10.09 – ALLA RICERCA DI GESÙ (Giovanni 6.22-29)

10.9 – Alla ricerca di Gesù (Giovanni 6.22-29)

22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberiade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Capernaum alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?» 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità, io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»”.

Prima di esaminare l’episodio è necessario dare alcune informazioni sulla cronologia degli eventi che, per quanto dettagliati e inequivocabili a partire dalla ricerca del luogo solitario dove far riposare i dodici fino alla salita di Gesù e Pietro sulla barca e l’approdo veloce a riva, pongono poi dei problemi di successione temporale. Leggiamo Marco 6.53-56: 53Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennezaret e approdarono. 54Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe 55e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. 56E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il limbo del suo mantello, e quanti lo toccavano venivano salvati”.

I versi di Giovanni, invece, abbiamo letto che ci parlano di un “giorno dopo”dalla non semplice interpretazione perché o intende il nuovo giorno appena cominciato, oppure quello successivo per dare modo ai dodici di riposare dopo una notte che doveva averli estremamente provati. Ora, dal comportamento della folla, possiamo concludere che si trattasse effettivamente dello stesso giorno e che Gesù fosse stato solo quando lo trovarono “di là dal mare”(v.25)

Cerchiamo di inquadrare gli eventi se possibile espandendo la narrazione di Giovanni, sfruttando gli elementi a nostra disposizione: quando Gesù aveva congedato la folla, cinquemila persone contando solo gli uomini, si era dispersa in cerca di un alloggio nei villaggi. Alcuni di loro forse tornarono alle loro case oppure, se venuti da lontano, avranno chiesto ospitalità nelle case isolate nei pressi, ma un buon numero era rimasto là, dove il miracolo era avvenuto, sperando di ritrovarvi Nostro Signore al mattino. Ed effettivamente al mattino la gente lo cercò, spronata anche dal fatto che videro “che c’era soltanto una barca”, quella con la quale Gesù era arrivato. Ora per loro, vedendo che la barca dei dodici non c’era più, era logico pensare che si trovasse ancora nei dintorni, per cui iniziò a cercarlo. Nel frattempo, da Tiberiade, era arrivata altra gente, ma la ricerca per trovare l’autore del miracolo dei pani e dei pesci non dette risultato e allora, sapendo che abitava a Capernaum, lo andò a cercare là, trovandolo “di là dal mare”, quindi dopo una traversata analoga a quella che avevano compiuto i dodici con lui, pur senza le fatiche del remare col vento contrario e l’angoscia della tempesta.

Va sottolineato che quanto dedotto finora si basa sul fatto che Giovanni scrive “il giorno dopo”e sui tempi delle reazioni della gente che, nell’immediato, cercò Gesù nel luogo in cui aveva compiuta la moltiplicazione e poi arrivò a Capernaum nella tarda mattinata o nel pomeriggio. Diversi commentatori, invece, preferiscono dare prevalenza al racconto di Marco (e Matteo) che parlano di un approdo a Gennezareth quale conclusione della traversata notturna che abbiamo esaminato.

Venendo ora alla domanda che gli fu rivolta dalla gente, “Rabbi, quando sei venuto qua?”, può essere tradotta anche “come”ed esprime tutta la loro curiosità perché non riuscivano a spiegarsi come Gesù avesse fatto ad arrivare lì prima di loro: via mare era impossibile in quanto, secondo logica, non presente sulla barca coi discepoli e, di notte e col forte vento che c’era stato, a piedi non avrebbe potuto arrivare a Capernaum prima di loro: tutti noi abbiamo provato cosa vuol dire camminare con vento contrario, che oltre allo sforzo implica problemi agli occhi causati dalla polvere sollevata dall’aria.

Sta di fatto che, come approccio, non avrebbero potuto rivolgerGli domanda più infelice, come se fosse un loro pari, un amico che li aveva preceduti in chissà quale modo: “Come hai fatto?”. Sappiamo che Gesù, unico, profondo conoscitore del cuore umano assieme al Padre, mise subito in luce le ragioni per cui quella gente lo cercava: “Non mi cercate perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”(v. 26). Cerchiamo di capire cos’era avvenuto: sappiamo che il pane distribuito alla folla era d’orzo, poca cosa che però, raccordandoci al miracolo dell’acqua tramutata in vino alle nozze di Cana, era più buono di quello che veniva custodito gelosamente per le grandi occasioni. Non c’è ragione per non ritenere quindi che anche quei pani d’orzo avessero un sapore diverso da quello ordinario.

Ora quella gente non cercava Gesù perché aveva “visto dei segni”, che implicava ragionare su un miracolo per darsi una spiegazione spirituale, ma perché voleva ancora saziarsi con quel pane, cioè cercava una soddisfazione immediata, a dire “Non hai voluto che ti facessimo nostro re? Almeno dacci di nuovo quel pane”. E qui si apre uno spazio immenso di riflessione, difficile da esporre in modo ordinato, che si basa sui motivi che spingono anche oggi le persone a cercare Gesù, per la verità poche stante gli ultimi tempi che stiamo vivendo. Di fatto però, come allora, la gente si mette alla ricerca di Dio per avere dalla sua parte un Essere superiore che si occupi dei loro problemi e li risolva. Più che la salvezza della propria anima, si cerca un anestetico, una pillola, un genio della lampada che tolga la fame sia essa di salute, di denaro, di successo nelle proprie imprese, la realizzazione piena della propria persona. Il resto non importa, ciò che è fondamentale è saziarsi, di pane – con quel che rappresenta – o di se stessi. Credo fermamente che questo abbia voluto dire Nostro Signore a quanti lo cercavano, per lo meno nella prima parte del suo breve discorso: ciò di cui erano alla ricerca quelle persone era “un cibo che non dura”, impotente a soddisfare la fame se non per un periodo, esattamente come quell’acqua che la donna samaritana era venuta ad attingere. Più avanti, come vedremo, Gesù parlerà del “pane disceso dal cielo”, senza venire capito. La samaritana avrebbe avuto ancora sete, la gente radunata a Capernaum ancora fame. E cercando di sfamarsi e dissetarsi con quei presupposti, non sarebbe riuscita a risolvere il problema della fame e della sete più profonda, quella interiore.

Ecco allora che l’invito è Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Esaminiamo brevemente queste parole: “Datevi da fare”, quindi “adoperatevi” in modo diverso da come avete fatto finora; cambiate prospettiva, mentalità, rinnovatevi, abbandonate le vostre priorità sul cibo che non dura, ma pensate a quello che “rimane per la vita eterna”dove il “rimanere” dà l’idea di qualcosa che resta nel luogo in cui si trova, un deposito custodito dove nessun ladro potrà mai arrivare. È come se Gesù avesse detto: “Se siete stati in grado di remare fin qua da Betsaida, potete fare altrettanto, ma in modo diverso, ponendo gli stessi sforzi spiritualmente”. E la “vita eterna”poi è in contrapposizione a quella a termine che tutti noi abbiamo, inutile senza la prospettiva della prima, quella che Gesù è il solo che può proporre e dare in quanto vincitore sulla morte. Infatti abbiamo letto “…e che il Figlio dell’uomo vi darà”: è una promessa perché chi ha dato la vista ai ciechi, guarito i paralitici e risuscitato i morti, cose impossibili alla ragione umana, può dare anche la vita eterna.

Così, a proposito di unicità, su nessun altro “Il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”, frase che si riferisce non solo alla Sua missione e regalità, ma anche alla dignità nuova ricevuta da tutti coloro che hanno creduto. Infatti: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori”(2 Cor. 1.22). “In Lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria”(Ef. 1.13,14).

Tornando al nostro testo, rileviamo dalla domanda dei presenti che questi si ritenessero già a posto con la loro coscienza perché già sapevano quali fossero “le opere di Dio”che avrebbero dovuto compiere: erano quelle della Legge, più cerimoniale che morale, che conoscevano perché spiegate dagli Scribi e dai Farisei sui quali ci siamo soffermati più volte. Se il carceriere di Filippi chiese all’apostolo Paolo “Cosa devo fare per essere salvato?”perché effettivamente desideroso di conseguire tale condizione, i conterranei di Gesù, con polemica, gli chiesero a cosa si riferisse con quel “compiere le opere di Dio”, perché già le praticavano. Ricordiamo infatti le parole del giovane ricco, “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza”.

Anche qui la risposta si riferisce a qualcosa di unico: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. Questo è ciò che serve, non atro perché era quello il tempo in cui le opere della Legge sarebbero passate in secondo piano in quanto adempiute dal Cristo per l’uomo e sacrificato innocente. La via nuova, la via, la verità e la vita, si sarebbero potute trovare solo ed esclusivamente nel Figlio che da allora in poi avrebbe rivelato il Padre. “Da allora”, certo, per le persone lì presenti. Da sottolineare che il greco “che voi crediate”, per la forma usata (“ina pistèusete”), non indica una semplice presa d’atto, ma una continuità d’azione, uno stato continuo di fede per cui non è salvato chi semplicemente crede, ma chi si pone in rapporto tra fede e opere: come qualcuno ha detto in giorno, “la fede è la vita delle opere, le opere sono la conseguenza necessaria della fede”, senza considerare tutto ciò che hanno scritto Giacomo e Giovanni in merito proprio per confutare la dottrina che sosteneva che bastasse una semplice adesione mentale, credere una volta e basta, per essere salvati, concetto caro ad alcuni Corinzi e non solo.Perché “credere” non è il punto d’arrivo, ma di partenza, è l’inizio di un cammino in cui “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”(Apocalisse 21.5) che troveranno il loro culmine con la nuova creazione in cui entreranno solo, appunto, i credenti, “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. Amen.

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