07.15 – LA TEMPESTA SEDATA (MARCO 4.35-41)

7.15 – La tempesta sedata (Marco 4.35-41)

 

 

35In quello stesso giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé nella barca. C’erano altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?»”.

 

Episodio raccontato a Marco da Pietro che era presente, avviene subito dopo (o quasi) le parole dette al discepolo irrisoluto che voleva, prima di seguire Gesù, andare a salutare quelli di casa sua. Quanto si verificò sulla barca nella traversata può essere affrontato sotto molti aspetti e poiché molti lo hanno già sviluppato sotto quello della fede che i discepoli non riposero sufficientemente sul loro Maestro, sul mare e la tempesta figura delle difficoltà anche apparentemente insormontabili che capitano nella vita (ma non solo), preferisco soffermarmi sulle conoscenze che avevano quanti erano al seguito di Nostro Signore, sulle dinamiche che portarono al rimprovero per la mancanza di fede nei discepoli e sul verso 41 col quale Marco conclude la sua cronaca.

Dalle parole “In quello stesso giorno” e “venuta la sera” possiamo rilevare l’instancabilità di Gesù perché ci obbligano a considerare cosa fosse avvenuto: ricordiamo che al mattino Nostro Signore aveva ricevuto i discepoli di Giovanni Battista e parlato alla folla, poi aveva pranzato a casa di Simone il fariseo, quindi aveva esposto le parabole del regno spiegandole ai discepoli; poi, sentito che la madre e i fratelli lo cercavano, ne aveva approfittato per dichiarare il nuovo stato di parentela che avrebbero avuto con lui tutti coloro che avrebbero fatto la Sua volontà. Stando al racconto di Marco, ricollegandoci all’intervento dei suoi parenti, vi fu anche una discussione con alcuni farisei “scesi da Gerusalemme” che lo accusavano di cacciare i demoni tramite il loro capo e avevano concluso che fosse “posseduto da uno spirito impuro”. Veramente, con quelle azioni, Gesù confermava al discepolo desideroso di seguirlo, salvo prima salutare quelli di casa sua, che il Figlio dell’uomo non aveva “dove posare il capo”. Allo stesso modo possiamo dire che Lui era quello che aveva “messo mani all’aratro” per primo e non poteva distrarsi né voltarsi indietro pensando alle Sue esigenze materiali: nonostante fosse stanco al punto da addormentarsi lungo il tragitto per l’altra riva del lago, volle partire.

Ecco, qui va fatta una prima precisazione sulla sua scelta di attraversare il mare di Galilea recandosi per la prima volta in un territorio che potremmo definire anche pagano abitato da Nabatei, Aramei (ma anche Ebrei), le cui città principali erano centri di cultura greca e romana. Si trattava di un territorio misto, poiché la radice di “Gadara”, come vedremo anche nell’episodio degli indemoniati, richiama la tribù di Gad che, assieme a quella di Ruben e alla metà di quella di Manasse, chiese a Mosè di non fargli passare il fiume Giordano, ma che gli fosse assegnato il paese di Galaad, ricco di pascoli, perché possedevano parecchio bestiame (Numeri 32).

Gesù poi sapeva che aveva un appuntamento con due indemoniati in quel territorio, ma ancora di più era necessario che i suoi discepoli capissero meglio chi Lui fosse. È infatti importante sottolineare che quelli che Lo seguivano, nonostante i Suoi interventi che ascoltavano nella Sinagoga, non sapevano spiegare le guarigioni dei ciechi, degli indemoniati, dei sordi e degli zoppi avendo di Lui una visione limitata dalla loro umanità. Per meglio dire, guardando solo il Vangelo di Marco, precedentemente Gesù aveva operato miracoli di guarigione sull’indemoniato di Capernaum (1.13), guarito la suocera di Pietro (1.29) ed altri ammalati e indemoniati in Betsaida (1.32), del primo lebbroso (1.40) ma, come scrisse un fratello, «tutti quei miracoli non convinsero comunque i suoi discepoli perché, per loro, il Messia doveva ripetere le gesta di Davide, come rileviamo dalle parole che gli dissero i due incamminati per Emmaus, “noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”: Gesù doveva liberare il popolo dal dominio romano e diventare il risolutore di tutti i suoi problemi esistenziali, regnare con lui.

Se quindi i discepoli avevano del loro Maestro un’opinione imprecisa, dall’altro erano persone, se non tutti molti di loro, che con l’acqua avevano esperienza essendo pescatori e possiamo supporre che, conoscendo essi il territorio, nulla lasciasse presagire l’avvicinarsi di una tempesta, evento comunque non insolito in quel lago perché non era raro che si sprigionassero delle violente correnti di vento provenienti dai monti circostanti, causando seri problemi ai naviganti. La partenza avvenne così: “Gesù salì su una barca con i suoi discepoli (…) e presero il largo” (Luca 8.22) quindi le barche furono diverse, così come sappiamo molte essere le persone al Suo seguito. È facile dedurre che la barca con Gesù fosse in testa alle altre e che a un certo punto il vento cominciò a soffiare, ma la cosa singolare fu che tutti i sinottici concordano nel riportare che la tempesta si abbatté solo su quella in cui stava Nostro Signore, che dormiva a poppa, e non sulle altre. Scrive un fratello in proposito che “alla tranquillità di Gesù fa contrasto la paura che prende i discepoli, benché fossero abili nuotatori, incontrollati e aggressivi: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”, frase che suona come un rimprovero perché, se Gesù fosse morto, anche il loro sogno di gloria sarebbe svanito”. E tutti i testi dei tre evangelisti concordano su come andò a finire l’episodio; a parte Marco, gli altri scrivono “Minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia” (Luca 8,24 praticamente identico in Matteo).

A questo punto occorre considerare più approfonditamente gli elementi che avrebbero avuto i discepoli per capire chi fosse realmente il loro Maestro, e la frase finale, la loro “grande domanda” “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli ubbidiscono?” (v. 25), tutti compresi nel rimprovero “Dov’è la vostra fede?”.

Per iniziare è bello considerare che il miracolo appena avvenuto fu profetizzato nel Salmo 107.25-29: “Egli parlò e fece levare un vento burrascoso che sollevava flutti – quindi il primo scopo di quel viaggio fu rivelarsi ai discepoli in una forma che non conoscevano –. Salivano fino al cielo, scendevano negli abissi, la loro anima languiva nell’affanno. Ondeggiavano e barcollavano come ubriachi, la loro perizia era svanita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed Egli li liberà dalle loro angustie. Ridusse la tempesta alla calma, tacquero i flutti del mare. Si rallegrarono nel vedere la bonaccia ed Egli li condusse al porto sospirato. Ringraziarono il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi a favore degli uomini”.

Possiamo poi confrontare il comportamento di questi discepoli (mi chiedo se ci fossero tutti i dodici sulla barca) con quello tenuto dall’apostolo Paolo quando, condotto prigioniero a Roma, subì il naufragio della barca che lo trasportava. In Atti 27 leggiamo di una tempesta durata diversi giorni: “Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare in mare il carico, il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta, ogni speranza di salvarci era ormai perduta” (vv.18-20). Paolo disse all’equipaggio “…mi è apparso un angelo di Dio al quale appartengo e che servo, dicendomi: «Non temere, Paolo: tu devi comparire davanti a Cesare ed ecco, Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione. Perciò non perdetevi di coraggio, uomini; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunciato. Ma è inevitabile che andiamo a finire su qualche isola. (…) Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo. (…) Ciò detto prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare”.

Prima di esaminare ciò cui i discepoli non avevano pensato, è importante soffermarsi sul vento, figura di dottrine estranee alla Parola che nuocciono gravemente alla salute spirituale del credente: è importante formarsi stabilmente “…affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini con quell’astuzia che tende a trarre nell’errore” (Efesi 4.4).

Giacomo poi aggiunge “Se qualcuno di voi manca in sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento. Non pensi di ricevere qualcosa dal signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni” (1.6)

Inevitabile poi il confronto con la parabola delle due case, quella costruita sulla sabbia e sulla roccia: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti che si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande” (Matteo 7.27). Sono due costruzioni identiche, ma su una diverso terreno, fondamento, in una parola: fede. La prima domanda, implicita dalla lettura di questo episodio, è appunto questa: su quale terreno stiamo costruendo e quale sia il nostro destino, rovina o scapato pericolo.

La seconda domanda invece è propria, relativa a quanto abbiamo letto ed è Gesù stesso a porla. C’è chi ha annotato in proposito che “i discepoli, dopo lo scampato pericolo, credevano che tutto fosse tornato come prima, ma non fu così per Gesù che disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»” oppure, secondo Luca 8.25, “Dov’è la vostra fede?”.

Timore e paura sono emozioni che fanno parte del quadro della vita come sorte naturale che Adamo ed Eva trasmisero a tutti gli uomini, come leggiamo quando Adamo rispose “Ho udito il tuo passo nel giardino e ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto”. Avere paura significa essere dominati da ogni situazione, da ogni circostanza incognita, mentre la fede riesce a dominare ogni avvenimento perché non fa affidamento sull’uomo, ma su Dio che lo ha creato. Pensiamo ai problemi che incontriamo ogni giorno, a quelli del lavoro, della malattia, alla morte stessa. Adamo dunque, conobbe questo sentimento a seguito del peccato commesso e mai l’aveva provata prima, parlando con Dio faccia a faccia.

Tornando al nostro episodio, non rileviamo dai sinottici che i discepoli risposero; in compenso emerge uno stupore immenso, fuori luogo: si domandano chi fosse quell’uomo cui obbedivano persino il vento ed il mare. In compenso, dopo quest’episodio, le persone al seguito di Gesù iniziarono a capire e a trattenere nel loro cuore e nella loro mente che Lui era il Figlio dell’Iddio vivente, perché furono concordi con la frase di Pietro “Tu solo hai parole di vita eterna” (Giovanni 6.66).

Restano alcune cose da esaminare, come i paralleli negli scritti dell’Antico Patto sulla figura di Gesù e le volte in cui YHWH si rivelò padrone sugli elementi del creato, che rimandiamo a un prossimo capitolo.

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