5.11 – NON PER ABOLIRE, MA PER ADEMPIERE (Matteo 5.17-20)

5.11 – Non per abolire (Matteo 5.17-20)

7Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.

Col discorso della montagna abbiamo per la prima volta  un’esposizione dottrinale organica sui contenuti espressi da Gesù alla folla, per quanto Matteo e Luca è certo abbiano inserito anche insegnamenti che non necessariamente furono impartiti in quell’occasione. Se finora abbiamo preso in esame solo la narrazione del primo evangelista è solo per rispettare una consecutio a mio giudizio logica per queste riflessioni, lasciando al parallelo lucano il compito di fare delle piccole pause citandolo nel momento in cui va ad integrare la narrazione di Matteo. Di certo, sul monte, Gesù confermò di essere in grado di dare quell’”acqua viva”, di cui parlò alla donna samaritana, che avrebbe potuto dissetare per sempre e di essere Lui in grado di far sgorgare. Un giorno lessi in un manuale di esegesi del Nuovo Testamento una frase che allora non condivisi immediatamente e sosteneva che senza tenere presente la mentalità del tempo e dell’autore si poteva correre il rischio di fraintendere il messaggio contenuto in uno o più versetti scadendo nel letteralismo. Ebbene, pronunciando le parole che abbiamo letto, Gesù, perfetto conoscitore dei pensieri, del carattere, delle intenzioni e della mentalità dei suoi uditori, spiega agli uomini del suo tempo il perché fosse in mezzo a loro, qual era lo scopo per cui era venuto al mondo; le Sue parole, poi, illuminano la Chiesa ancora oggi e da esse può trarre il suo nutrimento adattandole alla sua realtà.

Dobbiamo tenere presente che nessuno al tempo del sermone sul monte, e per qualche anno più avanti, aveva le idee chiare sul Cristo: i suoi avversari già avevano un progetto omicida nei Suoi confronti, i discepoli lo avevano conosciuto come in grado di fare miracoli e avevano provato, come Simon Pietro, la distanza spirituale intercorrente fra loro e Lui, ma le opinioni in merito erano quanto mai diverse. Ancora, l’idea che poteva avere l’uditorio di Gesù poteva non essere corretta tanto riguardo Sua identità e soprattutto su come Lui si poneva di fronte alla Legge e ai Profeti. Ad esempio aveva dichiarato che l’uomo non era stato creato per il sabato, ma viceversa. Essendosi qualificato come “Signore del sabato”, di fatto, secondo loro, o lo intendeva abolire o poteva farlo. Davvero c’era traccia di Lui nei Profeti? Aveva fatto specifico riferimento all’eccellenza della misericordia e dell’amare Dio sui sacrifici che si celebravano: forse questo significava che erano decaduti? E poi la remissione dei peccati: come sarebbe potuta avvenire da lì in poi?

Ecco allora che con quel “Non crediate” Gesù mette un freno alle supposizioni e agli interrogativi sulla sua missione: non era venuto ad abolire né la Legge, né i Profeti, “ma a dare pieno compimento”, originale greco pleròsaiche significa letteralmente “riempire fino all’orlo, fino a traboccare” quindi dando loro un significato pieno, totale, oltre il quale era impossibile andare, spingersi oltre. Occorre prestare attenzione al termine greco, che suggerisce molto di più di un adempimento cui la nostra traduzione aggiunge “pieno”. “Pleròsai ha la stessa radice di “pleròma”, termine usato dallo gnosticismo per indicare “la perfezione divina intesa come pienezza che comprende in sé tutti gli esseri che emanano da Dio”. E lo gnosticismo, che mescolava credenze pagane, ebraiche e cristiane, involontariamente sottolinea così la totalità dell’opera che Gesù avrebbe compiuto.

Fondamentale è che Nostro Signore citi non solo la Legge, ma aggiunga immediatamente “e i profeti”. Ecco, qui il ragionamento si fa ancora più estensivo perché coi due termini, “Legge e Profeti”, si allude al tutto e, nel nostro caso, non c’è anche un riferimento a Giobbe: anni fa un fratello mi fece notare un passaggio particolarissimo in cui quest’uomo, che non conosceva le ragioni della sua sofferenza morale e fisica, parlò così all’Iddio tre volte santo: “Se sono colpevole, perché affaticarmi invano? Anche se mi lavassi con la neve e pulissi con la soda le mie mani, allora tu mi tufferesti in un pantano e in orrore mi avrebbero le mie vesti. Poiché non è un uomo come me, al quale io possa replicare «Presentiamoci alla pari in giudizio». Non c’è fra noi due un arbitro che ponga la mano su di noi” (Giobbe 9.29,33).

Ebbene in questi versi, in cui Giobbe confessa la sua impossibilità a reggere un confronto con Dio nonostante tutto il suo essere fosse costantemente rivolto a Lui e le benedizioni ricevute, lamenta la mancanza di un “arbitro”, quindi un mediatore, un uomo come lui che lo potesse capire senza possedere le sue meschinità. Giobbe non sapeva che un giorno sarebbe arrivato Uno che, avendo “adempiuto” la Legge e i Profeti portandoli a pieno compimento, avrebbe potuto ricoprire quel ruolo che allora mancava, talché Paolo scrisse “C’è un solo Dio – il Santo, il Perfetto, l’Assoluto –e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini: Gesù Cristo uomo” (1 Timoteo 2.5). Due unicità rientranti in una sola, funzioni distinte, ma essenza identica perché, se così non fosse, quel mediatore non avrebbe alcuna possibilità di essere ascoltato da chi è Santo per natura, essenza, definizione. Credo che questo verso di Paolo, oggi, abbia molto da dire a quella cristianità che non si limita a prendere i Santi come oggetto di interesse per ciò che hanno fatto e detto, ma li eleva a rango di intercessori o mediatori presso Dio quasi che possano “mettere una buona parola” a sostegno delle loro preghiere.

Ecco, l’apostolo Paolo specificava “uomo” perché senza la Sua umanità Gesù non avrebbe potuto portare a compimento la Legge e i Profeti. E qui ci raccordiamo all’incenso, che Zaccaria stava per offrire, che doveva essere costituito da parti uguali in cui, ora, possiamo distinguere l’umanità, la perfezione, la santità e la missione del Cristo.

A questo punto, tornando al nostro testo, abbiamo il primo “Amen”, cioè “In verità”, parola che molti pronunciano senza pensare al suo significato di attestazione, certificazione responsabile di un qualcosa di vero. L’Amen di Gesù qui riguarda uno spazio temporale del pieno adempimento delle sue parole: “Io vi dico”, tre elementi che qualificano il mittente, l’Unico vero Inviato di Dio, e i destinatari, gli uomini là presenti e tutti quelli che nei secoli avrebbero letto le Sue parole; “In verità”, rafforzativo che poi è un invito a riflettere e credere stante l’autorevolezza di quell’ “Io” che sta parlando, “che, finché sia passato il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un trattino della legge, senza che tutto questo sia avvenuto”.

Anche con la citazione del “cielo” e della “terra” Gesù si raccorda agli scritti dei profeti, che mettono l’uomo in guardia dal ritenere questi due elementi come eterni: già abbiamo visto, in una precedente riflessione,  la figura della terra che si “logorerà come un vestito” – cosa già in atto -, già sappiamo che “i cieli e la terra passeranno con fragore” – altri traducono “stridendo”, e in Salmo 102. 25,26 si legge “Anticamente tu hai stabilito la terra e i cieli come opera delle tue mani; essi periranno, ma tu rimarrai; si logoreranno tutti come un vestito– citazione di Isaia 51.6 -, tu li muterai come una veste ed essi saranno cambiati”. Conosciamo anche il verso di Marco 13 “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, ma qui Gesù vuol porre l’accento sull’immutabilità del piano di Dio e degli adempimenti che avrebbe fatto visti nella citazione dello “iota” e del “trattino”, rispettivamente la più piccola consonante ebraica, lo yod, e quel piccolo segno a forma di corno che serviva per distinguere quelle consonanti che, nella scrittura quadrata, sarebbero state tra loro identiche.

Nelle parole del verso 18, “senza che tutto questo sia avvenuto”, c’è poi un’importante indicazione sulla scadenza temporale di tutta l’opera di Gesù, che sappiamo disse sulla croce “Tutto è compiuto”: nulla restava di incompleto alla luce del ministero terreno che aveva svolto, la Legge era stata completata nella sua pienezza, il Suo sacrificio quale Agnello di Dio era stato fatto, ma alcuni avvenimenti descritti dai Profeti dovevano e devono ancora verificarsi ed ecco il perché della frase “Senza che tutto questo sia avvenuto”. Pensiamo alle parole del Salmo che abbiamo letto “…tu li muterai come una veste ed essi saranno cambiati”.

Con i versi che seguono abbiamo poi un aggiornamento sulla condotta e la responsabilità che hanno coloro che la Legge la insegnano, anche se oggi l’esempio è perfetto per tutti coloro che, nella Chiesa, si adoperano in base ai doni ricevuti. Il messaggio si sposta così dagli uditori a “chiunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto”: c’è parentela verbale tra l’abolire del verso 17 (“non per abolire, ma per dare compimento”) e questo “trasgredire”, ma mentre nel primo caso i sinonimi del verbo sono “abbattere, annullare, abrogare” con riferimento a un sistema, qui si tratta di un’azione tesa a indebolire la forza di qualcosa, nello specifico un comandamento “minimo”, probabile riferimento all’insegnamento dei dottori della Legge che distinguevano i precetti in maggiori e minori poi giungendo, come sappiamo, al ridurre il giudaismo all’osservanza di una serie di norme indipendentemente dall’atteggiamento spirituale della persona.

Esiste una responsabilità però anche a dirsi cristiani e soprattutto nel modo di presentare Cristo e la Sua dottrina che non può basarsi su posizioni erronee a livello di essenza, di sostanza, del modo di porsi di fronte a Dio perché, ad esempio, va rimossa la trave nel nostro occhio prima di vedere la pagliuzza in quello dell’altro: là dove s’instaura il sentimento religioso che tende ad adattare la ritualità e la procedura alle vere esigenze dello Spirito – e quindi di Dio – si ha l’ingresso del fariseismo anche nella Comunità cristiana. E qui viene automatico citare i rimproveri che Gesù mosse, sempre ai suoi antagonisti, in varie forme, ad esempio “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!” (Matteo 23. 23-29). Gesù, tornando al suo discorso, a conferma del riferimento alla Chiesa futura, parla della considerazione nella quale sarà tenuto nel “Regno dei cieli” chi si sarà comportato in un modo piuttosto che in un altro.

Si parla di “giustizia”, termine di cui ci siamo già occupati non solo recentemente con le beatitudini, ma anche quando abbiamo esaminato Giovanni e altri personaggi considerati giusti: c’è una giustizia che viene da Dio e ce n’è una che l’uomo si può costruire, illusoria, ipocrita, assolutamente fine a se stessa e quindi utile alla propria carne, come quella dei personaggi che Gesù prende a riferimento, appunto gli Scribi e i Farisei. Se ci vestiamo della nostra giustizia, della presunzione di essere tali solo perché crediamo, se guardiamo il nostro prossimo disprezzandolo perché non appartiene alla nostra cerchia qualunque essa sia, ecco che a nulla vale la fede: non è luce, non è una città posta sul monte, ma è piuttosto un’impalcatura, un atteggiamento, un palazzo in cui la mente può trovare rifugio. Ma è un palazzo destinato a crollare. E il parallelo col “sepolcro imbiancato” è inevitabile così come lo è il riconoscere una persona dal frutto che produce: “Guardatevi dai falsi profeti – non chi predice il futuro, ma chi parla di Dio – che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti: si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”.

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