

Entriamo qui nel settore degli avvertimenti di Gesù ai dodici in cui non posiamo escludere che Matteo abbia radunato contenuti espressi in altre occasioni. La Parola di Dio, fiume che scorre, messaggio che si attualizza e si rinnova nel tempo con contenuti che si adattano progressivamente nella e alla storia umana, dà livelli di lettura che allargano il tema non solo alla missione che stava per essere intrapresa, ma alla Chiesa e a ciò che ogni discepolo di Gesù avrebbe incontrato. Quanto Nostro Signore predice ai Suoi, quindi, non è più ristretto allo specifico del mandato temporaneo di annuncio della vicinanza del Regno, ma si allarga a tutto il cristianesimo secondo i suoi differenti stadi e, infatti, non è difficile scorgere un primo adempimento delle parole di Gesù con quanto narrato nel libro degli Atti e con le persecuzioni che Pietro, Paolo ed altri, Stefano compreso, subirono fino al martirio. In questo capitolo, quindi, cercheremo di leggere il significato immediato delle parole del brano, e di attualizzarlo in parte ai nostri tempi.

Il verso 16, dopo l’ “Ecco” iniziale che annuncia un nuovo corso degli avvenimenti, si apre con “Io” che sottolinea la potenza e la volontà di chi manda ed è garanzia del fatto che Gesù conosca perfettamente i pericoli che corrono le sue “pecore“, animali incapaci difendersi che addirittura, in Luca 10.3 quando vi sarà la missione dei settanta, verranno paragonati ad “agnelli in mezzo ai lupi”. Si tratta di una realtà che copre un raggio molto vasto e che, limitatamente ai dodici, riguardava i pericoli che avrebbero potuto correre ma, per noi, contempla la possibilità che dai lupi non ne sia risparmiata neppure la Chiesa. Da notare che gli animali citati, pecore, lupi, serpenti e colombe, non sono “buoni” o “cattivi”, ma hanno un comportamento insito in loro: così sono per indole, istinto, “programmazione” al di là di qualsiasi giudizio morale; il loro comportamento è un dato di fatto, costituisce l’appartenenza a un ambito specifico di azione, un ruolo nell’ecosistema così creato. Certo, se il lupo in quanto animale non ha colpe, per quello spirituale va fatto un serio distinguo.

L’apostolo Paolo, parlando agli anziani di Mileto, disse “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi dei lupi rapaci – certo non inviati da Cristo – che non risparmieranno il gregge” (Atti 20.28,29). Ecco allora che in mezzo a questo quadro desolante, se non ci fosse quell’ “Io” del verso 16, credo che mancherebbero le forze a chiunque, che nessuno avrebbe una speranza di riuscita nella sua missione o anche solo la più piccola possibilità di sopravvivere perché il lupo, animale predatore che può trovarsi in branco oppure da solo, non sempre uccide con l’unico scopo di nutrirsi.

Quindi, per evitare di venire sbranati, Gesù avverte “siate dunque – nel vostro interesse – prudenti come serpenti e semplici come colombe”, cioè andando contro il vostro istinto, ora naturale, di nuove creature, paradossalmente prendendo a modello l’essere che ha causato la rovina del genere umano, il serpente di cui in Genesi 3.1 è detto che era “il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto”. Naturalmente il serpente, non certo chi allora lo aveva abitato e che approfittò di questa sua caratteristica. Sappiamo che Satana agì in questo animale proprio per il suo carattere, ampliandolo e adattandolo ai suoi scopi di rovina. Certo non è un argomento sviluppabile in un solo capitolo, ma dando delle linee fondamentali a ciò che Gesù vuol dire ai dodici e a noi è che esiste una quantità enorme di fattori da considerare se davvero abbiamo intenzione di sviluppare un ministero di testimonianza e predicazione: l’essere inviati come “pecore in mezzo ai lupi” non significa venire mandati al macello, ma in un territorio in cui la presenza di questi predatori è certa. Eppure bisogna avere a che fare presto o tardi con loro per cercare di recuperare, mediante il Vangelo, chi lupo non è. Ecco allora che la prudenza e l’astuzia del discepolo non si manifesta con il mimetismo, ma con il reperimento delle strategie opportune per salvaguardarsi dall’opera dei lupi senza rinunciare alla semplicità della colomba, animale che, al pari della pecora, non è in grado di portare avanti linee di condotta in cui vi sia violenza. Ricordiamo in che forma discese su Gesù lo Spirito Santo. E queste due condizioni, l’essere mandati in mezzo ai predatori e l’essere prudenti e semplici, confluiscono in un solo principio, “Guardatevi dagli uomini“: là dove un animale avendo a che fare col proprio simile trova solitamente un’intesa o cooperazione, per l’uomo è diverso perché può sempre scoprire, spesso quando è troppo tardi, un nemico sotto mentite spoglie. E la storia umana, a qualunque disciplina si riferisca, è piena di soprusi, tradimenti, prevaricazioni. Chi ha creduto, per la stessa definizione di Gesù “I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce”, non ha la necessaria astuzia per fronteggiarli, ma se non s’impone la prudenza come metodo, il calcolo e il discernimento mentre ha a che fare con loro, è destinato a subire conseguenze anche pesanti, a subire congiure, piani vessatori, tradimenti e pagarne le conseguenze.

Ora, al verso 17, questi “uomini” da cui Gesù raccomanda di guardarsi avrebbero consegnato i suoi discepoli ai “tribunali”, parola interpretata più che tradotta perché l’originale ha “concistori”, i cosiddetti “tribunali dei sette” istituiti in tutte le città a giudicare i reati “minori” somministrando pene amministrative o corporali, spettando ai romani comminare la pena di morte. La frase “vi flagelleranno nelle loro sinagoghe”, poi, si riferisce alle reazioni scomposte e isteriche, ma non per questo innocue, di cui abbiamo testimonianza nel libro degli Atti (la già citata morte di Stefano) e, ancor prima, con il processo a Gesù, l’Agnello di Dio per eccellenza di cui il salmista profetizza “Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori, hanno scavato le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa, essi stanno a guardare e mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte” (Salmo 22.17-19). La lettura del secondo libro di Luca, poi, è piena di false accuse e complotti verso colo che annunciavano il Vangelo convertendo anche i giudei.

“Guardatevi dagli uomini”, dunque, cioè da chi non possiede altra caratteristica se non quella di vivere l’orizzontalità e non la verticalità della vita, quindi da chi appartiene al mondo e per il mondo vive fondando su di lui tutto il proprio essere. Questo comprende tutti gli affetti che possiamo avere, le amicizie estranee al nostro mondo spirituale che coltiviamo a nostro rischio, spesso dimenticando – parlo anche per esperienza e non solo perché così è scritto – che tra luce e tenebre non vi può essere nulla in comune. Spesso i tradimenti di varia natura o le perdite che subiamo trovano la loro origine in un nostro errore. “Guardatevi dagli uomini” è un consiglio amorevole che Gesù rivolge a tutti coloro che si ritengono o desiderano essere suoi discepoli, arrivando a scavare anche in quelli che dovrebbero essere gli affetti più cari: in questo stesso discorso dirà “i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua” (v.36). L’appartenenza a Cristo e la relativa conversione, infatti, crea automaticamente una grande spaccatura che si fa tanto più profonda quanto più il seguire Gesù si fa evidente agli occhi di chi ci ha circondato fino a poco prima del nostro incontro con Lui. E qui ci sarebbe molto da dire sul fraintendimento colossale che inseriscono certe organizzazioni religiose pronte a vantarsi delle “persecuzioni” che i loro adepti subiscono da parte di familiari preoccupati per atteggiamenti e metodi che riguardano prese di posizione tese ad apparire più che il risultato dell’opera dello Spirito.

“Guardatevi dagli uomini” è un modo per ricordare che l’appartenere a questo genere, se qualifica ogni uomo e donna come individuo dotato di anima e quindi come essere superiore, può collocarlo tanto nella luce che nelle tenebre. Anzi, ricordiamo che l’apostolo Paolo giunge a dire “Un tempo eravate tenebre”, cioè vi identificavate con esse e avevate la loro medesima caratteristica (Efesi 5.5). Ricordiamo anche la frase “…figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa” (Filippesi 2.14).

“Guardatevi da” indica allora la metodologia per una profilassi preventiva e, nella Scrittura, incontriamo solo dieci inviti preceduti da questo verbo: abbiamo

 

1) il guardarsi dal praticare la nostra giustizia davanti agli uomini, primo passo verso l’ipocrisia;

2) dai falsi profeti per non cadere nelle loro reti;

3) dagli uomini (il nostro caso);

4) dal “disprezzare alcuno di questi piccoli” cioè chi è veramente semplice (18.10);

5) dal lievito degli scribi e dei farisei, collegato all’esercizio della falsa giustizia;

6) da ogni avarizia che poi è considerare una cosa esclusivamente come nostra (Lc 12.15);

7,8) dai cani e dai cattivi operai;

9) da quelli della mutilazione (Fil. 3.2) strettamente collegati a quegli ebrei che ponevano la circoncisione come indispensabile per essere considerati popolo di Dio;

10) dagli idoli (1 Gv 5.21).

 

Rinviando al un prossimo capitolo l’esame del metodo che può consentire alla pecora in mezzo ai lupi di sopravvivere, cerchiamo di concludere la lettura immediata del nostro passo: i discepoli sarebbero stati condotti “davanti ai governanti e ai re per causa mia”, letteralmente “rettori e re”, quindi davanti ai magistrati romani di vari ordini e gradi, proconsoli, pretori e procuratori oltre che ai “re”, riferimento ad Erode Agrippa e ai “Cesari” romani.

Ebbene, in questo frangente non saranno i discepoli a parlare, ma lo Spirito Santo dimorante in loro: non si tratterà di riportare frasi fatte, di compiere miracoli, ma di raccogliere ed esporre le proprie esperienze e conoscenze in modo tale da mettere quelle persone nelle condizioni di scegliere se continuare ad opporsi allo Spirito stesso, o cedere davanti a lui. Ricordiamo che se gli apostoli, dal primo all’ultimo, avessero dovuto assemblare i loro ricordi per evangelizzare senza venire illuminati dallo Spirito, avrebbero miseramente fallito. Ma ringraziamo Nostro Signore Gesù Cristo perché disse loro “Vi ho detto queste cose mentre io sono ancora presso di voi. Ma il Consolatore, lo spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Giovanni 14.26). Amen.

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09.04 – LA MISSIONE DEI DODICI: LA GRATUITÀ DEL DONARE E LA GESTIONE DI SÉ (Matteo 10.8-14)

9.04–La missione dei dodici: III. Gratuità del donare e la gestione di sé (Matteo 10.8-14)

 

8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.”.

 

Abbiamo qui le istruzioni di Gesù ai dodici che per la prima volta sarebbero diventati davvero operativi, protagonisti della predicazione anche se in modo diverso da quanto avverrà dopo l’ascensione e la discesa dello Spirito Santo. Siamo infatti al tempo in cui la diffusione del Vangelo consisteva nell’annuncio del Regno di Dio “vicino” o “giunto” a Israele, popolo eletto che, credendo nel Messia promesso, avrebbe potuto determinare un nuovo corso storico per sé e per gli altri popoli. La vicinanza del Regno andava dichiarata a tutti indipendentemente dal loro grado di istruzione o condizione sociale e ciò avveniva ininterrottamente secondo il raccordarsi dell’eternità di Dio col tempo degli uomini: pensiamo che, a partire dall’annuncio della nascita di Gesù, nel giro di pochi decenni si erano registrati eventi miracolosi (le tante teofanie angeliche e tutti gli episodi ad esse collegati), la predicazione e il battesimo di Giovanni, il ministero di Gesù, i suoi discepoli che Lo seguivano e collaboravano con Lui per quanto potevano, la predicazione sostenuta dai miracoli. Ora abbiamo l’invio dei dodici dopo aver ricevuto potere su tutto ciò che era d’impedimento per una vita totalmente piena, cioè la malattia, la morte, la lebbra e la possessione demoniaca. Si tratta di quattro elementi di cui due sicuramente ”naturali” perché malattia e morte rientrano nella vita; gli altri invece non si sa come affrontare, sfuggono alla comprensione perché appartengono a una dimensione alla quale l’essere umano non pensa e vi si ritrova coinvolto suo malgrado. La lebbra, per la quale non c’era cura, modo che Dio allora aveva per giudicare la persona nella carne, sappiamo che rendeva chi ne era affetto totalmente emarginato dalla società e senza diritti. L’indemoniato, poi, non avendo più il controllo su di sé, viveva succube di colui, o coloro, che lo abitavano. Ecco allora la totalità dell’intervento che i dodici erano in grado di portare a quanti avrebbero accolto il loro annuncio, a conferma del fatto che non possono esservi limiti all’intervento di Dio.

Penso a come si saranno sentiti i dodici nell’esercizio delle loro funzioni che Gesù aveva conferito loro, che da battezzatori che ricalcavano le orme di Giovanni Battista, si ritrovavano a compiere quei miracoli che mai avrebbero pensato di poter fare, meditando così sulla differenza tra il seguire un profeta o il Figlio di Dio.

Va comunque rilevato che “risuscitate i morti” manca nei manoscritti più antichi e che, nei racconti evangelici, non abbiamo nessun dato circa resurrezioni operate dagli apostoli in questo primo periodo. Poco cambia perché Gesù, se avesse conferito ai Suoi tre ambiti di contrasto e non quattro, si sarebbe riservato quello sulla morte. Concedendo poi ai dodici di intervenire sugli altri elementi, quindi malattia, lebbra e possessione, avrebbe mantenuto il necessario distinguo fra coloro che esercitavano dei poteri concessi e Lui, Figlio dell’uomo e dell’Iddio vivente. Eppure, quel “chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato”, ci parla di un’identità totale.

Leggiamo poi il primo ordine impartito, “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, strettamente connesso a quanto appena conferito ai dodici tra i quali anche Giuda Iscariotha. Si tratta di un verità con la quale Nostro Signore stabilisce un primo, fondamentale pilastro dei rapporti che devono intercorrere fra chi del Vangelo è un operatore e chi un fruitore: Gesù aveva conferito un potere ai dodici e il suo ordine è teso potenzialmente ad evitare quei fraintendimenti carnali che si manifestarono altrove, come nel caso del mago Simone, che pregò gli apostoli di dare anche a lui il potere di trasmettere il dono dello Spirito Santo con l’imposizione delle mani (Atti 8.9-24). Questo Simone voleva che ciò avvenisse per poi fare altrettanto, ma facendosi pagare. Ricordiamo le parole di Pietro in proposito: “Possa andare in rovina tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convertiti dunque da questa tua iniquità e prega il signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore”.

Tanto le parole di Gesù ai dodici quanto quelle di Pietro al mago Simone aiutano a valutare la condizione spirituale di quelle Chiese, o credenti, che chiedono un contributo economico per opere che non possono essere valutate con un metro umano e quindi il denaro, doveroso compenso per una qualsiasi attività lavorativa, è qui completamente fuori luogo. Ecco allora che qualunque dono un credente abbia ricevuto non può venire esercitato a pagamento, ma dev’essere un libero donarsi per quanto, come vedremo, con accortezza.

Già con la proibizione di accettare denaro dai beneficiari dei miracoli abbiamo un primo, profondo distacco dal modo di ragionare umano, ma la seconda istruzione irrompe anche nel senso di prudenza che qualunque viaggiatore doveva (e deve) avere, predisponendo quanto potrà aiutarlo nel viaggio: gli apostoli non dovevano portare con sé oro, argento e denaro, tutti indici di una coscienziosa previdenza in quanto elementi che potevano essere scambiati in denaro e quindi ciò avrebbe evitato di portare con sé il peso eccessivo di molte monete. Poi niente sacca da viaggio (utilizzata per semplici provviste alimentari), vestiti di ricambio e sandali che però, venendo raccomandati in Marco, viene da pensare che ne fosse proibito un ulteriore paio. Infine, nell’elenco, non viene ammesso addirittura il bastone per sostenersi quando stanchi o da usare per difendersi da animali aggressivi. Il bastone era soprattutto quello strumento che qualificava la tribù di appartenenza della persona. Matteo specifica tutto ciò mentre Luca riporta “non prendete nulla per il viaggio”: i dodici avrebbero dovuto andare così com’erano, senza nient’altro che loro stessi e, soprattutto, la benedizione del loro Maestro perché “chi lavora ha diritto al suo nutrimento” cioè “io stesso provvederò a voi”.

Inviando i dodici in missione Gesù intende far scoprire loro cosa voglia dire lavorare per Lui, cioè stare sotto le Sue ali protettive e quindi dipendendo da Dio in tutto e per tutto ma, attenzione, fu uno stato temporaneo sul quale occorre riflettere per non cadere nell’approssimazione o peggio in un “romanticismo” fuori luogo: vero è che davanti a Nostro Signore ci siamo sempre, vero è che chi dirige la nostra vita è Lui come è Lui a proteggere e provvedere continuamente, ma non si può fare di questi principi una regola assoluta, qualcosa che debba avvenire per forza come lo fu per gli apostoli in missione. In altri termini, per chiarire il concetto senza ombre, Gesù inviò i Suoi con questi ordini per far capire loro quanto fosse fondamentale attenersi alla Sua provvidenza, ma successivamente non fu più così, anzi, ricordando proprio questa missione disse loro: “«Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?» Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico, deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato fra gli empi»” (Luca 22.35-37).

Sappiamo che quando Gesù “Fu annoverato fra gli empi” ne accettò le conseguenze anche di fronte al Padre che lo abbandonò e per questo, in quel lasso di tempo per quanto breve, non avrebbe potuto far nulla né per sé, né per altri: “Bisogna che noi compiano le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la note, quando nessuno può agire” (Giovanni 9.4)

Ricordiamo, a proposito del mantenersi, l’apostolo Paolo che lavorava perché non voleva essere di peso agli altri che avrebbero voluto sostenerlo con le offerte: “Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi, vi abbiamo annunciato il Vangelo di Dio” (1 Tessalonicesi 2.9). Ancora, “Noi non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare” (2 Tessalonicesi 3.7-9). E più avanti si dirà che “Chi non vuole lavorare, non deve neppure mangiare” (v.10).

Quanto Gesù ordinò ai dodici nel nostro episodio, quindi, aveva lo scopo di far comprendere loro che erano un tutt’uno con Lui e che a Lui avrebbero sempre dovuto far riferimento per qualunque loro esigenza, ma questo non li esimeva dal sostenersi da sé in futuro, quando avrebbero poi affrontato la predicazione per formare la Chiesa, posto che il concetto di lavoro era molto diverso dal nostro così come il tempo che a lui si dedicava. Ecco che quindi fare di un episodio “dispensazionale” una regola appare fuori luogo e fuorviante, buono tuttalpiù per del “romanticismo cristiano” che rischia poi di evaporare alla luce della realtà della vita e portare al fallimento o a compromessi di varia natura per sopravvivere.

L’opera cristiana non può essere lasciata al caso, ma proseguendo nella lettura vediamo che è frutto di calcolo e previdenza perché, al verso 11, vengono date le indicazioni per l’alloggio, cercando una casa il cui proprietario sia una persona “degna” nel senso che goda la stima della città o del villaggio, oltre che appartenere alla categoria dei “giusti” come intesi allora. Il verbo impiegato per “cercare”, ecsetàsate, implica un “laborioso ricercare onde scoprire il vero”, quindi facendo appello anche al proprio discernimento. Lì i discepoli, a coppie, avrebbero dovuto dimorare, ma solo se la “casa” si fosse confermata disponibile all’accoglienza del messaggio che essi portavano. Nonostante “Pace a questa casa” fosse ed è tutt’ora un saluto comune in Oriente, in quel caso non si porgeva un augurio sincero e benevolo, ma la pace di Cristo, quella del Regno dei cieli vicino, del Vangelo: essendo impossibile non dichiararsi subito favorevoli o contrari, visto che non può esistere neutralità, ecco che quella “pace” avrebbe potuto scendere sui membri della famiglia, o tornare agli apostoli perché il Vangelo è veramente l’annuncio della “pace” fatta tra Dio e gli uomini che gli appartengono. E la vicinanza del Regno era appunto l’unico annuncio di pace possibile.

È interessante Luca che nel suo racconto fa dire a Gesù “Non passate di casa in casa” perché non solo cambiando dimora avrebbero potuto urtare la suscettibilità del primo ospitante e quindi turbare degli equilibri emotivi che dovevano restare fermi, ma anche avrebbero dimostrato poca oculatezza e sensibilità oltre a venir scambiati per girovaghi, o questuanti, o entrambe le cose. E certo i discepoli di Gesù non vivevano di espedienti.

Una casa, più case, un paese o una città avrebbero avuto la responsabilità di accogliere o rifiutare il messaggio evangelico e la reazione, in quel caso, avrebbe dovuto essere “scuotete la polvere dei vostri piedi”, secondo Marco 6.1 cui Luca 9.5 aggiunge “in testimonianza contro di loro”: lo scuotimento della polvere era un gesto che poteva essere capito molto bene perché usato dai Farisei che, rientrando in Giudea da un paese pagano, scuotevano la polvere dai sandali alla frontiera in segno di esclusione da qualsiasi rapporto coi gentili. Per gli apostoli questo gesto significava che non solo non intendevano portare con sé nulla che appartenesse a quella gente, ma che si liberavano da qualsiasi responsabilità derivante dalla condanna che avrebbe seguito il loro rifiuto. Lo scuotimento della polvere lo troviamo nel libro degli Atti ad Antiochia, quando “…i giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio” (Atti 13.50,51). Anche qui si trattò di un gesto che fu capito dai Giudei e con il quale i due, Paolo e Barnaba, si dichiararono non responsabili del giudizio che sarebbe caduto su quelli.

L’uomo che non conosce il messaggio del Vangelo, nel momento in cui gli viene offerto, ha davvero l’opportunità di determinare il proprio destino di eternità con o senza Cristo secondo quanto leggiamo in Romani 2.5-8: “Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia”. L’uomo quindi, come già detto, deve inevitabilmente obbedire a qualcuno, è uno schiavo comunque nonostante non si ritenga tale. La differenza tra chi servire risiede nel fatto che con Cristo si ha sempre una scelta, mentre con Satana no.

C’è poi il riferimento a Sodoma e Gomorra, città tristemente note nell’antichità per il loro voler vivere in modo totalmente libero non tanto e non solo la sessualità, ma per il disprezzo assoluto delle esigenze altrui, dell’ospitalità e della correttezza dei rapporti umani. Ebbene gli abitanti di quei luoghi, educati agli istinti primitivi fin dall’adolescenza, che non ebbero informazioni o una predicazione su quali fossero le esigenze di Dio, saranno trattate nel giudizio finale meno duramente rispetto a tutti quelli che hanno disprezzato coscienziosamente la testimonianza del Vangelo. E tale affermazione è sostenuta dall’Amen di Gesù, “In verità io vi dico”. Ecco perché il messaggio è “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”. Amen.

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09.03 – LA MISSIONE DEI DODICI: DA CHI ANDARE (Matteo 10.5-14)

9.03 – La missione dei dodici: II. Da chi andare (Matteo 10.5-14)

 

5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.”.

 

“Chiamare” e “dare” sono i due verbi sui quali ci siamo soffermati nello scorso capitolo. Nella nostra lettura ora se ne aggiunge un terzo, “ordinare”, che contiene le norme di comportamento dell’apostolo in missione, alcune delle quali limitate al periodo in cui gli inviati da Gesù avrebbero operato. Il discorso ai dodici è interessante perché non solo dà loro delle regole, ma anche, come vedremo, tutta una serie di avvertimenti perché non si trovassero impreparati di fronte alle manifestazioni negative che vi sarebbero state in conseguenza della loro missione. Per gli Apostoli furono sufficienti le parole del loro Maestro, per noi valgono tutte le numerose indicazioni-esortazioni che troviamo nelle epistole di Paolo, Pietro, Giacomo, Giuda e Giovanni lasciate alla Chiesa perché i suoi componenti le mettessero in pratica nel loro interesse.

La prima norma, quelle di non andare fra i pagani e non entrare nelle città dei samaritani, rivolgendosi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele, è di facile comprensione poiché non era ancora giunto il tempo per cui il Vangelo fosse predicato a chi non apparteneva al popolo eletto. Questo avverrà apertamente dopo il rifiuto delle autorità religiose della Sinagoga di Antiochia quando Paolo e Barnaba parlarono dicendo: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, noi ci rivolgiamo ai pagani” (Atti 13.46), realtà che vediamo implicitamente nel dono delle lingue parlate dai “centoventi” che componevano la Chiesa di Gerusalemme (2.1-13).

Gesù non compila un itinerario che i Suoi avrebbero dovuto rispettare, ma proibisce loro di entrare nelle città greche situate nella Decapoli dalla quale molti arrivavano per ascoltarlo e vedere i miracoli che faceva. Questa proibizione, come osservato da molti, fu di breve durata, ma necessaria per compiere il piano di Dio di fondare la Chiesa cristiana partendo dagli Ebrei. I Samaritani poi erano una razza mista, in origine pagani introdotti nel regno di Israele dagli Assiri per riempire il vuoto lasciato dalle dieci tribù deportate oltre l’Eufrate: quelli s’imparentarono così col rimanente ebraico lasciato in patria e a loro si assimilarono adottando la Legge di Mosè, ma venerando ancora i loro dèi. Quando il popolo, tornando da Babilonia, rifiutò di accettare la loro cooperazione nel costruire il Tempio a Gerusalemme, i Samaritani se ne costruirono uno sul monte Gherizim. Sappiamo che Gesù visitò i loro territori, come visto nell’episodio della donna samaritana e che là predicò, ma solo Lui sapeva cosa dire e poteva rivolgere loro un messaggio mirato. Da notare poi che, una volta risorto, le parole di Nostro Signore furono differenti: “…ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino a tutti i confini della terra” (Atti 1.8).

Ancora una volta troviamo la definizione “pecore perdute”: così, come già accennato, era descritto il popolo lasciato solo, o peggio male amministrato da pastori indegni. Isaia 53.6 scrive “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada”, cioè pecore non in grado neppure di stare unite. Affondando le sue radici nell’Ebraismo, anche nel Cristianesimo vale la figura della pecora perduta, ma a causa della solitudine e disorientamento derivante dal peccato; l’apostolo Pietro scriverà “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle anime vostre” (! Pietro 2.25). Gesù in persona quindi custodisce le anime di chi lo ascolta, fa la Sua volontà e viene così considerato Suo “amico”.

Per la regola in base alla quale ciò che troviamo scritto nel Vangelo ha una valenza per le persone che vivevano in quel tempo e ne ha un’altra – certo non di opposto significato – per noi, essere “pecora perduta” a causa del peccato e della propria eredità storica pagana con tutto ciò che questo comporta (filosofie di ogni tipo, metodologie di espressione e contenuti), è diverso da essere “pecora perduta” perché abbandonata a sé stessa da chi avrebbe dovuto occuparsi di lei, cioè gli Scribi e Farisei. Il fallimento dei pastori del popolo di allora, ma anche prima, è descritto in modo drammatico in Geremia che addirittura prende ad esempio alcuni animali che, a differenza degli uomini, hanno l’istinto che suggerisce loro cosa fare al tempo opportuno. Sono parole che valgono anche oggi: “Ho ascoltato attentamente: non parlano come dovrebbero. Nessuno si pente della sua malizia e si domanda «Cos’ho fatto?». Ognuno prosegue la sua corsa senza voltarsi, come un cavallo lanciato nella battaglia. La cicogna nel cielo conosce il tempo per migrare, la tortora, la rondine e la gru osservano il tempo del ritorno; il mio popolo, invece, non conosce l’ordine stabilito dal Signore. Come potete dire «Noi siamo saggi perché abbiamo la legge del Signore»? A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi! I saggi restano confusi, sconcertati e presi come in un laccio. Ecco, hanno rigettato la parola del Signore: quale sapienza possono avere?” (8.6-9).

Illuminante poi la profezia di Ezechiele 34.2-6 che oggi molti pastori del cristianesimo, indipendentemente dalla denominazione di appartenenza e/o gerarchia, dovrebbero meditare per ravvedersi: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: «Così dice il Signore Iddio: guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando le mie pecore su tutti i monti e su ogni colle elevato e nessuno va in cerca di loro e se ne cura”.

Ecco perché i dodici dovevano rivolgersi a Israele. Anteporre la predicazione ad altri quando l’elezione di quel popolo richiedeva un intervento che lo facesse tornare tale nella pratica, per di più con la presenza del Messia in mezzo a loro, rendeva qualunque altra iniziativa priva di senso, perché la precedenza non è qualcosa che si può interpretare, ma solo accogliere e rispettare. I Pastori che avevano fallito con le pecore di Israele non è che di punto in bianco avessero cambiato carattere e metodi, ma fu un processo molto graduale, avvenuto quasi senza accorgersene, dando spazio all’aggiungere e togliere elementi che la Legge proibiva: abbiamo letto le parole “A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi”. Poco a poco, introducendo nuove interpretazioni, incapaci di guardare il generale senza cui il particolare si svuota di significato, quei pastori avevano ridotto la pratica e la fede a una religione completamente arida e inutile. Ai tempi di Gesù si trattava di custodire, tramandare, insegnare una visione corretta dell’ebraismo, ai nostri si tratta di non inquinare le verità da Lui annunciate e sviluppate dagli Apostoli che parlarono e scrissero sotto la guida infallibile dello Spirito Santo.

E mi piace concludere questa parte con le parole di un illustre studioso della Scuola di Gerusalemme: “Anche nella storia della Chiesa il Grande Codice fu considerato cava da cui estrarre versetti infallibili perché rapiti dal loro contesto e denucleati della loro significazione, o unico orizzonte in cui circoscrivere il pensiero su Dio e sul Creato”. Senza contare l’azione infestante e dannosa che ha l’aggiungere e il togliere, che genera sempre un grave squilibrio nella relazione con Dio e nella creatura che, disinformata, non può che rientrare nella categoria delle pecore senza pastore. Aggiungo  su questo importante tema Geremia 50.6,7: “Gregge di pecore sperdute era il mio popolo, i loro pastori le avevano sviate, le avevano fatte smarrire per i monti; esse andavano di monte in colle, avevano dimenticato il loro ovile. Quanti le trovavano le divoravano e i loro nemici dicevano: «Non ne siamo colpevoli, perché essi hanno peccato contro il Signore, sede di giustizia e speranza dei loro padri»”.

Rimane a questo punto da riflettere sul verso 7, qui tradotto meglio che in altre versioni, “Strada facendo, predicate”: il messaggio abbiamo visto che allora doveva essere diretto a Israele, inteso a destare principalmente attenzione, svegliare le coscienze addormentate, preparare la via ad un più ampio ed esplicito insegnamento. Certo la frase “Il regno dei cieli è vicino” era ora supportata da molti più elementi rispetto a quelli che predicava Giovanni Battista, di cui è detto che non sorse tra i nati di donna uno maggiore di lui perché sappiamo che quando gli mandò a dire “Sei tu quello che doveva venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Gesù rispose: “…i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia”. Ebbene ora anche dodici discepoli facevano lo stesso, salvo la predicazione nelle Sinagoghe perché non ne sarebbero stati in grado. Quello lo faceva Gesù e lo faranno gli stessi Apostoli una volta sceso lo Spirito Santo.

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09.02 – LA MISSIONE DEI DODICI: CHIAMARE E DARE (Matteo 10.1-4)

9.02 – La missione dei dodici: I. Chiamare e dare (Matteo 10.1-14)

 

1Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. 5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.”.

 

I traduttori del nostro testo hanno omesso un “Poi” davanti al “Chiamati a sé” a mio giudizio importante perché pone maggiormente l’accento sulla successione degli eventi. “Poi”, cioè “dopo queste cose”, che obbliga il lettore ad un collegamento con la presa d’atto di Gesù sulla condizione in cui versavano le folle, stanche e sfinite “come pecore che non hanno pastore”. Il “Poi” obbliga anche a ricordare che Gesù invitò i dodici a pregare perché il Signore mandasse “degli operai nella sua messe” e che ora era giunto il momento per chiamarli e inviarli. Gesù quindi, con la richiesta ai suoi di pregare per quel motivo, fece loro capire che ogni decisione, soprattutto spirituale, doveva essere prima di tutto soggetta a preghiera solo dopo una risposta, un “semaforo verde” che una volta apertosi avrebbe loro consentito di muoversi.

A questo punto abbiamo la descrizione di due azioni, “chiamati a sé” e “diede loro potere”: Gesù chiama alla sua presenza diretta e senza interferenze di terzi delle persone per un discorso, rivelazione e incarico strettamente individuale. Sappiamo che i dodici erano già stati scelti dopo una notte in preghiera (Luca 6.12) e che ora vengono chiamati all’operatività attraverso un incarico preciso segnando una tappa ulteriore nel cammino verso l’annuncio del regno di Dio. Era talmente tanta la messe che dovevano essere mandati a lavorarla i primi operai. Chiamare significa “invitare qualcuno ad avvicinarsi, intervenire, accorrere, comparire pronunciandone il nome o con un altro appellativo, per uno scopo”. Come significato secondario abbiamo anche “dire o definire le cose come effettivamente sono”, ad esempio la sostituzione di quello che era il popolo di Dio (Israele) con un altro del tutto nuovo (composto tanto da pagani quanto ebrei convertiti). L’apostolo Paolo cita infatti Osea che scrisse “Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo, e mia amata quella che non era l’amata”, cioè la Chiesa anziché Gerusalemme.

La convocazione di Gesù ai dodici ha un significato contingente, cioè lo fa per un motivo preciso visto nell’inviarli in missione dopo aver fornito loro gli elementi indispensabili per la sua riuscita, ma ne ha anche uno più ampio che non abbiamo avuto modo di sviluppare prima e che si estende a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla loro professione di fede e condotta. Perché anche lì esiste un chiamare per dare: chiamare a entrare nella gioia del Signore, a un rendiconto e conseguente giudizio perché la “chiamata” è per tutti gli uomini che vengono a conoscenza del Vangelo e scelgono se accoglierlo o respingerlo, portandone la responsabilità nel bene o nel male. Possiamo ricordare le parole dell’inno che Giovanni pone all’inizio del suo Vangelo: “A tutti quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È un cambiamento totale, una rivoluzione perché chi crede non è in un rapporto di sudditanza, ma di amicizia che si esplica attraverso una forma dignitosa, confidenziale e di rispetto allo stesso tempo: “Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando – ecco perché il rapporto con Gesù non può essere gestito alla leggera –. Non vi chiamo più servi perché il servo non sa cosa fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15.14,15). Di fronte a un amico non ci si nasconde.

Il “chiamare” nel senso di definire una posizione, attribuire una funzione che prima non si aveva, è al tempo stesso una realtà, una condizione di vita e una promessa, un attributo che comporta un rapporto esclusivo che coinvolge a tal punto da impedire una comunicazione-interazione piena con chi appartiene al mondo terreno. Sempre Giovanni nella sua prima lettera scrive “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio. E lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui”.

La chiamata viene sempre da parte di Dio – l’uomo può solo invocarne l’aiuto – in seguito a un progetto specifico di salvezza in cui rientrava anche quando non Lo conosceva ed era un peccatore professionale. Prima di incontrarLo, non sapevo che il mio nome era nel libro della vita che Giovanni vide e riportò come scritto all’interno e all’esterno, chiuso con sette sigilli che nessuno poteva aprire se non uno “somigliante a un figlio d’uomo”. E qui si apre la conoscenza che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno di ciascuno che a loro appartiene, o prossimo ad appartenergli. Questa verità è così espressa dall’apostolo Paolo: “Quelli che ha da sempre conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli; quelli che poi ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Romani 8.29,30).

Predestinazione nel senso che già Dio sapeva le scelte che avremmo fatto e non sottintende in alcun modo il fatto che, per quanto possa volerlo, un uomo non potrà mai pervenire alla salvezza se così non è stato decretato. In altri termini, Giuda non era predestinato a tradire, ma scelse di farlo nonostante anche a lui fosse stato affidato il compito di predicare l’avvicinarsi del Regno, di guarire, di prendere atto continuamente delle opere che il suo Maestro compiva ogni giorno vissuto con Lui. Certo il suo tradimento era stato profetizzato, ma lo mise in atto di sua volontà e usando il proprio libero arbitrio.

Ancora sulla chiamata, sempre personale, sempre Paolo si definisce “Apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio” (Romani 1.1), ma anche tutti i credenti sono “chiamati da Gesù Cristo ad essere santi” (v.6) “secondo il suo progetto” (8.28). Oggi come dalla costituzione della Chiesa, siamo “Chiamati alla comunione col Figlio suo Gesù Cristo” (1 Corinti 1.9), “a vivere in pace” (7.15), “a libertà” (Galati 5.13), “ad un’unica speranza” (Efesi 4.4). È l’appartenere a un ambito diverso, non terreno, cercare di rimanere a lui uniti perché “Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito” (1 Tessalonicesi 4.7). Abbiamo visto in sintesi la chiamata da parte del Signore per uno scopo che possiamo concludere con queste parole: “E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, egli stesso, dopo che avrete un poco sofferto, vi ristabilirà, vi confermerà, vi rafforzerà, vi darà solide fondamenta” (1 Pietro 5.10).

Quindi Dio chiama sempre per dare e, nel caso del nostro episodio, possiamo osservare che non ordina ai dodici di andare “e basta” ma provvede, dopo aver conferito loro potere sugli effetti del peccato, a informarli, dar loro delle linee guida, il che equivale al fatto che il servitore del Signore non si può improvvisare. Non si può cioè dire “Facciamo, andiamo” senza fare un calcolo, un progetto preventivo che non tenga conto degli imprevisti possibili e di come affrontarli, ignorando le basi e soprattutto chiederci profondamente se abbiamo un mandato da Dio o siamo noi a prendercelo. Gesù chiama a sé i dodici per dare loro il potere su ciò che più di ogni altra cosa poteva far pensare agli uomini di quei territori che il volto di Dio si stava davvero volgendosi verso di loro, che davvero il Signore stava visitando il suo popolo. E il “potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità” andava a colpire tutte le manifestazioni tangibili dell’Avversario.

Dalla lettura del mandato ai dodici rileviamo che erano autorizzati ad una forma di predicazione elementare, “Predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino”, la stessa di Giovanni Battista e di Gesù nel suo aspetto più urgente, cioè tralasciando i suoi insegnamenti che non sarebbero stati in grado di sviluppare e ricordare se non in modo sommario, approssimativo. Non essendo ancora sceso lo Spirito Santo i dodici non potevano predicare in modo diverso ma, sostenuto dagli stessi miracoli che compiva il loro Maestro, avrebbero dimostrato una perfetta identità con Lui. Marco infatti scrive che “Partiti, proclamavano alla gente che si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano” (6.12) e Luca “Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni” (9.6).

Va sottolineato che l’unzione degli infermi fatta dai dodici non era stata ordinata da Gesù e che probabilmente la praticavano perché tanto chi stava per essere guarito, quanto eventuali parenti o amici, avesse una visualizzazione concreta di quanto erano lì per fare: ciò che usavano non era un olio miracoloso, ma il simbolo dello Spirito di Dio secondo la concezione dell’Antico Patto in cui appunto l’olio veniva impiegato e inteso. In modo specifico è menzionato in Giacomo 5.15: “Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera della fede salverà il malato”.

È chiaro che in questo caso l’efficacia non è data dall’olio, ma dalla preghiera dei “presbiteri”, cioè degli anziani che devono essere, a prescindere dall’età, uomini puri, con “i sensi esercitati per abitudine a distinguere il bene dal male” (Ebrei 5.14). Da sottolineare quel “per abitudine” che ci parla di continuità nel tempo, di una vita dedicata e non di momenti occasionali in cui ci si sente disposti a fare qualcosa.

Giacomo qui non suggerisce un rito per superstiziosi, ma chiama in causa la scienza spirituale obiettivo di ogni credente, per cui chi mettesse in atto il verso di Giacomo senza averne i requisiti fallirebbe miseramente. Sono convinto che il dono della guarigione possa esistere ancora oggi, ma appartenga più alla nascita del cristianesimo che non al suo sviluppo, in cui l’uomo è chiamato ad accettare per fede gli avvenimenti che la Scrittura testimonia.

Tornando al nostro testo, possiamo immaginare la gioia di Gesù nel constatare che andavano a lavorare nella messe i primi operai.

Non ci soffermeremo sui dodici che abbiamo sviluppato nel volume quarto; possiamo vedere che nell’elenco di Matteo sono suddivisi in tre gruppi di quattro uomini ciascuno, numeri importanti come il dodici, e il due che garantiva loro il sostegno reciproco. Il “due”, poi, è quello minimo richiesto per la costituzione della Chiesa locale, per quanto allora non ancora esistente.

Riassumendo: il popolo d’Israele ebbe prima la predicazione di Giovanni Battista, poi quella di Gesù, ora quella dei dodici, tutte riguardanti la necessità di ravvedersi perché il regno dei cieli era vicino. Era impossibile non vedere uno sviluppo perché Giovanni non faceva miracoli, ma Gesù certamente sì. Ora i dodici che aveva scelto, dando loro una missione mirata come vedremo, testimoniavano anche la crescita, la trasmissione di un potere che da soli non avrebbero certamente avuto.

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09.01 – LA MISSIONE DEI DODICI, INTRODUZIONE (Matteo 9.35-38)

9.01 – La missione dei dodici: introduzione (Matteo 9.35-38)

 

35Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e infermità. 36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma son pochi gli operai! 38Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!»”.

 

Iniziamo una serie di riflessioni sull’invio dei dodici apostoli in missione ed è naturale che risalga dal momento in cui, come leggiamo in Matteo 10.1 in poi o nei paralleli, Gesù li chiama a sé dando loro “potere sugli spiriti impuri per scacciare e guarire ogni malattia e ogni infermità”. È chiaramente così, ma i versi che ho scelto come introduzione a questo tema fondamentale hanno la funzione di rivelarci cosa mosse Nostro Signore per mandare i Suoi in predicazione. Matteo prima ci informa di Nostro Signore che percorre città e villaggi, insegna nelle sinagoghe “annunciando il Vangelo del Regno”, cioè spiegando quei passi profetici che Lo riguardavano e le modalità con cui il regno di Dio si sarebbe manifestato, oltre che guarire ogni tipo di infermità. Da notare che le guarigioni occupano l’ultimo posto nell’elenco, venendo prima l’insegnamento e l’annuncio del regno. In altri termini, era il Vangelo che doveva avere la prevalenza sui miracoli ed ecco perché, dopo che avvenivano, quando avevano carattere privato, ne veniva proibita la divulgazione.

Quanto riportato da Matteo in questi versi lascerebbe pensare al fatto che Gesù intraprese un secondo viaggio missionario, ma il fatto che la versione greca usi il tempo imperfetto (anziché l’aoristo) può significare che Matteo alluda agli spostamenti giornalieri, da un paese all’altro della Galilea anziché riferirsi ad un viaggio vero e proprio. La questione è e rimane aperta, ma credo che a contare sia ciò che traspare dalle parole di Matteo: Gesù opera incessantemente, percorre “tutte le città e i villaggi” senza tralasciare neppure le Sinagoghe più piccole, quelle composte da dieci persone, senza fare distinzione tra centri importanti o meno perché ogni uomo era ugualmente unico e irripetibile così come non faceva distinzione tra malattie più o meno gravi perché tutte riconducevano a una condizione di peccato della quale ciascuno era vittima. Le persone cui si rivolgeva erano i “poveri”, i “malati” secondo la Sua definizione, coloro che non avevano scelto deliberatamente la via degli empi, ma non avevano modo di andare oltre la miopia della carne, subendola senza poter porvi rimedio.

Ed è qui che Matteo fornisce un dato sull’indole e l’amore di Gesù: “Vedendo le folle…”, non radunate in un luogo particolare, ma quelle che accorrevano a Lui da ogni città o villaggio e lo seguivano, “…ne ebbe compassione”, termine che, descrivendo un atteggiamento comprensivo e soccorrevole verso uno stato penoso, trova la sua origine nel latino cum-patior, vale a dire “patire assieme”, quindi Nostro Signore si immedesimò in quella gente a tal punto da soffrire per chi, probabilmente, non si rendeva neppure conto dello stato in cui versava.

Infatti subito dopo abbiamo la spiegazione di questo sentimento: “perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Questa era la valutazione che Gesù fece di loro. Erano gli “stanchi e oppressi” che avevano bisogno del Suo ristoro anche senza sapere esattamente chi fosse Colui al quale si rivolgevano. E la confusione attorno alla Sua persona  era grande, come leggiamo in Marco 8.28 “La gente chi dice che io sia? Ed essi gli risposero: «Giovanni Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”.

È bello vedere che Gesù, quando cerca e trova un uomo, non dia importanza al fatto che questi sappia o meno chi è chi gli parla, ma aspetti di essere da lui riconosciuto: “Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”. Fino a quel momento, l’uomo è “stanco e sfinito” perché il mondo che conosciamo non può fare altro che produrre nella creatura questo stato, come possiamo vedere nel paragone con la pecora che non ha pastore. Ricordiamoci sempre che possiamo identificare la stanchezza e lo sfinimento del mondo a patto che riguardi i tempi nostri, mentre quella di allora si riferiva sempre allo stato spirituale del popolo che gemeva sotto il giogo dell’insegnamento tradizionale degli Scribi e dei Farisei: questo aveva portato non alla costituzione di un gregge ordinato e compatto, ma il disorientamento e la dispersione delle pecore teoricamente loro affidate.

Riguardo alla pecora, si può dire che è un animale in grado di riconoscere fino a cinquanta propri simili, distingue un volto umano imbronciato da uno sorridente dando la preferenza a quest’ultimo e ha in sé il senso della cooperazione. Il pastore è da lei riconosciuto fisicamente e dalla voce anche quando le chiama una ad una – e una ad una rispondono e vanno da lui –, ma non possiede il senso dell’orientamento e ha bisogno di essere guidata costantemente, come provato dai recinti in cui è contenuto il gregge che, quando è libero, va continuamente compattato dai cani. Anche se agli orgogliosi può non far piacere, l’uomo è spesso paragonato alla pecora perché nonostante l’intelligenza di cui è dotato, è spiritualmente soggetto a perdersi di continuo e ha bisogno che Dio lo guidi costantemente. Tutti, nessuno escluso.

Sappiamo che Gesù ebbe compassione delle folle perché prese atto che erano “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”, cioè lo stato in cui versavano non era tanto imputabile a loro, quanto all’assenza dei pastori nonostante vi fossero quelli che si dichiarassero tali. Ma cosa distingue il pastore bravo da uno che non lo è? La sua abilità non risiede nel tenere unito il gregge ed evitare che la pecora si perda; piuttosto il buon pastore sa gestire il pascolo ottenendo una crescita equilibrata del manto erboso e quindi una corretta alimentazione degli animali. La pecora tende ad essere ingorda ed è golosa, non possiede il senso di sazietà, per cui chi si prende cura di lei deve fare attenzione a che non si ingozzi e deve regolare il tempo di permanenza in un pascolo particolarmente appetibile. Il pastore ha quindi le funzioni di guida al pascolo più idoneo, si deve occupare interamente di loro anche perché se l’erba che assumono, per quanto a loro gradita, è sempre la stessa, si stancano. Il gregge allora deve avere a disposizione una nutrita quantità di erbe e pascoli diversi. Sono poi animali che hanno paura dell’acqua e solo se il pastore è vicino a loro riescono a guadare un torrente, o anche solo un ruscello. Ecco perché si tratta di un mestiere che non si può improvvisare e soprattutto richiede dedizione. Ricordiamo che Abele fu pastore, mentre Caino agricoltore.

Ecco, Gesù constata tutto questo: le folle erano “stanche e sfinite” perché nessuno si prendeva cura di loro, o lo faceva talmente male che era come se il pastore non ci fosse. Di qui la compassione di Gesù, che conosceva i pensieri di ogni componente di quei gruppi, chi gli sarebbe appartenuto e chi no, come disse ai Farisei un giorno: “Voi non credete perché non siete delle mie pecore” (Giovanni 10.26). Il suo sentire quelle cose fece sì che iniziasse un periodo nuovo preceduto dalla richiesta ai Suoi di pregare: la messe era grande e pochi gli operai; c’era urgenza di provvedere a tutta quella massa di gente che Matteo descrive come un gregge senza pastore mentre Gesù lo vede come una messe che va a male per mancanza di mietitori e la Sua reazione non è quella di dire ai discepoli di agire, “fare qualcosa” per loro, ma di pregare “perché (il Signore) mandi degli operai nella sua messe”. Da soli, senza istruzioni, senza sapere come agire, cosa aspettarsi, senza capire, i dodici avrebbero aggiunto danni a quelli già esistenti. Perché se il pastore non può essere improvvisato, chi annuncia il Vangelo non può essere una persona impreparata e non avere la protezione di Dio su di sé.

A conferma l’apostolo Paolo scriverà in 2 Tessalonicesi 3.1-3: “…pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno”. La richiesta di pregare rivolta ai membri della Chiesa di Tessalonica rivela il nuovo bisogno di quel tempo: c’era necessità di pastori, ma anche coloro che già operavano andavano sostenuti in quanto è nel momento che un cristiano parla del Vangelo che diventa un obiettivo per l’Avversario e i suoi angeli, siano essi umani o entità spirituali negative.

Ma il piano di Dio è diverso: “Lascerò ancora che la casa d’Israele mi supplichi e le concederò questo: moltiplicherò gli uomini come greggi, come greggi consacrate, come un gregge di Gerusalemme nelle sue solennità. Allora le città rovinate saranno ripiene di greggi di uomini e sapranno che io sono il Signore” (Ezechiele 36.37).

Tornando all’episodio vediamo che, contrariamente all’istinto che spinge gli uomini ad agire per “fare qualcosa” di fronte a un problema, la preghiera dev’essere al primo posto e costituire il primo passo; quelli che erano già stati chiamati apostoli prima del sermone sul monte ubbidirono all’invito del loro maestro, pregarono perché il Signore mandasse degli operai nella sua messe e qualche tempo dopo, che non possiamo quantificare, vennero inviati in missione con un mandato preciso. Come vedremo, Gesù non li mandò allo sbaraglio, ma li informò dei pericoli che avrebbero corso, dei tipi di uomini che avrebbero incontrato, oltre a dotarli delle elementari regole di comportamento e conferendo loro il potere di guarire e resuscitare i morti. E, lui Figlio di Dio e dell’uomo, avrebbe pregato per loro.

Concludendo, nel nostro ultimo verso Nostro Signore non dice agli apostoli di chiedere a lui, ma “Pregate il Signore della messe”, quindi Colui che Lo aveva mandato, perché solo così avrebbero avuto l’approvazione del Padre in un’opera formidabile non di proselitismo, ma di liberazione dell’uomo dal peccato e dalla morte.

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08.07 – IL MUTO INDEMONIATO (Matteo 9.32-34; Luca 11.14-20)

8.07 – Il muto indemoniato (Matteo 9.32-34; Luca 11.14-20)

 

32Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele». 34Ma i Farisei dicevano: «Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni”.

 

Prima di affrontare l’episodio è giusto sfatare un’opinione errata che purtroppo compare in diversi commentari i cui autori, trovando delle analogie con il racconto del cieco muto (indemoniato) reperibile in 12.22, sostengono essere il medesimo. È però chiaro che Matteo, che non scrisse il suo Vangelo con disattenzione, non poteva ripetersi e per questo distingue il muto dal cieco muto nonostante sia identica la reazione dei Farisei sostenenti che, se i demoni uscivano dalle persone, era perché Gesù li scacciava con l’aiuto del loro principe. Questa frase, una volta escogitata, verrà presa quasi come norma e ripetuta altre volte dagli avversari di Nostro Signore per spiegare gli esorcismi che operava. Loro intento era quello di confondere la folla, ammirata per quello che vedeva quando era Lui a intervenire: “Non si è mai vista una cosa simile il Israele”. Lasciando quindi l’episodio dell’indemoniato cieco muto ad un successivo commento, possiamo occuparci della versione di Luca, più ricca dal punto di vista dei dialoghi coi detrattori del Signore.

 

14Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. 15Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni». 16Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. 18Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demoni per Beelzebul. 19Ma se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. 20Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio»”.

 

Venendo all’episodio, è importante partire da Matteo perché leggiamo “Usciti costoro”, ancora una volta traduzione dettata dall’opportunità narrativa dall’originale “venendo fuori” che pone maggiormente l’accento sulla continuità dell’opera di Gesù che aveva appena guarito i due ciechi. Leggiamo poi “gli presentarono” che ci parla della solidarietà, penso di amici e/o parenti, che abbiamo già incontrato nel caso del paralitico che, sempre in quella stessa casa, fu calato dal tetto perché entrarvi era impossibile a causa della folla. A differenza di tutti gli altri infermi che lo avevano preceduto, l’indemoniato muto non sarebbe mai stato in grado di chiedere aiuto da solo. Mi spiego: l’handicap di quella persona era il mutismo e pertanto avrebbe teoricamente potuto andare da Nostro Signore ed esprimersi con Lui a gesti ma, essendo indemoniato, era impedito a farlo dallo spirito impuro che lo abitava. Di qui l’intervento di amici e parenti che glielo portarono.

Poi, in questo miracolo, di singolare c’è la causa del mutismo dovuta non a sordità, cecità o a un grave trauma infantile, ma al demonio che si era impossessato di quella persona lasciandolo così, incapace di comunicare senza che avesse manifestazioni considerate eclatanti come l’aggressività vista a Gherghesa. Da ciò consegue che Satana può servirsi non solo di uomini a lui soggetti per far male ad altri (indipendentemente dalla quantità), ma anche accanirsi su un singolo per danneggiarlo. Nella complessa trattazione dell’indemoniato di Gherghesa ho citato alcuni tipi di spiriti immondi in base a come si caratterizzano senza citare quello muto perché in un certo senso li compendia tutti in quanto rende chi è dipendente da questo spirito nell’impossibilità non solo di formulare qualunque concetto spirituale, ma neppure di concepirlo lontanamente. Si può essere muti anche parlando e si può parlare facendo del male anche senza essere indemoniati: tutto dipende dalla misura in cui si è abitati e da chi si è abitati. Nel caso dell’innominato protagonista dell’episodio lo spirito impuro gli impediva qualsiasi forma di comunicazione perché, se scopo del parlare è manifestare il proprio pensiero e volontà, limitarsi ad impedire il semplice interloquire non avrebbe avuto senso in quanto chi è muto ricorre a gesti, magari scrive o escogita altri sistemi. Oggi ad esempio, nei casi più gravi, ci sono tetraplegici o persone colpite da ictus gravi che riescono a comunicare guardando le lettere su uno schermo.

Tornando all’episodio sta di fatto che il demonio, in presenza di chi è più forte di lui, a un certo punto – e chiaramente dietro ordine di Gesù – non può fare altro che uscire provocando immediatamente una reazione vista nel cominciare a parlare. A questo punto Matteo riassume in poche parole quanto avvenne, mentre Luca dà più spazio alle reazioni dei presenti: ancora una volta le persone “normali” si stupiscono, ma i Farisei, compresi quelli venuti da Gerusalemme, spiegano, come abbiamo letto, il perché di quell’esorcismo. Alcuni di loro addirittura hanno una reazione forse peggiore, cioè chiedono “un segno per metterlo alla prova” o, come altri traducono “tentandolo”, cioè per avere altri elementi per deriderlo, ma ancora di più accusarlo. Da notare che quella gente non chiede un segno generico, ma “dal cielo”, cioè un avvenimento che fosse inequivocabilmente attribuibile a Dio, quale non riesco a comprendere, quasi che tutto quanto avvenuto anche solo quel giorno, cioè la guarigione della donna emorraissa, della giovanissima figlia di Giairo e dei due ciechi, non fosse sufficiente. A costoro Gesù non risponde nemmeno.

Interessante invece è il personaggio nominato, Beelzebul, o Beelzebub, riferentesi ad una divinità filistea da Baal (signore, padrone) e Zebub (mosca). “Zebul”, però, significava anche letame, idoli, oggetti offensivi e abominevoli per cui il nome può significare “Dio delle mosche” o “delle immondizie”. Era diventato il nome che gli ebrei davano a Satana , come in questo caso.

Siccome però l’ebraico, che se ci pensiamo è la lingua che parlava Dio con Adamo ed Eva e quella in uso prima della confusione a Babele, non può non avere una caratteristica spirituale, ecco che “zebul”, secondo un’accezione totalmente diversa, significa anche “casa, abitazione” per cui Baalzebul è anche il “Signore della casa” visto nel corpo della persona che abita. Ecco perché Gesù, dopo l’ovvio richiamo all’impossibilità che ha un regno diviso si resistere, passerà a parlare di un’abitazione, l’uomo, che non può che venire occupata dallo Spirito di Dio o da un demonio cacciato in precedenza.

Rimaniamo però ai nostri versi: “un regno diviso in se stesso va in rovina”. Col termine “regno” possiamo intendere qualunque sistema organizzato, quindi uno Stato indipendentemente dal tipo di governo, ma anche una famiglia oltre alla stessa, singola persona. Tutto ciò che ha una struttura ha bisogno di un’unitarietà di intenti, progetti, aspirazioni, mete. Quando, ad esempio nel rapporto di coppia, l’uomo e la donna agiscono in modo non tanto indipendente, quanto contrario alle esigenze e alle visioni dell’altro, inevitabilmente questo è destinato a sfaldarsi. E così tutti gli altri rapporti umani indipendentemente dal grado di parentela. Allo stesso modo una persona che subisce delle contraddizioni forti e violente, non in grado di gestire la coerenza, che oggi prova una cosa e domani il suo esatto contrario, non può che sdoppiarsi all’estremo e vivere in una condizione meschina che gli precluderà un rapporto sano col prossimo oltre che con se stesso. Questo è uno dei motivi per cui è scritto “Dio non è un dio di confusione, ma di ordine” (1 Corinti 11.33), frase riferita alle assemblee di una Chiesa e alla Chiesa stessa indipendentemente dalla regione in cui si colloca. Anche lei, certo parlando di quella locale, può sfaldarsi e conoscere defezioni fino a estinguersi, spegnersi, trasformarsi in un’organizzazione in cui prevalgono tradizioni, credenze e riti estranei alla fede.

Quindi Gesù, parlando ai Farisei, fa un primo enunciato sul fatto che Satana ha un regno ben organizzato e non può cacciare se stesso; se mai sappiamo che “si traveste da angelo di luce”, altra frase che aprirebbe considerazioni infinite sulle presunte manifestazioni ritenute “sacre” nella storia anche recente. Il regno di Satana, poi, deve sussistere fino a quando non sarà distrutto, per cui questo personaggio non può permettersi che l’uomo possa venire guarito o salvato. E Gesù era ed è l’unico in grado di potersi a lui opporre.

A questo punto ecco una domanda che ammutolì i detrattori di Gesù: “Se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano?” (v.19). Questa frase ci consente di aprire una parentesi storica. I Padri della Chiesa hanno creduto di riconoscere ne “i vostri figli” gli apostoli in quanto ebrei, ma si tratta di un’ipotesi che non regge anche perché, a quel tempo, nessuno di loro aveva ancora compiuto un miracolo a parte quando furono inviati in missione. Piuttosto sappiamo da Giuseppe Flavio e da un episodio in Atti 19.13 che in Israele a quel tempo c’erano degli esorcisti che ogni tanto qualche risultato lo ottenevano. Si badi bene: ogni tanto, perché altrimenti gli indemoniati li avrebbero portati a loro e non a Gesù. Ebbene questi esorcisti appartenevano alla cerchia degli Scribi e Farisei, più precisamente erano dei loro discepoli che venivano chiamati “figli dei Profeti”.

Gli esorcisti di allora vanno inquadrati nella dispensazione della Legge, in cui la loro efficacia era direttamente proporzionale a quella della Legge stessa paragonata a quella della Grazia che Gesù era venuto ad annunciare non senza adempiere compiutamente quella precedente. Ricordiamoci bene del cortocircuito che si scatenò nel passo di Atti 19.13-16: “Alcuni giudei, che erano esorcisti itineranti, provarono anch’essi a invocare il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». Così facevano i figli di un certo Sceva, uno dei capi dei sacerdoti, giudeo. Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». E l’uomo che aveva lo spirito cattivo si scagliò contro di loro, ebbe il sopravvento su tutti e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite”.

Sta di fatto che comunque Scribi e Farisei avevano i loro esorcisti e che credevano nelle loro imprese, ma a questo punto dovevano spiegare chi stava realmente dietro a tutto: anche “i loro figli” scacciavano i demoni per Beelzebul? Quegli uomini certo non potevano rispondere affermativamente. Non solo, ma sarebbero stati quegli stessi esorcisti a giudicarli, per cui facessero attenzione alle loro parole.

La conclusione quindi è: nel momento in cui Satana non può cacciare se stesso, se Gesù lo mandava via con “il dito di Dio”, espressione che si rifaceva all’intervento persona di YHWH, altro non poteva significare che era giunto a loro quel regno che con estrema ostinazione rifiutavano.

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08.06 – DUE CIECHI (Matteo 9.27-31)

8.06 – Due ciechi (Matteo 9.27-31)

 

27Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». 28Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?» Gli risposero: «Sì, o Signore!» 29Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». 30E si aprirono loro li occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!» 31Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione”.

 

Concluso l’episodio del ritorno in vita della figlia di Giairo, Marco riferisce che Gesù partì da Capernaum per Nazareth e Luca passa a trattare l’invio dei dodici in missione. In effetti sono entrambi eventi prossimi. Matteo però inserisce due miracoli particolari: quello della guarigione di due ciechi e, subito dopo, di un muto indemoniato, cui fa seguito un cenno ad un Suo giro missionario compiuto mentre i suoi facevano altrettanto. La guarigione di cui abbiamo letto viene collocata subito dopo quanto avvenuto a casa di Giairo, “Mentre Gesù si allontanava di là”, quando due ciechi seppero che Lui stava passando.

A quei tempi la cecità poteva essere causata fondamentalmente dalla cataratta, che rende opaco il cristallino, o dal glaucoma, danno progressivo del nervo ottico. Erano quelli territori caratterizzati da una forte presenza di raggi solari i cui effetti, aumentati dal riverbero del terreno, causavano un’infiammazione acuta della congiuntiva e della cornea che andava progressivamente aggravandosi perché la gente continuava a vivere all’aperto e non si proteggeva dalla luce del giorno. Aggiungiamo poi infiammazioni varie causate da polvere e sabbia che raramente venivano curate e abbiamo un quadro abbastanza drammatico sul numero dei ciechi che potevano essere presenti nei territori di quel tempo. Non è una credenza popolare il fatto che la mancanza della vista affina i sensi rimanenti che vanno a compensare quello mancante, per cui quando leggiamo “i ciechi lo seguirono” significa che si orientarono sfruttando in particolare l’udito, seguendo non il rumore dei passi di Gesù che ben difficilmente era solo, ma quello della gente che lo seguiva.

Sappiamo che i due ciechi lo seguirono fino a casa sua gridando una breve frase che esprime tutto il loro sentimento: prima abbiamo l’appellativo “Figlio di Davide” che incontriamo per la prima volta nella lettura cronologica dei Vangeli. Con queste parole viene espressa una giusta credenza popolare in base alla quale il Messia sarebbe stato un discendente di Davide. Ciò è provato da Matteo 22.41,42 quando Gesù, interrogando i Farisei per metterli in difficoltà chiese loro “«Cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?»; gli risposero: «Di Davide»”. E tanto Matteo che Luca, nella loro genealogia, si preoccupano di mettere questa discendenza in risalto. Una nota a margine della Bibbia di Gerusalemme afferma giustamente che “Gesù accettò quel titolo con riserva perché implicava una concezione troppo umana del Messia e preferì il titolo di Figlio dell’uomo”.

“Figlio di Davide” lo troviamo infatti poche volte negli scritti del Nuovo Patto: pensiamo alla donna sirofenicia che Lo chiamò così (Matteo 15.22), ai ciechi di Gerico in un episodio definito speculare a questo (20.30) e soprattutto alla folla che Lo accolse in Gerusalemme che, nonostante gli avesse dato quel titolo e lo osannasse, scomparve dopo quell’episodio guardandosi bene dall’intervenire in sua difesa. Eppure “La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»” (21.9). Da notare che la parola “Hoshana”, in ebraico e aramaico, significa “Salvaci” e col tempo il cristianesimo gli ha associato in senso di giubilo. Ebbene, dopo quelle manifestazioni in cui Gesù fu “portato in trionfo”, in cui “tutta la città fu presa da agitazione”, fece seguito il nulla.

“Figlio di Davide” è un fatto che fu poi, alla luce di tutte le manifestazioni con cui Gesù si qualificò al mondo, è dato per scontato; pensiamo all’apostolo Paolo che, scrivendo ai credenti di Roma, ne accenna solamente parlando del “…Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di Santità, in virtù della resurrezione dei morti” (1.3) e in 2 Timoteo 2.8, “Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide”. I due ciechi allora si rivolsero a Nostro Signore chiamandolo così, dimostrando di credere chi effettivamente fosse, facendo affidamento sulla promessa di Isaia 35.5 “Allora saranno aperti gli occhi dei ciechi”.

“Abbi pietà di noi” sono parole dette non da questuanti, ma da chi è convinto che Gesù possa avere un intervento risolutore nei loro confronti, come il padre dell’epilettico che gli disse “Signore, abbi pietà di mio figlio”, o i due lebbrosi, “Gesù maestro, abbi pietà di noi”. E la pietà è un sentimento di partecipazione all’infelicità altrui che non è mai fine a se stessa, non ha niente a che vedere con quella pena che ci possono fare certe persone che vediamo in una triste condizione senza che abbiamo possibilità di far qualcosa per loro. La pietà la prova chi può far qualcosa per un altro e decide di non rimanere immobile perché le circostanze che si sono venute a creare fanno sì che dipenda dalla sua persona un intervento che può mutare radicalmente le condizioni dell’altro. La preghiera dei due ciechi, e come loro di altri che incontreremo, non è “guarisici”, ma “abbi pietà”, cioè in altre parole “Tu solo che puoi, aiutaci”. E questa preghiera non cessò, ma proseguì fino a quando Gesù non entrò in casa sua.

Quello di Nostro Signore non fu un gioco crudele, ma un insegnamento sulla necessità dell’insistere: in questo caso abbiamo due uomini per cui era vitale recuperare la vista, ma il loro seguire Gesù ripetendogli di avere pietà di loro è figura del nostro cercare di avere delle risposte alle nostre necessità spirituali, della preghiera che solo una reale necessità può spingere ad essere continua. Luca 18.1, prima di esporre la parabola del giudice e della vedova, scrive “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai” ed è quello che fecero i due ciechi. La loro non era la preghiera di due bambini capricciosi: quei due uomini chiedevano e arrivarono fino alla casa di Gesù perché sapevano che avrebbero potuto venire guariti, forti delle notizie di analoghi miracoli operati nei confronti di altri. Sapevano che, in quanto “Figlio di Davide” secondo l’ottica che abbiamo esaminato, Gesù avrebbe potuto avere pietà di loro.

E qui dobbiamo prestare attenzione a ciò che fu detto: “Credete che io possa fare questo?”. Gesù non chiede se loro credessero davvero che Lui fosse il Cristo, ma se ritenevano che veramente fosse in grado di guarirli, cioè se la loro fede era reale: per riconoscere un titolo a una persona è sufficiente pronunciare delle parole (“Figlio di Davide”), ma credere che gli effetti della sua funzione possano riversarsi su chi la dichiara è una cosa differente. Senza l’intervento di Gesù quei due ciechi avrebbero continuato a condurre una vita umiliante, soggetta alla derisione, allo sfruttamento e al dipendere da altri nonostante avessero dimostrato di essere autonomi. E il loro gridare è un esempio per noi, che ciechi non siamo fisicamente, ma spiritualmente sì, chi più, chi meno. Alla luce rivelata vista nel dono della salvezza, infatti, deve seguire un cammino in cui la vista spirituale si acuisce poco a poco in quanto diversa da quella fisica e certo i due ciechi non tornarono più da Gesù chiedendogli di essere riguariti o per delle visite di controllo. Ma noi di Lui abbiamo bisogno sempre e non possiamo esimerci dal pregare perché le nostre imperfezioni siano smussate e, ancora di più, che le nostre convinzioni personali siano rafforzate o demolite esistendo sempre quel “peccato di inavvertenza” che ci può sempre penalizzare.

Solo di fronte a una risposta affermativa da parte loro Gesù intervenne e lo fece direttamente, personalmente nel senso che avrebbe potuto dire “Sì, lo voglio” e sarebbero stati guariti, ma prima toccò i loro occhi, confermando fisicamente un Suo diretto interessamento. Le parole “Siavi fatto secondo la vostra fede” sottolineano che non può esistere un intervento risolutore di Dio senza una partecipazione umana attraverso la fede perché senza di essa non può operare, come avvenne in altre circostanze; ricordiamo quando a Nazareth Marco scrive “E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (6.5,6).

La fede quindi, se correttamente indirizzata, porta a una risoluzione: toccando gli occhi ai due ciechi Gesù fa la sua parte, ma la guarigione avviene solo quando viene dimostrata la proporzione tra fede e il gesto. Solo allora è scritto che “si aprirono i loro occhi”. A questo punto è invitabile chiederci quando “vediamo” realmente noi: credo molto poco e male. E proprio per questo la preghiera dei due ciechi dev’essere anche la nostra, perché possiamo essere in grado di orientarci, conoscere, vedere.

Certo la loro guarigione non poteva rimanere nascosta come tutti gli altri miracoli, compreso quello precedente della figlia di Giairo, eppure leggiamo che “Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!»”. Perché? Nessuno avrebbe dovuto scambiare Gesù solo per un guaritore, rivolgersi a Lui come risolutore di un problema esclusivamente materiale. I miracoli infatti erano la conseguenza della Sua missione, non certo la ragione.

Ci chiediamo: allora come oggi era ed è più importante conoscere Cristo come uno che può fare un miracolo, o come Colui che può e vuole salvare? I due ciechi, diffondendo “la notizia per tutta la regione” non aiutarono il progresso del Vangelo come fece l’innominato indemoniato gadareno, ma posero l’accento sulla loro disabilità scomparsa alimentando ancora di più le aspettative delle folle che pensavano al proprio tornaconto, salvo quelli che desideravano saziarsi con parole di vita.

I due ciechi sono allora la figura di quanti, ricevuta una grazia dal Signore, gestiscono le sue conseguenze in modo non appropriato. L’opposto del paralitico di Capernaum che “subito si alzò e andò a casa sua, glorificando Iddio” (Luca 5.25). Fu allora l’umanità a prevalere su queste due persone, mentre la dignità del perdono ricevuto la vediamo più nel paralitico.

Tenere per sé l’avvenuta guarigione non comportava continuare a simulare la cecità, ma vivere una vita nuova dando spiegazione dell’avvenuto cambiamento a chi ne chiedeva la ragione ed era in grado di capirne la risposta, perché le manifestazioni di piazza appartengono al superficiale, all’immediatezza. E il Vangelo e la fede sono molto diverse da quelle.

Concludendo queste riflessioni, va sottolineato che Gesù guarì questi due uomini nonostante sapesse la loro indole impulsiva, guardando alla loro fede segno che la salvezza non è destinata soltanto a uomini di razze e nazionalità diverse, ma anche indipendentemente dal carattere, risultato della genetica e delle esperienze vissute.

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07.19 – CINQUE CANTICI III/V (Isaia50.4-6)

7.19 – Cinque cantici III/V (Isaia 50.4-6)

 

TERZO CANTICO

 

4Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. 5Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. 6Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. 7Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. 8È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. 9Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole? Ecco, come una veste si logorano tutti, la tignola li divora. 10Chi tra voi teme il Signore, ascolti la voce del suo servo! Colui che cammina nelle tenebre, senza avere luce, confidi nel nome del Signore, si affidi al suo Dio. 11Ecco, voi tutti che accendete il fuoco, che vi circondate di frecce incendiarie, andate alla fiamme del vostro fuoco, tra le frecce che avete acceso. Dalla mia mano vi è giusto questo; voi giacerete nel luogo dei dolori.”.

 

L’esame dei quattro (o cinque a seconda  di come li si vuol suddividere) canti del servo è scaturito dalla domanda dei discepoli a seguito dell’episodio della tempesta sedata in cui dissero “Chi è costui, cui anche il mare e i venti obbediscono?”. Commentando ciò che quegli uomini si chiedevano, è stato sottolineato che i discepoli avevano a portata di mano tutti gli elementi per darsi una risposta, se non altro per i riferimenti al Dio che era intervenuto, ai tempi dell’Antico Patto, sugli elementi della natura servendosi di loro e dominandoli. I discepoli però non erano dottori della Legge, anche se non possiamo escludere che tra loro ve ne fossero, e difficilmente avrebbero potuto collegare i canti del Servo al loro Maestro, cosa che fecero successivamente, come dimostrato da Matteo che cita costantemente le profezie che Lo riguardavano. Questi canti possono essere letti e interpretati oggi e sono in grado di rispondere alla domanda sorta sulla barca a tempesta sedata, “Chi è costui?” sotto l’aspetto profetico.

Il terzo canto espone sinteticamente, da un punto di vista “morale”, la vita del Servo da quando iniziò a insegnare e predicare alla morte sulla croce. Il quarto verso ne spiega la condizione, lo scopo: gli è stata data “una lingua da discepolo” e, secondo questa traduzione, ha avuto come Maestro direttamente il Padre; disse infatti un giorno “Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15.15). Diodati, tralasciando altre versioni che usano termini intermedi, come ad esempio “da iniziati”, riporta “Mi ha dato la lingua degli uomini dotti” con riferimento non ai sapienti di questo mondo, ma di coloro che erano in grado di esporre la Legge allo stesso popolo che attribuiva Gesù che la spiegava un’autorità vera, superiore a quella degli Scribi e Farisei. Ricordiamo in proposito l’annotazione a commento di quando, dodicenne,  era in mezzo ai dottori: “Tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. “Lingua dei dotti” vista nel suo significato più alto che è quello di essere in grado di parlare a chiunque, con concetti semplici o comunque adatti alla persona che ascolta perché lo scopo di quel parlare era “saper indirizzare una parola allo sfiduciato”, tradotto anche con “afflitto” che ci collega alla seconda beatitudine, quella di coloro che “saranno consolati”. Dare una parola che porti sollievo non è facile se ci si vuole immedesimare in chi ne ha bisogno e il libro di Giobbe, con gli interventi dei suoi “amici” venuti a consolarlo con frasi fatte moralmente condivisibili nei contenuti, ma per nulla rapportate al suo caso, testimonia che parole sbagliate e di giudizio portano all’effetto opposto e aumentano la sofferenza dell’interessato.

Le parole di Gesù, invece, indicarono sempre una via d’uscita, l’unica possibile per determinare una soluzione spirituale del problema, dell’origine del dolore, a volte accettata e altre, più spesso, rifiutata. La via spirituale è infatti opposta a quella della carne e una persona, di fronte a una situazione o a uno stato che gli dà pena, se non ne cerca le ragioni e i rimedi spirituali per uscirne, resta coinvolto in essa. È il “laccio” di cui più volte troviamo citazione nelle Scritture. Sono concetti che si collegano al verso 10 che nella sua prima parte dice: “Chi tra voi teme il Signore, ascolti la voce del suo servo!”. Chi “teme il Signore”, cioè lo conosce od è cosciente della Sua esistenza, non deve ascoltare altre voci se non quella di chi è stato “fatto e formato” per rappresentarLo, portare la Sua parola agli uomini perché temere il Signore non è sufficiente, non dà garanzie di riuscita se non ci si appella al Servo. Ricordiamo le parole “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14.6) e “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Matteo 11.28). A me e non ad altri.

I più grandi profeti, da Mosè in poi, nonostante il ruolo determinante che ebbero nella conduzione del popolo oppure nel trasmettere il messaggio di JHWH, ebbero dei punti di fallimento e non poteva essere diversamente in quanto uomini. Così non per Gesù, attento “ogni mattina”, di cui i vangeli attestano lunghe preghiere in cui non solo presentava i suoi perché fossero preservati dal male, ma perché nessuna Sua parola andasse sprecata: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Isaia 55.10,11). La parola di Dio infatti non torna senza un risultato, in salvezza o in giudizio.

Il verso quinto, “il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”, testimonia l’instancabilità del Servo, fedele in tutto tanto nel poco che nel grande, dagli spostamenti per le varie regioni del territorio al punto più alto e per noi determinante della Sua vita, quello dell’arresto, del processo fino alla crocifissione. Rileviamo il non opporre resistenza alla volontà del Padre – che aveva accettato responsabilmente – nelle tre azioni viste nel dare il dorso ai flagellatori, le guance a chi gli strappava la barba, il non sottrarre la faccia agli sputi, tutti eventi che rientravano in ciò per cui era venuto al mondo. Gesù infatti non nacque per risolvere problemi umanamente contingenti come nella visione messianica ebraica, ma dare la sua vita per gli uomini quale “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Nel verso settimo ci troviamo di fronte a un interessante parallelo con Luca 9.51 che non tutti traducono allo stesso modo: “Avvenne, nel compiersi dei giorni della sua assunzione, che egli indurì il volto– letteralmente “fermò la faccia” – per andare a Gerusalemme”; altri, preoccupati di dare il significato più immediato, riportano “prese la ferma decisione di”, impedendo però di fatto la connessione col cantico. L’indurimento del volto come la pietra può essere visto effettivamente con la risolutezza: Gesù sapeva che, a Gerusalemme, avrebbe dovuto affrontare il combattimento più grande di tutta la sua vita terrena che iniziava proprio col mettersi in viaggio recandosi al Golgotha.

Il Servo indurisce il volto, prende ferma determinazione in quanto cosciente dell’assistenza del Padre e sa che non resterà confuso: ciò testimonia la piena coscienza del Suo ruolo, ma è anche sinonimo di resistenza addirittura maggiore rispetto alle violenze e agli oltraggi che gli verranno fatti. Anche qui possiamo fare una connessione importante: si tratta di Ezechiele 3.8,9 quando Dio dice al profeta “Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli”. È compito del profeta, quindi dell’uomo di Dio, non avere timore dei suoi simili né del destino che gli prospettano, avendo fondato e costruito la loro esistenza su un terreno diverso, destinato a crollare perché non vedono che il loro presente illudendosi che resti immutabile. Chiariscono bene il concetto le parole dell’apostolo Paolo “A me poco importa venire giudicato da voi o da un tribunale umano;(…) il mio giudice è il Signore” (1 Corinti 4.3,4).

Paolo è quindi conscio non solo dell’abisso che separa il metro valutativo umano da quello di Dio, ma che l’uomo può arrivare solo fino a un certo punto: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l’anima e il corpo nella Geenna” (Matteo 10.28). Ancora Paolo spiegherà il concetto in Romani 8.31-39, le cui parole su rifanno anche al volto e alla fronte duri letti in Ezechiele: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?(…) Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è quel che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?(…) Io infatti sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Gesù Cristo, nostro Signore”.

Penso che questi versi siano un ideale collegamento con l’ottavo e nono del cantico, quando leggiamo “Chi oserà venire a contesa con me?(…) Chi mi accusa?(…) Chi mi dichiarerà colpevole?”; sappiamo che furono necessari falsi testimoni contro di Lui e che Gesù fu dichiarato colpevole dagli uomini, non certo dal Padre. La morte stessa, data la forza totale della Sua innocenza, non poté trattenerlo. Una delle vere ragioni della resurrezione di Nostro Signore non fu tanto perché era onnipotente e in grado di sconfiggere la morte, ma perché lei stessa era la conseguenza del peccato per cui, se il Cristo non ne aveva commessi, anzi aveva adempiuto la legge punto per punto, era impossibile avesse potere su di lui, neppure sul suo corpo. Per concludere questo breve inserto, Isaia 51.7,8 riporta un appello: “Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; poiché le tarme li roderanno come una veste e la tignola li roderà come la lana, ma la mia giustizia dura per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione”.

Tornando al cantico, la frase “Come veste si logorano tutti, la tignola li divora” mostra la reale condizione in cui versano gli accusatori: da un lato Lui, attaccabile solo nel corpo, dall’altro loro, che si logorano “come veste” – e sappiamo che lo stesso è scritto anche per la terra – quindi poco a poco, quasi senza che se ne accorgano e, in questo accadere, non esiste rimedio. “La tignola” che il vestito corrode, poi, è figura di quel processo che porta il corpo esanime a decomporsi lasciando solo alla polvere il compito di testimoniare quel che resta di una vita coscientemente spesa ad opporsi all’amore di Dio. Perché anche la loro anima verrà ridotta al nulla: “Ecco, tutte le vite sono mie:(…) chi pecca morirà” (Ezechiele 18.4).

Il cantico, per quel che ci compete, si conclude con un invito a due categorie di persone, “Chi teme il Signore” e “Chi cammina nelle tenebre”: i primi, pur avendo un atteggiamento corretto, devono “ascoltare la voce del Suo servo”, l’unico in grado di condurli correttamente lungo quei “pascoli erbosi” figura della fede e della dottrina. Senza questo ascolto, si rischia di essere sterili e di possedere convinzioni errate destinate ad ostacolare il rapporto con il Padre. I secondi, sono quelli che sono coscienti di andare a tentoni, senza una luce che ne rischiari cammino: anche per loro, proprio perché consapevoli della condizione in cui versano, è detto di “confidare nel nome del Signore”, quindi non in un Dio generico, costruito per appagare il vuoto interiore.

Resta il verso undicesimo in cui vediamo non solo gli accusatori, i detrattori e i responsabili della morte del corpo del Servo per eccellenza, ma tutti quelli che combattono gli altri servi, coloro che hanno creduto e testimoniano: “Voi tutti che accendete il fuoco– figura di un’idea, di un progetto per distruggere –, che vi circondate di frecce incendiarie– chi si circonda di qualcosa è per rafforzarsi anche psicologicamente –, andate alle fiamme del vostro– la responsabilità – fuoco, tra le frecce che avete acceso– altro rafforzativo della responsabilità –. Dalla mia mano– figura della volontà e del potere – vi è giunto questo: voi giacerete nel luogo dei dolori”. Sicuramente da porre una sottolineatura sul fatto che i nemici del Servo (e dei suoi fratelli) non confluiranno in un luogo di dolore generico, ma “nel luogo”, quindi in un posto preciso in cui possiamo identificare quello “stagno ardente di fuoco e zolfo” in cui verrà gettato Satana con i suoi angeli. Angeli ribelli, ma anche tutti coloro che gli avranno dato ascolto e obbedienza. Amen.

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07.13 – I FACILI ENTUSIASMI DI FRONTE AL VANGELO: TRE PERSONAGGI (2/3) (Matteo 8.18-22)

7.13 – I facili entusiasmi di fronte al Vangelo (2/3): tre personaggi (Matteo 8.18,22)

 

18Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. 19Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada». 20Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 21E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre». 22Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

 

            Nello scorso incontro abbiamo parlato della differente collocazione temporale che danno dello stesso episodio Matteo e Luca, che nel suo capitolo nono parla di una terza persona che si presentò a Gesù:

 

61Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».”

 

Venendo al secondo personaggio del racconto, questi, come lo Scriba, era un discepolo;  mentre però il primo, forse contento per aver capito le parabole e travolto dalla purezza di quell’insegnamento, promise a Gesù di seguirlo ovunque, questo mette delle condizioni. Possiamo paragonare la promessa dello Scriba a quella dell’apostolo Pietro “«Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi»” (Luca 22.33,34): fu l’entusiasmo a spingere entrambi, non la ragione, cioè la consapevolezza di ciò che comportava darsi totalmente al discepolato per lo Scriba, e il non dover fare i conti con la propria natura, per Pietro.

Prima di addentrarci un poco nei contenuti dei versi 21 e 22, è giusto sfatare un’interpretazione che vede nel secondo discepolo una persona cui era appena morto il padre. Infatti in Israele la sepoltura la si faceva il giorno stesso della morte, come avvenne per Nostro Signore. Ci sono nella Scrittura due versi particolari sulla pietà per il corpo dei defunti: il primo riguarda Mosè, che non lasciò in Egitto le ossa di Giuseppe “…perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli israeliti dicendo «Dio certo verrà a visitarvi; voi allora porterete via le mie ossa» (Esodo 13.19), parole dette nella consapevolezza di essere in un Paese straniero e indice del fatto che Giuseppe desiderava rientrare totalmente nel piano di Dio per il Suo popolo.

Altro punto lo rileviamo in Tobia 4.3: “Figlio, quando morirò, dovrai darmi una sepoltura decorosa; onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della tua vita;(…) quando morirà, dovrai darle sepoltura presso di me, in una medesima tomba”. Andando alle origini ricordiamo Sara, seppellita “nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, nella terra di Canaan. Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Ittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale” (Genesi 23.19,20).

Ritengo allora che quel discepolo intendesse attendere la morte del padre per dargli onorata sepoltura e non che fosse effettivamente deceduto. Tuttavia la rinuncia ai legami di famiglia era una prima condizione operativa per il discepolato.

Occorre però stabilire un punto fermo, perché molti credono che questo valga anche oggi, cosa vera solo in parte: esiste una differenza tra il tempo in cui Gesù esisteva in carne e quello in cui, come oggi, è presente in spirito, tra la necessità di predicare e farsi Suo strumento a quel tempo e ai nostri giorni. Una cosa è l’amore per i propri cari e le loro esigenze nel momento in cui limitano la vita cristiana – ricordiamo le parole “Chi ama padre e madre più di me non è degno di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”, (Matteo 10.37) – e un’altra sono quegli affetti che i discepoli avevano messo da parte, poiché l’abbandono non significa lasciare la persona sola, ma agire inquadrandola correttamente dal punto di vista affettivo. Ricordiamo poi che le mogli degli Apostoli li seguivano, per cui non furono da loro abbandonate, come scrive Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”(9.5). Riguardo all’amore per i famigliari, è giusto puntualizzare che Luca 14.26, “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, sua moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” intende l’odio non come profonda avversione e ripugnanza, ma amare di meno, lasciare quegli elementi in subordine, non provare quell’attaccamento smodato che ostacolerebbe l’esercizio del discepolato. Non sono pochi i credenti che, per non urtare la suscettibilità carnale dei propri famigliari e quindi per quieto vivere, si limitano nella loro attività spirituale scendendo a compromessi. Per contro ve ne sono altri che, prendendo il verso alla lettera, fanno l’esatto contrario, sbagliando altrettanto anche se in modo diverso. Letteralmente, infatti, chi odia “la propria vita”non può che essere una persona disconnessa, mentre chi la lascia in subordine per il Vangelo abbandonando le esigenze della propria carne può trovare motivi di realizzazione e dare veramente un senso all’esistenza.

Affrontando sinteticamente l’importante argomento dei rapporti famigliari, ricordiamo Genesi 2.24 “L’uomo lascerà sua padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”: per quanto “lasciare” sia diverso da “abbandonare” che lo rafforza, abbiamo comunque lo spostamento dell’asse degli affetti, dei compiti e delle responsabilità: l’uomo “lascia”, cioè abbandona i genitori come riferimento e centro affettivo per dedicarsi a un’altra persona, in questo caso la propria moglie. E lo stesso lei nei confronti del marito.

Altro riferimento lo abbiamo nelle parole di Gesù “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Matteo 19.29). “Lasciare” e “abbandonare” rappresentano così, in questo caso, dei ridimensionamenti affettivi come furono messi in atto dagli apostoli Giacomo e Giovanni che lasciarono Zebedeo loro padre, che però aveva una flotta di barche e delle persone al suo servizio, per cui non fu abbandonato, e certo neppure Pietro e Andrea si disinteressarono dei loro famigliari: abitavano a Capernaum e Pietro aveva una moglie che lo seguiva, come già citato. Inoltre, prima di qualunque attività missionaria, è stabilito questo principio: “Se poi uno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Timoteo 5.8). Sono parole forti necessarie ad inquadrare correttamente le parole di Gesù sull’abbandono.

Tornando alle parole del discepolo, è sicuramente determinante quel “permettimi primadi andare”, avverbio che esprime anteriorità nel tempo, precedenza in una scala di valori. Il seppellimento del padre, per come lo abbiamo inquadrato, era per quel discepolo più importante del seguire Gesù, era una condizione che veniva ipocritamente posta in omaggio alla pietà filiale di fronte alla quale Nostro Signore, in quanto sorgente di verità e vita, non tacque. È Luca a darci la versione più completa: “Lascia i morti seppellire i loro morti. Tu invece va’, e annuncia il regno di Dio” (9.60). Sempre stando a questo evangelista fu Gesù stesso che rivolse a quel discepolo l’invito a seguirlo (v.59: “…gli disse: «Seguimi»”).

Basandoci su Luca, abbiamo quindi due periodi in cui nel primo si definisce la condizione di chi Gesù non lo conosce, non gli appartiene: è, sono, “i morti”. Anche se è una frase che può scandalizzare, non esiste differenza tra un cuore che batte in un corpo non destinato alla resurrezione e all’immortalità, e un cadavere. L’essere “morti” non è quindi un insulto, ma la descrizione di uno stato perché “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce e del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Giovanni 5. 24,25). Se “i morti” di cui parlò Gesù al discepolo non fossero stati vivi, non avrebbero potuto certo ascoltare, né soprattutto avere la possibilità di scegliere se vivere secondo verità o meno.

Un’importante definizione delle dinamiche che portano dalla morte alla vita la troviamo in Colossesi 2.5: “…Per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati”. Qui è importante la definizione “da morti che eravamo”, quindi una condizione che dobbiamo tenere sempre presente per evitare l’orgoglio di quanti guardano dall’alto in basso chiunque non professa la loro fede. Anche perché nell’essere salvati non abbiamo alcun merito. Ricordiamo infine il discorso a Timoteo quando, parlando delle vedove, è scritto “…al contrario quella che si abbandona ai piaceri, anche se vive, è già morta” (1°, 5.6), oppure la chiesa di Laodicea, “Conosco le tue opere, ti si crede vivo, eppur sei morto” (Apocalisse 3.1).

Ecco spiegato in sintesi il significato della frase “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, dichiarazione non dispregiativa, ma diagnosi che lascia intendere comunque che quel padre avrebbe potuto essere sempre tenuto presente così come Gesù fece con sua madre, da lui incontrata a Capernaum ogni volta che rientrava dai suoi viaggi missionari, abitando con lei e i fratelli.

A questo punto c’è il “Ma tu”, che indica la necessità di un cambiamento di azione: a metodo concretamente terreno se ne contrappone uno concretamente spirituale visto nell’andare e annunciare, segno che quel discepolo seguiva il maestro da un tempo sufficiente per poterne parlare. Non gli dice “va’ e impara”, tipica frase che i dottori della legge amavano dire agli ignoranti e con la quale furono spesso apostrofati da Gesù, ma “tu va’, e annuncia il regno di Dio”. “Ma” è quindi una correzione, un intervento di Dio sulle errate convinzioni della persona. Altri traducono, forse in modo più incisivo, “Tu invece va’ e annuncia”, dove “invece” rende più l’idea dell’opposto, del contrario, “al posto di”, che in questo caso è correttamente interpretabile col consiglio “Tu non comportarti come gli altri, va’ e annuncia”. Quel discepolo avrebbe potuto farlo perché nel momento in cui ci viene rivelato qualcosa è perché alla nostra portata: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica «Chi salirà per noi in cielo per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?»; non è di là dal mare perché tu dica «Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Deuteronomio 30.11-14).

Concludendo, ciò che premeva a Gesù era far riflettere quell’anonimo discepolo di mettersi all’opposto della mentalità comune: altri si sarebbero occupati del suo genitore che non avrebbe comunque abbandonato nel senso assoluto del termine. Perché chi ha uno scopo nel piano di Dio non può farsi condizionare dalle aspettative umane di altri, ma ragionare in termini spirituali, gli unici destinati a rimanere.

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