17.30 – SE MI AMATE (Giovanni 14.15-21)

17.30 – Se mi amate (Giovanni 14.15-21)

 

15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

Parole nuove. Non mi viene altro termine per definire ciò che Gesù dice ai suoi discepoli in questi versi che potrebbero essere definiti il Suo testamento spirituale. Mancava davvero poco al Suo arresto e passione, per cui doveva illustrare delle verità che avrebbero guidati i Suoi nell’attesa della Sua risurrezione e della venuta del Consolatore che qui promette.

Salta immediatamente all’evidenza il fatto che li esorta all’osservanza non dei comandamenti trasmessi da Mosè, ma i Suoi, dichiarando decaduta la Legge nel senso di tutti quei precetti morali e cerimoniali validi fino ad allora per gli israeliti. Certo che il sommario, i dieci comandamenti, rimangono quale eterna misura del bene e del male e sono tuttora parti integranti della vita cristiana, ma qui Gesù li dichiara complementari, subordinati alla ricezione consapevole delle Sue parole. Ciò è stato possibile per il ruolo da Lui avuto che, fra i tanti, annovera quello di parlare non da se stesso, ma per diretto mandato del Padre. Così dichiarerà fra breve a Giuda (Taddeo Lebbeo): “Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (v.21). Ancora: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi.” (15.10-12).

Se anche nel mondo in cui viviamo quando viene promulgata una nuova legge annulla e sostituisce quella che l’ha preceduta, qui non abbiamo un’abrogazione, ma un completamento, un perfezionamento della precedente che già i più illuminati avevano espresso riassumendo quella di Mosè, “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso” (Luca 10.27); ecco allora che la pratica dell’amore fraterno è possibile quando si verifica la prima nel senso che l’amore per il Signore, conosciuto quanto ha fatto per noi, è il prioritario da ricercare e praticare per poi porre in atto in maniera realmente efficace il secondo.

Già dalle prime parole di Gesù appare chiaro che sorvoli sull’attaccamento (umano) che i Suoi avevano per Lui, che avrebbe subìto un colpo durissimo col Suo arresto e con tutto ciò che ne sarebbe derivato, per proiettarli in una dimensione superiore, quella dell’amore svincolato dal sentimento e da quell’egoismo istintivo che avrebbe voluto averLo sempre con loro, come accennato nello scorso capitolo. “Se mi amate” è al tempo presente, “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” è al futuro, vale a dire che tra i due tempi avrebbe dovuto intercorrere uno spazio di attesa che gli Undici, e gli altri discepoli con loro, avrebbero dovuto trascorrere nell’attesa alimentata dalla comunione fraterna.  Infatti, se dopo la dipartita del Maestro ciascuno di loro se ne fosse tornato alle occupazioni che aveva prima di intraprendere il percorso con Lui, sarebbe stato tutto vano e lo “Spirito della verità” non sarebbe mai potuto scendere.

Invece non si separarono, ma seppero attendere: sappiamo infatti che Maria di Magdala e le altre donne andarono ad annunciare che Gesù era risorto “a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto” (Marco 16.10), che i due discepoli che Lo incontrarono sulla via di Emmaus “senza indugio fecero ritorno a Gerusalemme, dove erano riuniti gli undici e gli altri che erano con loro” (Luca 24.33), che “Tutti questi – gli apostoli – erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (Atti 1.14).

Circa il pregare il Padre da parte del Signore, poi, va sottolineato che il verbo impiegato è “erotào”, apparentemente sinonimo di “aitéo” che entrambi hanno il significato di “domandare, pregare, richiedere”. Il primo è impiegato per indicare uguaglianza, o almeno familiarità, fra chi pone la richiesta e chi la riceve, mentre il secondo per esprimere la domanda di un inferiore a un superiore, per cui Gesù avrebbe fatto questa richiesta al Padre in virtù dell’aver vinto il peccato e la morte quale Suo inviato, come parlò per bocca del profeta Isaia in 42.1-4: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua vice, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole”.

E in questo verso vediamo anche le suddivisioni dei compiti fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dove il primo è Colui che concede, il secondo Colui che chiede e il terzo Chi conforta.

Abbiamo poi il termine “Paràclito”, che usa solo Giovanni, greco “paràcletos”, da “parà”, “presso” e “caléo”, chiamare, quindi “consolatore, intercessore, avvocato”, quindi chiamato e inviato come sostituto. Ricordiamo gli altri tre passi: il secondo, “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (v.26), il terzo, “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi darete testimonianza – grazie a Lui – perché siete con me fin dal principio”, cioè eravate con me fin dalla fondazione del mondo, come nomi scritti nel Libro della Vita (15.26), e infine il quarto, che abbiamo già ricordato, “Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il P.; se invece me ne vado, lo manderò a voi”.

Lo Spirito Santo, quindi, svolge tra le altre l’importante funzione di testimonianza, guida e orientamento che altrimenti nessuno potrebbe mai avere proprio perché appartenente a una dimensione impossibile da raggiungere con i sensi e l’intelligenza umana caduta, relegata a una dimensione terrena; infatti si tratta dello “Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”: tre preclusioni totali che si riducono alla vigilanza dei cherubini con la spada guizzante posti a custodia della via all’albero della vita (Genesi 3.24). E qui ciascuno può fare le proprie considerazioni sul significato di questo porre questi angeli superiori, figure di una sapienza pura sotto qualunque aspetto. La via della santità e della vita eterna conseguita per conoscenza e innocenza, preclusa a chiunque non è stato lavato, purificato dal sangue di Gesù.

Gesù qui pone di fronte gli Undici, e con loro tutti quelli che avrebbero letto queste parole, a due livelli, condizioni, differenti: da una parte c’è “il mondo”, cioè quell’ambito, quel territorio in cui l’uomo è stato relegato e nel quale un tempo viveva protetto nel giardino delimitato dai quattro fiumi. Cacciato da là per incompatibilità sopraggiunta, ne subì le attrazioni “adempiendo le voglie della carne e dei pensieri” (Efesi 2.3). I due termini, “carne” e “pensieri” sottolineano l’incapacità di provare sentimenti spirituali a prescindere perché “L’uomo animale non comprende le cose dello Spirito di Dio, perché gli sono pazzia, e non le può conoscere, perché si giudicano spiritualmente” (1 Corinti 2.14).

Invece, degli Undici in rapporto con lo Spirito dice “Voi lo conoscete perché rimane presso di voi e sarà in voi”: “lo conoscete” perché, se non avessero provato la sua opera parziale in loro – ricordiamo le parole dei discepoli sulla via di Emmaus “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture?” (Luca 24.32) e le volte in cui capirono ciò che Gesù diceva – sarebbero rimasti impermeabili alle Sue parole. “Sarà in voi”, poi, è il riferimento a tutto ciò che avverrà dalla Sua discesa sui componenti della Chiesa Gerosolima in avanti.

C’è quindi un’ignoranza totale che caratterizza l’uomo senza Cristo, la stessa che avevamo noi un giorno ma, come dal discorso di Paolo nell’Areòpago di Atene, “Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti” (Atti 17.30,31).

Dio, quindi, nella Sua grande compassione e carità, ha sorvolato sull’agire e sul pensare umano a Lui contrario dandogli una possibilità di salvezza vista nella conversione perché ha decretato la fine del mondo che conosciamo per una nuova creazione nella quale entreranno solo quelli che non passeranno attraverso il Suo giudizio perché “In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5.4). Il giudizio di Dio avverrà infatti in base al Suo metro, per cui “È terribile cadere nelle mani dell’Iddio vivente” (Ebrei 10.31), come illustrato da Gesù stesso in tutte quelle parabole (e non solo) che terminano con “lì sarà pianto e stridore di denti”.

Lo Spirito Santo, invece, è il veicolo principale di comunicazione fra gli uomini e il Padre, quello che consente, dopo il sacrificio di Gesù, una guida sicura e orientamento perché tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Romani 8.14-17)

 

Altre parole tese a consolare anticipatamente gli Undici sono riportate nei versi da 18 al 20 del nostro testo, che riguardano tanto loro quanto, per estensione, tutti i credenti dicendo “Non vi lascerò orfani” Gesù si riferisce in particolare ai Suoi Apostoli, che lo avrebbero rivisto nel Suo corpo risuscitato (“verrò a voi”), ma anche alla luce di cui sarebbero stati inondati anche tutti i cristiani al Suo ritorno.

“Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più”: venuto per portare la “buona notizia” della volontà di Dio di riappacificare a sé l’essere umano, passò come una meteora, visto, ma non trattenuto a differenza di quanti in lui credettero. Il risultato fu che, nonostante il privilegio avuto nell’approfittare della presenza dell’Emanuele in mezzo a loro, lo combatterono per poi dimenticarsene, o volersene dimenticare. A differenza di questi, “voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”: come vive lui, così vivremo noi. Impossibile diversamente, essendo lui la Vita, la Verità e la Vita. Perché “La vita era la luce degli uomini, e le tenebre non l’hanno vinta”, tradotto da altri con “compresa”.

Infine, “in quel giorno – tanto della Sua risurrezione, quando si mostrerà “…ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (Atti 1.3) che al Suo ritorno – saprete che io sono nel Padre mio e voi in me ed io in Lui”: anche qui abbiamo la descrizione anticipata della gioia che i discepoli avrebbero provato non solo e non tanto nel vederlo, quanto dell’ascoltarlo con cuore e disposizione diversi proprio perché vincitore sulla morte, dando piena dimostrazione che le sue parole sulla risurrezione si erano puntualmente avverate.

“Saprete – cioè si formerà in voi una certezza incrollabile – che io sono nel Padre mio e voi in me ed io in voi”, cioè un tutt’uno in previsione delle “nozze dell’Agnello”. Amen.

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