3.12 – IL SERVO CHE HO SCELTO (Matteo 12.15-21)

3.12 – Il servo che ho scelto (Matteo 12.15-21)

 

 15Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti 16e impose loro di non divulgarlo, 17perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: 18Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. 19Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. 20Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fattotrionfare lagiustizia; 21nel suo nome spereranno le nazioni.

Riconosciamo subito lo stile di Matteo che ci presenta un adempimento della profezia di Isaia che cercheremo di analizzare non senza sottolineare che quanto scritto sia da lui che da Marco, che mette più particolari, avviene poco prima dell’elezione dei dodici ad apostoli. Quanto abbiamo letto si verifica dopo l’ultimo insegnamento sul sabato culminato con la guarigione della mano rattrappita di un uomo presente nella sinagoga, probabilmente di Capernaum.

L’allontanamento di Gesù da quel luogo avvenne per vari motivi, primo fra tutti lo stesso che lo aveva visto spostarsi da Gerusalemme a Capernaum: non creare i presupposti perché fosse catturato prima del tempo e perché il campo da seminare con la Sua Parola era veramente enorme. Inoltre con il suo insegnamento sul sabato aveva esposto dei concetti talmente chiari che altro non avrebbe avuto da dire ai suoi detrattori che, volendo, avrebbero avuto tutti gli elementi per “andare e imparare”, cioè procedere ad una revisione del loro sapere.

Possiamo rilevare che la guarigione di quella mano paralizzata, oltre che l’applicazione spirituale sul sabato fatta da Gesù, abbia suscitato due reazioni, viste prima di tutto nel delineare il piano omicida nei suoi confronti, e poi nel fatto che molti fra il popolo iniziarono a seguirLo: “Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse”. (Marco 3.7-12).

Notiamo la zone di provenienza di coloro che seguivano Gesù: venivano dalla Galilea, dalla Giudea e da Gerusalemme, quindi erano ebrei, ma vi erano anche molti che non lo erano: gli Idumei (dai quali proveniva la famiglia di Erode il Grande) che discendevano da Esaù, e genti dalle parti di Tiro e Sidone, cioè fenici oltre ad ebrei che risiedevano in quelle città. Tutti costoro erano compresi nella “gran folla che, sentendo quello che faceva, andò a lui”. Stando il fatto che Nostro Signore predicava e guariva, viene da pensare che andassero da lui per vedere e ascoltare e non a caso la loro presenza produrrà la predicazione totale che sfocerà nel cosiddetto “discorso della montagna”. Non si trattava di ascoltare un rabbi, ma uno che confermava la veridicità dei suoi insegnamenti con miracoli e, guarendo e cacciando i demoni, dimostrava di avere autorità su di loro e di essere in grado di annunciare la verità: le parole conclusive di Matteo che cita Isaia, “nel suo nome spereranno le nazioni”, è qui applicato agli idumei e ai fenici che le rappresentano poiché è da quei popoli, oltre ai samaritani che abbiamo visto tempo fa, che si riconoscono tutti gli altri che verranno.

Prendiamo ora in esame il testo di Isaia, che troviamo nel capitolo 42 dai versi 1 a 4, cercando di sottolineare i termini che vengono impiegati: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento“.

“Ecco” è la prima parola della profezia ed esprime la presenza di qualcosa, o di qualcuno, nel momento esatto in cui se ne parla o appare. Ci sarebbe stato allora un tempo preciso, unico e irripetibile in cui sarebbe venuto “il mio servo”, primo riferimento possessivo e/o personale di quattro – numero di stabilità nell’Universo e nel mondo creato per l’uomo –  assieme a “io ho eletto”, “mio amato”, “mio compiacimento”. In Zaccaria 3.8 YHWH dirà “Ecco, io faccio giungere il mio servo, il Germoglio”. Il termine “servo” qui usato da Matteo, che non trascrive il passo di Isaia ma lo traduce dall’ebraico, è lo stesso da lui impiegato in 8.6 nel raccontare la guarigione del servitore di un anonimo centurione romano per il quale lo stesso provava un amore praticamente filiale: “Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato, e soffre grandemente”. Il “mio servo” di cui Dio parla in Isaia aveva allora questa caratteristica di doppio rapporto, “servo” quanto a ruolo e “figlio” quanto a dignità. L’inviato di YHWH però doveva essere perfetto e una sola definizione non poteva bastare: ne abbiamo contate quattro, oltre una che viene dopo: quel “servo” che avrebbe avuto su di lui lo spirito del Creatore. Immaginiamoci allora un quadrato, che chiude un’area, o una casa composta da quattro pareti e da un tetto. Il primo lato, o parete, è lo stato di servo, non generico, che a parte l’implicazione filiale ha quella del riferimento diretto a Dio, cioè rispondere unicamente a Lui. Secondo, questo servo lo ha scelto il Creatore, il Progettista tanto dell’Universo quanto del piano di salvezza per l’uomo; “che io ho scelto” o, in altra traduzione, “che io ho eletto” garantisce la perfezione perché operata dall’Onnisciente che non poteva fare altro che operare un’elezione perfetta, al tempo stesso analoga e diversa da quella che lui stesso aveva fatto con Isaia dopo averlo valutato e purificato. L’episodio è ricordato così in 6.4-6: “Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi “Ohime! Io sono perduto, perché sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure, eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti– quelli angelici, non quelli umani come molti fraintendono -. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tua labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva «Chi manderò, e chi andrà per noi?» ed io dissi «Eccomi, manda me». Egli disse “Va’ e riferisci a questo popolo… (segue)”. Se Isaia, per portare il messaggio di Dio al popolo, doveva essere santificato, il nuovo inviato era stato scelto per un’opera a carattere perfetto e definitivo; il suo messaggio sarebbe stato non quello della venuta imminente di un servitore perfetto, ma quello della Scrittura adempiuta, come ebbe a dire Gesù ai nazareni nella loro sinagoga: “Oggi si è compiuta questa scrittura che avete ascoltato” (Luca 4.21). Pietro scrive che Gesù è quella “pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1 Pietro 2.4).

Dobbiamo notare che Matteo, scrivendo “Ecco il servo che ho scelto” usa un termine che, oltre al concetto immediato di elezione, usa un verbo che significa anche “tenere forte, sostenere”. Sono convinto che, nelle Sue preghiere al Padre, Gesù facesse riferimento anche a questa promessa.

Terzo lato, parete, terza caratteristica del servo scelto è “il mio amato”. Anche qui c’è un’indicazione inequivocabile, unica, di fronte alla quale la comprensione umana può perdersi perché è esclusiva e allude a un rapporto reciproco: Dio ama il suo servo-figlio a tal punto da definirlo “amato” pubblicamente, nel senso che non avrebbe avuto alcuna importanza se fosse stato odiato da molti. Qui avvertiamo tutta l’inutilità del sentimento di ostilità nei suoi confronti: le attenzioni amorevoli di Dio Padre sarebbero state su di lui, condizione determinante assieme alle altre. Se Gesù non avesse avuto tutte le quattro caratteristiche più una di cui Isaia ha parlato, la Sua opera non sarebbe stata perfetta: togliendone anche una sola, non avremmo avuto il quadrato, figura della chiusura di un discorso, di completezza e pienezza e la casa, la stanza di cui abbiamo parlato, non avrebbe potuto definirsi tale. Paolo scrivendo ai Colossesi dice “Ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Colossesi 1.13).

Quarta caratteristica è “nel quale ho posto il mio compiacimento”, cioè soddisfazione, piacere provato per qualcosa, soddisfazione, sentimento che sappiamo sia impossibile far provare a Dio da parte di qualsiasi uomo al quale, al massimo, può guardare con favore. Qui parliamo del compiacimento dell’Autore, del Responsabile di quegli equilibri perfetti che ancora sussistono in natura nonostante il peccato, delle Sue esigenze e dei Suoi calcoli, della Sua essenza: ha posto il suo compiacimento in Lui e lo dichiarò non solo tramite Isaia ma, come sappiamo, al battesimo di Gesù e non solo: “Tu sei il mio figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento” (Luca 3. 22). Ricordiamo la stessa frase nell’episodio della trasfigurazione, che però termina con l’esortazione “Ascoltatelo” (Marco 9.6).

Se con queste caratteristiche, viste anche se brevemente ma quanto basta per una panoramica generale, si chiude il nostro “quadrato”, ecco ora la conclusione che paragono alla firma di Dio, o al tetto della casa: “Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia”, frase più correttamente traducibile con “e annuncerà il giudizio alle genti”. Quello “Spirito” fu messo su Nostro Signore al suo battesimo quando uscì dall’acqua identificandosi completamente nell’uomo che aveva bisogno dell’adempiersi nell’opera di Dio. Quel battesimo era il simbolo del ravvedimento di cui Gesù non necessitava, ma lo accomunava a quanti lo praticavano confessando pubblicamente di attenderlo, di voler ripensare la loro condotta ed esistenza. Perché lo Spirito scese su di Gesù solo allora? Perché possiamo dire che, battezzandosi nelle acque del Giordano, Gesù dichiarava di voler prendere ufficialmente possesso dell’incarico ricevuto, che comportava condividere la vita umana in tutto fuorché nel peccato. Era come se quel battesimo fosse una dichiarazione ufficiale: uomo come gli altri, li avrebbe condotti come l’unico pastore al solo ovile possibile, quello di Dio.

Nell’annuncio del giudizio alle genti, alle nazioni, vediamo l’universalità del messaggio che non esclude nessun essere umano indipendentemente dalla razza o dalla condizione sociale oltre che la profezia in base alla quale l’opera dell’Inviato di Dio non sarebbe stata solo per il popolo eletto. Egli avrebbe predicato per mezzo dello Spirito Santo, l’unico a poter convincere l’uomo di peccato, giustizia e giudizio. L’uomo deve sapere che dovrà incontrare il proprio Creatore, in salvezza o in condanna, deve sapere che cos’è il giudizio e cosa sia effettivamente la giustizia, quella cui a modo suo tende come dimostrano tutti quei codici che, almeno nei tempi antichi, erano stati studiati e scritti a tutela della persona e non per la sua umiliazione, come oggi.

Con la deposizione dello Spirito Servo amato termina la prima parte dei versi di Isaia: se questa riguarda le caratteristiche, le credenziali del servo, la seconda ne illustra i metodi. “Non contesterà, non griderà e non si udrà la sua voce nelle piazze”, caratteristiche che si riferiscono a quelle che Paolo definisce “la dolcezza e la mansuetudine di Cristo” (2 Corinti 10.1) e al suo metodo che sarà sempre volto a voler recuperare e non condannare l’uomo agendo individualmente senza irrompere con grandi manifestazioni pubbliche facendo comizi per promuovere l’appartenenza a un partito.

Gesù cercò sempre l’essere umano che andrò da lui per ascoltarlo, seguirlo, farsi guarire. Se Salomone diceva che “la sapienza grida nelle piazze” alludeva al fatto che anche in un luogo come quello era possibile trarre considerazioni utili per riflettere, che questa era ovunque tranne nelle manifestazioni sguaiate, coreografiche o imposte come fanno alcuni regimi.

A questo metodo, che il servo farà proprio per tutta la sua vita terrena, si aggiungono altri esempi: “Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia”: qui “canna” e “fiamma” sono figure per indicare l’uomo per il quale c’è ancora una speranza di vita. La canna incrinata, o ammaccata che altri spezzerebbero ritenendola inutile, potrebbe tornare a vivere e produrre frutto se rialzata e legata a un sostegno e la “fiamma smorta”, o “lucignolo fumante”, se ravvivata con sostanze opportune, potrebbe tornare a fare luce. Gesù stesso illustra questo metodo nella parabola del lavoratore della vigna in Luca 13. 6-9: “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarne dei frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo, dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo stare ancora quest’anno, finché gli avrò zappato intorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai»”.

Anche qui vediamo l’intercessione del vignaiolo, figura di Gesù pronto non ad abbattere l’albero infruttifero, ma a mettere in atto a favore dell’albero, figura dell’uomo, tutto quanto è in suo favore per porlo nella condizione di diventare produttivo. Senza la sua intercessione ed opera, alla quale nessuno può sostituirsi, ci sarebbe solo la morte. Per questo “Nel suo nome spereranno le nazioni”.

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