10.20 – VI CONOSCO (Giovanni 5.41-47)

10.20 – Vi conosco (Giovanni 5.41-47)

 

41Io non ricevo gloria dagli uomini. 42Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. 43Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. 44E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? 45Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

 

L’ultima parte del discorso di Gesù ai Giudei inizia con un’affermazione categorica, “io non ricevo gloria dagli uomini” nel senso che rifiutava quel riconoscimento carnale che più volte proprio loro avevano voluto dargli col volerlo fare re. Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, afferma nella sua seconda lettera “E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi, né da altri” (2.6), frase che dovrebbe essere il perno attorno al quale ruota il fine della testimonianza e del servizio cristiano: nel momento in cui esiste un “riconoscimento” umano nel senso stretto del termine abbiamo una deviazione di ruolo e di intenti; l’essere naturale sbaglia sempre e soprattutto fraintende proprio come quelli che, al tempo di Gesù, volevano un Messia terreno, come più volte ricordato. Un fratello amava ricordare che Nostro Signore avrebbe potuto nascere e vivere in una famiglia facoltosa e invece scelse quella di un falegname, non ricco né povero perché altrimenti entrambe le categorie avrebbero potuto rivendicarne l’esclusiva. Fino all’età di circa trent’anni visse in una condizione benestante, conseguita grazie ai doni che i Magi gli portarono e che furono amministrati da Giuseppe e Maria. Nella sua vita pubblica, poi, sappiamo che il suo gruppo contava su una cassa comune tenuta da Giuda, l’uomo di Kerioth.

La gloria umana fu quella che tanto Lui quanto gli apostoli rifiutarono come avvenne, a parte Paolo, anche per Pietro nel suo incontro col centurione romano Cornelio a Cesarea che “stava ad aspettarli coi parenti e gli amici intimi che aveva invitato. Mentre stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch’io sono un uomo»” (Atti 10.24,26). Un altro episodio con protagonisti Paolo e Barnaba a Listra, dopo la guarigione di un paralitico: “la gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, si mise a gridare, dicendo, in dialetto licaonio,: «Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!» e chiamavano Barnaba «Zeus» e Paolo «Hermes» perché era lui a parlare. Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. Sentendo ciò gli apostoli Barnaba e Paolo, si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: «Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovette convertirvi da queste vanità al Dio vivente!»” (Atti 14.11-15).

Abbiamo allora, a parte l’esempio di Gesù che è e sarà sempre il primo, anche quello di chi da Lui dipende per la proclamazione del Vangelo, che non accetterà mai di avere un riconoscimento estraneo alla missione lui affidatagli: quindi, il modo in cui un profeta si comporta, lo qualifica come vero o falso anche nel suo rifiutare o accettare la gloria umana, e qui ognuno di noi può fare le sue considerazioni su come agiscono quanti si comportano così nel mondo cosiddetto cristiano. Dicendo “Io non ricevo gloria dagli uomini”, Gesù afferma che l’unica cosa che gli importava essere – e lo confermò continuamente con azioni e parole – era il servo perfetto cui null’altro interessava se non ottenere la gloria che il Padre gli avrebbe dato. Ricordiamo la frase “Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che tu mi hai dato da fare” (Giovanni 7.4).

Gesù, al verso 42, prosegue dicendo “Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio”: quel “vi conosco”, che ancora una volta si riferisce alla perfetta conoscenza che aveva ed ha del cuore, dell’anima e dello spirito che spinge ogni uomo ad agire, attesta la mancanza dell’amore di Dio in loro, cioè che tutto il loro sapere, acquisito con fatica e uno studio severo, non aveva portato a nulla se non alla sterilità e all’inaridimento in contraddizione con quella frase, “Ama il Signore Iddio con tutto il tuo cuore” scritta sulle loro filatterie, anche quelle uno dei tanti simboli che avrebbero dovuto ricordare la loro dignità e funzione.

La filatteria era un piccolo pezzo di pergamena rinchiuso in un piccolo astuccio che, quando pregavano, tenevano assicurato con una cinghia di pelle alla fronte e al braccio sinistro vicino al cuore con lo scopo di ricordare il dovere di ubbidire ai comandamenti di Dio nella mente e nel cuore. Ebbene, con il passare del tempo si era finito per attribuire – ecco la falsità profonda della religione – a quei pezzi di pergamena il potere di evitare le malattie e scacciare i demoni ed erano divenuti strumento di ipocrisia: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattéri e allungano le frange; si compiacciono nei posti d’onore nei banchetti, dei primi posti nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «Rabbi» dalla gente” (Matteo 23.5). Il seguito è ancora più pertinente al nostro caso: “Ma voi non fatevi chiamare «rabbi», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (v.6). A parte tutte le connessioni possibili, credo che queste parole, se raccordate ai nostri tempi, descrivano una realtà desolante, dove ben poco è cambiato rispetto all’ipocrisia denunciata da Nostro Signore. E penso alla distinzione tra “religiosi” e “laici” operata dalla Chiesa di Roma o a quei “Pastori”, operanti soprattutto negli Stati Uniti, che trascinano grandi folle nelle loro predicazioni operando presunti miracoli e che posseggono ingenti patrimoni, avendo fatto della loro retorica un’industria. Ricordo che da bambino, quando frequentavo la mia parrocchia, non riuscivo a capire perché, quando un sacerdote parlasse di un altro, lo definiva “mio confratello” a differenza dei suoi parrocchiani. Gesù invece, nel passo citato, disse “e voi siete tutti fratelli” dove quella congiunzione, “e”, dice sicuramente tutto sulla differenza tra l’orgoglio umano e la realtà dell’essere figli di Dio. E non si tratta di volontà di polemica o di voler sottolineare che alcuni sono migliori di altri, ma solo di constatazione libera.

“Vi conosco”, quindi, è un ricordo di quanto avvenuto a Gerusalemme per la Pasqua all’inizio del suo ministero quando “durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo” (Giovanni 2.23-25). E non poteva essere diversamente, poiché era stato presente, partecipe e protagonista alla creazione di Adamo.

“Io sono venuto nel nome del Padre mio” quindi sono l’unico a cui dovete dare ascolto, ma purtroppo “se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste” (v.43), questo perché non avrebbe coinvolto la loro conversione, non avrebbe demolito il concetto di superiorità sugli altri uomini che quegli scribi e farisei avevano di loro stessi. I Giudei avrebbero accolto uno venuto da se stesso, “nel suo nome”, cioè secondo i suoi scopi e idee opposte al Vangelo. Gesù qui esprime il concetto al condizionale, “Se… lo accogliereste”, stante la realtà del momento e per parlare meglio alla coscienza di quei Giudei, ma estese il concetto ai suoi discepoli: “Allora, se qualcuno vi dirà «Ecco, il Cristo è qui», oppure «È di là», non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto” (Matteo 24.24). E vediamo che tornano i “segni” e i “miracoli” come strumento di seduzione e distrazione dalla fede di cui abbiamo già dato cenni in precedenti riflessioni. Ecco perché, prima di credere a un “miracolo” o a un “segno” verificato come tale e non come un trucco, occorre procedere con grande cautela e non riceverlo automaticamente come da Dio.

Al verso 44 Gesù afferma che era proprio il fatto che questi cercassero “la gloria gli uni dagli altri” a impedir loro di credere: la visione orizzontale, il bisogno di rispetto della gente e dei loro simili di professione aveva creato un circuito chiuso in cui tutto era a loro misura. Troviamo scritto in Romani 2.29, chiesa formata da Giudei e Pagani convertiti, “…ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio”.

Proseguendo nella lettura del nostro testo, ora Nostro Signore passa a toccare un argomento molto caro ai Giudei e sul quale erano convinti di basare tutta la loto vita: “Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me, perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”. È un’accusa molto forte, quella di non credere realmente agli scritti di Mosè, quindi alla Torah intera. Scrive l’apostolo ai Romani: “Rendo loro testimonianza – ai Giudei – che hanno lo zelo per Dio, ma non secondo conoscenza. Poiché ignorando – cioè non conoscendo realmente e trascurando – la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia non si sono sottoposti alla giustizia di Dio perché il fine della legge è Cristo, per la giustificazione di ognuno che crede” (Romani 10.2-4).

Deuteronomio 18.15-18, parole di Dio a Mosè: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. (…) Io susciterò un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le sue parole, io gliene domanderò conto”. Ma se raccordiamo queste parole a Cristo, “fine della legge”, non pensiamo fare a meno di pensare che è Lui lo scopo finale della promulgazione di essa perché il popolo di Israele potesse comprendere l’importanza di essere liberati da lei attraverso il sacrificio, unico e fatto una volta per sempre, del Figlio. Il “fine della legge”, “il“ e non “la”, trova così in Cristo il punto di arrivo di un percorso inteso al tempo stesso come l’inizio di una vita nuova sia sulla terra, con il cammino della conversione e la guida dello Spirito Santo, sia nel cielo con lui in attesa dei “Nuovi cieli e nuova terra dove dimora stabile la giustizia”.

“Se non credete ai suoi scritti, come potete credere alle mie parole?”: abbiamo il verbo “credere” nella sua unica applicazione possibile, scritturalmente parlando, che ci parla di assimilazione, comprensione, accoglimento, azione, coscienza. Credere significa capitolare nel proprio orgoglio per arrendersi a Dio attraverso quella che definisco “distruzione pacifica di sé”, cioè la conquista della conoscenza di ciò che è davvero importante. Mettere dei paletti alla Parola di Dio, fare dei “distinguo”, arrogarsi il diritto di tenere per sé uno spazio interiore negativo di fronte a Lui che ci ha creato e ha parlato, è quanto di più dannoso che un credente possa fare.

Il risultato della non credenza reale dei Giudei nella Legge di Mosè è così descritto, ancora nella lettera ai Romani: “I gentili, che non cercavano la giustizia, hanno ottenuto la giustizia, quella che però deriva dalla fede, mentre Israele, che cercava la legge della giustizia, non è arrivato a lei. Perché? Perché la cercava non mediante la fede, ma mediante le opere della legge – cioè la religione –; essi infatti hanno urtato nella pietra di inciampo. Come sta scritto: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e una roccia di scandalo, ma chiunque crede in lui non sarà svergognato»”. Amen.

* * * * *

 

 

10.19 – TESTIMONIANZE (Giovanni 5.33-40)

10.19 – Testimonianze (Giovanni 5.33-40)

 

33Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. 36Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. 40Ma voi non volete venire a me per avere vita.

 

In questa terza parte del suo discorso, Gesù ricorda ai Giudei un fatto molto importante avvenuto circa due anni prima, quando Giovanni Battista predicava: “Voi – cioè Scribi, Farisei e Dottori della Legge – avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza della verità”: non andarono direttamente ad ascoltarlo, ma inviarono dei loro sottoposti, delle spie che lo interrogassero, e infatti leggiamo: “Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?», «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia»” (Giovanni 1. 19-23). A queste domande sappiamo che ne seguirono altre sul perché battezzasse e capire meglio la sua identità.

Il Battista, ultimo dei profeti dell’Antico Patto, l’unico ad avere avuto il privilegio di annunciare l’arrivo del Figlio di Dio operante in quel momento, a differenza degli altri che lo “videro da lontano”, è definito “la lampada che arde e risplende” proprio per la funzione da lui avuta. Vero è che alla figura di Giovanni Battista abbiamo dedicato diversi capitoli, ma qui possiamo soffermarci sul fatto che Gesù non parla di “una” lampada, ma di “la lampada” dando così un significato alle parole “Tra i nati di donna non sorse alcuno maggiore di Giovanni Battista”. Quello della “lampada” è un paragone che fa lo stesso apostolo Pietro che scrive nella sua prima lettera in 2.19 “E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino”. La notte, allora, qui è sinonimo di veglia e non di sonno.

Le parole degli antichi uomini di Dio, quindi, hanno dato una luce in un “luogo oscuro”, dando speranza e consolazione a coloro che aspettavano chi li riscattasse, ma Giovanni ebbe la funzione di prepararli alla venuta del Figlio presente in mezzo a loro. Le parole “voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce” mettono poi in risalto il comportamento di quella parte del popolo che più di ogni altra avrebbe potuto e dovuto riconoscere in Gesù il Cristo ma, quando si trattò di mettere in discussione la loro esistenza e mettere in pratica il ravvedimento, rinunciarono. Le parole “per un breve tempo”, letteralmente “per un’ora”, mettono bene in risalto il fatto che, inizialmente, a Giovanni accorreva gente da ogni parte e lo ascoltava con entusiasmo perché proclamava l’arrivo del Messia e si aspettavano un re temporale; quando però il Battista iniziò ad accusarli nella coscienza e ad esortarli a cambiare tutto il loro modo di agire e pensare, allora si ritirarono da lui. Pensiamo alle conseguenze del miracolo della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”: coloro che furono sfamati da Gesù, e dagli Apostoli che portarono loro materialmente il cibo pensarono che, se era stato in grado di sfamare più di cinquemila persone partendo da cinque pani e due pesci, chissà cosa avrebbe potuto fare se fosse stata la loro guida e quali vittorie e benessere avrebbe portato per tutti. Guardando però alla sussistenza materiale e trascurando completamente il significato vero di quel miracolo, Nostro Signore si ritrasse da loro.

Tra le due frasi su Giovanni Gesù inserisce la frase “Io non ricevo testimonianza da un uomo, ma vi dico queste cose perché siate salvati” a sottolineare che, se il Battista ebbe una funzione così importante, Lui ne aveva ed ha una maggiore, come lo stesso omonimo apostolo riporta nella sua prima lettera: “Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore. E questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita” (5.9-12).

Sicuramente, tra le parole appena riportate, vale la pena evidenziare “Chi non crede a Dio”, cioè “a” e non “in”, che stabiliscono il fatto che Uno solo è il Dio che parla davvero, l’autore del Messaggio che risolve il problema della vita dell’essere umano. Credere “a” significa fondare la fiducia e accogliere le verità che vengono proposte, credere “in”, per lo meno qui, equivarrebbe a restare nelle incertezze di prima, limitandosi ad accettare l’idea dell’esistenza di un generico essere superiore. In altri termini qui l’apostolo Giovanni vuole dire a chi legge che ciò che importa è credere nelle parole che Dio ha voluto rivelare all’uomo perché non si perda: la vita è nel Figlio e nessun altro la può dare.

Gesù ricorda ancora una volta il suo essere Uno con il Padre: da una parte abbiamo Lui che, con le sue opere, testimonia di chi lo ha mandato e, dall’altra, il Padre stesso è intervenuto dando testimonianza di Lui (ricordiamo ad esempio quanto avvenne al Suo battesimo). Qui dobbiamo avere sempre presente che, per la Legge, un fatto che fosse testimoniato da più di una persona era accettato da tutti come vero e, nel nostro caso, i testimoni non sono due uomini, ma il Padre e il Figlio che agiscono sempre in modo tale che la creatura sia impossibilitata a negare anche legalmente la loro esistenza e la veridicità del loro operato per la loro salvezza.

Anche la più piccola cosa creata porta la firma di Dio, se la si vuole leggere: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata” (Romani 1.18-21). Qui Paolo scrive ai credenti della Chiesa di Roma, composta da Giudei e Pagani convertiti, ma Gesù parlava proprio a coloro che, pur avendo ereditato le promesse di Dio, le rigettavano convinti che il loro sapere fosse superiore al Suo. Tutto questo nonostante le due testimonianze, quella del Padre e quella del Figlio che avevano un solo scopo: “vi dico queste cose perché siate salvati” (v.34).

A questo punto, dalla seconda parte del verso 37, Gesù ricorda ai presenti che non avevano mai né udito la voce di Dio, né avevano visto il suo volto eppure credevano, anche se in modo sbagliato, cioè religiosamente vuoto perché “la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato”. La parola che rimane è quella che attecchisce nel cuore e nella mente, è seme che germina, è ricordo permanente e operativo, è tesoro che si custodisce gelosamente perché è riposto per la vita eterna nell’attesa che questa si realizzi pienamente. E se ci soffermiamo su quel “rimanere”, non possiamo fare a meno di pensare che quei maestri fondavano il loro sapere proprio sulle Scritture che venivano studiate, elaborate e sminuzzate, analizzate e interpretate lettera dopo lettera da secoli. Eppure non avevano aperto la minima breccia in quei cuori.

C’è allora un “rimanere” inutile, che nel nostro caso potremmo collegare a Ecclesiaste 12.12 “Non si finisce mai di scrivere libri e il molto studio affatica il corpo”, e uno utile che si concreta nell’ascolto sincero della parola di Dio. Ricordando le parole di Salomone appena riportate, poi, da come proseguono si comprende perché Gesù abbia detto “Voi non volete venire a me per avere vita”: “Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo. Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, anche tutto ciò che è occulto, bene o male” (vv.13,14). Il “non volere” andare a Lui è il problema che sta alla radice: un metodo di pensiero blando potrebbe ipotizzare che, in fondo, Gesù era troppo diretto nei confronti di quei Giudei che, per la loro formazione, non avrebbero potuto pensare diversamente, ma si tratta di un ragionamento profondamente errato perché un’anima che prova una sete vera cerca acqua e non dei surrogati. In pratica, Gesù dice a quei Giudei che era il loro spirito e chi li abitava a rifiutarlo, non la cultura e il loro infantile volersi arroccare su posizioni che più volte aveva smentito senza che avessero argomenti per ribattere.

Chiunque rifiuta il Vangelo, quindi, secondo le parole di verità pronunciate da Gesù, non è che non può perché ha avuto una vita che lo ha condizionato a tal punto da renderlo impenetrabile al messaggio di Dio e quindi sarà scusato, ma è sempre e solo perché non vuole: “Non volete venire a me” e certo sui meccanismi psicologici che determinano questo rifiuto ci sarebbe molto da dire, ma non aggiungerebbe nulla alla sintesi, al giudizio espresso da quel Gesù che è il solo a leggere l’uomo e capirlo profondamente. La diagnosi è sempre la stessa, “non volete”.

Molti amano “ragionare” mettendo a confronto la scelta di non credere con l’esistenza del libro della vita su cui già sono scritti i nomi dei salvati, dissertando sulla predestinazione, ma la questione è sbagliata perché l’uomo non è mai destinato a qualcosa, ma è sempre libero in quanto percorre il presente, non il futuro. Se mai, sono le scelte di ora che determinano ciò che avverrà dopo. Sempre, così allora come oggi. Amen.

* * * * *

10.18 – VIENE L’ORA, ED È QUESTA (Giovanni 5.25-32)

10.18 – Viene l’ora, ed è questa (Giovanni 5.25-32)

 

25In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. 26Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, 27e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. 28Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce 29e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 30Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.31Se fossi io a testimoniare da me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. 32C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che dà di me è vera.

 

Anche in una lettura veloce del testo, se sottolineassimo le parole che circoscrivono il tempo in cui Gesù agisce, non potremmo fare a meno di notare la precisazione appuntata dopo il primo “viene l’ora”, cioè “ed è questa”che manca nel secondo: in un caso “i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che c’avranno ascoltata, vivranno”; in un altro, futuro lontano ma per il Signore comunque vicino, “tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno”per “una resurrezione di vita”o “di condanna”.

Abbiamo allora due momenti, due tempi, riferiti ad altrettanti periodi storici ben distinti, uno presente (che riguarda ancora oggi gli uomini) e uno futuro, relativo al giudizio finale. Questi due sono dichiarati come imminenti, ma nel primo caso abbiamo “ed è questa”, precisazione che manca nel successivo, quando “tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno”. In entrambi i casi si parla di “morti”, ma con un distinguo importante perché non si tratta della stessa condizione, avendo Gesù già utilizzato questa espressione per indicare quanti non credevano in Lui: ricordando infatti l’incontro con quel discepolo che intendeva, prima di aggregarsi al gruppo, aspettare che il proprio padre morisse, gli fu risposto “Lascia i morti seppellire i loro morti”(Matteo 8.22), e Luca aggiunge “tu invece va’, e annuncia il regno di Dio”.

“L’ora viene, ed è questa”significa allora che quello era il tempo in cui i“morti”, cioè tutti coloro che hanno la fine del corpo e dell’anima come unica prospettiva, avrebbero avuto l’opportunità di scampare ad essa vivendo. L’ora che viene “è questa”, non altre. Ed è ciò che accade a chi crede in Gesù Cristo. Ricordiamo le parole di Efesi 2.1-3: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle Potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Anche tutti noi, come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati”. Questo verso dell’apostolo Paolo ci consente quindi di fare due sottolineature importanti sul passo di Giovanni: “I morti udranno la voce del Figlio di Dio”sono riferiti a tutti gli uomini senza alcuna distinzione, che invece però fatta, nitida e assoluta, con le parole che seguono, “e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno”. È nel momento in cui i “morti”ascoltano la voce di Gesù che risorgono e si salvano. Dal verso di Efesi appena citato, poi, vediamo che senza l’annuncio del Vangelo sarebbe impossibile non seguire “il principe delle Potenze dell’aria”, ricordo di ciò che era l’Avversario prima di essere tale e che da allora mette in atto ogni possibile strategia perché gli uomini si perdano.

E il risultato dell’opera di Gesù Cristo è: “Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”(Colossesi 2.13); queste parole, che ci riguardano da vicino in quanto pagani convertiti visti nella condizione di “non circoncisione”, affrontano velocemente il tema del decadimento della Legge in quella parte, oltre la cerimoniale, che divideva profondamente il mondo non israelita da quello pagano.

Le parole di Gesù “e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno”, che parlano della differenza che intercorre tra chi ascolta e chi no, parlano di vita certamente futura, ma anche di quella che conduciamo quotidianamente, trasformata rispetto a quella di prima perché “Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”(Romani 6.4) che troverà il suo punto finale nel verso “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”(Colossesi 3.4).

 

Gesù, proseguendo nel suo discorso, passa poi a spiegare il perché vivranno quelli che avranno ascoltato la Sua voce: “Come infatti il Padre ha vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare perché è figlio dell’uomo”. Nelle parole “Il Padre ha vita in se stesso”non vediamo apparentemente nulla di straordinario se le si prendono come un’attestazione sul fatto che Dio vive, ma se le applichiamo al fatto che è Lui la fonte della vita in quanto Creatore dell’Universo visibile e invisibile, il discorso cambia. Il Padre è Colui che progetta, forma, è l’artefice di ogni forma di vita e senza il Suo benestare nulla avviene e tutto resta inanimato. Senza la Parola, però, tutto sarebbe ancora “informe e vuoto”e qui l’identità di entrambi, Padre e Figlio, viene rivelata. Quel “gli ha dato”, infatti, non si riferisce al conferimento di un potere che prima non aveva, ma al fatto che, siccome Padre e Figlio non sono due esseri indipendenti, viene fatta una distinzione di persona e non di essenza.

Possiamo notare la differenza tra due tempi verbali, “gli ha dato”, riferito al passato remoto e prossimo, ed “è il figlio dell’uomo”al presente, cosicché gli uomini saranno giudicati non da un Dio irraggiungibile, da un creatore distante, ma da chi ha assunto le loro stesse sembianze e da qui viene il potere del giudizio, dopo avere sconfitto il peccato e la morte. Dal discorso dell’apostolo Paolo nell’areopago di Atene leggiamo “Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”(Atti 17.30,31). Ricordiamoci di Giobbe, che parlando a YHWH lamentava il fatto che non vi fosse un mediatore tra loro: quell’uomo disse “…non è un uomo come me, al quale io possa replicare: «Presentiamoci alla pari in giudizio». Non c’è fra noi due un arbitro che ponga la mano su di noi, allontani da me la sua verga, che non mi spaventi il suo terrore: allora parlerei senza aver paura di lui; poiché così non è, mi ritrovo con me solo”(9.32-35).

Giobbe, persona profondamente spirituale, non aveva ciò che noi abbiamo, vale a dire un Sommo Sacerdote presente, in grado di compatire con noi perché ha provato su di sé ciò che significa vivere in un corpo di carne e lo ha fatto a tal punto da essere “tentato in ogni cosa in modo simile a noi, senza peccato”(Ebrei 4.15), per cui può è il Dio che davvero comprende la sua creatura. Ha scritto un fratello: “A motivo della sua alleanza con la natura umana, del suo sentire le infermità dell’uomo, il Figlio è fra le tre persone della Trinità il più atto a giudicare, oltre che essere il più degno di farlo”.

La pericope “gli ha dato potere”, infine, fu volutamente ignorata dai Giudei che si opponevano a Lui quando avrebbero dovuto conoscere Daniele 7.13, 14: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo;(…)gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano, il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai– notare il tempo passato, presente e futuro – e il suo regno non sarà mai distrutto”. I regni umani passano, gli imperi vengono abbattuti da sempre nonostante, nel loro svilupparsi, la fede in loro fosse totale. E non possiamo fare a meno di pensare all’ultimo, il più terribile di tutti, che nonostante la sua grandezza e controllo totale sulle persone, durerà solo tre anni e mezzo.

Arriviamo così al secondo “Viene l’ora”, privo di quel “ed è questa”del primo, in cui si parla di “tutti coloro che sono nei sepolcri(che) udranno la sua voce”, che ci confermano ancora una volta come l’uomo sia comunque proprietà di Dio: tutti quelli che saranno morti, di cui si sarà perso il ricordo, dal più piccolo al più grande, torneranno in vita. Qui Gesù parla di coloro che sono nei sepolcri per farsi comprendere, ma sappiamo che il riferimento riguarda tutti: “Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere”(Apocalisse 20.13). Si tratta di quelli che anche Daniele cita con l’espressione “coloro che sono nella polvere”(12.2) di cui si è persa ogni “traccia” nel senso che non hanno un sepolcro e sono dispersi nel nulla, nell’indistinto.

Ebbene, la potenza di Dio si rivelerà in tutta la sua forza poiché vi sarà un’altra voce al cui appello quella polvere tornerà a vivere e ad avere forma per “una resurrezione di vita o di condanna”, altrimenti descritta con le parole “…si risveglieranno gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento, coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”(Daniele 12.3).

Gesù parla di quelli che fecero “il bene”o “il male”, ma non si tratta di “buoni” e “cattivi”, ma chi avrà compiuto “l’opera di Dio”che è “questa, che voi crediate a Colui che egli ha mandato”. “Fare il bene” è l’ascolto, la dedizione, il seguire il Figlio, scampando così alla resurrezione di condanna. La “voce” che ascolteranno tutti i morti, indipendentemente dall’epoca in cui avranno vissuto, è descritta in 1 Corinti 15.52 con le parole “la tromba suonerà e i morti risusciteranno”che rendono in modo ancor più marcato l’idea dell’appello, dell’ora solenne, meravigliosa o terribile a seconda dei casi, alla quale nessuno potrà sottrarsi, dove la vita potrà avere senso e dignità totale oppure trovare il suo esatto contrario.

Fatto questo richiamo, Nostro Signore precisa ciò che lo fa agire, cioè la completa dipendenza dal Padre che, come uomo, pregava di continuo: “Da me, io non posso fare nulla– cioè non posso seguire nessun mio interesse personale, né avere iniziative diverse da quelle approvate dal Padre –; io giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato”(v.30). L’ascoltare di Gesù comprende anche il vedere e quindi il sapere: l’essere umano non può fare a meno di rivelarsi e sono proprio le sue parole come sintomo di ciò che sovrabbonda nel cuore che determinano la sua posizione – ricordiamo il principio “dalle tue parole sarai giustificato, e dalle tue parole sarai condannato”–. E qui dovremmo aprire un grosso capitolo sul discernimento che anche noi, come cristiani, siamo chiamati a praticare nei confronti dei nostri simili che possono rivolgersi a noi con fini secondi e terzi, in particolare proprio coloro che affermano di amarci, per quanto sempre a modo loro.

Gesù venne sulla terra per testimoniare del Padre e rivelarlo e al verso 31 afferma “Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera”: il Figlio è inscindibile dal Padre, non può parlare di sé senza coinvolgerlo perché entrambi sono gli autori del piano di salvezza per l’uomo, pur con le dovute distinzioni e ruoli. Infatti, contrariamente a quanto possa sembrare di primo acchito, quell’ “altro”che dà testimonianza del Figlio non è Giovanni Battista, ma il Padre stesso che agisce attraverso di Lui ed è addirittura intervenuto al Suo battesimo con le parole “Questi è il figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”(Matteo 3.17). E tutto è stato fatto e detto per la salvezza di noi, peccatori. Amen.

* * * * *

10.17 – IL PARALITICO DI BETESDA II/II (Giovanni 5.9-18)

10.17 – Il paralitico di Betesda II (Giovanni 5.9-18)

 

Quel giorno però era un sabato. 10Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». 11Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella e cammina»». 12Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: «Prendi e cammina»?». 13Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. 14Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». 15Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 17Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». 18Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

 

Dopo aver narrato in sintesi quanto avvenuto a Betesda, Giovanni passa a spiegare le conseguenze dell’operato di Nostro Signore che aveva visto, conosciuto ed era intervenuto nei confronti di quell’infermo. Anche oggi il cristiano quindi sa che Gesù fa le stesse cose verso di lui: il Suo “vedere” implica la presa d’atto di una situazione, il “sapere” implica la Sua conoscenza nel profondo dei meccanismi psicologici che si creano all’interno dell’anima della persona e, infine, l’intervento si verifica nel momento esatto in cui non si può fare a meno di attribuire a Lui, e a Lui solo, la liberazione da una condizione penalizzante, materiale o spirituale.

Gesù ancora una volta, a Betesda, soccorre un “ultimo”: molti potevano affermare di essere stati guariti, riuscendo ad entrare per primi in quell’acqua, da un intervento angelico che testimoniava le attenzioni di Dio per il Suo popolo, ma uno solo poteva dichiarare, con una guarigione visibile a tutti, di aver beneficiato della cura diretta di Dio, per quanto ancora non lo avesse realizzato interamente e non sapeva chi fosse chi lo aveva guarito. Certo nessuno dei tanti che passavano per quel luogo aveva mai chiesto a quell’infermo se avesse voluto guarire, certo nessuno di quelli gli avrebbe mai potuto dire “Alzati, prendi la tua barella, e cammina” mettendolo in condizioni di concretare quell’ordine, diretto al suo corpo, cioè all’involucro, ma che attestava anche il perdóno dei suoi peccati.

Abbiamo accennato al significato di quei trentotto anni, trascorsi certo a soffrire immobile o comunque in una condizione di forte penalizzazione, ma non dobbiamo trascurare il fatto che quell’uomo aveva avuto l’opportunità di pensare al perché era stato reso così: abbiamo infatti letto le parole “Ecco, sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio” (v.14), frase diretta non più al corpo, ma all’anima, conscia del peccato commesso e del fatto che le due preghiere, quella di guarire e di essere perdonato, erano state accolte.

C’è una realtà che Giovanni mette in primo piano e che condiziona tutto il nostro episodio: il sabato, giorno di riposo di cui abbiamo già sottolineato il significato e che sappiamo essere stata stravolta dall’interpretazione dei Maestri. A prima vista il richiamo dei Giudei “È sabato, non ti è levito portare la tua barella” aveva un suo significato, poiché effettivamente in quel giorno non si potevano portare dei pesi: “Così dice il Signore: Per amore della vostra stessa vita, guardatevi dal trasportare un peso in giorno di sabato e dall’introdurlo per le porte di Gerusalemme. Non portate alcun peso fuori dalle vostre case in giorno di sabato e non fate alcun lavoro, ma santificate il giorno di sabato come io ho comandato ai vostri padri.” (Geremia 17. 21,22).

Quando però fu loro risposto “Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella, e cammina»”, vediamo che non vi fu alcuna intenzione di approfondire quella guarigione, ma piuttosto il cercare il responsabile dell’istigazione a infrangere le norme su quel giorno. Non è un particolare da poco, perché quella che a prima vista poteva sembrare un’infrazione alle norme sul sabato, per cui porrebbe quei Giudei dalla parte della ragione, in realtà non lo era, ma rientrava nelle cosiddettte “opere di necessità e misericordia”; ricordiamo ad esempio Matteo12.11 “Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene”, oppure Luca 13.15 a proposito della donna curva da diciotto anni: “Ipocriti, non è forse vero che di sabato ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”. Abbiamo già in questi due versi la spiegazione del fatto che nessuno, né Gesù, né l’uomo da lui guarito, aveva commesso un’infrazione. Chissà se quell’innominato, portando con sé la barella che per tanto tempo lo aveva tenuto prigioniero, avesse voluto conservarla a testimonianza del proprio peccato, dell’infermità ad esso conseguente e delle modalità con cui la sua guarigione era avvenuta.

La stessa risposta ai Giudei data da quell’uomo, “Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella e cammina»”, alludeva al fatto che non era stata commessa alcuna infrazione alla legge del sabato: solo un intervento di Dio avrebbe potuto guarire quella persona e quindi, essendogli stato detto così, non poteva esservi contraddizione nel senso che sarebbe stato impossibile guarire e peccare subito dopo. In risposta non abbiamo la domanda “Chi ti ha guarito?”, ma “Chi ti ha detto?”, ignorando volutamente quel miracolo che parlava di vita e di perdono, per sostare sulla loro legge interpretata, che in quell’intervento divino trovava evidentemente il suo annullamento. Quello dei Giudei fu un metodo perverso, tipico di chi si ritiene una sorta di “guardiano della fede”, che trova nell’applicazione della norma la ragione del proprio orgoglio, ma non è in grado di vedere oltre, di giudicare vagliando le ragioni di un’azione per inquadrare correttamente un determinato avvenimento. Si può affermare che, in realtà, chi “si faceva uguale a Dio” erano loro, non Gesù.

Il verso 14 della nostra traduzione inizia con “Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio”, ma sarebbe stato più appropriato scrivere “Dopo tutto questo” (metà pànta), parole che indicano un intervallo di tempo più ampio tra il miracolo e l’incontro: quell’uomo aveva desiderato tornare al Tempio, figura della presenza di Dio, dal quale era stato lontano per trentotto anni. Nello scorso capitolo ho scritto che avrebbe potuto benissimo andare da un’altra parte a festeggiare l’avvenuta guarigione, ma era consapevole che in nessun altro luogo avrebbe potuto trovare il proprio significato e la sua presenza sommessa una ragione. Il Signore lo aveva guarito, anche se non conosceva ancora l’identità di Colui che era stato il Suo strumento, se un angelo diverso o un profeta.

Anche qui abbiamo una conferma che ogni esperienza dell’uomo col Signore è personale, individuale, non accomunabile a quella di altri. C’è chi chiede il Suo aiuto e lo ottiene, e chi lo prova direttamente senza nemmeno conoscerlo e quindi cerca di capirne la provenienza, ma comunque tutti, indistintamente, passano da una condizione di peccato con le sue visibili, tangibili conseguenze, alla liberazione da esso.

Per il modo con cui Gesù si rivela a quest’uomo, poi, pare che sia intercorso fra i due un dialogo parallelo, interiore, che Giovanni non ha scritto, ma ha lasciato intendere perché le parole di Nostro Signore sembrano indirizzate a una persona perfettamente in grado di comprenderle: “Va’ e non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”: “Va’” perché sei libero, “non peccare più” cioè non ritornare al peccato che ti ha reso invalido. In quel “qualcosa di peggio”, poi, non vi è un allusione al fatto che sarebbe tornato nella condizione che lo aveva portato a Betesda, ma alla “morte seconda”, cioè all’impossibilità di tornare indietro dal destino che sceglie chi rifiuta il Vangelo o, peggio, lo abbandona coscientemente una volta conosciutolo. Tornare al proprio peccato significa agire e pensare come prima dell’incontro con Gesù, non certo cadere accidentalmente perché deboli, distratti, soggetti a conoscere l’umiliazione dell’infedeltà naturale che portiamo con noi come eredità in Adamo. Ricordiamo che Pietro, certamente sincero, disse al suo Maestro per tre volte “Signore, tu sai che io ti amo”, e poi lo sconfessò terrorizzato per altrettante.

Arriviamo così al verso 15, “Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo” in cui vediamo non una delazione, ma una volontà di testimoniare: finalmente sapeva chi lo aveva guarito, e suppongo anche perché. Il verbo greco usato, anéngheile, racchiude infatti in sé il senso dell’annuncio e non del tradimento; è come se volesse dire ai Giudei “quelli che escono dall’acqua di Betesda vengono guariti da un angelo, ma io sono stato guarito da Gesù”: ci sarebbe voluto poco per trarre le necessarie conclusioni, soprattutto per loro, studiosi della Legge che, se fossero stati sinceri, avrebbero dovuto rivedere molte loro posizioni. Sarebbe bastato il fatto che le guarigioni di Betesda avvenivano anche di sabato per fare le dovute proporzioni. Invece, “Voi circoncidete un uomo anche di sabato. (…) ora voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!” (Giovanni 7.23,24). Sono parole di una linearità unica, che tuttavia non vennero prese in considerazione, neppure minimamente.

La volontà di rimanere ciechi da parte dei Giudei trova una grande sottolineatura nel verso 16, “Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose nel giorno di sabato”, che confermano, oltre quanto detto, il fatto che nemmeno l’esposizione delle ragioni più elementari possono qualcosa di fronte a delle coscienze cauterizzate e a dei cuori induriti.

Le parole “Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco” (v. 17) possono aver riferimento sia a ciò che avveniva in Betesda e nei confronti di quell’infermo, quanto al fatto che l’opera del Padre non s’interrompeva mai, nemmeno di sabato, e quindi anche quella del Figlio non poteva venire limitata da una norma data agli uomini, tra l’altro senza che il quel giorno venisse effettivamente, legalmente violato. Inoltre, quell’ “anche ora” in cui il Padre agiva si riferisce al fatto che Gesù, senza di Lui e al tempo stesso essendo con Lui Uno, era l’Unico a cui gli uomini avrebbero potuto dare ascolto, allora come oggi, nel loro esclusivo interesse.

Giungiamo così alla nota conclusiva di Giovanni, “per questo i Giudei cercavano ancor di più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”: ancora una volta abbiamo il non voler esaminare quanto avvenuto a Betesda con gli occhi del ricercatore sincero. Quei Giudei, con la loro conoscenza, avrebbero avuto tutti gli strumenti per iniziare una sincera operazione di vagliatura: il miracolo come punto di partenza a cui avrebbe potuto far seguito un esame delle Sue parole, dei Suoi discorsi e degli altri miracoli confrontati con le parole dei profeti. Avrebbero potuto scoprire che quello era effettivamente il tempo dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e gioirne perché posti all’interno del piano eterno di Dio per l’uomo.

* * * * *

 

10.16 – IL PARALITICO DI BETESDA I/II (Giovanni 5.1-9)

10.16 – Il paralitico di Betesda (Giovanni 5.1-9)

 

1 Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, 3sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [ 4] 5Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. 6Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». 8Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». 9aE all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.

 

Quello che abbiamo letto è un episodio molto particolare sotto diversi aspetti, il primo tra i quali, non per importanza ma per una questione strutturale, riguarda la disposizione dei capitoli da 5 a 7 del Vangelo di Giovanni poiché la loro successione corretta sarebbe 6 – 5 – 7 e non quella che abbiamo in tutte le Bibbie, indipendentemente dalla loro provenienza denominazionale. Così annota Giuseppe Ricciotti nella sua “Vita di Gesù Cristo”: «Questa inversione, del cap. 6 premesso al cap. 5, appare già seguita nell’antichità da Taziano – il Siro, che nel 150 circa scrisse il Diatessaron in cui cercò di armonizzare il racconto dei quattro Vangeli – e nel Medioevo da vari espositori e oggi è abbastanza comune fra studiosi di ogni campo. La serie normale dei codici (capp. 4, 5, 6, 7) si potrebbe forse spiegare con un accidentale spostamento dei fogli contenenti il cap. 5 (o 6) in un archetipo antichissimo».

Altro punto, controverso per gli studiosi, è quale sia questa “festa dei Giudei”, che Giovanni non fa precedere dall’articolo determinativo “la”, ma dal generico “una”. Ora, stante il carattere preciso dell’apostolo pare improbabile che, se si fosse trattato della Pasqua, non lo avesse specificato. Fatto sta che la questione è ancora aperta e che forse si trattò della Pentecoste, che celebrava la rivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai, in seguito alla quale la Torah fu rivelata al popolo.

Venendo poi al luogo, Betesda, o Betzatà, vi è incertezza anche sul significato del nome, “Casa dell’oliveto” (da “beth zetha”) perché inserita in un quartiere nuovo della città dove prima vi era un oliveto, oppure “Casa di misericordia” (da Beth hisdà); fatto sta che Gesù, in questo suo secondo viaggio a Gerusalemme, stando a Giovanni, sostò in Gerusalemme per pochissimo tempo stante i piani omicidi nei Suoi confronti da parte del potere politico-religioso.

Il verso 2 ci dà la possibilità di identificare il luogo, la “Porta delle Pecore” e la piscina, con “cinque portici”: la prima è menzionata da Nehemia (8) quando narra la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, della seconda è stata confermata l’esistenza da alcuni scavi archeologici: misurava 120×60 metri, era recinta da quattro portici più uno trasversale che la divideva in due bacini. Ora pare che lì si raccogliessero le acque di una fonte sotterranea dalla quale sgorgavano in modo intermittente, facendone innalzare il livello. Sotto i cinque portici, numero nel quale molti hanno voluto vedere raffigurati i libri della Legge, “giaceva un gran numero di infermi, di ciechi, zoppi e paralitici”. La nostra traduzione è mancante del quarto verso e di parte del terzo. Il testo completo sarebbe

 

“…un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici che aspettavano il movimento dell’acqua. 4Perché di tempo in tempo un angelo scendeva nella piscina e intorpidiva l’acqua; e il primo che vi entrava, dopo l’intorpidimento dell’acqua, qualunque malattia avesse, guariva”.

 

Perché? Sono parole che mancano nei due più antichi codici, il Sinaitico e il Vaticano, ma sono presenti nell’Alessandrino a loro appena posteriore e in altre collocabili tra la fine del I e l’inizio del II secolo. San Girolamo, nella sua Vulgata, inserisce questi versi e lo stesso fanno il Diodati e il Luzzi, oltre che altri. Inserire o meno questo passo è quindi una scelta dei traduttori, ma occorre tener presente l’effetto diverso che dà la lettura dell’episodio con queste aggiunte: sappiamo perché quei malati erano lì, e soprattutto abbiamo la spiegazione di quelle guarigioni, impossibili per una semplice acqua termale. Da sottolineare il fatto che non si trattava di miracoli isolati, ma che si verificavano con continuità ogni volta che l’acqua si intorpidiva e solo per la prima persona che vi entrava. Come tutto ciò fu scoperto, non è dato sapere. Le parole dei versi terzo e quarto, quindi, escludono la spiegazione razionale della fonte sotterranea, o per lo meno la mettono su un piano ben distinto, attribuendo l’intorpidimento della piscina e la conseguente guarigione del primo infermo che vi entrava ad un intervento angelico.

Possiamo immaginarci la scena: da una condizione di relativa calma attorno alla piscina, tutto il luogo si animava all’improvviso quando l’acqua si intorpidiva, o agitava, e quel “grande numero di infermi” cercava di raggiungerla, o da soli, o aiutati da amici e parenti che, presi dal desiderio di veder guarire il loro congiunto, non esitavano a gesti scorretti verso gli altri pur di entrarvi per primi.

Ma c’era lì un uomo, “malato da trentotto anni”, cifra alla quale è facile non far caso poiché l’attenzione del lettore si sposta subito sul lato emotivo, cioè sul fatto che il malato era tale da molto tempo e sulla delusione rappresentata dal non poter mai guarire, essendo impossibilitato a raggiungere l’acqua perché non aiutato da nessuno. Sappiamo da quanto tempo quella persona era inferma, ma non da quanto si trovasse a Betesda. Nella Scrittura il numero trentotto non compare molte volte, ma quei pochi versi ci consentono di individuare correttamente il suo significato. Leggiamo Deuteronomio 2.14: “La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento, come il Signore aveva loro giurato”. Questo avvenne per la sfiducia che quelli avevano dimostrato nei confronti di Dio nonostante li precedesse “…nel cammino per cercarvi un luogo dove porre l’accampamento: di notte nel fuoco, per mostrarvi la via dove andare, e di giorno nella nube”. Fu lì che il Signore disse “Nessuno degli uomini di questa generazione malvagia vedrà la buona terra che ho giurato di dare ai vostri padri, se non Caleb, figlio di Gefunne. Egli la vedrà e a lui e ai suoi figli darò la terra su cui ha camminato, perché ha pienamente seguito il Signore” (Deuteronomio 1.32 e segg.).

Il numero 38, allora, ci parla del provvedimento, selezione e giudizio di Dio. È anche indice di forte negatività e disobbedienza volontaria, a Lui in opposizione, che ci ricorda Acab, figlio di Omri, che “divenne re su Israele a Samaria nell’anno trentottesimo di Asa, re di Giuda. Acab, (…) fece ciò che è male agli occhi del Signore più di tutti i re d’Israele prima di lui”. Stessa cosa per Zaccaria di cui leggiamo: “Nell’anno trentottesimo di Azaria, re di Giuda, Zaccaria, figlio di Geroboamo, divenne re su Israele a Samaria. Egli regnò sei mesi. Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come l’avevano fatto i suoi padri; non si allontanò dai peccato che Geroboamo, figlio di Nebat, aveva fatto commettere a Israele – l’idolatria –. Ma Sallum, figlio di Iabes, congiurò contro di lui, lo colpì a Ibleàm, lo fece morire e regnò al suo posto” (2 Re 15.8-12).

Dato un cenno sulla realtà spirituale compresa nel numero degli anni in cui quell’anonimo era paralitico, resta quella terrena, da lui conosciuta benissimo, fatta da una serie ininterrotta di giorni passati a sperare nell’aiuto di qualcuno senza che arrivasse. E qui viene chiamato in causa il tempo, che implica un vivere soggettivo ben diverso da quello segnato dalle lancette dell’orologio che scorrono uguali per tutti: l’esperienza del tempo, infatti, è creata dalla mente perché esso non trascorre, ma semplicemente è. Chiunque è andato a scuola sa benissimo che ci sono “ore” che finiscono presto ed altre che non passano mai e che comunque quasi non si fa in tempo ad iniziare l’anno che subito arrivano le vacanze di Natale, poi quelle di Pasqua, e poi le estive, dopo di che tutto ricomincia da capo. Che la vita passi in un soffio, lo si impara presto fin da bambini.

Ora sono convinto che il tempo vissuto dall’ignoto paralitico gli dovesse essere sembrato enormemente lungo. Non che fosse da trentotto anni nella piscina, ma certo aveva vissuto la propria sofferenza nell’indifferenza generale, senza poter contare sull’aiuto specifico di qualcuno. Fra l’altro, è interessante il fatto che quella persona fosse paralitica lo ha deciso la tradizione, poiché il testo parla di una persona “malata” o “inferma”, segno che non era totalmente inabile, ma certamente invalido. Non può esservi migliore descrizione di quella che quell’uomo dà di sé: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me”.

Il nostro testo recita “Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?»”. Nostro Signore, quindi, vede e sa: vede come tutti gli altri uomini eventualmente presenti lì, ma solo Lui sa “che da molto tempo era così”, e qui non si tratta del semplice, freddo dato dei trentotto anni, ma di come questi erano stati vissuti. Non solo, ma anche quel “sapendo” riguardava la conoscenza dei meccanismi spirituali che avevano portato a quella condizione. Di fatto, quel paralitico attendeva da anni una liberazione che, non potendo certo avvenire scendendo in acqua per primo, era impossibile. Eppure stava lì.

La domanda di nostro Signore è disarmante nella sua semplicità: “Vuoi guarire?”, come fosse qualcosa alla immediata portata di quel pover’uomo. Ed in effetti lo era ma, invece di dare una risposta affermativa, non avendo capito la domanda, quell’anonimo risponde spiegando a Gesù che da solo non sarebbe mai riuscito a scendere nella piscina. A questo punto sappiamo che Nostro Signore, in tutta risposta, gli disse “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”, cui seguì  una guarigione istantanea.

Questo è un miracolo molto raro perché qui Nostro Signore agisce di sua iniziativa, non dietro una preghiera dell’interessato e neppure a seguito di una fede in Lui dichiarata: quell’uomo guarì certamente a seguito della compassione che Gesù dimostrò nei suoi confronti, ma soprattutto perché il Figlio di Dio conosceva il suo vissuto, i pensieri e il suo cuore: vedremo infatti che più tardi lo incontrerà nel Tempio a ringraziare l’Iddio d’Israele che aveva provveduto a guarirlo, quindi a perdonarlo, non per strada o in locali pubblici “a festeggiare”.

Io credo che quel “Vuoi guarire?” sia una domanda che viene rivolta a tutti gli esseri umani con la stessa naturalezza, perché la condizione penalizzante del peccato in cui versano, e che così tanto li limita, possa cessare. Sono convinto che anche oggi, ogni giorno, Gesù passi ovunque nel mondo e rivolga la medesima domanda a tutti e soprattutto in un momento ben preciso della loro vita, qui raffigurato nei trentotto anni di paralisi o comunque menomazione grave. Perché il Figlio di Dio interviene e si rivela a coloro che vuole salvare e perdonare. Amen.

* * * * *

 

10.14 – A CHI CE NE ANDREMO NOI? (Giovanni 6.59-61)

10.14 – A chi ce ne andremo noi (Giovanni 6.59-71)

59Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao. 60Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 61Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita.64Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

66Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 67Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». 68Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 70Gesù riprese: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». 71Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici”.  

Il verso 59 ci informa, come già rilevato, del luogo in cui avvenne il discorso di Gesù sul “pane disceso dal cielo”.Sappiamo così che una prima parte del Suo intervento iniziò all’aperto, quando la folla lo trovò “di là dal mare”(6.25) e una seconda, certo la parte più corposa, nella Sinagoga. Ora Giovanni, nei versi che abbiamo letto, descrive le reazioni dei presenti quando ebbe finito di parlare, con particolare riguardo a “molti dei suoi discepoli”, quelli che fino allora lo avevano seguito per motivi politico-religiosi. A loro stava certamente bene avere abbandonato le loro occupazioni ordinarie, dichiararsi suoi discepoli per i miracoli che faceva e i discorsi sulla libertà e l’identità che avrebbero avuto come figli di Dio, ma Lo avevano inquadrato ancora una volta come un Messia fondamentalmente umano, colui che un giorno sarebbe diventato il “Re d’Israele” nel senso immediato del termine. Quando però parlò di se stesso come “il pane della vita”, e della necessità di mangiare “la sua carne e bere il suo sangue”, iniziarono a mormorare fra loro scandalizzati esattamente come i Farisei e i Dottori avevano fatto poco prima. Quelle parole erano “dure”, greco “skleròs”, cioè non tanto difficili da capire, ma piuttosto detestabili, impossibili da ascoltare, empie, proprio come sostenevano i Suoi oppositori storici.

La “parola dura” è quella che scandalizza. È la pietra d’inciampo. La “parola dura” è quella che ancora oggi fa la selezione, che a un certo punto della vita anche del cristiano nominale interviene, gli si pone davanti tramite un concetto che non rientra nelle sue corde e fa sì che si ritragga rivelando che il vecchio uomo, quello carnale, non era mai morto. Alla carne avere una religione può anche star bene, ma a patto che lasci sempre lasciare una via di fuga, una giustificazione. La religione è deve essere recitazione, mai vita. E infatti, come più volte rimarcato, la religione con il Cristianesimo vero non c’entra nulla. Per quei discepoli lo scandalo fu costituito dal principio della carne e del sangue, oggi può essere la richiesta di abbandonare uno stile di vita, un ragionamento, ciò che è stato conquistato con l’ingiustizia. Dobbiamo portare in noi il frutto concreto del pentimento.

A questo punto, dopo che “molti discepoli”sentenziarono che la parola di Gesù era “dura”, ancora una volta Nostro Signore affonda la sua spada a due tagli e parla non più della Sua morte, ma dalla vittoria che avrebbe riportato su di essa, tornando non solo da dove era venuto, dal cielo, ma con un “nome che è al di sopra di ogni altro”(Filippesi 2.5): il senso delle parole “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”non è quello, immediatamente interpretabile in base al quale la Sua ascensione sarebbe stata un ulteriore motivo di scandalo, ma: quella difficoltà a capire dei discepoli sarebbe cessato se lo avessero visto salire al cielo? Con queste parole Nostro Signore intende dire che il suo ragionamento sulla sua carne e sangue non andava preso in senso letterale, umano, ma spirituale proprio perché “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova nulla”. E infatti fu il prendere quel discorso prendendo le parole nella loro letteralità a scandalizzare; se vi fosse stata apertura mentale, se il preconcetto avesse lasciato spazio al puro desiderio di comprendere, le cose sarebbero andate diversamente, ma quella gente si sentiva superiore, in grado di giudicarLo.

La carne, senza l’intervento dello Spirito Santo, è e rimane inerte, morta nonostante sia apparentemente viva; ricordiamo le parole dell’apostolo Paolo “Misero me uomo, chi mi libererà da questo corpo di morte?”. Morte che domina tutto, anche il ragionare. La carne, nonostante sia in vita, pensa cose morte e fa cose morte perché essa è il suo destino, prospettiva, a meno che non intervenga lo Spirito di Dio a risollevarla per portarla in un territorio nuovo. Ed è la comprensione spirituale delle parole del Cristo, in opposizione alla lettera, che può trasformare la morte in vita. Ricordiamo le parole “La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica”(2 Corinti 3.6).

“Le parole che vi ho detto sono spirito e vita”costituiscono una verità, un attestato, una certezza che si concreta in tutte le volte che il verbo essere compare nell’episodio: dice Gesù nella Sinagoga “Io sono il pane della vita”(2 volte), “sono disceso dal cielo”, “Io sono il pane vivo”; le Sue parole erano le uniche che potessero condurre l’uomo alla salvezza per cui sta alla creatura, anche oggi, scegliere tra una guida cieca oppure Gesù stesso.

È probabile che le parole sulla Sua resurrezione scandalizzassero ancora di più i discepoli che “non credevano in lui”, mischiati a quelli veri, preludio alla realtà della zizzania nel campo. Sappiamo però che “Gesù sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era quello che lo avrebbe tradito”: impossibile ingannarlo e quel sapere “fin da principio”ci parla di quei nomi “scritti prima della fondazione del mondo”(Efesi 1.4), dell’impossibilità dell’intrusione che questi soggetti avranno nel Regno di Dio. Nostro Signore sa quindi chi gli appartiene, ma anche i pensieri più profondi e reconditi di ogni essere umano e, nel caso in cui questi diventi figlio, ha un progetto per lui perché, se Dio è nei nostri pensieri, noi lo siamo nei Suoi. Credo che, assieme a quella della salvezza, non possa esservi consapevolezza migliore.

“Molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andarono più con lui”: fecero una scelta. Tornare indietro implica rinunciare a seguirlo, a fare il cammino con Lui, scegliere la solitudine, l’identificazione con la morte, tornare da dove si è venuti dopo un breve intervallo in cui si è creduto di aver trovato un’alternativa. Ma la carne, per quelle persone, fu più forte. Quando purtroppo mi ritrovo a fare i conti con la realtà della mia vita orizzontale, coi suoi problemi a volte difficili, mi chiedo sempre che senso abbia non tanto il doverli affrontare, ma la vita stessa, che trova nella morte il suo punto di arrivo. E concludo che, privato della certezza e della prospettiva di occupare un posto nella “casa delle molte stanze”, ogni cosa sarebbe priva di significato. Tornare indietro, allora come oggi, equivale a rinunciare a un cammino con Gesù, a rinnegare, rifiutare le parole “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28.20). È la “bestemmia contro lo Spirito Santo”l’unico peccato a non essere perdonato.

“Molti discepoli tornarono indietro”, ma non tutti. E Nostro Signore, per far sì che i dodici dessero una spiegazione non a Lui, ma a loro stessi, del perché rimanessero lì, chiede “Volete andarvene anche voi?”: la volontà dipende dall’anima e dallo spirito della persona, si esprime sospinta da una forza a loro connessa, ma Pietro, parlando anche per gli altri, che aveva ben vivo il ricordo di ciò che era avvenuto sul lago in tempesta e non solo, lascia spazio a una dichiarazione particolare: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”, che altre traduzioni riportano con “il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”a seconda della fonte, che risente dell’influenza di Matteo 16.

Pietro non dice di aver compreso il discorso sulla carne e il sangue, cosa che avverrà dopo la discesa dello Spirito Santo, ma confessa quale più anziano del gruppo che né lui né gli altri avevano alternative una volta riconosciuto di aver bisogno di un Pastore e, soprattutto, averlo trovato. I verbi “creduto”e “conosciuto”fanno riferimento al fatto che i dodici a quella conclusione erano giunti dopo un’attenta osservazione dei fatti di cui erano stati testimoni e protagonisti al tempo stesso, oltre che di una forte volontà di capire i suoi discorsi. Ed erano arrivati a un punto in cui in loro si era creata la consapevolezza del fatto che, senza di lui, non avrebbero potuto essere. Senza il loro Maestro si sarebbero sentiti persi, a differenza di quanti “tornarono indietro”ad una vita che, temporaneamente, li avrebbe distolti dal pensare che un giorno sarebbero morti trovandosi di fronte a ciò che Gesù aveva detto: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio”(Luca 18.8).

La risposta “Non sono forse io che ho scelto voi, i dodici?”riguarda non l’elezione per la vita eterna, ma la nomina ad apostoli (Luca 6.13). La immediata aggiunta “Eppure uno di voi è un diavolo”ha fatto seguito al tema dell’elezione probabilmente perché gli altri undici, una volta che Giuda Iscariotha si fosse rivelato, non avessero dei dubbi ipotizzando che il loro Maestro avesse sbagliato a scegliere uno di loro. Il termine usato per indicare Giuda è molto particolare perché di lui non è detto che è un “daimon”, cioè uno spirito maligno, ma “diàbolos”, cioè “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”, col quale è evidente l’identificazione con Satana. Jacques Masson, teologo vissuto tra il 1400 e il 1500, osservò che “Egli era animato dallo spirito di Satana, così da esser fra i dodici quello che Satana era stato nella famiglia di Dio in cielo”. Occorre però specificare che questa identificazione piena avverrà in un punto preciso, quando ricevette da Gesù il boccone intinto, dopo di che leggiamo che “Satana entrò in lui”, cioè ne prese pieno possesso non per umiliarlo come fece e fa con gli indemoniati, ma per i suoi scopi. Giuda quindi, a quel tempo, era una persona che agiva per se stesso, traendo un illecito guadagno rubando dalla cassa comune di cui era responsabile, oltre a disprezzare costantemente tutto ciò di cui, assieme agli altri, era testimone. “Uno di voi è diavolo”, sono parole che quindi si riferiscono alla prospettiva e al destino di quell’apostolo, ma anche al fatto che a spingerlo nelle sue azioni era una forza contraria che andava oltre oltre l’impermeabilità del cuore e della mente. “Durante la cena,(…) il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariotha, di tradirlo”: si noti il “già” che allude al processo inevitabile di chi non solo rifiuta il Vangelo, ma lo combatte, lo ignora volutamente, resta indifferente nonostante le Sue manifestazioni. Giuda qui “stava per tradirlo”, il che significa che aveva già deciso di attendere il tempo opportuno per farlo: avrebbe ferito al calcagno la “progenie della donna”.

Credo che qui, a prescindere da quanto scritto finora, quel “diavolo”riferito a Giuda sia strettamente connesso a un’altra definizione che Gesù dà di lui: in Giovanni 17.12 leggiamo “Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la scrittura”. Qui si aprirebbe un argomento immenso, che penso sia impossibile da sviluppare se non poco per volta, stante gli scopi che si prefiggono questi studi sul Vangelo.

Se però Giuda è il livello più alto – in questo contesto – della manifestazione satanica, ricordiamo che non è importante riflettere sulla capacità distruttiva di questo personaggio, quanto piuttosto sul fatto che l’Avversario abita certe persone, compresi quegli Scribi e Farisei cui Gesù si rivolse dicendo “Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio”. Ecco perché, per trovare un angelo dell’Avversario, o un appartenente a lui, non dobbiamo andare troppo lontano. E, a volte, questo non lo pensiamo. Amen.

* * * * *

 

10.13 – CHI MANGIA LA MIA CARNE E BEVE IL MIO SANGUE (Giovanni 6.52-58)

10.13 – Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue (Giovanni 6.52-58)

 

52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»”.

 

A un lettore attento ai verbi che descrivono lo stato d’animo dei Giudei non sarà sfuggito che prima “mormorano” e poi che, dopo le parole “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, si mettono a “discutere aspramente”perché quella frase rappresentò per loro qualcosa di totalmente assurdo e non sapevano come interpretarla alla luce della loro conoscenza. A cosa alludeva Gesù? Per quanto sapevano i Suoi uditori, non poteva certo riferirsi a una forma di cannibalismo perché avrebbe comportato l’infrazione del comandamento “Non ucciderai”senza contare che cibarsi di un corpo umano sarebbe stato impossibile dal momento in cui, solo per aver toccato un cadavere, una persona rimaneva impura “fino alla sera”. Ora, poiché questi due principi erano chiari a tutti, il fatto che discutevano aspramente ci parla del fatto che, in quella Sinagoga, si erano create due fazioni opposte che, come dal verbo utilizzato, “emaxónto”, “combattevano”tra loro: vi era così un gruppo che credeva in Gesù e ne accettava la dottrina, un secondo che la contrastava ritenendola assurda e impossibile.

A questo punto intervengono i due “Amen” di Gesù in cui pone di fronte quei Giudei a qualcosa di enorme: al mangiare la propria carne aggiunge il bere Suo sangue, altra pratica proibita dalla Legge, per sette volte, a cominciare dalla Genesi in cui leggiamo (9.4) “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente, e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Sono parole dette a Noè e ai suoi figli una volta usciti dall’arca. Essendo quindi il sangue la sede fisica della vita animale e al tempo stesso facente espiazione per l’anima dell’uomo, come ha scritto un fratello, “ai più riflessivi e sinceri dei suoi uditori, la separazione che Gesù fa fra la sua carne e il suo sangue dovette dar l’idea della morte, non naturale ma espiatoria come accennato al verso 51 «il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo»”.

Vorrei a questo punto mettere in risalto gli elementi a disposizione della fazione contraria a Nostro Signore per cercare di capire quanto voleva dire nonostante, più che la verità, a loro interessasse la contesa: prima di tutto c’era il fatto che Gesù era un profeta e, riguardo alla categoria di queste persone, la Legge aveva dato delle indicazioni per distinguere quello vero dal falso: “Qualora sorga in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti proponga un segno o un prodigio, e il segno e il prodigio annunciato succeda, ed egli ti dica: «Seguiamo dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli», tu non dovrai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore perché il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Seguirete il Signore, vostro Dio, temerete lui, osserverete i suoi comandi, ascolterete la sua voce, lo servirete e gli resterete fedeli, Quanto a quel profeta o a quel sognatore, egli dovrà essere messo a morte, perché ha proposto di abbandonare il Signore, vostro Dio, che vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto e ti ha riscattato dalla condizione servile, per trascinarti fuori della via per la quale il Signore, tuo Dio, ti ha ordinato di camminare. Così estirperai il male in mezzo a te”(Deuteronomio 13.2-6). Ora non mi pare che Gesù rientrasse nella categoria qui descritta e sicuramente anche il partito a lui opposto, in quella sede, non avrebbe potuto accusarlo in tal senso.

C’era poi la frase, ripetuta quattro volte, “lo risusciterò nell’ultimo giorno”: non potevano essere parole dette a caso perché Gesù aveva già risuscitato, per quanto sappiamo, due persone, la figlia di Jairo, proprio a Capernaum, e il figlio della vedova a Nain. Quelle parole, quindi, avrebbero dovuto essere elaborate con la massima attenzione. Terzo, Nostro Signore era lì, in mezzo a loro e non ci sarebbe stato altro modo per approfondire interpellandolo direttamente come avvenuto quando, in età di dodici anni, a Gerusalemme è scritto che i Dottori della Legge “erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”(Luca 2. 47). Attenzione, perché quei maestri venivano da una vita dedicata allo studio, estensione e memorizzazione dei testi sacri e di un mare di sentenze custodite gelosamente da secoli. E mi viene in mente Nicodemo, che andò da Lui per capire e lo interrogò certo non con un senso di superiorità e per contendere.

Tornando al nostro testo sembra quasi, per le dinamiche descritte, che Gesù sembra voler “rincarare la dose” quando, al pane-carne, aggiunge il suo sangue-bevanda, ben sapendo le reazioni che avrebbe provocato: il fatto è che la verità andava detta comunque e in tal modo avrebbe dimostrato, come già detto ai discepoli, di essere “venuto sulla terra non a portare la pace, ma la spada”(Matteo 10.34). Non solo, ma teniamo presente la risposta data ai discepoli circa il motivo del Suo parlare per parabole, quindi per figure che in alcuni casi erano dei veri e propri enigmi: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano; ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”(Marco 4.11,12). Non si tratta di una selezione arbitraria operata da un dio capriccioso, ma della conseguenza dello stato dell’anima della persona, del fatto che “Dio resiste ai superbi e fa grazia agli umili”(1 Pt 5.5), concetto espresso anche in Proverbi 3.34 “Dei beffardi egli si fa beffe e agli umili concede la sua benevolenza”. E il superbo è colui che è assolutamente convinto della propria superiorità sugli altri, quindi abituato a trattare il prossimo con arroganza e disprezzo.

Sappiamo che Gesù parlò in parabole, ma che poi le spiegava ai Suoi: lo stesso farà per queste parole sulla Sua carne e il Suo sangue, per quanto più di un anno dopo nell’ultima cena. Leggendo la versione di Matteo 26.26-28 abbiamo: “Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati”. Abbiamo qui la rivelazione di ciò che Lui intendesse quando parlò ai Giudei a Capernaum: si tratta di una simbologia per alludere alla profonda immedesimazione che dev’esservi tra chi è da Gesù salvato e redento, e Lui stesso in quanto il sacrificio della croce rappresenta il massimo dei doni che vengono porti all’uomo che li accoglie.

Apro una parentesi che mi sembra doverosa: i Giudei rifiutarono il concetto letterale della carne da mangiare e del sangue da bere, ma alcune Chiese ne hanno fatto, altrettanto letteralmente, un dogma stabilendo la transustansazione nell’eucarestia, come dichiarato nel Concilio di Trento (sessione XIII, 11 ottobre 1551): “con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, Nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue”. Va bene, ma prima? Questa “conversione” esisteva, oppure no?

Al contrario di questa teoria, che poi per il cattolicesimo è un dogma, si tratta di riconoscere in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Gesù dato per tutti coloro che lo avrebbero accolto. Fu un sacrificio fatto “una volta per sempre”(Ebrei 9.28) che non ha alcun senso che si rinnovi, mentre a ripetersi – questo sì – è il suo ricordo come dalle parole “Fate questo in memoria di me, finché io venga”(Luca 22.19). Se nell’ultima cena gli apostoli avessero sospettato anche lontanamente che quel vino fosse stato davvero il sangue del loro Maestro, non lo avrebbero certamente assunto, così come il pane, se non fosse stata figura del suo corpo e non la presenza reale di esso.

Le parole dei nostri versi in esame, per la circostanza in cui furono pronunciate, hanno riferimento profetico e al significato del credere più che alla celebrazione del Memoriale (o Eucaristia) che, come sappiamo, sarà istituito in seguito: abbiamo prima il pane – carne, quindi un alimento che, a differenza di quello naturale che deperisce, è per la vita eterna. Questo può essere identificato solo nella persona di Gesù, “Verbo”che “si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”con un corpo simile al nostro, che ha conosciuto una morte violenta, ingiusta, eppure l’ha vinta. Scrive l’apostolo Paolo in Romani 5.6-9 “Quando eravamo ancora senza forza, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui”.

Sappiamo che “A tutti coloro che l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”, quindi è questa accoglienza, che si concreta inizialmente nel riconoscerlo come la “Parola fatta carne”, che comincia il cammino verso la salvezza. Quando fu detto a molti, uomini e donne “Va’, la tua fede ti ha salvato”, significa proprio che questi nostri fratelli o sorelle che ci hanno preceduto lo avevano riconosciuto come Signore. Il Suo sangue, poi, non può avere altri riferimenti che col sacrificio che affrontò come “Agnello di Dio che toglie– cioè prende su di sé – il peccato del mondo”. Il corpo di Gesù è “vero cibo”e il Suo sangue “vera bevanda”perché l’anima dell’uomo ha bisogno di essere sfamata e dissetata. Infatti “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù– non in altri –. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati”(Romani 3.23-25).

L’autore della lettera agli Ebrei scrive a proposito di questo sangue: “Se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su coloro che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? (…)Ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza”(9.13-28).

Ecco allora perché abbiamo letto “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui”, parole che hanno stretta relazione con un altro passo che ci parla dell’identità dell’uomo finalmente trovata: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”(Apocalisse 3.20). Per vivere in eterno, per essere risuscitati nell’ultimo giorno. Amen.

* * * * *

10.12 – IL PANE DELLA VITA (Giovanni 6.45-51)

10.12 – Il pane della vita (Giovanni 6.41-51)

48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».”.

I versi da 26 a 58 di questo capitolo sono dedicati alla presentazione di Gesù come “Pane della vita”con un discorso in cui si rivela non solo come unica fonte di salvezza per l’uomo, ma dà anche per la prima volta un’identità precisa di sé riguardo al proprio corpo e sangue. Già qui abbiamo un’incommensurabile distanza tra ciò che fu Lui come uomo e ciò che siamo noi: le parole “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(v. 54) fanno riferimento al Suo potere salvifico in contrapposizione alla nostra incapacità risolutiva in tal senso perché la nostra “carne e sangue – cioè così come siamo– non possono ereditare il regno di Dio” (1 Corinti 15.50).

Per quanto noi possiamo fare, allora, non abbiamo nessun potere su ciò che esula dal nostro ambiente terreno per quanto, anche in quel contesto, non possiamo fare “un solo capello bianco o nero”. Si tratta di un’impossibilità già espressa nel dialogo con Nicodemo in cui leggiamo“Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito”(Giovanni 3.5,6).

“Io sono il pane della vita”viene ripetuto per la seconda volta a distanza di poco tempo così come il richiamo alla manna nel deserto ad esso simbolicamente collegato. Mi sono chiesto quali applicazioni si potessero fare sul “pane” nella Scrittura, che simboleggia ciò che alimenta l’uomo e troviamo menzionato la prima volta in Genesi 3.19: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere ritornerai”. Per poter sopravvivere, quindi, Adamo e la sua discendenza avrebbero dovuto lavorare con fatica, a differenza di quanto avveniva in Eden, quel luogo che il Creatore aveva personalmente realizzato per loro e in cui non si conosceva la fame né altre problematiche legate all’esistenza. Ricordiamo che Adamo e sua moglie avevano a disposizione tutti i frutti del giardino, ma ancora di più quelli dell’ “albero della vita”che si trovava al centro di esso, cioè sempre raggiungibile, mai distante da qualunque punto si trovassero. Contrariamente il pane che Adamo si sarebbe procurato lavorando, lo avrebbe nutrito fino a quando egli non sarebbe ritornato polvere.

Il pane, certo non quello contaminato che abbiamo oggi, è figura di ciò che necessita all’uomo per vivere e infatti è uno dei soggetti di preghiera nel “Padre Nostro”, ma nelle parole di Gesù è un elemento che si trasforma sempre in un concetto di più ampia portata: “l’uomo non vive di solo pane, ma di ciò che procede dalla bocca di Dio”, quindi c’è un nutrimento diverso che va assunto per vivere davvero, al di là di quello che conosciamo. Nella seconda parte del verso 50, poi, c’è un “pane che discende dal cielo perchéchi ne mangia non muoia”essendo il Cristo l’unica opportunità offerta per perché l’uomo si possa appropriare di quella vita eterna che altrimenti gli sarebbe negata. E il paragone con la “manna del deserto”, rivolto al popolo che ben conosceva l’episodio, fu quanto mai pertinente, perché la citazione di quanto avvenuto in Esodo ci parla di un intervento di Dio perché gli israeliti non morissero di stenti in un territorio ostile. Ma c’è di più perché, se per i Giudei la citazione dell’episodio della manna fu il punto di partenza per rifiutare Gesù come riportato al verso 31 (“I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto”), per Nostro Signore fu quello di arrivo: certo i loro padri l’avevano mangiata e morirono, ma “questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”(v.50).

Il primo pane, quindi, era per la sopravvivenza temporanea, ma il nuovo, quello “che discende dal cielo”, lo sarebbe stato per la vita eterna. È e fu punto di arrivo perché, dopo di quello, l’uomo non può desiderare altro: cibandosene ha finalmente un ruolo, una prospettiva, una destinazione, una dignità vera. Da notare che i pronomi “Io”e “Me”compaiono in questo capitolo per 35 volte, 5×7, a sostegno della totalità e perfezione dell’opera del Figlio. In quel “sono morti”, infatti, abbiamo un rimando alla descrizione obiettiva che Salomone fa dell’esistenza umana nel libro del Qoèlet quando scrive “Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa (…) nessun ricordo resta degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito”(1.4,11): ora il “ricordo degli antichi”non è riferito ai grandi della storia – anche quelli che troviamo nell’Antico Patto –, ma a tutto quel patrimonio di vissuto, nel bene e nel male, di aspirazioni, esperienze e speranze di tutti quelli che sono stati, in un modo o in un altro, protagonisti della loro storia e che è svanito, di quella verità reale, non ufficiale, che non ci è stata tramandata e che non conosciamo. Credo che lo studio della storia umana sia uno dei più grossi inganni che possiamo subire perché scritta sempre dai vincitori che l’hanno piegata ai loro scopi e dagli storici che, per quanto riguarda quella recente, l’hanno omessa in quei dettagli che avrebbero potuto modificarne il senso.

Certo la manna nel deserto ebbe una valenza spirituale assoluta perché stava a testimoniare l’amore di Dio per il suo popolo, ma costituiva, dal momento in cui Gesù parlava in poi, un evento passato: uno dei tre artefici della manna nel deserto stava lì, davanti a quei Giudei che lo contestavano incapaci di capire e privi della volontà di comprenderne il senso.

Ricordiamo infatti le parole di Proverbi 8.21-31 quando parla la Sapienza “Quando egli fissava i cieli, io ero là, quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti così che le acque non oltrepassassero i loro confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”(Proverbi 8.21-31). Sicuramente da sottolineare il “globo terrestre”, descrizione che sta a indicare come gli uomini di Dio già sapessero che la terra non era piatta, come si riteneva nel mondo antico estraneo alla Rivelazione.

Un giorno ho pensato che l’opera della creazione di Dio fu un atto non meno complesso del piano di salvezza per l’uomo: il Padre scrisse, nel Libro che solo l’Agnello sarà in grado di aprire, i nomi di tutti coloro che sarebbero stati salvati. Diede loro un posto, un ruolo tanto nella vita terrena che in quella eterna provvedendo alla cancellazione del loro peccato, come troviamo scritto, “…e non mi ricorderò più dei loro peccati”(Geremia 31.31): in Ebrei 8.13 infatti leggiamo “Dicendo alleanza nuova– quella di cui Geremia ha parlato –  Dio ha dichiarato antica la prima; ma, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire”. Non credo che possa esservi passo migliore, a commento di quanto stava avvenendo nella Sinagoga di Capernaum, di Ebrei 1.1-4 che, in poche parole, traccia il senso della storia umana raccordata a quella della Creazione Nuova di cui Gesù è il responsabile: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato”.

È proprio questo ultimo verso a spiegare cosa volesse dire Gesù: il mangiare “di questo pane”è la chiave del discorso, una direzione unica e precisa che ogni uomo, da quando furono pronunciate queste parole, è chiamato a prendere. Per ora stiamo ancora considerando la prima parte di quanto detto da Nostro Signore: mangiare “di questo pane”è un’azione che comporta l’avvicinarsi, prenderlo e cibarsene, cioè farlo profondamente proprio, assimilarlo, quindi ha riferimento con il “credere”che, come più volte sottolineato, è tutt’altro che una semplice presa d’atto. E, certo, comporta delle prese di posizione viste nei due veri “sacramenti” del cristianesimo, il battesimo e la santa cena in cui, assumendo pane e vino, i credenti rinnovano la loro adesione a Cristo obbedendo al comandamento “Fate questo in memoria di me, finché io venga”.

“Se  uno mangia di questo pane vivrà in eterno”, esprime così una condizione, l’unica perché ciò possa avvenire essendo la conseguenza del credere. Poi leggiamo “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”(v.51), frase che ha generato da allora in avanti una confusione enorme perché presa letteralmente. Subito infatti i Giudei dissero “Come può costui– in senso spregiativo – darci la sua carne da mangiare?”(v.52) e “da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”(v.66). Sono passi che affronteremo, ma che dicono molto sull’incapacità dell’uomo naturale di comprendere qualsiasi concetto spirituale: esistono le parabole – o per lo meno alcune di loro –, racconti semplici, che rimangono impressi e il più delle volte sono interpretabili anche da un bambino, ma nel momento in cui ci si addentra nelle prime verità nascoste di Dio ecco che la mente carnale subito interviene volendo interpretare correttamente e, non riuscendovi, si arrende nel modo sbagliato, cioè rifiutandole invece che chiedere umilmente a Lui di illuminarlo. Rifiutare un concetto spirituale comporta sia il respingerlo che il giudicarlo, allontanandosene.

Rimaniamo un poco su quanto detto da Gesù finora: la vita eterna la possiede “chi mangia di questo pane”, ma prima, al verso 40, le parole furono “La volontà di colui che mi ha mandato è questa: che chiunque vede il Figliolo e crede in lui, abbia vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”, due concetti diversi che portano al medesimo risultato comprendendoli entrambi; “vedere”e “credere”, quindi riconoscere la sua esistenza e presenza spirituale indipendentemente dal tempo in cui si vive. Quando Gesù era sulla terra la gente poteva vederlo di persona e credere o meno, allora come oggi. Ogni credente vissuto dalla morte e resurrezione del Cristo in poi, noi compresi, lo ha visto con gli occhi di chi ce lo ha descritto, in parole e opere, nel Vangelo e in tutti gli scritti che compongono il cosiddetto “Nuovo Testamento”.

Quindi: chi ha mangiato la manna nel deserto morì confermando l’amara constatazione di Salomone “Tutti sono diretti nel medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna”(Qoèlet 3.20); chi però afferra l’opportunità di cibarsi del pane disceso dal cielo “vivrà in eterno”perché, pur passando attraverso la morte del corpo, eviterà quella seconda riservata ai “codardi, gli increduli, gli immondi, gli omicidi, i fornicatori, i maghi, gli idolatri e tutti i bugiardi”(Apocalisse 21.8). Si tratta di categorie illuminanti che riguardano tutti coloro che non fanno proprio il sacrificio di Cristo per essere salvati senza produrre quei “frutti degni del ravvedimento”indispensabili a confermare la nuova nascita. Si tratta, ancora, delle stesse tipologie di persone alle quali appartenevamo un tempo. Scrive l’apostolo Paolo che “Tali eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!”( 1 Corinti 6.11).

Ancora, sempre in Apocalisse 20.15 leggiamo che “chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”, per cui l’uomo non può avere alternative di scampo se non in quel “pane vivo disceso dal cielo”oggi liberamente a disposizione di chiunque. Sono queste parole importanti e mettere i versi di Apocalisse che abbiamo riportato in relazione tra loro è fondamentale perché, lungi dal dividere l’umanità in “buoni e cattivi”, in realtà crea l’insieme dei credenti e dei non credenti, cioè di coloro si nutrono delle parole del Figlio di Dio oppure no, su Lui fanno affidamento e in Lui si nutrono. Amen.

* * * * *

 

10.11 – NESSUNO PUÒ VENIRE A ME SE IL PADRE NON LO ATTIRA (Giovanni 6.41-50)

10.11 – Nessuno può venire a me se il padre non lo attira (Giovanni 6.41-50)

41Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».

43Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. 44Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna”.

La cronaca della giornata di Nostro Signore a Capernaum prosegue con “Allora”, cioè “a questo punto”. Quale? Due sono le frasi che avrebbero potuto attirare l’attenzione di quei “Giudei”, termine come sappiamo che si riferisce agli Scribi e Farisei presenti: la prima era quella con cui Gesù si era dichiarato “il pane della vita”, la seconda fu quel “disceso dal cielo”che suscitò le loro rimostranze “teologiche”. Come sempre, quindi, mescolati in mezzo al popolo, c’era chi cercava di raccogliere ogni possibile elemento per poterLo condannare a morte, come annotato da Matteo subito dopo l’episodio della guarigione dell’uomo dalla mano inaridita avvenuto proprio in quel luogo: “Allora i farisei uscirono– dalla Sinagoga – e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”(12. 14).

Per capire la loro mentalità, che poi è quella razionale applicata alla Parola di Dio, l’amore per il ragionamento logico che diverse volte è stato citato, va considerato quel “disceso dal cielo”che li fece andare immediatamente, come già avvenuto in Nazareth, alle sue origini: se “Costui”era Gesù, “il figlio di Giuseppe”, per cui era nato come tutti gli altri uomini, non poteva avere nessun’altra origine. Tra l’altro abbiamo qui un particolare interessante, vale a dire che c’era stato chi aveva indagato su di chi Lui fosse figlio, ma senza andare a considerare tutti quei segni chi precedettero la Sua nascita, le profezie o le circostanze che portarono alla venuta di Giovanni Battista, Suo precursore. Certamente era vero, Gesù era un uomo, ma nessun altro era mai stato in grado di parlare come Lui e soprattutto confermare con molti miracoli ciò che sosteneva. Ebbene, quei “segni”da Lui fatti più volte a Capernaum e nelle città vicine, avevano perso immediatamente, per i Giudei, ogni valenza. Ecco qui applicata la lettera che uccide in contrapposizione allo Spirito che vivifica, la logica che annienta, nega ignorando il divino avvenuto. Così come ho sentito dire che Gesù non era Dio perché un dio non può morire – naturalmente negando la risurrezione –, qui Gesù non avrebbe potuto dire di essere disceso dal cielo perché figlio di Giuseppe, un umile falegname.

Va rilevato che Nostro Signore non si mette a discutere con loro cercando di convincerli che sì, era nato come tutti, ma preceduto da profezie che lo indicavano inequivocabilmente come il Salvatore, estendendo e spiegando cosa significasse essere “Figlio di Davide”ma, primo, li invita a non mormorare tra loro, cioè parlare di argomenti delicati in tono malizioso esprimendo malcontento a mezza voce, fare maldicenza. Poi enuncia una verità spirituale molto importante vista nelle parole “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(v.44).

Abbiamo qui una verità che fa riferimento al piano del Padre per ciascun uomo che ha creduto, crede e crederà nel Figlio. Non potrebbe essere altrimenti perché è Lui l’Autore della Creazione e il Figlio quello della vita: all’Uno appartengono le leggi dell’universo, quindi quelle fisiche, chimiche, all’altro quelle della biologia naturale e spirituale. Il Padre è lo Scrittore tanto delle tavole date a Mosè, compilate da destra a sinistra, ma soprattutto di quel “libro della vita”che solo il Figlio, l’Agnello, è in grado di aprire avendo la signoria sui sette sigilli, cioè quei tempi ed eventi destinati a contrassegnare la storia umana fino alla fine del creato che conosciamo. E dal momento in cui i nomi dei salvati sono scritti in quel libro, va da sé che il Padre attiri al Figlio coloro che lì sono registrati.

Pensiamo a quelli che si erano messi alla ricerca di Gesù quel giorno: la maggioranza lo aveva fatto perché volevano mangiare ancora quel pane ricevuto a Bethsaida e non per saziare la loro anima. Chi non è attirato dal Padre, quindi, non potrà che far parte di una religione vuota, o purtroppo di quel cristianesimo malato oggi dilagante, quello che pone l’uomo al centro di ogni cosa, quello dei “Nicolaiti”, delle grandi cerimonie, di quelle manifestazioni di massa vuote, inutili, fuorvianti. Chi non va al Figlio si costruisce una religione che vuole un dio su misura e così facendo si allea con l’Avversario che progetta e sostiene l’idea di un impero politico e religioso per giustificare ogni abuso. Quanti crimini sono stati commessi nel nome di una fede che tale non è? Al religioso non interessa trovare e scavare nelle profondità di Dio, ma vuole delle norme, una tradizione con la “T” maiuscola, del precetti comodi di cui servirsi all’occorrenza e all’occorrenza trascurare senza crescere, mettersi in discussione ogni suo atto.

Il piano di Dio Padre per l’uomo, invece, contempla che questi creda nel Figlio e in Lui viva per essere resuscitato “nell’ultimo giorno”, cioè là dove mai prima di quel momento vi sarà un confine netto tra la vita e la morte perché sarà solo allora che diventeranno davvero eterne. E se molti hanno paura della morte, molto di più dovrebbero averne della seconda.

A questo punto Gesù riporta le parole “E tutti saranno ammaestrati da Dio”, che vogliono essere prima un insegnamento a quei mormoratori che Lo denigravano. Si tratta di una realtà troviamo annunciata in quattro passi, numero non casuale, il primo dei quali in Geremia 31.33,34: “Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro dicendo «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché perdonerò le loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.

Qui gli oppositori di Gesù avrebbero avuto modo di fare una prima riflessione: Geremia profetizza il ritorno del popolo dalla cattività e l’incontro col Messia con le relative conseguenze. Da notare come sia annunciato un nuovo patto che si sarebbe manifestato con la conoscenza del Signore senza che fosse più necessario insegnarla e apprenderla fin da bambini, come prescritto nella Legge. Geremia annuncia una conoscenza di Dio personale, unica, identitaria.

Il secondo verso lo troviamo in Ezechiele 11.19-20: “Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, perché seguano le mie leggi, osservino le mie norme e le mettano in pratica: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio”. Senza un intervento del Creatore, l’uomo avrà sempre e solo un cuore di pietra, cioè immobile, incapace di dare un battito, protagonista di una non-vita. Il cuore di pietra ha neuroni della stessa sostanza per cui va da sé che i suoi sentimenti siano indirizzati alla morte, siano e restino immobili – pietrificati, appunto – ma il Padre promette un intervento chirurgico che si sarebbe concretato con la venuta del Figlio e, naturalmente, con la fede in Lui. Gli oppositori di Gesù, conoscendo questo verso, avrebbero avuto modo di considerarne anche il successivo: “Ma su coloro che seguono con il loro cuore i loro idoli e i loro abomini farò ricadere la loro condotta”(v.21). Anche qui un riferimento a un cuore che rimane di pietra, rifiutando l’intervento di Dio e restando ancorato ai propri idoli, alla religione fatta di elementi inutili a salvare, quindi estraneo alla vera Vita che non conosce fame né sete.

Terzo passo sempre in Ezechiele, ma in 36.26,27 che riporta alcune parole del precedente: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme”. Sono parole che esprimono l’impossibilità, da parte dell’essere umano, a fare alcunché senza un intervento diretto di Dio Padre che “aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti”, ma “ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato”(Ebrei 1.1-4).

Quarto e ultimo riferimento, ma che possiamo anche intendere come primo e unico per la presenza della congiunzione “e”, è reperibile in Isaia 54.13, per quanto occorra una traduzione corretta e non interpretata: la versione della C.E.I. che solitamente utilizzo perché più scorrevole, infatti, non rende possibile il collegamento con la citazione di Gesù e, qui come in altri punti, è fortemente limitante. Abbiamo infatti: “Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, grande sarà la prosperità dei tuoi figli; sarai fondata sulla giustizia”. Giovanni Diodati però, attento a tradurre più consapevolmente, scrive “E tutti i tuoi figli saranno istruiti dal Signore, e la pace dei tuoi figli sarà grande”.

Gesù quindi ricorda, inascoltato, che quello era il tempo dell’istruzione in attesa dell’epoca definitiva in cui la conoscenza e visione di Dio sarebbe stata perfetta.

Le Sue parole proseguono: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me”(v.45). Proprio loro, gli Scribi e i Farisei, che avevano fondato la propria vita – ma purtroppo anche  l’orgoglio – sulla ricerca e lo studio, erano diventati incapaci di ascoltare; proprio loro, che per umiliare il prossimo usavano spesso il detto “Va e impara”. Qui si tratta di ascoltare e imparare dalla Fonte per eccellenza di ogni cosa per cui ogni nostra idea, moto d’animo o convinzione, deve tacere per lasciare spazio alla Parola. Credo che solo allora sia possibile imparare da Lui e infatti la Scrittura ci mostra che ogni volta che l’uomo ha voluto portare avanti sé stesso ha conosciuto unicamente la non rivelazione e si è perso, rimanendo quello di sempre.

Ha scritto un fratello a commento di questo verso: “…l’udire e l’imparare dal Padre significano la stessa cosa, cioè l’illuminazione interna e la forza di credere, che Dio, mediante il suo Spirito, produce nella conversione; e tutti quelli che avranno ricevuto un tal dono verranno volontariamente, a con assoluta certezza, a Cristo”.

Infine abbiamo la descrizione della superiorità del Cristo su qualunque altro uomo o profeta poiché, se questi Dio non lo hanno mai visto eppure di Lui hanno parlato, Gesù sì e può rivelarLo come nessun altro: “Solo colui che viene da Dio– ora in mezzo a loro, disceso dal cielo – ha visto il Padre”(v.46) per cui “In verità, in verità vi dico: chi crede ha vita eterna”, verso in cui la nostra traduzione omette il fondamentale “in me”. Credere non serve a nulla se l’oggetto della fede non è Gesù Cristo, altrimenti la Sua morte e resurrezione sarebbero state del tutto inutili così come tutto quanto detto da Lui sarebbe privo di significato. Avere la “vita eterna”è l’entrare in possesso dell’unica identità possibile per non soccombere nell’ultimo giorno, per poter sopravvivere in un mondo retto da un principe che, per quanto destinato alla distruzione, non per questo è impotente. Amen.

* * * * *

 

10.10 – IL PANE DISCESO DAL CIELO (Giovanni 6-30-40)

10.10 – Il pane disceso dal cielo (Giovanni 6.30-40)

30Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! 36Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. 37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 40Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno»”.

Un particolare importante che non abbiamo avuto modo di considerare nel capitolo scorso, ce lo fornisce Giovanni al verso 59: “Gesù disse queste cose insegnando nella sinagoga a Capernaum”, non necessariamente di sabato: fu allora lì che lo trovarono e che l’invito “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane a vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”fu rivolto in quel contesto.

Sentendo quelle parole la gente, profondamente incredula nonostante la conoscenza delle Scritture, chiede a Gesù, dopo tutti i miracoli compiuti compreso quello dei pani e dei pesci, “Quale segno tu compi perché vediamo e crediamo?”. Ricordiamo ciò che dissero subito dopo essere stati sfamati: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”(Gv. 6.14). Teniamo comunque presente questi due verbi, perché poi li confronteremo con altrettanti, che troviamo al verso 35, “venire” e “credere”. Il riferimento al mangiare la manna nel deserto ci parla sì della conoscenza che i presenti avevano delle Scritture, ma della loro reale cecità e dell’incapacità di rapportare ciò sapevano delle cose di Dio al tempo che vivevano. Erano incapaci di credere sulla base delle profezie e delle promesse dell’Antico Patto. Purtroppo questo si nota anche oggi nel cristianesimo perché credere in Gesù Cristo rimanendo ancorati a se stessi, rifiutando il cammino preparato per noi restando quelli di prima, quelli di sempre, equivale e non riconoscerlo come l’Unico Inviato da Padre per la nostra salvezza. Non possiamo, in altri termini, instaurare un rapporto con il Figlio senza diventare parte di lui e quindi cambiare profondamente. E qui ci raccordiamo al significato del verbo “credere” che non significa accettare come vero un fatto o un principio per poi disinteressarsene, ma adesione e rinnovamento continuo.

Certo chiedere un segno, da parte di quella gente, sarebbe stato legittimo se Gesù si fosse presentato all’improvviso, venendo da chissà dove per la prima volta, senza che nessuno ne conoscesse le origini, ma non fu così: la domanda dei presenti fu cieca, analoga a quella degli abitanti di Nazareth che volevano anche presso di loro i “segni” fatti a Capernaum e dintorni, oppure di quei Farisei che gli dissero “Maestro, noi vorremmo vedere da te un segno”ottenendo in risposta “Una generazione malvagia e adultera– spiritualmente – chiede un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona, il profeta”(Matteo 23.38 e segg.), cioè quello della Sua morte e resurrezione, prova indiscutibile del Suo essere Figlio di Dio.

Sono convinto che l’accostamento a Mosè e alla manna non fu casuale, poiché chi parlò a Gesù avrebbe potuto ricordare altri segni fatti da quel profeta: pensiamo alla roccia percossa nel deserto che diede acqua, o a quelli fatti con lo scopo di spingere il faraone e lasciare andare il popolo, le acque del mar rosso che si aprirono e poi si chiusero sommergendo l’esercito egiziano. Scelsero, come citazione, quella di “un pane dal cielo”che doveva essere raccolto al mattino e consumato nell’arco della giornata. Ricordiamo le parole di Esodo 16.17,18: “Ne raccolsero chi molto, chi poco. Si misurò con l’omer– unità di peso di circa 1,2 Kg. –: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne”. La disponibilità dell’amore di Dio che dà a ciascuno secondo il suo bisogno, già allora.

Quel “pane dal cielo”, che rappresentava le attenzioni di Dio per il suo popolo era figura del cibo perfetto che sarebbe venuto un giorno e che ora era lì, davanti a quella gente dubbiosa che chiedeva di vedere per credere, cioè toccare con mano, senza la minima dose di fede che contraddistinse tutti coloro che beneficiarono dell’intervento diretto di Gesù: se il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci fu per tutti coloro che si trovarono là, quelli di guarigione non poterono mai avvenire senza l’accettazione del Cristo e Signore. C’era quindi bisogno sì di pane, ma non di quello d’orzo: serviva “quello vero”, cioè l’unico che avrebbe sfamato una volta per sempre poiché l’incontro con Gesù si rinnova ogni giorno, se gli uccelli non passano a mangiare il grano o non cade in buona terra. Il “pane di Dio” inteso come manna era allora una figura di quello vero che sarebbe “disceso”un giorno, verbo che ci parla della spogliazione di Gesù come Dio per vestire la forma e la sostanza dell’essere umano, la creatura caduta perché sedotta, indotta a seguire un’illusione. Ecco il perché delle parole “Il pane di Dio è colui– non “quello” – che discende dal cielo e dà la– notare l’articolo – vita al mondo”. La vita vera, eterna.

Forse alcuni dei presenti capirono di aver frainteso e che vi era molto di più al di là della manna e dei pani d’orzo che avevano mangiato, ma la richiesta fu: “Signore, dacci sempre di questo pane”, dove quel “sempre”denota che volevano avere Gesù ancora come re, che desideravano restasse con loro a garantire prosperità e assistenza, ma non spirituale. Volevano un pane per la vita naturale. Quella gente fraintendeva un messaggio che veniva dallo Spirito Santo, e diversamente non poteva certo essere, ma proprio quel loro non capire ci consente di stabilire un’importante verità, e cioè che chi ascolta le parole di Dio con la carne, non può che interpretarle carnalmente per cui non arriverà mai a comprenderne il significato corretto. L’uomo deve sapere che, se non cerca Cristo per porre rimedio alla fame e sete dello spirito, non troverà mai alcun beneficio o rimedio al di là di un pregare, magari in forme coreograficamente belle e suggestive, il nulla e il vuoto. Pregare il vero Dio con presupposti sbagliati, equivale a predicarne uno finto perché il risultato sarà lo stesso.

Le parole “Io sono il pane della vita”con cui Nostro Signore risponde sono una dichiarazione di unicità: Lui e nessun altro lo è, e contengono un’indicazione e un avvertimento al tempo stesso, poiché il Suo è l’unico nome dato agli uomini per essere salvati. È, come sappiamo, un nome che è al di sopra di ogni altro, datogli da Padre: “Gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami «Gesù è il Signore!» a gloria di Dio Padre”(Filippesi 2.9-12). Facciamo attenzione: abbiamo letto “ogni ginocchio”, quindi anche di coloro che non lo avranno riconosciuto come Figlio di Dio, che avranno combattuto Lui direttamente nel corpo fisico o in quello spirituale che è la Chiesa. Proclamare che “Gesù è il Signore!”perché costretti dall’evidenza e dall’impossibilità di non poterlo fare, non potrà dare però alcuna salvezza, ma solo giudizio.

“Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai”: prima abbiamo visto il vedere per credere, cioè una condizione ridicolmente posta dall’uomo quasi possa fare un favore a un ipotetico dio lontano, qui abbiamo un “venire” e “credere”, quindi una situazione completamente diversa. Venire a Gesù suscita alla mente l’idea un’azione quasi inevitabile, istintiva, naturale, un andare a Lui per serenamente discutere, metterlo alla prova non polemicamente, ma quasi implorandone l’intervento rivelatore. Chi viene a Lui non avrà fame perché constaterà che solo in Lui vi può essere la giusta dimensione, l’avere “tutto pienamente”di cui parlò l’apostolo Paolo. Chi viene a Cristo trova un pane che, una volta assunto, pone chi lo ha preso nelle condizioni di riconoscere che in Lui c’è effettivamente la vita per cui affidarglisi è inevitabile. E nel momento in cui si crede – con la continuità e tutto quel che ne deriva – la sete diventa solo un ricordo affievolito visto in quel “Mai” con cui Giovanni conclude le parole del suo Maestro.

Esposte con pochissime parole gli effetti della fede in Lui, Gesù passa ad illustrare le dinamiche interne del credere: quando un peccatore, cioè chiunque vive la propria vita in modo contrario alle aspettative e agli ideali di Dio, si converte, cioè “viene”e “crede”, non è  un qualcosa che si verifica per caso: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me”. È una situazione che mi ricorda gli animali che entrarono nell’arca costruita da Noè senza che li andasse a cercare, seguendo un istinto che il Signore aveva posto in loro. E in quel “verrà a me”possiamo distinguere un’azione compiuta responsabilmente, già con una disposizione favorevole che contempla una resa.

“Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori”, quindi promessa di accoglimento. Solo l’interessato, uomo o donna che sia, può scegliere deliberatamente di allontanarsi da Lui e, quindi, si “caccia fuori” da solo esattamente come si ritorna a provare la fame e la sete di prima. Perché abbiamo senso e rivestiamo dignità, come esseri umani, solo se rimaniamo uniti a Lui. Viceversa, siamo solo rami secchi, buoni al massimo per il fuoco. Inutili nonostante ciò che di buono o di cattivo avremo fatto.

Nei versi conclusivi, poi, vediamo che l’accoglienza di Gesù prevede un piano e un posto preciso per ciascuno: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno”. Abbiamo rilevato tempo da che Abrahamo trovò la forza di sacrificare Isacco perché sapeva che sarebbe risuscitato, quindi la sua morte sarebbe stata un transito e non una fine: allo stesso modo qui troviamo accennato il piano di Dio per chiunque crede in Lui, cioè la resurrezione nell’ultimo giorno, quello con cui si chiuderà definitivamente la storia del mondo che conosciamo.

Nel non perdere “nulla di quanto egli mi ha dato”vediamo, in embrione, ciò che Gesù stesso svilupperà con queste parole: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è il più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola”(Giovanni 10.27-30). Qui, allora, abbiamo il mistero dell’amore del Padre e del Figlio che, così immensamente santi e puri, hanno accolto persone come noi. Amen.

* * * * *

 

10.09 – ALLA RICERCA DI GESÙ (Giovanni 6.22-29)

10.9 – Alla ricerca di Gesù (Giovanni 6.22-29)

22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberiade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Capernaum alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?» 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità, io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»”.

Prima di esaminare l’episodio è necessario dare alcune informazioni sulla cronologia degli eventi che, per quanto dettagliati e inequivocabili a partire dalla ricerca del luogo solitario dove far riposare i dodici fino alla salita di Gesù e Pietro sulla barca e l’approdo veloce a riva, pongono poi dei problemi di successione temporale. Leggiamo Marco 6.53-56: 53Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennezaret e approdarono. 54Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe 55e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. 56E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il limbo del suo mantello, e quanti lo toccavano venivano salvati”.

I versi di Giovanni, invece, abbiamo letto che ci parlano di un “giorno dopo”dalla non semplice interpretazione perché o intende il nuovo giorno appena cominciato, oppure quello successivo per dare modo ai dodici di riposare dopo una notte che doveva averli estremamente provati. Ora, dal comportamento della folla, possiamo concludere che si trattasse effettivamente dello stesso giorno e che Gesù fosse stato solo quando lo trovarono “di là dal mare”(v.25)

Cerchiamo di inquadrare gli eventi se possibile espandendo la narrazione di Giovanni, sfruttando gli elementi a nostra disposizione: quando Gesù aveva congedato la folla, cinquemila persone contando solo gli uomini, si era dispersa in cerca di un alloggio nei villaggi. Alcuni di loro forse tornarono alle loro case oppure, se venuti da lontano, avranno chiesto ospitalità nelle case isolate nei pressi, ma un buon numero era rimasto là, dove il miracolo era avvenuto, sperando di ritrovarvi Nostro Signore al mattino. Ed effettivamente al mattino la gente lo cercò, spronata anche dal fatto che videro “che c’era soltanto una barca”, quella con la quale Gesù era arrivato. Ora per loro, vedendo che la barca dei dodici non c’era più, era logico pensare che si trovasse ancora nei dintorni, per cui iniziò a cercarlo. Nel frattempo, da Tiberiade, era arrivata altra gente, ma la ricerca per trovare l’autore del miracolo dei pani e dei pesci non dette risultato e allora, sapendo che abitava a Capernaum, lo andò a cercare là, trovandolo “di là dal mare”, quindi dopo una traversata analoga a quella che avevano compiuto i dodici con lui, pur senza le fatiche del remare col vento contrario e l’angoscia della tempesta.

Va sottolineato che quanto dedotto finora si basa sul fatto che Giovanni scrive “il giorno dopo”e sui tempi delle reazioni della gente che, nell’immediato, cercò Gesù nel luogo in cui aveva compiuta la moltiplicazione e poi arrivò a Capernaum nella tarda mattinata o nel pomeriggio. Diversi commentatori, invece, preferiscono dare prevalenza al racconto di Marco (e Matteo) che parlano di un approdo a Gennezareth quale conclusione della traversata notturna che abbiamo esaminato.

Venendo ora alla domanda che gli fu rivolta dalla gente, “Rabbi, quando sei venuto qua?”, può essere tradotta anche “come”ed esprime tutta la loro curiosità perché non riuscivano a spiegarsi come Gesù avesse fatto ad arrivare lì prima di loro: via mare era impossibile in quanto, secondo logica, non presente sulla barca coi discepoli e, di notte e col forte vento che c’era stato, a piedi non avrebbe potuto arrivare a Capernaum prima di loro: tutti noi abbiamo provato cosa vuol dire camminare con vento contrario, che oltre allo sforzo implica problemi agli occhi causati dalla polvere sollevata dall’aria.

Sta di fatto che, come approccio, non avrebbero potuto rivolgerGli domanda più infelice, come se fosse un loro pari, un amico che li aveva preceduti in chissà quale modo: “Come hai fatto?”. Sappiamo che Gesù, unico, profondo conoscitore del cuore umano assieme al Padre, mise subito in luce le ragioni per cui quella gente lo cercava: “Non mi cercate perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”(v. 26). Cerchiamo di capire cos’era avvenuto: sappiamo che il pane distribuito alla folla era d’orzo, poca cosa che però, raccordandoci al miracolo dell’acqua tramutata in vino alle nozze di Cana, era più buono di quello che veniva custodito gelosamente per le grandi occasioni. Non c’è ragione per non ritenere quindi che anche quei pani d’orzo avessero un sapore diverso da quello ordinario.

Ora quella gente non cercava Gesù perché aveva “visto dei segni”, che implicava ragionare su un miracolo per darsi una spiegazione spirituale, ma perché voleva ancora saziarsi con quel pane, cioè cercava una soddisfazione immediata, a dire “Non hai voluto che ti facessimo nostro re? Almeno dacci di nuovo quel pane”. E qui si apre uno spazio immenso di riflessione, difficile da esporre in modo ordinato, che si basa sui motivi che spingono anche oggi le persone a cercare Gesù, per la verità poche stante gli ultimi tempi che stiamo vivendo. Di fatto però, come allora, la gente si mette alla ricerca di Dio per avere dalla sua parte un Essere superiore che si occupi dei loro problemi e li risolva. Più che la salvezza della propria anima, si cerca un anestetico, una pillola, un genio della lampada che tolga la fame sia essa di salute, di denaro, di successo nelle proprie imprese, la realizzazione piena della propria persona. Il resto non importa, ciò che è fondamentale è saziarsi, di pane – con quel che rappresenta – o di se stessi. Credo fermamente che questo abbia voluto dire Nostro Signore a quanti lo cercavano, per lo meno nella prima parte del suo breve discorso: ciò di cui erano alla ricerca quelle persone era “un cibo che non dura”, impotente a soddisfare la fame se non per un periodo, esattamente come quell’acqua che la donna samaritana era venuta ad attingere. Più avanti, come vedremo, Gesù parlerà del “pane disceso dal cielo”, senza venire capito. La samaritana avrebbe avuto ancora sete, la gente radunata a Capernaum ancora fame. E cercando di sfamarsi e dissetarsi con quei presupposti, non sarebbe riuscita a risolvere il problema della fame e della sete più profonda, quella interiore.

Ecco allora che l’invito è Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Esaminiamo brevemente queste parole: “Datevi da fare”, quindi “adoperatevi” in modo diverso da come avete fatto finora; cambiate prospettiva, mentalità, rinnovatevi, abbandonate le vostre priorità sul cibo che non dura, ma pensate a quello che “rimane per la vita eterna”dove il “rimanere” dà l’idea di qualcosa che resta nel luogo in cui si trova, un deposito custodito dove nessun ladro potrà mai arrivare. È come se Gesù avesse detto: “Se siete stati in grado di remare fin qua da Betsaida, potete fare altrettanto, ma in modo diverso, ponendo gli stessi sforzi spiritualmente”. E la “vita eterna”poi è in contrapposizione a quella a termine che tutti noi abbiamo, inutile senza la prospettiva della prima, quella che Gesù è il solo che può proporre e dare in quanto vincitore sulla morte. Infatti abbiamo letto “…e che il Figlio dell’uomo vi darà”: è una promessa perché chi ha dato la vista ai ciechi, guarito i paralitici e risuscitato i morti, cose impossibili alla ragione umana, può dare anche la vita eterna.

Così, a proposito di unicità, su nessun altro “Il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”, frase che si riferisce non solo alla Sua missione e regalità, ma anche alla dignità nuova ricevuta da tutti coloro che hanno creduto. Infatti: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori”(2 Cor. 1.22). “In Lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria”(Ef. 1.13,14).

Tornando al nostro testo, rileviamo dalla domanda dei presenti che questi si ritenessero già a posto con la loro coscienza perché già sapevano quali fossero “le opere di Dio”che avrebbero dovuto compiere: erano quelle della Legge, più cerimoniale che morale, che conoscevano perché spiegate dagli Scribi e dai Farisei sui quali ci siamo soffermati più volte. Se il carceriere di Filippi chiese all’apostolo Paolo “Cosa devo fare per essere salvato?”perché effettivamente desideroso di conseguire tale condizione, i conterranei di Gesù, con polemica, gli chiesero a cosa si riferisse con quel “compiere le opere di Dio”, perché già le praticavano. Ricordiamo infatti le parole del giovane ricco, “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza”.

Anche qui la risposta si riferisce a qualcosa di unico: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. Questo è ciò che serve, non atro perché era quello il tempo in cui le opere della Legge sarebbero passate in secondo piano in quanto adempiute dal Cristo per l’uomo e sacrificato innocente. La via nuova, la via, la verità e la vita, si sarebbero potute trovare solo ed esclusivamente nel Figlio che da allora in poi avrebbe rivelato il Padre. “Da allora”, certo, per le persone lì presenti. Da sottolineare che il greco “che voi crediate”, per la forma usata (“ina pistèusete”), non indica una semplice presa d’atto, ma una continuità d’azione, uno stato continuo di fede per cui non è salvato chi semplicemente crede, ma chi si pone in rapporto tra fede e opere: come qualcuno ha detto in giorno, “la fede è la vita delle opere, le opere sono la conseguenza necessaria della fede”, senza considerare tutto ciò che hanno scritto Giacomo e Giovanni in merito proprio per confutare la dottrina che sosteneva che bastasse una semplice adesione mentale, credere una volta e basta, per essere salvati, concetto caro ad alcuni Corinzi e non solo.Perché “credere” non è il punto d’arrivo, ma di partenza, è l’inizio di un cammino in cui “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”(Apocalisse 21.5) che troveranno il loro culmine con la nuova creazione in cui entreranno solo, appunto, i credenti, “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. Amen.

* * * * *

 

06.08 – NESSUNO CONOSCE IL FIGLIO SE NON IL PADRE (Matteo 11.27)

6.08 – Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Matteo 11.27)

 

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
”.

 

            La seconda parte del verso 27 è dedicata al rapporto di reciprocità tra il Padre e il Figlio e qui Gesù pone in risalto il “conoscere”, cioè la cognizione piena dell’Essere, dei Suoi modi di agire e delle qualità del rapporto che lega i Due. Pensiamo all’imperscrutabilità di Dio ai tempi dell’Antico Patto, descritto e qualificato in tanti modi, ma fondamentalmente irraggiungibile, Lui che da sempre, per rivelarsi all’uomo e anche per dar luogo ai suoi giudizi, dovette “scendere”. La stessa cosa fece anche per salvarlo. Pensiamo, riguardo alla distanza tra Iddio e la sua creatura contaminata dal peccato, alle tavole della Legge, al fatto che Mosé dovette incontrarlo in un terreno santo, come  Abrahamo prima di lui, senza la presenza di altri, ma che non poté guardarlo perché altrimenti sarebbe morto. Pensiamo alle visioni che ebbero i profeti, accompagnate sempre da un profondo smarrimento che si placava solo con parole rassicuranti, quel “Non temere”più volte ricordato: ebbene Abramo, Mosè e tanti altri dopo di loro vennero fatti partecipi di realtà parziali perché i loro simili potessero sapere, a volte in anticipo, eventi che avrebbero riguardato tutto il popolo, oppure le volontà di Dio riguardo determinati temi. I profeti però non furono mai in grado di spiegare le Sue profondità, anche perché non trovavano le parole per rendere l’idea reale di ciò che vedevano. Soprattutto non potevano aggiungere né togliere nulla a quanto loro detto o comandato, come avvenne per la Legge stessa: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla, ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo” (Deuteronomio 4.2).

Certo qui Gesù parla di qualcosa di diverso, perché sappiamo che “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Giovanni 1.18); quindi, in realtà, Lui ha fatto quello che nessun profeta era mai riuscito a compiere: rivelare la volontà estesa del Padre, il Suo piano, la Sua essenza, il Suo amore. E questo avvenne per gradi e il “rivelare” di cui parla Giovanni non ha lo stesso significato del verso 27 che abbiamo letto; piuttosto tutti gli uomini devono sapere, per poi decidere cosa farsene di quest’informativa, che “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Giovanni 3.35), che “Il Padre non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato” (5.22). Ancora, gli uomini devono sapere che “Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (17.2).

Questa è la descrizione: il Padre ha dato al Figlio “in mano ogni cosa”, “ogni giudizio”, “ogni potere”; c’è poi la vita eterna, dono elargito non a tutti, ma “a tutti coloro che gli hai dato”, cioè a chi avrebbe creduto in Lui perché “Tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”: sono la stessa cosa. È la frattura tra gli uomini, divisi in chi è figlio e gli appartiene e chi invece è conosciuto dal “Principe di questo mondo”.

La presenza del Padre e del Figlio, oltre che delle relazioni tra loro, sappiamo che ci è presentata, per quanto in modo velato, alla creazione e in quel periodo, di cui ignoriamo la durata, in cui Adamo fu innocente vivendo in Eden. Tralasciando le prime sei ere corrispondenti agli altrettanti giorni e andando al giardino, prestiamo attenzione agli alberi che lo popolavano, piantati dallo stesso Creatore: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Genesi 2.8,9). Leggiamo che “piantò un giardino”, cioè a differenza di quanto avvenuto per tutto il resto della terra che produsse da sé erba e piante, lì provvide personalmente affinché l’uomo avesse di che sfamarsi e quindi tutti gli alberi là presenti erano l’emanazione della Sua scienza specifica, irradiazione della Sua Provvidenza. Se andiamo al racconto del racconto del terzo giorno, infatti, abbiamo: “Dio disse «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie». E così avvenne” (1.11). Fu una creazione controllata, ma a differenza di Eden, “distante”, preludio alla costituzione di quel luogo su misura per la creatura che là, e non nel mondo, avrebbe dovuto vivere senza conoscere la morte.

La presenza del Figlio era quindi raffigurata nell’albero della vita, quella del Padre in quello della conoscenza del bene e del male, cioè la maturità, la distinzione tra ciò che è appunto “bene” e “male” che l’innocenza non contempla. Adamo infatti era come un bambino. Se l’albero della vita era “al centro”, non sappiamo dove fosse quello della conoscenza del bene e del male, comunque anche lui raggiungibile in quanto figura del Creatore e Padre di cui il giardino rifletteva le caratteristiche. L’assenza di quell’albero non avrebbe avuto alcun senso e si può anche affermare che Eden stesso, senza di lui, non avrebbe potuto sussistere. I due erano alberi complementari esattamente come lo erano fra loro i nostri progenitori: non poteva esistere l’uno senza l’altro, solo che l’albero della vita era quello perfettamente adatto alla creatura perché potesse vivere in quel territorio protetto, in una condizione di eternità, o meglio di para-eternità visto che il tempo, per quanto in modo differente, scorreva comunque come deduciamo dal fatto che “Udirono i passi del Signore Dio che passeggiava alla brezza del giorno” (3.8). Il passo è ritmo, il ritmo è scansione, tempo, scorrere, assenza di immobilità.

La reciprocità fra i due alberi. Entrambi aspetti di Dio, di uno è detto “In lui– il Verbo – era la vita e la vita era la luce degli uomini”, dell’altro nulla sappiamo se non quello che abbiamo letto in Genesi, ma il fatto stesso che fu dal Padre che procedette la Legge ci dice molto sul fatto che la conoscenza nel senso di riconoscere, distinguere, vagliare, sapere ciò che è bene e ciò che è male non ci appartiene ancora. Viceversa, Mosè non avrebbe ricevuto le tavole, non l’avrebbe trasmessa e non sarebbe stata tramandata così gelosamente.

Torniamo però al Nuovo Patto e alle parole di Gesù: in un discorso nel Tempio ai Giudei in cui disse loro “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”, concluse definendo la Sua posizione e dignità spirituale: “Io e il padre siamo una cosa sola”, o “Uno” secondo altre traduzioni (Giovanni 10.22-30): due persone distinte, ma che non possono essere divise e di qui la profonda conoscenza che hanno l’uno dell’altro come abbiamo trovato scritto nel verso 27 di Matteo. La differenza risiede nel fatto che se il Padre è teoricamente inaccessibile, il Figlio ha avuto il compito di rivelarlo all’uomo talché troviamo scritto che chi ha visto l’Uno, ha visto l’Altro che, a differenza del Figlio, non avrebbe mai potuto farsi uomo. Ecco perché l’apostolo Paolo scrive “Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui” (1 Corinti 8.6).

Ancora nella lettera agli Efesi è scritto che quello di Cristo è un “mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata al Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui” (3.9-12) là dove per “Principati e Potenze dei cieli” si intendono tutti i luoghi ed entità, anche quelli più irraggiungibili del mondo anche spirituale. Paolo di Tarso in questo verso quindi spiega che Cristo, come persona, faceva parte di un progetto eterno “nascosto da secoli”, ora finalmente rivelato e proprio quel Dio irraggiungibile, come abbiamo già visto, è ora avvicinabile liberamente “in piena fiducia mediante la fede in lui”. Non solo, ma Giovanni prosegue scrivendo “Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio– quindi non il Padre – ha la vita; chi non ha il figlio di Dio, non ha la vita” (1 Giovanni 5.11,12).

Torniamo però al Vangelo di Giovanni, così meravigliosamente teologico, e leggiamo le parole di Gesù a Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14.9). “Vedere”, che il dizionario traduce freddamente con il “percepire stimoli esterni mediante la funzione visiva” qui è inteso a livello di tutta quell’infinità di sfumature che va dal semplice prendere atto di una cosa al contemplarla, osservarla, analizzarla. E Gesù Cristo ci offre una visione del Padre compatibile con la nostra perché al Padre possiamo andare solo ed esclusivamente attraverso di lui, come ebbe a dire un giorno: “Nessuno può venire al padre se non per mezzo di me”,  sempre nel capitolo 14 di Giovanni. E già da qui possiamo cominciare a intravedere la verità espressa dal concetto successivo espresso nel nostro verso 27, “e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”, che ci parla della sua presenza costante nei secoli che transitano veloci verso il giorno del Suo ritorno. È triste constatare che, nel suo cammino, una parte della cristianità abbia fortemente sminuito la funzione di Gesù come UNICO mediatore tra il Padre e gli uomini, creando figure che in un certo qual modo dovrebbero aiutare i credenti ad avere dei favori – guarda caso materiali – presso di Lui, di cui non troviamo traccia alcuno in quel cristianesimo, tutt’altro che “primitivo”, che ci è stato tramandato dagli evangelisti e dagli altri Autori. Perché “C’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2.5).

Si noti che questo verso cita quattro entità, Dio, un mediatore, gli uomini, e Gesù Cristo che specifica “uomo” perché fu il Dio che scese in mezzo a noi provando personalmente cosa volesse dire vivere in un corpo di carne, vincendola e servendo il Padre in modo perfetto giungendo a morire in sacrificio sulla croce, innocente, provando il dolore supremo, assoluto e totale dell’abbandono; il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” fu il punto culminante della sofferenza. Sono convinto che Gesù, come uomo e come Dio, abbia potuto sopportare le multiformi ingiurie fisiche e morali che gli furono somministrate dal suo arresto alla croce, ma l’abbandono del Padre in quanto portava il peccato del mondo per toglierlo, sia stato terribile: non lo aveva mai provato prima di allora. Perfezione di sacrificio e di sofferenza, per questo compiuta una volta per sempre, per questo in grado di salvare chiunque glielo chiede. Amen.

* * * * *

 

02.16 – IL FIGLIO DEL FUNZIONARIO REALE (Giovanni 4.43-54)

2.15 – Il figlio del funzionario reale (Giovanni 4.43-54)

43Trascorsi due giorni, partì di là per la Galilea. 44Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. 45Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.46Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea”.    

La collocazione di questo episodio pone problemi cronologici più apparenti che reali ed è riportato da Giovanni che, come abbiamo letto al verso 44, cita le parole di Gesù a proposito del profeta che non riceve onore nella propria patria, detta quando si troverà a Nazareth in un contesto particolare, cioè quando i suoi concittadini lo disprezzeranno dopo il suo discorso nella locale sinagoga. Ricordiamo Luca 4.23-24 “Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso, tutto ciò che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum, fallo anche qui nella tua patria». Ma egli disse «In verità vi dico che nessun profeta è bene accetto nella sua patria»”.

In realtà, guardando la cartina della Giudea, Samaria e Galilea, possiamo vedere che l’itinerario del Signore, quando dopo due giorni lasciò la regione di Samaria, toccò proprio Cana (dopo Nain) per prima; Capernaum e Nazareth erano più distanti e non potevano essere raggiunte se non passando per questa cittadina in cui Gesù era conosciuto per il miracolo alle nozze, ma anche perché molti galilei che avevano compiuto il pellegrinaggio a Gerusalemme erano presenti sia quando erano stati cacciati i mercanti dal tempio ed erano avvenuti dei miracoli. Ricordiamo infatti le parole lette in Giovanni 2.23 “Ora, mentre Egli si trovava in Gerusalemme per la festa della Pasqua, molti credettero nel suo nome vedendo i segni che faceva”.

Così come l’itinerario di Gesù per raggiungere la Galilea avrebbe potuto essere diverso (ma così non fu perché doveva incontrare la donna samaritana e i suoi conterranei), raggiungendo Cana sapeva che in quella regione c’era un padre, a Cafàrnao o Capèrnaum, distante 40 km circa, in angoscia per il proprio figlio, gravemente ammalato. Il termine greco utilizzato per descrivere la qualifica di quell’uomo è basilikòs che nelle opere di Giuseppe Flavio indica un funzionario civile o militare così come un dignitario di qualche casa reale come ad esempio Cuza, la cui moglie Giovanna farà parte delle donne al seguito di Gesù, o Manaen, importante membro della chiesa di Antiochia compagno d’infanzia di Erode il Tetrarca (cioè Antipa, Atti 13.1). Tutto quindi lascia supporre che il figlio di quell’uomo, probabilmente l’unico, nonostante le cure dei migliori medici della regione, non guarisse, anzi si fosse aggravato: “gli chiedeva di scendere perché suo figlio stava per morire”. Quel giovane aveva la febbre, che a quel tempo stante le poche possibilità di cura destava molta preoccupazione: nell’uomo la temperatura normale è mediamente di 37°C, quando va oltre i 41 può condizionare un danno cerebrale e a 43 si registra l’exitus, la morte: possiamo pensare che la febbre che colpì quel ragazzo, così come la suocera di Pietro di lì a poco tempo, fosse attorno a quei valori.

La febbre negli scritti dell’Antico Patto compare poche volte ed è sempre legata alle conseguenze del peccato. Del resto, è un’anomalia anche oggi per un corpo progettato teoricamente per stare bene ma che in realtà, per il peccato entrato nel mondo, è soggetto ad ammalarsi in modo più o meno grave. Per la dispensazione della Legge la febbre rientrava nelle conseguenze e punizioni per la disubbidienza: “L’Eterno ti colpirà con la consunzione, con la febbre, con l’infiammazione, con il caldo bruciante, con la spada, con il carbonchio e con la ruggine, che ti perseguiteranno fino alla tua distruzione” (Deuteronomio 28.22). Altre conseguenze erano le emorroidi, la scabbia, la tigna, la pazzia, la cecità e la depressione ansiosa oltre al fallimento in qualsiasi attività intrapresa (in proposito tutti i versi dal 15 alla fine del capitolo 28 del Deuteronomio illustrano la maledizione per la disubbidienza del popolo.

Va però aperto un distinguo importante, al fine di evitare la domanda spontanea su cosa potesse avere fatto nella sua vita quel bambino, o i suoi genitori, per meritare una febbre che, senza l’intervento di Gesù, lo avrebbe portato alla morte. Una simile domanda la rivolsero a Gesù i suoi discepoli di fronte ad un uomo cieco dalla nascita: “«Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose «Né lui, nè i suoi genitori hanno peccato, ma ciò è accaduto affinché siano manifestate in lui le opere di Dio»” (Giovanni 9.2,3). Ecco allora che con questa frase viene corretto un metodo di ragionamento popolare e superstizioso che, fondato sull’ignoranza, tendeva a generalizzare una situazione che solo l’individuo può conoscere. Ancora oggi credo vi siano malattie che siano la conseguenza di un peccato specifico e non di un naturale processo dovuto a una mancata cura della propria persona o alla prevenzione, ma questa è una realtà che solo l’individuo colpito da essa (o esse) può conoscere.

La febbre che aveva colpito il giovane figlio del funzionario di Erode Antipa, era quindi perché fosse manifestata in lui l’opera di Dio. Quel padre, saputo che Gesù era giunto a Cana, non esitò a partire da Capernaum facendo un viaggio di 40 km sulle dissestate strade del tempo, con la sua scorta, per raggiungerlo: dovette partire, fare la strada e, una volta giunto là, cercarlo. Ci domandiamo: era questa la sua “ultima spiaggia” nel senso che sapeva di recarsi da un generico guaritore, o piuttosto sapeva che, se avesse voluto, Gesù, sarebbe stato in grado di guarirlo? Quell’uomo si era messo in cammino perché sapeva ciò che Nostro Signore aveva fatto a Gerusalemme e, se mai, la sua fede era legata al fatto che fosse la presenza di Gesù accanto al figlio a guarirlo e che non potesse farlo a distanza: “gli chiedeva di scendere, e guarire suo figlio, perché stava per morire”.

Fu in quel momento che Gesù mise a confronto, probabilmente, la differenza fra i giudei e i samaritani: qui aveva persone che gli chiedevano degli interventi miracolosi, là c’erano stati individui che lo avevano ascoltato e avevano concluso che era Lui il “Salvatore del mondo”. “Se non vedete segni e prodigi (miracoli) voi non credete” è un rimprovero perché da un lato Gesù leggeva in quell’uomo la fede in Lui, ma dall’altro prendeva atto che, se suo figlio non fosse stato malato, difficilmente sarebbe venuto da Capernaum per ascoltarlo. Le parole di Gesù non costituiscono una sorta di gesto di stizza, ma di lettura della realtà umana specifica di quel popolo per il quale era venuto. Leggendo il cuore di quel funzionario, Gesù si immedesimò in lui facendo proprio il suo caso anche se l’ansia che aveva per il figlio gli impedirono di cogliere il senso di quelle parole: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”.

Fu a quel punto che Gesù gli rispose “Va’, tuo figlio vive”: Cirillo d’Alessandria, vescovo e teologo greco vissuto tra il 300 e il 400, osservò che “…con queste parole il Signore guarì due persone al tempo stesso: condusse alla vera fede l’ufficiale reale e liberò il corpo di suo figlio dalla malattia”; possiamo aggiungere su queste parole che ne beneficiarono più persone perché è scritto “…e credette lui, con tutta la sua famiglia”, moglie e probabilmente tutti i suoi sottoposti che avevano conosciuto la gravità della malattia di quel giovane.

Al di là del miracolo, che per la sua potenza possiamo tranquillamente accomunare ai molti che seguiranno, quello che importa è rilevare che costituisce la storia della conversione di un uomo già predisposto e che in poco tempo acquisisce dei dati fondamentali: conosceva Gesù per sentito dire e aveva creduto in lui, certo in modo imperfetto, ma quanto bastava per sapere che poteva guarire suo figlio. Va da Gesù perché non ha alternative in quanto quelle umanamente possibili, medici e cure, le aveva già provate. L’insistenza con cui chiede al Signore di recarsi dal figlio malato esclude una speranza generica in Lui, ma una certezza, pur se limitata al fatto che, per guarirlo, avrebbe dovuto essere fisicamente presente. Il fatto che, rassicurato sul fatto che la febbre aveva abbandonato suo figlio, se ne fosse andato, ci dice che quelle parole gli bastarono per cui abbiamo una certezza acquisita esclusivamente sulla parola.

Poi abbiamo l’incontro coi servi, che gli erano andati incontro lungo la strada per informarlo dell’avvenuta guarigione: è in quel momento che la sua fede divenne piena, totale, perché chiede a che ora suo figlio non avesse più avuto la febbre: aveva bisogno di un riscontro per credere una volta per sempre.

C’è un particolare che ci rivela che il funzionario reale aveva già creduto alle parole di Gesù “Va’, tuo figlio vive” e lo rileviamo nella risposta dei suoi servi che gli dicono che la febbre aveva abbandonato suo figlio “Ieri, all’ora settima” (versione letterale, cioè all’una del pomeriggio): quell’uomo era rimasto allora a Cana per la notte, avendo già creduto che il proprio figlio era guarito.

Abbiamo così il credere, azione che fino ad ora, nella nostra lettura cronologica dei Vangeli, è stata raggiunta da dei pescatori (professione dei discepoli o di gran parte di essi), un Fariseo importante (Nicodemo), la donna Samaritana e i suoi conterranei e per finire questo funzionario reale: condizioni sociali diverse, ma tutte creature di Dio ciascuna con la necessità di un percorso e reazioni diverse che concretano il credere. Nel caso del funzionario del re, che credette con tutta la sua famiglia e che il sapere dell’ora in cui la febbre aveva abbandonato il figlio contribuì a rafforzare la sua fede dandogli una prova inequivocabile, abbiamo probabilmente la stessa dinamica del carceriere di Filippi che, dopo essere stato evangelizzato dall’apostolo Paolo, è scritto che “Condottili quindi in casa sua, apparecchiò loro la tavola e si rallegrava con tutta la sua famiglia di aver creduto in Dio” (Atti 16.28).

Credere trova tra le sue conseguenze l’acquisizione del senso della liberazione dal quotidiano che obbliga e umilia, “Perché il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto” (Luca 19.9). La guarigione dalla febbre importante, che causa sudore e brividi di freddo, che tiene la persona a letto non in grado di fare nulla, ha riferimento con il peccato, che fa la stessa cosa sotto l’ottica spirituale.

* * * * *

02.15 – IL CIBO CHE NON CONOSCETE (Giovanni 4.31-38)

2.13 – Il cibo che non conoscete (Giovanni 4.31-38)

 

31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».”

Nel resoconto che Giovanni fa dell’incontro con la donna samaritana, parla dell’arrivo dei discepoli con le provviste acquistate nelle vicinanze: “27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui”.

Mentre quindi la donna andava in città ad annunciare agli altri chi aveva incontrato, si inserisce questo dialogo coi discepoli che, vedendo che Gesù si era dissetato, lo esortavano a mangiare, preoccupati delle sue condizioni perché consapevoli delle energie perse a causa del lungo viaggio sotto il sole. La sua risposta a quell’invito pone per la prima volta a confronto la Sua realtà e quella del discepoli, che fino ad allora avevano seguito quel Rabbi nei suoi spostamenti impressionati dai suoi miracoli e dalle parole di vita che aveva per coloro che lo incontravano. Di lui avevano una visione parzialmente corretta, quella che potevano sperimentare quotidianamente, ma non avevano la piena consapevolezza che verrà loro data solo qualche anno dopo, da quando in Gerusalemme lo Spirito Santo, il Consolatore promesso, scenderà su di loro ed altri per un totale di 120 persone (Atti, capitolo 2).

Sappiamo che in precedenza era avvenuta la tentazione nel deserto in cui Gesù aveva ricordato all’Avversario che l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio; qui però abbiamo un annuncio diverso, non in opposizione al metro di ragionamento che Satana cercava di insinuare in Lui, ma di distinzione: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”, cioè “fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”, parola con cui corregge la loro visione terrena: “Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?”.

Va notato che, nell’ambito di questo episodio, c’è anche la contrapposizione tra l’“acqua” e il “cibo”: l’acqua della vita che Gesù avrebbe dato alla Samaritana e ai suoi conterranei, usi a bastonare se non a uccidere i giudei che transitavano sulle loro terre come attesta Giuseppe Flavio, e il cibo che sia i discepoli che altri ignoravano: la prima era alla portata di chiunque avesse voluto riceverla, il secondo era riservato a Lui, venuto per rivelare il Padre e l’apertura della dispensazione della Grazia.

Il cibo di Gesù consisteva in due azioni distinte viste nel “fare la volontà di Colui che mi ha mandato” e di “compiere la Sua opera”, strettamente collegate tra loro: la prima, fare la volontà, allude all’attività continua e ininterrotta giorno per giorno tramite la preghiera, la comunione col Padre e la perfetta ubbidienza nei Suoi confronti, la seconda ha riferimento con quel “tutto è compiuto”, sesta frase detta alla croce che precede quel “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito”.

Compiere è un verbo che usiamo quando abbiamo portato a termine un’azione, un’opera, quando giungiamo al termine di un percorso e implica non solo la sua fine materiale, ma la sua riuscita. Nel caso di Gesù, perfetto esecutore dei voleri e delle aspettative del Padre, abbiamo la perfezione del suo compiere quel “tutto”, vale a dire che nulla era stato tralasciato per la salvezza dell’uomo, cosa possibile solo se quel sacrificio avesse realmente soddisfatto le esigenze di giustizia del Padre viste nell’Agnello di Dio innocente immolato. Senza la perfezione della vita quotidiana di Gesù davanti a Dio Padre, non sarebbero stati possibili i miracoli ed ancor più la Sua resurrezione e quindi la salvezza dell’uomo perché solo la santità, vista nella totale assenza di peccato, avrebbe potuto qualificare il Figlio come l’unico idoneo a riscattare la creatura peccatrice. Abbiamo qui un confronto tra ciò che è divino e santo e ciò che è impuro e peccatore per natura.

L’apostolo Pietro parla del risultato dell’opera di Cristo con queste parole: “…sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi; per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio” (1 Pietro 1.18-21).

Soffermiamoci un attimo su queste parole: la prima che abbiamo è il riscatto che, nel diritto privato, è la liberazione da un obbligo contrattuale attuata mediante il pagamento di una somma. Nelle parole di Pietro leggiamo che il cristiano è stato riscattato da un modo di vivere “vano”, cioè vuoto, privo di corpo o consistenza materiale, inutile, trasmessogli dai suoi padri che non potevano fare altrimenti. È infatti la vita vuota, resa tale dalla condizione di peccato in cui vive, l’unica che l’uomo può conoscere e trasmettere agli altri: una vita fondata sull’esclusivo soddisfacimento dei propri bisogni perché “cioè che è nato di carne è carne” e che il quotidiano terreno tende a fargli vedere come ricca e significativa. L’argento e l’oro, che nel mondo in cui viviamo sono i soli in grado di riscattare qualcosa – un appartamento, anni di studio, un debito – beni corruttibili soggetti ad essere rubati dai ladri o per noi oggi dalle banche – nulla possono per il riscatto di un’anima. E il “prezioso sangue di Cristo”, agnello senza difetto né macchia, è l’unico in grado di garantire un futuro eterno alla creatura che lo vuole accettare. Se Dio ai tempi dell’Antico Patto richiedeva il sacrificio di un agnello perfetto e puro esteriormente, Cristo ora è l’agnello perfetto e puro nell’esterno e nell’interno, l’unico, vale a dire che Dio Padre, che scruta e vaglia ogni cosa, prima di accettare il sacrificio del Figlio, ha dovuto riconoscerlo come senza difetto né macchia ai suoi occhi. È una questione di idoneità che nessun uomo avrebbe mai potuto avere.

Pietro afferma che Cristo è stato designato prima della creazione del mondo: il “Sia la luce” fu un ordine emanato dunque dopo che Padre, Figlio e Spirito Santo si consultarono sul da farsi una volta che l’uomo e la donna avrebbero peccato perché sapevano che ciò sarebbe avvenuto. Allora, la creatura di Dio non era predestinata ad essere estromessa da Eden, ma a venire creata e recuperata dal Suo amore.

La seconda parte delle parole di Pietro sono affini a quelle dette da Gesù ai discepoli: è per noi che il Figlio è stato manifestato, perché senza di lui crederemmo (forse) in un Dio generico come molti, un creatore nei confronti del quale non sapremmo quali sentimenti provare e soprattutto quali risposte avere su di lui a fronte di molte domande: chi è, cosa vuole, si interessa di noi, può intervenire nella nostra vita, esiste, o siamo il frutto di un incidente molecolare, di un’evoluzione, della fisica quantistica?

Invece, per noi, vista la perfezione della Sua vita e del conseguente sacrificio, Dio lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria perché la nostra fede e la nostra speranza siano in Lui. C’è quindi un fine, uno scopo. Fede e speranza in Dio escludono la fede e la speranza nel quotidiano, nelle promesse umane quasi mai mantenute perché la giustizia e l’onore dell’uomo sono suscettibili a enormi variazioni e la scala di valori su cui si basano è quanto mai mobile. Ma sappiamo che “Gesù Cristo è lo stesso di ieri, di oggi e in eterno” (Ebrei 13.8): non cambia, né Lui, né le sue parole che sappiano non passeranno, a differenza del cielo e della terra che conosciamo.

Torniamo ora al nostro episodio, che propone le parole di Gesù ai discepoli espresse tramite una parabola: dal verso 35 in poi il discorso di Gesù passa dalla Sua persona alla loro: nella Sua onniscienza, vede l’opera che stava compiendo nei suoi risultati futuri e la vede non disgiunta da quella dei suoi – allora – cinque discepoli. La visione di Gesù è nel futuro: dalla spiegazione della parabola della zizzania (Matteo 13.24-30) ricaviamo dati importanti: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del regno e la zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo, mentre la mietitura è la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, ed essi raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace del fuoco. Lì sarà pianto e stridor di denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del padre loro. Chi ha orecchi da udire, oda”.

Queste parole, certo più dettagliate da quelle esposte nel nostro episodio che Gesù non spiegò ai discepoli, ci fanno capire quanto sia importante la funzione di chi collabora con Lui nell’Opera di Dio secondo le sue possibilità e i doni ricevuti: c’è un tempo preciso per la mietitura, un giorno e un’ora che “nemmeno il Figlio conosce, ma solo il Padre”, ma il campo del mondo biondeggia da sempre così come la vigna, altra figura di cui Gesù si serve per spiegare il progetto di Dio; la lettura della parabola degli operai delle diverse ore ci può aiutare (Matteo 20.1-16). Le parole di Gesù che abbiamo letto in questa parabola, oltre alla frase del nostro episodio “io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica”, si riferiscono a tutti coloro che nel corso dei secoli si sono adoperati perché Dio si rivelasse, dando ciascuno il proprio contributo a partire da Enosh, figlio di Seth figlio di Adamo in Genesi 4.26 in cui leggiamo “Anche a Seth nacque un figlio e lo chiamo Enosh. Allora si cominciò a invocare il nome dell’Eterno”. Poi, per citarne alcuni, pensiamo a Mosè, ai profeti e allo stesso Giovanni Battista che sarebbe stato messo a morte: tutti avevano lavorato al tempo loro e secondo il mandato loro affidato, per preparare il popolo del patto a ricevere il Messia e il Regno di Dio.

Gesù, quando parla di “mietitura” nei versi oggetto di riflessione, non si riferisce tanto a quella finale, nel giorno del giudizio, il solo in cui verrà definitivamente e una volta per tutte separato il grano dalla zizzania apparentemente simile a lui, ma di quella del guadagnare un’anima a Cristo, che contrassegna già la persona come appartenente a lui per cui distaccata, separata dagli altri uomini che non condividono la fede in Lui.

I mietitori di questo tipo, da non confondere con gli altri visti negli angeli, ricevono un salario e raccolgono frutto per la vita eterna, vale a dire che compiono quelle opere che, alla vagliatura del fuoco secondo 1 Corinti 3.13, resisteranno e avranno un premio: gioire insieme a chi miete. Può accadere, presi nelle nostre occupazioni, che ci dimentichiamo che certe espressioni che troviamo nella Scrittura hanno sempre la perfezione come sostanza: non sarà la gioia che intendiamo noi, ma una gioia perfetta, totale, quella che sarà realizzata in spirito e che i pochi che la videro, come Paolo o Giovanni, si ritrovarono impotenti a descrivere nella sua pienezza.

Concludendo, con la citazione del proverbio “l’uno semina, l’altro miete”, popolare ai tempi di Gesù e che alludeva alla precarietà della vita, Gesù intende dire che dove altri seminarono, Cristo manda i suoi discepoli a mietere; dove poi essi avrebbero seminato nel duro terreno delle genti, altri a loro turno ne avrebbero raccolto il frutto visto nella conversione dei Gentili. Ma, in ogni caso, seminatore e mietitori si rallegreranno insieme”, alla e nella gloria di Dio Padre. Amen.

* * * * *

02.14 – LA SAMARITANA II/II (Giovanni 4.16-30)

2.14 – La Samaritana II/II (Giovanni 4.16-30)

 

16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». 27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui”.

La seconda parte del dialogo di Nostro Signore con la donna samaritana ha avuto due interpretazioni differenti, una letterale e un’altra allegorica, non priva di qualche fondamento, sulla quale ci soffermeremo ogni tanto. Vediamo che, rispetto alle parole che furono dette alla donna riguardo all’acqua viva, c’è una brusca variazione di argomenti: posto che lei non aveva capito il riferimento all’ “acqua viva” di Gesù, era necessario aprirle un percorso che si concluderà con la rivelazione di essere Lui il Messia; la donna infatti disse infatti “So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”. Da queste parole abbiamo un dettaglio molto importante, cioè che la samaritana credeva che il Messia sarebbe arrivato un giorno, senza sapere quando e se lo avrebbe visto, poiché dice “So che deve venire”, non un generico e scettico “Dicono”.

Rispettando la cronologia del racconto, vediamo che il nuovo contenuto del dialogo è “Va’ a chiamare tuo marito – originale “l’uomo” – e torna qui”. Gesù rivolge questo invito per dimostrare a quella donna la sua conoscenza del percorso che aveva compiuto. La sua risposta “Io non ho marito”, trovò infatti la sua giusta lettura nella replica: “Hai detto bene, «Io non ho marito». Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”.

Ecco, qui molti si sono cimentati in diverse interpretazioni, accusando la samaritana di poligamia o di immoralità, oppure altri hanno messo in connessione i cinque mariti della donna con le cinque fasi storiche e le attività idolatre dei samaritani, ma in questo caso Gesù avrebbe detto cose note e non sarebbe stato mai riconosciuto dalla donna come un profeta; al limite, come una persona colta o uno storico. La samaritana, invece, aveva avuto cinque mariti che poi l’avevano ripudiata seguendo le modalità della Legge mosaica e, dopo quei cinque divorzi, era ospitata da una persona che non era suo marito, cioè non aveva rapporti carnali con lei. Non era nemmeno promessa in sposa a qualcuno – perché in tal caso il “fidanzato” sarebbe stato chiamato “marito” – né poteva convivere more uxorio perché inconcepibile per quei tempi. “Non è tuo marito” si deve leggere nel senso “si prende cura di te in un altro modo”, quindi un parente, più o meno lontano.

Occorre fare molta attenzione nella lettura di questo testo, perché si rischia di adattarlo ai nostri tempi e costumi: allora era all’uomo che era concesso divorziare, non alla donna. Così in Deuteronomio 24.1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi perché ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”. A quel punto la donna era libera e poteva diventare moglie di un altro. Non possiamo sapere se gli uomini che avevano ripudiato la samaritana lo avevano fatto perché aveva un carattere difficile perché, per lo meno in Israele, quel “qualcosa di vergognoso” era diventato col tempo un pretesto e poteva anche essere costituito da una minestra mal cucinata o qualsiasi altro difetto che l’uomo desideroso di sbarazzarsi della propria moglie potesse trovare. Questi “difetti” ai tempi di Gesù erano considerati sufficienti per divorziare.

Per la donna ripudiata, se non trovava un altro marito, si apriva un percorso molto difficile: la sua famiglia di origine si sentiva disonorata e non la riprendeva con sé per cui non era infrequente che si avviasse sulla strada della prostituzione per mantenersi. L’innominata samaritana che parlò con Gesù, aveva trovato una sistemazione diversa e, se fosse ospite da un parente misericordioso, a servizio oppure ospite di qualcuno, non sappiamo con certezza. Giovanni ha ritenuto di informarci dettagliatamente sul dialogo intercorso, non sul passato di questa donna che, per il ruolo avuto di testimone, appare sinceramente irrilevante. Se le condizioni spirituali della samaritana fossero state tali da renderla incompatibile col Vangelo, (vedi ad esempio i presuntuosi, religiosissimi farisei) Gesù non le avrebbe parlato, ma se all’inizio dell’episodio abbiamo letto che “doveva passare per la Samaria” nonostante le strade per la Galilea fossero due, ciò implica sia che aveva un appuntamento sia con lei, sia coi suoi conterranei.

Se il Dio che perdona cancella gli errori della persona ponendola nelle condizioni di credere in Lui e quindi avere una vita nuova, a maggior ragione ipotizzare un passato “discutibile” della samaritana appare inutile e fuori luogo. Dio non tiene un inventario di quello che siamo stati, ma quello che stiamo diventando dopo averlo incontrato perché “Le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove”: quelle che dobbiamo cercare e scoprire sono quindi le nuove, non le altre, nostre o, ancora peggio, degli altri.

Solo nel caso in cui l’essere umano rifiuta coscientemente e consapevolmente il messaggio del Vangelo “l’ira di Dio permane su di lui” ed ecco perché rifiutare lo Spirito Santo, che convince l’uomo di peccato, è l’unica bestemmia che non sarà perdonata.

C’è, nel colloquio con la samaritana, un crescendo di attenzioni da parte sua e un atteggiamento ben diverso da quello iniziale di diffidenza e, forse, ostilità nei confronti di un giudeo che osava chiederle da bere: “Signore, vedo che tu sei profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. Abbiamo qui un primo riconoscimento, perché il “profeta” non era e non è chi predice il futuro o vede il passato di una persona, ma chi ha una missione spirituale, non terrena. La samaritana quindi passò attraverso tre stadi: un primo diffidente e di ostilità per quanto non sfacciata, un secondo di ascolto perché accettò di conversare con Gesù, e un terzo di riconoscere in Lui un profeta. A questo se ne aggiungerà un quarto, di annuncio ai suoi conterranei.

La seconda parte del versetto è più difficile e ci domandiamo: la donna cerca di cambiare discorso sentendosi imbarazzata e non volendo che Gesù proseguisse a raccontarle la sua vita trascorsa, oppure, visto che aveva di fronte a lei un profeta, ne approfitta per avere una spiegazione autorevole su quale fosse il vero luogo dove adorare, stante la questione teologica che divideva i due popoli? È una domanda che si sono posti in molti. Io credo che Giovanni, che non era presente e scrive ricordando il racconto che gli fece Gesù, abbia scritto solo i punti salienti del dialogo, ma è la reazione della donna a rivelare quanto fosse in attesa di un annuncio: lasciò lì la sua anfora per andare a dire alla gente “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”. La diffidenza aveva lasciato posto a un senso di possibilità. Altri traducono “Non è costui forse il Cristo?”, ma il senso esatto espresso dalla forma grammaticale suggerisce una parafrasi nel senso di “Potrebbe esserci una benedizione così tra di noi?”.

Torniamo però leggermente indietro: la samaritana non poteva che difendere le sue tradizioni religiose che avevano un iniziale fondamento: aveva il pozzo costruito da Giacobbe, la tomba di Giuseppe, il monte Garizim, quello della benedizione in opposto al monte Ebal (Deuteronomio 11.29), luoghi importanti perché lì si riunirono tutte le dodici tribù, (sei sul Garizim e altrettante sull’Ebal), figura della pienezza dei piani di Dio e delle sue promesse. Se leggiamo Deuteronomio 27.11-26, possiamo vedere la terribile attualità che rivestono anche e oggi quelle parole: “11In quello stesso giorno Mosè diede quest’ordine al popolo: 12«Ecco quelli che, una volta attraversato il Giordano, staranno sul monte Garizìm per benedire il popolo: Simeone, Levi, Giuda, Ìssacar, Giuseppe e Beniamino; 13ecco quelli che staranno sul monte Ebal per pronunciare la maledizione: Ruben, Gad, Aser, Zàbulon, Dan e Nèftali. 14I leviti prenderanno la parola e diranno ad alta voce a tutti gli Israeliti: 15«Maledetto l’uomo che fa un’immagine scolpita o di metallo fuso, abominio per il Signore, lavoro di mano d’artefice, e la pone in luogo occulto!». Tutto il popolo risponderà e dirà: «Amen». 16«Maledetto chi maltratta il padre e la madre!». Tutto il popolo dirà: «Amen».17«Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 18«Maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 19«Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 20«Maledetto chi si unisce con la moglie del padre, perché solleva il lembo del mantello del padre!». Tutto il popolo dirà: «Amen».21«Maledetto chi giace con qualsiasi bestia!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 22«Maledetto chi giace con la propria sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre!». Tutto il popolo dirà: «Amen».23«Maledetto chi giace con la suocera!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 24«Maledetto chi colpisce il suo prossimo in segreto!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 25«Maledetto chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente!». Tutto il popolo dirà: «Amen». 26«Maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge, per metterle in pratica!». Tutto il popolo dirà: «Amen».

            Tornando al dialogo con la samaritana, Gesù le ricorda due cose; la prima è che sta per arrivare il momento in cui l’adorazione sarebbe stata resa indipendente da un tempio e da un luogo, la seconda è che “la salvezza viene dai giudei” in riferimento alle promesse del Messia che sarebbe arrivato proprio dalla tribù di Giuda.

Voi adorate quello che non conoscete” era il motivo della presenza di Gesù in mezzo a loro, il motivo per cui “doveva passare per la Samaria”, lo stesso che consentì all’apostolo Paolo di predicare nell’areopago di Atene in Atti 17.22.31: “22Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: «A un dio ignoto». Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: «Perché di lui anche noi siamo stirpe».
29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

            Adorare “in spirito e verità” al di fuori quindi del rito, dei sacrifici offerti, del luogo, in una dimensione diversa non più legata e dipendente da intermediari: “l’ora che viene” di cui parlò Gesù alla samaritana fu assolutamente precisa e fu simboleggiata da un evento che sarebbe bastato a convertire chiunque: fu costituito dal momento in cui, alla morte di Gesù, “il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso” (Matteo 15.38). Ebbene quel velo, enorme che richiedeva 70 uomini per tirarlo giù, spostarlo e lavarlo, alto circa 20 metri e spesso 10 centimetri che secondo Flavio Giuseppe non sarebbe bastata la forza di due cavalli per lacerarlo, era quello che separava la zona dei sacerdoti dal Santo dei Santi in cui poteva entrare il sommo sacerdote solo una volta all’anno. Un segno più eloquente della fine di quel tempo non poteva esservi.

La samaritana, dopo l’intervento di Gesù sull’adorazione, gli rispose “So che deve venire il Cristo: quando verrà, ci annuncerà ogni cosa. Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te»”. L’innominata donna, profondamente scossa da quelle parole, non poteva dimenticare quanto Gesù le aveva detto: come sappiamo lasciò l’anfora a terra, che l’avrebbe impedita nel cammino, e corse in città parlando a chiunque incontrava. Il risultato è noto:39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo»”.

Veramente il salvatore del mondo”, un attestato di fiducia e fede piena che Gesù non trovò mai tra il suo popolo. I Samaritani, inoltre, lo definiscono in un modo nuovo, universale, a differenza dell’ostinata rivendicazione dei giudei. In un certo senso, si tratta di un attributo futuro per cui la gioia di quel popolo è di appartenenza universale. Da notare che il testo originale aggiunge “Il Cristo” dopo “il salvatore del mondo”.

È da notare, per concludere, che i samaritani saranno premiati, confermando la fede avuta in Gesù, diversi anni più tardi, poiché leggiamo nel libro degli Atti: “5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città” (Atti 8.5-8).

* * * * *

02.13 – LA SAMARITANA I/II (Giovanni 4.1-16)

2.12 – La Samaritana I/II (Giovanni 4.1-16)

 

1 Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» – 2sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli -, 3lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4Doveva perciò attraversare la Samaria. 5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».

È curioso che Giovanni introduca l’episodio con un’annotazione di natura politica che ci informa di quanto fosse attenta l’attenzione dei farisei su tutto ciò che di nuovo si affacciava sulla vita religiosa del Paese: li abbiamo visti inviare i propri informatori quando il Battista svolgeva il suo ministero sulle rive del Giordano e mandare alcuni di loro, con sacerdoti e leviti, per interrogarlo direttamente, evitando di far proprio il messaggio che veniva rivolto a tutti gli ebrei, quindi anche a loro, consistente nel ravvedimento. Le autorità religiose di Israele non ritennero subito Giovanni per loro pericoloso, ma successivamente sì ed è probabile che abbiano avuto un ruolo determinante nel suo arresto e reclusione nel Macheronte, la fortezza di Erode su una collina sulle rive del Mar Morto. Giovanni Battista, come abbiamo, letto si era spostato a svolgere il suo ministero ad Àinon, o Enon, città sulla quale Erode non aveva giurisdizione perché facente parte della città libera di Scitopoli, a sua volta inserita nella Decapoli, autonome e indipendenti dall’impero. Trovandosi però Scitopoli, incuneata fra i due tronconi del territorio di Antipa, la Galilea e la Perea, fu probabilmente facile attirare il Battista con qualche stratagemma nella giurisdizione erodiana e farlo arrestare. Ora che i farisei stavano per liberarsi di lui, o di lui si erano già appena liberati, l’informativa che giunse a loro li mise in allarme perché Gesù faceva più discepoli e battezzava più di Giovanni.

Gesù decise di andare in Galilea non solo perché a conoscenza dei piani che i farisei avrebbero ordito contro di lui – ammesso che non fossero già in atto – ma per un importante dettaglio che ci viene dai Sinottici: Matteo 4.12 scrive “Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e venne ad abitare a Cafarnao”, Marco 1.14 “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio”, Luca 3.20 “Ma il tetrarca Erode, rimproverato da lui – Giovanni Battista – a causa di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione”. Su questo fatto torneremo più avanti; per ora basta sapere che il Tetrarca (Antipa), aveva intrecciato una relazione con Erodiade, già moglie di suo fratello Erode Filippo, ancora in vita, che poi sposò macchiandosi così di incesto oltre che di adulterio, essendo considerata la moglie “carne” del proprio marito e viceversa.

Ecco spiegate allora le ragioni dello spostarsi di Gesù dalla Giudea, quella maggiormente dominata dal potere religioso farisaico, alla Galilea: Egli sapeva che, ora che i farisei avevano risolto il problema rappresentato dal Battista, potevano concentrare tutte le loro attenzioni e congiure su di lui. Loro che si ritenevano gli unici depositari della Legge e della sua interpretazione, per non turbare gli equilibri dei rapporti con Erode, nulla avevano detto al re sulla sua relazione illecita.

Per raggiungere la Galilea i percorsi possibili erano due: il primo era molto frequentato e passava per Gerico attraversando la Perea; il secondo era più breve, ma passava per la Samaria, i cui abitanti non erano certo graditi dai Giudei (e viceversa) per le forti rivalità religiose che intercorrevano tra i due popoli. Ebrei e samaritani avevano ciascuno il loro tempio che ritenevano l’unico legittimo. I primi avevano sì la Legge, ma equiparavano la sua autorità alla loro tradizione, mentre i secondi ritenevano legittima la sola Legge data al popolo da Mosè.

I samaritani erano frutto di una mescolanza di razze, per quanto si dichiarassero appartenenti al popolo di Israele e si considerassero discendenti della tribù di Efraim e Manasse. Quando la città di Samaria fu distrutta dagli Assiri nel 721 a.C., questi deportarono la maggioranza degli ebrei e li sostituirono con altra gente di usi e lingue diverse che finì per mescolarsi con i pochi rimasti. Gli stranieri importati nel territorio samaritano avevano portato le loro credenze religiose e i loro culti, ma col passar del tempo prevalse quella dell’Iddio d’Israele, adorato sotto forma di vitello nei due santuari di Dan e Bethel. Più delle molte parole che si potrebbero spendere per spiegare ciò che avvenne nei tempi antichi, si può leggere 2 Re 17.23.41: “…Israele fu deportato dalla sua terra in Assiria, fino ad oggi. 24Il re d’Assiria mandò gente da Babilonia, da Cuta, da Avva, da Camat e da Sefarvàim e la stabilì nelle città della Samaria al posto degli Israeliti. E quelli presero possesso della Samaria e si stabilirono nelle sue città. 25All’inizio del loro insediamento non veneravano il Signore ed egli inviò contro di loro dei leoni, che ne facevano strage. 26Allora dissero al re d’Assiria: «Le popolazioni che tu hai trasferito e stabilito nelle città della Samaria non conoscono il culto del dio locale ed egli ha mandato contro di loro dei leoni, i quali seminano morte tra loro, perché esse non conoscono il culto del dio locale». 27Il re d’Assiria ordinò: «Mandate laggiù uno dei sacerdoti che avete deportato di là: vada, vi si stabilisca e insegni il culto del dio locale». 28Venne uno dei sacerdoti deportati da Samaria, che si stabilì a Betel e insegnava loro come venerare il Signore. 29Ogni popolazione si fece i suoi dèi e li mise nei templi delle alture costruite dai Samaritani, ognuna nella città dove dimorava. 30Gli uomini di Babilonia si fecero Succot-Benòt, gli uomini di Cuta si fecero Nergal, gli uomini di Camat si fecero Asimà. 31Gli Avviti si fecero Nibcaz e Tartak; i Sefarvei bruciavano nel fuoco i propri figli in onore di Adrammèlec e di Anammèlec, divinità di Sefarvàim. 32Veneravano anche il Signore; si fecero sacerdoti per le alture, scegliendoli tra di loro: prestavano servizio per loro nei templi delle alture. 33Veneravano il Signore e servivano i loro dèi, secondo il culto delle nazioni dalle quali li avevano deportati. 34Fino ad oggi essi agiscono secondo i culti antichi: non venerano il Signore e non agiscono secondo le loro norme e il loro culto, né secondo la legge e il comando che il Signore ha dato ai figli di Giacobbe, a cui impose il nome d’Israele. 35Il Signore aveva concluso con loro un’alleanza e aveva loro ordinato: «Non venerate altri dèi, non prostratevi davanti a loro, non serviteli e non sacrificate a loro, 36ma venerate solo il Signore, che vi ha fatto salire dalla terra d’Egitto con grande potenza e con braccio teso: a lui prostratevi e a lui sacrificate. 37Osservate le norme, i precetti, la legge e il comando che egli ha scritto per voi, mettendoli in pratica tutti i giorni; non venerate altri dèi. 38Non dimenticate l’alleanza che ho concluso con voi e non venerate altri dèi, 39ma venerate soltanto il Signore, vostro Dio, ed egli vi libererà dal potere di tutti i vostri nemici». 40Essi però non ascoltarono, ma continuano ad agire secondo il loro culto antico. 41Così quelle popolazioni veneravano il Signore e servivano i loro idoli, e così pure i loro figli e i figli dei loro figli: come fecero i loro padri essi fanno ancora oggi”.

Da quel tempo a quello di Gesù erano cambiate alcune cose: ai samaritani, disprezzati dagli ebrei e ritenuti assolutamente impuri, non fu concesso di partecipare alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e da allora tra giudei e loro nacque una profonda inimicizia. Quel popolo costruì un proprio tempio sul monte Gherizim, poi distrutto 150 anni prima di Gesù da Giovanni Ircano I, re di Giuda e sommo sacerdote. Ciò acuì ulteriormente l’inimicizia tra i due popoli.

Il Maestro, quindi, arriva a un pozzo che esiste ancora oggi, profondo circa 35 metri, da solo, verso mezzogiorno, ed è impossibilitato a bere perché sprovvisto del necessario per attingere acqua, cioè di un recipiente e ancor di più di una lunga corda per calarlo. Anche Sichar esiste ancora, col nome di Askar e il pozzo dista da lei poche centinaia di metri. A 300 metri dal pozzo, c’è la tomba di Giuseppe dove attualmente vengono scortati a pregare i coloni israeliani in aperto conflitto con la popolazione araba alla quale, in quelle occasioni, è impedito di circolare liberamente. È questo un dato triste, ma che verrà utile per le riflessioni che potremo fare in altri studi.

A questo punto abbiamo l’incontro con la persona che Gesù aspettava, una donna particolare che in un certo senso farà da ponte tra Lui e il popolo samaritano: arriva poco dopo per attingere acqua e Gesù le chiede di farlo bere. La risposta che ottiene testimonia la situazione di tensione esistente tra Giudei e quella popolazione, ma Nostro Signore sposta immediatamente la questione sulla differenza tra l’acqua che avrebbe ricevuto dalla donna e quella che lui avrebbe potuto darle. Qui, pensando alla funzione vitale di questo elemento, ci viene immediatamente il ricordo di una frase che Gesù dette poco tempo addietro, citando la Scrittura, a Satana: “L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio”. Là abbiamo avuto il pane, figura di ciò che nutre il corpo, qui abbiamo l’acqua che lo fa vivere, dove il corpo è la figura dell’anima, paragone che la donna non comprende perché gli dice “Signore, dammi di quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.

Gesù però parlava di un’acqua viva, quella che solo lui avrebbe potuto e può dare, e lo fa con parole che trovavano le loro radici nei rotoli dei profeti. Infatti: “Attingete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Isaia 12.3); “Io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido” (44.3), ma ancor più Geremia 2.12 quando il profeta rimprovera il popolo per bocca di Dio: “Oracolo del Signore. Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato delle cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua”. Il paragone è sempre attuale nonostante siano passati secoli. In quest’ultimo passo e nelle parole di Gesù si parla di una differenza sostanziale tra l’acqua naturale, che disseta temporaneamente, e quella viva, che risolve il problema per sempre. Nel passo di Geremia il popolo aveva abbandonato l’unica sorgente possibile e aveva costruito delle cisterne che Dio definisce “piene di crepe, che non trattengono acqua” con una descrizione appropriata di quei manufatti che, viene da pensare, crepati materialmente non fossero, ma spiritualmente sì. Le cisterne che il popolo si era costruito costituivano un’alternativa per calmare una sete diversa, quella della carne. “Ha abbandonato me, sorgente di acqua viva”, cioè ha rifiutato di vivere per e di fede, dimenticando tutte le volte in cui il Signore aveva dimostrato tutto il suo piano per loro e la sua assistenza. “E si è scavato”, cioè ha voluto farlo, ha scelto, ha faticato pur di avere una esistenza lontana da lui: acqua per acqua, era meglio quella della “libertà”, dell’autonomia umana del tutto apparente e vana, piuttosto che quella che poteva essere raccolta direttamente alla fonte; per farlo, però, bisognava essere fedeli e avere soprattutto quell’atteggiamento che viene naturale una volta sottomessi a Dio. E viene qui in mente il “gran comandamento”, allora in embrione, dichiarato da Gesù a un anonimo dottore della legge in Matteo 22.37: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. È da lì e solo da lì che si sviluppa il rapporto Creatore – creatura e l’abbandonare la sorgente di acqua viva per bere alle cisterne rivela proprio quel distacco che si produce quando si ascoltano le interferenze della vita materiale che chiama ad altro, sempre in opposizione al richiamo di Dio.

Torniamo alla roccia in Horeb, figura velata del Figlio sempre presente: parlando di lei e del popolo di allora, Paolo scrive “…e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla stessa roccia che li seguiva, e la roccia era Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (1 Corinti 10.4,5). Ecco perché, tanto al tempo della samaritana quanto ai nostri, è solo Cristo che può dare quell’acqua, con effetti totalmente nuovi visti in due distinti periodi: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno”, condizione presente e futura ben diversa da quella dell’uomo ricco che, nella parabola del povero Lazzaro, trovandosi nei tormenti, disse ad Abrahamo “Abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito, perché questa fiamma mi tortura” (Luca 16.24).

L’acqua che solo Gesù può dare esenta dalla sete spirituale per sempre perché coinvolge profondamente la parte più intima dell’anima e dello spirito, i più suscettibili a provare un’insoddisfazione riguardo ai quali la carne, che beve l’acqua naturale, non sa come comportarsi: non esistono cose sulla terra in grado di placare la sete dell’anima. Gli interessi e passioni che possiamo avere, se coltivate anche seriamente e come teoricamente meriterebbero, si rivelano alla fine come un placebo perché viene, o verrà, sempre il punto in cui, tirando le somme, si scoprirà puntualmente di non aver realizzato nulla. Ci si ritroverà, al limite, con dei beni materiali che un giorno passeranno ad altri.

Il fatto di prendere l’acqua che disseta per sempre implica il chiederla a Cristo, il fidarsi di lui sapendo che dà a chi chiede: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al suo posto una pietra? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Luca 11.9). Ecco allora che, con queste parole, Gesù parla della necessità che ha l’essere umano di cambiare ottica: cercare la vita, l’acqua viva, è la prima cosa necessaria che non può non venire data, è quel valore inestimabile, che la maggioranza sottovaluta, descritto in Isaia 55.1-3: “O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro – idoneo a comprare quelle cose – venite, comprate e mangiate. Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete dei cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”.

La seconda parte del verso che riporta le parole di Gesù alla samaritana dice “L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Non sarà questa la prima volta che parlerà in questo modo: l’ultimo giorno in cui si celebrava la festa della Capanne, che commemorava il pellegrinaggio del popolo d’Israele nel deserto, disse gridando “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva usciranno dal suo grembo. Questo disse dello Spirito che avrebbero ricevuto quanti avrebbero creduto il lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Giovanni 7.37,38).

Ecco perché, alla samaritana, Gesù parla di un’acqua che avrebbe dato al futuro e non al presente: “L’acqua che io gli darò”. Lo Spirito sarebbe stato quindi una sorgente d’acqua zampillante, non fluente dalla terra o da una roccia, ma dal credente stesso, il cui unico scopo sarebbe stato in vista della vita eterna. Sarebbe stata quindi una caratteristica, una consolazione, un orientamento nel percorso, più o meno lungo, nella vita terrena sotto la prospettiva di quella eterna, una caparra.

Infatti “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2 Corinti 1.22,23). E la “caparra” è un termine tecnico giuridico che, nel diritto civile, è una somma di denaro o una quantità di altre cose fungibili versata a titolo di reciproca e mutuale garanzia contro l’inadempimento di un contratto. La caparra dello Spirito, è data in questo caso da Dio all’uomo.

Possono degnamente concludere questa prima parte le parole dell’apostolo Paolo che spiega la realtà di chi ha scelto di appartenere a Cristo: “Sappiamo infatti che quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli. Perciò, in questa condizione, noi gemiamo e desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste purché siamo trovati vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati, ma rivestititi, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito” (2 Corinti 5.1-5).

La Samaritana, persona concreta, stupita che un giudeo le parlasse, prese alla lettera le parole di Gesù chiedendogli di dare quell’acqua anche a lei, risparmiandole così la fatica di venire tutti i giorni al pozzo ad attingere.

* * * * *

02.12 – L’AMICO DELLO SPOSO (Giovanni 3.22-36)

2.11 – L’amico dello sposo (Giovanni 3.22-36)

 

22Dopo queste cose, Gesù venne con i suoi discepoli nel territorio della Giudea, e là rimase con loro e battezzava. 23Ora anche Giovanni battezzava in Enon, vicino a Salim, perché là c’era abbondanza di acqua e la gente veniva e si faceva battezzare 24perché Giovanni non era ancora stato gettato in prigione. 25Sorse allora una discussione da parte dei discepoli di Giovanni con i Giudei attorno alla purificazione. 26Così vennero da Giovanni e gli dissero «Maestro, chi era con te al di là del Giordano, a cui hai reso testimonianza, ecco che battezza tutti quelli che vanno da lui» 27Giovanni rispose e disse: «L’uomo non può ricevere nulla, se non gli è dato dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto «Io non sono il Cristo, ma sono stato mandato davanti a lui». 29Colui che ha la sposa è lo sposo, ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra grandemente alla voce dello sposo; perciò la mia gioia è completa. 30Bisogna che egli cresca e che io diminuisca. 31Colui che viene dall’alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla della terra; colui che viene dal cielo è sopra tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza. 33Colui che ha ricevuto la sua testimonianza ha solennemente dichiarato che Dio è verace. 34Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio, perché Dio non gli dà lo Spirito con misura. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha vita eterna, ma chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio dimora su di lui»”.

Dopo il discorso di Gesù a Nicodemo, abbiamo le parole del Battista ai suoi discepoli che mette a confronto la sua opera con quella di Gesù che, dopo quel colloquio, ritenendo di aver concluso la sua permanenza in città, fosse meglio rivolgersi alle zone di campagna circostanti. Si mise così a predicare battezzando proprio come faceva Giovanni Battista che si trovava ad Enon (o Ainon) più a Nord anche se, come leggiamo in Giovanni 4.2, “non era Gesù a battezzare, ma i suoi discepoli”. Ci fu una disputa sulla “purificazione” con un giudeo, nei testi più accreditati al singolare e non al plurale, sulla differenza tra il purificarsi secondo la tradizione e quella del battesimo predicato da Giovanni e quello dai discepoli di Gesù, allora ancora identici nella forma e nella sostanza.

Giovanni, prima dell’inizio della vita pubblica di Gesù, era l’unico accreditato ad amministrare il battesimo in quanto era colui che Dio aveva designato per essere la “Voce d’uno che grida nel deserto «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri»”. Non era ancora venuto il tempo in cui Gesù avrebbe detto a chi guariva “La tua fede ti ha salvato” e i miracoli fatti in Gerusalemme avevano lo scopo di qualificarlo esattamente come disse Nicodemo: “Noi sappiamo che nessuno può compiere i segni che tu fai, se Dio non è con lui”.

I discepoli di Giovanni, evidentemente convinti dell’unicità della predicazione del loro Maestro, avevano preso con una certa gelosia la notizia in base alla quale Gesù predicava e battezzava al pari suo, interrogati forse sulla eventuale differenza tra i due battesimi e sul perché uno amministrasse in un luogo e l’altro in un altro. Le parole dei suoi discepoli, con quell’ “a cui hai reso testimonianza” mostrano quanto non avessero capito che era in atto un profondo mutamento nella storia della salvezza, quasi a sottintendere “Guarda, tu l’hai qualificato davanti a tutti i presenti come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, e lui ti ricambia in questo modo”; per questo era necessario un distinguo tra di due ruoli, tra il privilegio che aveva avuto Giovanni, “mandato davanti a lui” e la persona del Cristo, dell’inviato con un unzione non umana, profondamente diversa per compiti e origine. E Giovanni Battista si qualifica, con un termine che per i lettori del vangelo è nuovo, “l’amico dello sposo”, proponendo un tema che verrà poi sviluppato in particolare dall’apostolo Paolo. L’insegnamento del Battista potrà essere qui visto per sommi capi e verrà ripreso più avanti, quando Gesù esporrà delle importanti parabole su questo tema.

Il distinguo tra le opere del precursore del Messia e il Messia stesso è definito con vari concetti e una premessa in base alla quale “L’uomo non può ricevere nulla se non gli è dato dal cielo” là dove il ricevere implica anche, nel verbo greco originale, “prendere”. I doni di Dio vengono dispensati, ma tocca al destinatario – appunto – prenderli e usarli, come nella parabola dei talenti esposta in Luca 19.12-27 (leggere) che ci parla di un uomo che parte per un paese lontano per ricevere il titolo di re e tornare, e dei servi che prendono dalle sue mani una moneta d’oro per farle fruttare nell’attesa.

Giovanni dice ai suoi discepoli, con questa frase, che solo nel caso di un dono dall’alto vi può essere un risultato, altrimenti la sostanza, il raccolto incorruttibile, non può esistere, come testimoniato dalle vicende esposte da Gamaliele e di cui abbiamo parlato in un’altra riflessione a proposito dei tanti sorti dal nulla che pretendevano di essere il Messia o un suo inviato, che poi scomparvero sepolti dalla storia o, nella storia della Chiesa, tanti fautori di errori interpretativi penalizzanti alcuni durati pochi anni, altri esistenti ancora oggi. Ogni uomo mandato veramente da Dio ha un’opera e un campo d’azione assegnatogli a prescindere da titoli e riconoscimenti umani; nel caso di Giovanni il ruolo che aveva era quello di essere “mandato davanti a lui” sì come voce nel deserto, ma anche come “amico dello sposo”, definizione nuova che non troveremo più, nella Scrittura, per nessun altro.

L’amico dello sposo, per i matrimoni di allora, chiamato dai greci Paranymphos, era l’incaricato di tutti i preliminari del matrimonio ed aveva una funzione tecnico-giuridica: domandava la mano della sposa, stringeva il contratto di matrimonio stabilendo la sua dote, preparava e presiedeva la festa nuziale e l’onore che aveva era direttamente proporzionale al rango delle due famiglie. Si trattava di un incarico delicato che richiedeva una fiducia assoluta e un’amicizia intima tra lo sposo e il suo amico. Per usare questi termini, sicuramente alla presenza dell’apostolo Giovanni e forse anche degli altri tre (Andrea, Pietro e Giacomo), il Battista doveva avere ricevuto un insegnamento molto profondo dallo Spirito perché vide, anche se in modo diverso, ciò che descrive il suo omonimo discepolo, poi diventato apostolo, in Apocalisse quando scrive “Udii poi come una voce di una folla immensa, simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano «Alleluia! Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente». La veste di lino sono le opere giuste dei santi” (19.6-8).

Qualificandosi così davanti a quei discepoli, Giovanni Battista fa un paragone perfetto. Lui preparava, poneva le basi per una Chiesa di cui, pur dovendo ancora formarsi, ne vedeva le sembianze nel suo futuro immediato e lontano, mentre l’apostolo la vide in tutta la sua perfezione nella visione della Gerusalemme celeste in cui “quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello” formeranno un tutt’uno con essa (Apocalisse 21.9-27). Giovanni Battista, da uomo attento e consapevole del proprio ruolo, sa che il momento in cui dovrà farsi da parte è imminente: “Bisogna che lui cresca e che io diminuisca” (v.30) e infatti la sua funzione diminuirà in modo proporzionale a quella con cui Gesù illuminava le persone coi suoi insegnamenti indicando la via verso il cielo, cioè lui stesso: “Io sono la via, la verità e la vita”. È l’amore vero, quello che non cerca il tornaconto personale, ma l’altrui. L’apostolo Paolo, poi, si servirà della relazione tra Cristo e la Chiesa per descrivere il rapporto matrimoniale tra credenti consapevoli: “Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Efesi 5.25-27).

Le parole di Giovanni Battista furono capite dai suoi discepoli, segno che non si era limitato a predicare il ravvedimento, ma aveva comunicato loro anche il piano di Dio tanto per il popolo eletto quanto per tutti quelli che sarebbero venuti un giorno, spiegando loro quanto fossero fuori luogo i sentimenti tipicamente umani che provavano, gli stessi che animarono poi i discepoli di Cristo quando gli dissero “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo – originale “noi glielo impedivamo” – perché non ci seguiva” (Marco 9.38). Il problema non era che i discepoli di Gesù battezzassero e la gente accorresse a lui, ma la distinzione dei ruoli: stava per arrivare il tempo in cui Giovanni avrebbe dovuto mettersi da parte e Gesù diventare sempre più importante, accentrando su di sé la predicazione sostenuta dai miracoli, ciascuno dei quali illuminanti per i significati spirituali che rivestono. “Lui deve crescere, io invece diminuire” sono parole molto importanti, un rimprovero amorevole a quei discepoli che invece avrebbero voluto vedere il loro maestro crescere di importanza stante la vita che aveva condotto e la gente che veniva ad ascoltarlo: Giovanni, con quelle parole, ricorda loro che non aveva mai nascosto di essere un semplice messaggero: “Dopo di me, viene uno che è più grande di me”. Quel “più grande di me” era arrivato e non era uno qualunque, ma uno che “viene dall’alto” ed “è al di sopra di tutti” perché “viene dal cielo”, cioè da un luogo alto, inaccessibile, è l’unico che possa avere l’autorità per parlare di cose che altrimenti sarebbero ignorate e lo fa non perché ha studiato, ma “attesta ciò che ha visto e udito”.

In pratica, senza di lui, senza la sua voce che molti udirono allora ma che noi leggiamo, proseguiremmo la nostra esistenza nelle tenebre dell’ignoranza. Ecco il perché “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce”! Ogni essere umano cammina alla luce del giorno, se non altro per un certo numero di ore per cui non ha bisogno di una luce supplementare a meno che questa non sia per illuminare la parte nascosta di lui, quella spirituale.

L’uomo, da solo, non ha modo di conoscere la verità. Lo dimostra la ricerca millenaria di un senso della vita attraverso la filosofia e la religione che, a volte, può anche giungere a frammenti di vero perché un cuore e una mente onesta non possono non pervenire alla conclusione che ciò che abbiamo è illusorio e non può salvare, ma qui il discorso è profondamente diverso: la verità è una, non irraggiungibile anzi vicina perché c’è chi l’ha portata e spiegata; uno che viene dall’alto, è al di sopra di tutti, che attesta ciò che ha visto e udito, verbi che non lasciano scampo perché escludono il sentito dire o una libera interpretazione di cui tanti si nutrono.

Come già avvenuto nel colloquio con Nicodemo nei versi da 16 a 21, non si può escludere che in quelli da 31 a 36 che stiamo leggendo vi sia un intervento dell’evangelista, essendovi parentela di contenuti e di forma col primo capitolo, l’inno di apertura, ma poco cambia perché l’apostolo Giovanni, eventuale autore dei versi, in questo caso estende i concetti che il Battista aveva ben chiari, salvo un dubbio che lo attanagliò quando era imprigionato nella fortezza del Macheronte sotto Erode Antipa: “Sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?

Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza”, “nessuno” usato per contrapposizione al “chi” successivo, che “conferma che Dio è veritiero” e il confronto “nessuno – chi” lo troviamo nell’episodio dei dieci lebbrosi guariti in Luca 17.11-19: qui, leggiamo che uno solo, samaritano quindi non appartenente alla congregazione di Israele, con gli altri nove ebrei che guarivano lungo il cammino, tornò indietro prostrandosi davanti a Gesù per ringraziarlo. “Ma Gesù osservò «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio all’infuori di questo straniero?» E gli disse «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato”.

A questo punto, abbiamo una descrizione dello sposo: “Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura Egli dà lo spirito. Il Signore gli ha dato in mano ogni cosa”. Chi ha parlato delle cose del cielo, che ha visto e udito, non è un ambasciatore: ricordiamo le parole “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra” (Matteo 28.18), che l’apostolo Paolo spiegò agli Efesini con queste parole: 1…7affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. 20Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli 21al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
22 Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose:
23essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose”
(Efesini 1.20-22). “Perché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami Gesù Cristo è il Signore» a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2.10,11). Ogni cosa il Padre ha dato il mano al Figlio, l’unico ad averlo rivelato.

E per concludere, Giovanni conclude il suo intervento con parole di netta separazione, le stesse che costituirono la prima azione di Dio alla creazione, quando con la luce divise la luce dalle tenebre: “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui”.

* * * * *

02.11 – HA TANTO AMATO IL MONDO (Giovanni 3.16-21)

02.11 – Ha tanto amato il mondo (Giovanni 3.16-21)

 

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».”.

Attorno a questi versi esistono due possibilità “tecniche” da parte degli studiosi del Nuovo testamento: la prima tende a leggerli come un commento di Giovanni alle parole di Gesù a Nicodemo, che avrebbe finito il suo discorso mettendo a confronto il serpente di rame con la croce, e la seconda li considera come il suo naturale proseguimento. A favore della prima ipotesi, in effetti, c’è una notevole somiglianza con il modo che ha Giovanni di introdurre il suo Vangelo presentando la persona e l’opera di Gesù e la funzione del “Figlio” qui descritta. Se questo appare plausibile, il fatto che la definizione di “vita eterna” venga data a Nicodemo al verso 15 e sia ribadita al 16 con relativa spiegazione, rende valida anche la seconda, facendo parlare Gesù in terza persona. Nostro Signore dà di sé due definizioni: prima “Figlio dell’uomo”, con cui presenta la propria umanità, poi “Figlio di Dio unigenito” a sottolineare la Sua regalità ed unicità quale via per la vita. Dobbiamo poi notare il paragone col serpente di rame: se l’ebreo che veniva morso – da sottolineare mortalmente – guardava l’effigie del serpente di rame posta in alto e guariva, oggi l’uomo, incompatibile con Dio a causa del peccato, se allo stesso modo guarda con fede al Figlio, trova con Lui compatibilità, perdono e assume la dignità di figlio di Dio. Qui si aprirebbero una quantità davvero grande di applicazioni, ma per questioni di ordine atteniamoci al testo: “Dio ha tanto amato il mondo”. Quale? Quello che ha creato alle origini in cui la parola “buono” ricorre per sei volte più una, quando troviamo scritto, a commento del sesto giorno, “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”. L’universo ed il mondo creato, però, erano stati fatti in funzione della sua creatura per eccellenza, fatta – allora – davvero a Sua immagine e somiglianza, per cui ha continuato ad amarla nonostante il peccato. E il vestito fatto ai nostri progenitori al posto delle foglie di fico lo conferma.

Anche lì l’essere umano lasciò trasparire la sua profonda inettitudine e inadeguatezza a sapersi gestire da solo e il vestito di Dio, fatto con pelli di animali, manifestava anche la Sua assistenza nonostante l’offesa data dal peccato consistente, al di là della disubbidienza all’unico comandamento ricevuto, nel voler essere come lui. Dio quindi, pur imponendo all’uomo un’esistenza che poteva essere solo quella che sarebbe stata dalla sua estromissione da Eden in poi, essendo diventato incompatibile con quell’ambiente santo, aveva un piano di riscatto che avrebbe potuto essere molto più breve se solo la sua creatura avesse voluto comprenderlo. Basti pensare al vagabondare per il deserto a causa della poca fede, ma soprattutto alla mancanza di amore nei confronti del loro Dio che aveva dato innumerevoli volte prova del Suo voler assistere in ogni modo il popolo che aveva eletto.

Dio ha amato il mondo a tal punto da dare il proprio figlio unigenito. Non è cosa da poco e non è facile da capire, ma parafrasando, visto che Gesù ebbe a dire “Io e il Padre siamo uno”, possiamo dire “A tal punto da rinunciare ad una parte di sé”. E il sacrificio attraverso la morte del Figlio, nonostante gli ebrei dicano che Dio non può morire – e infatti risorse – è vista con queste parole: “Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.” (Romani 5.7-9).

Morto per noi, per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di lui, ma anche per quelli che avevano vissuto prima, addirittura ai tempi del diluvio perché nei tre giorni in cui fu sepolto, secondo le parole dell’apostolo Pietro, “…Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma vivo nello spirito; e nello spirito andò a predicare l’annuncio anche agli spiriti che erano in carcere. Che furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava ai giorni di Noè mentre si fabbricava l’arca nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate attraverso l’acqua” (1 Pietro 3. 18-20). “Carcere” inteso come la parola ebraica “Sheol”, cioè “soggiorno – o “regno” – dei morti”, corrispondente dell’ “Ades” pagano, luogo invisibile in cui le anime dei morti restavano, entrambi posti di cui Gesù ha le chiavi: “Ero morto, ma ora vivo per sempre, e ho le chiavi della morte e degli inferi” (Apocalisse 1.18).

Anche questo rientra nella settima e ultima frase detta da Gesù sulla croce, “Tutto è compiuto”, che ci parla di un “tutto” di perfezione, di un’opera compiuta nella sua interezza: il sacrificio dell’Agnello di Dio era avvenuto, le porte del perdono si erano aperte non solo per quelli che avrebbero creduto da lì in poi, ma anche per tutti coloro che del Vangelo non avevano potuto sentire parlare nei tempi antichi. L’apostolo Pietro scrive così, ma per non lasciare l’impressione che la predicazione dell’annuncio del Vangelo si sia rivolto solo agli spiriti vissuti al tempo di Noè, scrive sempre nella stessa lettera in 4.6 “Anche ai morti è stata annunciata la buona novella affinché siano condannati come tutti gli uomini nel corpo, ma vivano secondo Dio nello Spirito”.

Quindi l’uomo, che ha un appuntamento con la morte del proprio involucro esterno, può avere un appuntamento con la Vita conservando quella parte di lui che ha una particolarissima caratteristica: quando il Creatore rese Adamo “anima vivente”, gli soffiò nelle nari “un alito di vita”, il solo a poterlo rendere come poi è stato descritto. È questo alito che rende ciascun essere umano unico perché portatore sia di quell’alito sia della propria volontà, il proprio essere.

L’amore di Dio non parla di condanna: il Figlio è stato mandato perché “Il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Qui c’è un particolare a favore dell’ipotesi in base alla quale le parole fossero indirizzate a Nicodemo, perché era opinione presso gli ebrei che il Messia, oltre a rendere vittorioso Israele su tutti gli altri popoli, li avesse giudicati e condannati. Questa è una visione futura che ha attinenza al ritorno di Cristo sulla terra, ma non alla sua prima venuta perché l’uomo potesse essere salvato attraverso di Lui. Non era però quello il tempo e la parola “mondo”, che compare per tre volte nei versi in esame, conferma l’universalità del messaggio dell’amore di Dio che, se nei tempi antichi aveva già provveduto a dividere quanti osservavano la Sua Legge da quanti la disprezzavano, adesso fa la stessa cosa tra quanti credono nel figlio e quanti lo respingono: rifiutando la croce, si condannano da soli. Ecco perché “Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio”. “Credere” è un atto di comprensione. È la confessione della propria inferiorità, dell’appartenere al nulla senza Cristo, dell’aspirare a cose diverse da quelle che il mondo, su cui Satana ha potestà, offre. Credendo, alla fine dei conti, l’uomo pone fine al proprio orgoglio e pone in atto una profonda revisione di tutta la propria vita. Gli esempi sono davvero tanti, ma credo che più di tutti valga l’episodio dei due ladri crocifissi assieme al Signore che troviamo in Luca 23.39-43. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Sono due modi di intendere la propria vita: uno non ha ancora accettato la morte, accomuna Gesù alla sua categoria e vorrebbe farne un complice, l’altro invece trova nelle sofferenze il modo per confessare una vita fondata su valori errati. Entrambi, per come parlano, dimostrano di avere sentito parlare di Lui e di avere anche riflettuto, ma solo uno parla del “regno”, dimostrando di credergli. La risposta: “Amen ti dico: oggi sarai con me nel paradiso”.

Che Nostro Signore a Nicodemo, o Giovanni ai suoi lettori, si rivolge agli uomini di allora come di oggi, parla di salvezza o giudizio e, nei versi dal 19 al 21 che abbiamo letto, ne spiega il significato. “La luce è venuta nel mondo”. impossibile non vederla, non riconoscerla, esserne attratti. Se questo non avviene, significa che questa dà fastidio, essendo il contrario dell’oscurità. Non si tratta di amare la notte più del giorno come accade per le persone, ma di una scelta di metodo: “hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie”. “Tenebre” e ”Luce” sono due opposti, due mondi distinti in cui non esiste un punto neutro di passaggio. Un’alba o un tramonto: “Chi non è con me, è contro di me e chi non raccoglie con me, disperde” (Luca 11.23). Questo interessante passo propone una verità collegata alla divisione, all’appartenenza a due mondi, e una conseguenza vista nel “disperdere” il proprio raccogliere. Non esiste essere umano che non abbia un progetto, una meta e che non viva in funzione di quello. La mancanza di uno scopo porta – o è sintomo – di una forte depressione ma, a parte questa eccezione sulla quale bisognerebbe aprire un capitolo a parte, è il progetto che fa vivere l’uomo, la prospettiva di un raccolto. E la sua dispersione, il ritrovarsi con un nulla in mano più che al fallimento, sarà il crollo di tutte quelle sicurezze presunte conquistate a fatica, se non avranno avuto Cristo come motore.

Solo la consapevolezza acquisita del vivere nel buio può spingere la persona a cercare la luce, ma non è facile perché si tratta di un’oscurità metaforica in quanto il mondo può offrire una quantità enorme di attrattive e possibilità tangibili e reali se uno non si domanda quale effettivamente sia la destinazione a cui portano.

Tornando alle parole per Nicodemo, o di Giovanni ai suoi lettori, viene ampliato il discorso sulla differenza tra Luce, Tenebre e i loro relativi appartenenti: “chi fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce affinché le sue opere non vengano riprovate”, cioè si nasconde per non venire scoperto, ed ecco perché, con la confessione dei propri peccati al loro battesimo, chi andava dal Battista intendeva dare un taglio netto al proprio passato. Il lato tragico della scelta di appartenere a un mondo di tenebre è che non serve a nulla, perché “Non vi è nulla di nascosto che non sarà manifestato, né di segreto che non debba essere conosciuto e portato alla luce. Fate dunque attenzione a come ascoltate, perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che pensa avere” (Luca 8.17,18).

Gesù poi passa a descrivere la categoria di persone opposte, “Chi fa la verità”, che viene verso la luce, o “alla” luce. Non è detto che vive nella luce, ma che va verso di essa: è un cammino, una ricerca destinata a conoscere tanto successi quanto fallimenti che ci ricordano la nostra natura di terra, il nostro corpo fragile. Ma Dio “…renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che cercano gloria, onore e immortalità, perseverando nelle opere buone” (Romani 2.7).

* * * * *

02.10 – NICODEMO (Giovanni 3.1-21)

Nicodemo (Giovanni 3.1-21)

 

1Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». 3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». 4Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». 9Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? 11In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio»”.

Prima di affrontare l’episodio è necessaria una premessa su una questione narrativa. Dalla nascita della Sacra Scrittura ai giorni nostri due sono i personaggi importanti, a parte i traduttori, che intervennero su di essa per agevolarne lo studio: Stephen Langton e Robert Estienne. Langton (1150 – 1228), arcivescovo cattolico di Canterbury, suddivise la Bibbia in capitoli. Estienne invece, (1503 – 1559), editore e grammatico francese, protestante, ripartì i capitoli in versetti. Prima di loro tutto era un corpus unico e, a meno di non avere una conoscenza pressoché perfetta del testo di un libro, o rotolo, la ricerca di passi e citazioni era molto ardua.

Immaginando ora di avere tra le mani il libro di Giovanni senza capitoli e versetti, il raccordo tra il “conosceva quello che c’era nell’uomo” di 2.24 e “Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo” è particolare perché il testo originale greco antepone un “Ma”, che alcuni traducono con “Ora”. Si tratta di un particolare da non trascurare perché quel “Ma vi era…” si contrappone fortemente alla massa delle persone a Gesù favorevoli e no. Quel “Ma” rende Nicodemo lontano “parente” di Simeone, quel personaggio particolare che prese in braccio Gesù da bambino che abbiamo incontrato nelle nostre prime riflessioni sui Vangeli. Di Simeone è detto “uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele” ma Nicodemo, a differenza dei suoi correligionari, metteva a confronto la sua conoscenza di dottore della Legge con le parole di Gesù e le voleva capire, pur con tutta la titubanza – e la cautela – del caso. Se così non fosse stato, Gesù non avrebbe accettato di parlare con lui, per quanto dal dialogo emerge tutta la distanza fra la sola conoscenza delle Scritture e la sapienza di Dio, che gli propone realtà a lui sconosciute.

Nicodemo era uno dei “capi dei giudei”, quindi un fariseo anziano che si definisce “vecchio” cresciuto nello studio della Torah, depositario non solo della conoscenza relativa agli scritti di Mosè, ma soprattutto di quella tradizione e insegnamenti sulla sua pratica e significato che tanto inorgoglivano i suoi simili. L’episodio della cacciata dei mercanti dal Tempio, oltre che i “segni” che Gesù aveva operato, lo avevano posto nella condizione di dubitare di essere nel giusto: posto di fronte a quei miracoli, che nessuno degli appartenenti alla sua corrente aveva mai operato nonostante la purezza che pretendeva di avere – “fariseo” significa “separato” –, non sapeva cosa fare perché “nessuno può compiere i segni che tu compi, se Dio non è con lui”. Nicodemo riteneva Gesù un Maestro di rango più elevato del suo, un “Dottore venuto da Dio” e lo interpella non senza timore per la propria sicurezza visto che sceglie di recarsi da lui di notte.

Apparentemente Nicodemo potrebbe rientrare nella categoria di quanti “credettero in lui”, ma di cui non si fidava; però Gesù lo ritenne degno di un insegnamento particolare, illuminandolo su una convinzione che aveva come fariseo, cioè che l’appartenenza al popolo di Israele comportasse di per sé il far parte di un popolo santo e perciò meritevole delle esclusive attenzioni del Messia. Era un concetto giusto solo in parte: certo Gesù era stato mandato “per le pecore perdute della casa di Israele”, ma ricordando la versione di Marco della cacciata dei mercanti dal Tempio, leggiamo “non permetteva che si trasportassero cose attraverso il Tempio e insegnava loro dicendo «Non sta forse scritto: La casa mia sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni?» voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri” (Marco 11.16-17).

Se Gesù, a quel tempo, ricordò una prospettiva futura e parlò in modo tale da non farsi capire, con Nicodemo ha un tono diverso e gli insegna parlandogli di una nuova nascita. Quel fariseo, fedele alla sua tradizione e mentalità abituata alla cavillosità, gli chiede come possa una persona anziana tornare nel grembo di sua madre e rinascere, viene ammaestrato con le parole “Se uno non è nato di acqua e di spirito, non può entrare nel regno di Dio”.

Gesù qui parla di una nascita spirituale, quella che fa di chi ha creduto una nuova creatura: Paolo scriverà ai Galati “Non è l’essere circoncisi o meno, ma l’essere nuova creatura” (6.13) oppure a Tito 3.5-7 “Egli ci ha salvati non per le opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna”. Giacomo, fratello di Gesù, scrive “Egli ci ha generati di sua volontà mediante la parola di verità, affinché siamo in un certo modo le primizie delle sue creature” (1.18).

Senza questa possibilità, questa rivoluzione interiore in cui si cambia la propria appartenenza da un mondo estraneo all’amore e alla volontà di Dio in uno spirituale pur rimanendo nella carne, l’appartenenza ed il conseguente, futuro ingresso nel regno di Dio è impossibile.

Sulla “nascita d’acqua” i Padri della Chiesa, quella di Roma, la Luterana con le sue diramazioni oltre che la maggioranza dell’Anglicana concordano nel riferirla al battesimo cristiano che sancisce la volontà di aderire alla comunità di tutti i credenti. Penso che il battesimo però testimoni una nascita nuova già avvenuta e che qui Gesù parli piuttosto di qualcosa venutasi a creare, o a formare, attraverso una purificazione: è un’acqua che Dio solo può dare, quella di cui Gesù parlerà alla Samaritana che vedremo tra breve quando le disse “Chiunque beva di quest’acqua – quella del pozzo – avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni 4.14).

È infatti solo Dio che può lavare la persona dai peccati commessi: “Venite quindi e discutiamo assieme, dice l’Eterno: anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana” (Isaia 1.18). Il perdono di Dio implica quindi la cancellazione del peccato. Il perdono di Dio implica quindi l’ammissione alla Sua presenza vista nel far parte del Suo Popolo. Se è Dio a lavare l’uomo, ecco, nasce di spirito, ha accesso a Lui, è rinnovato, diverso, non è più quello di prima, per lui sono pronti percorsi, sentieri e strade nuove. È nato, per usare le parole di Gesù a Nicodemo, “dall’alto”. E il battesimo è l’unico modo che ha una persona per dichiarare la propria appartenenza a Cristo: facendo un parallelo con quello di Giovanni, si può dire che là c’era una persona che si immergeva nell’acqua per poi riemergerne. Questo simboleggiava l’intenzione di rifiutare la propria esistenza di peccato – che molti confessavano pubblicamente – e, usciti fuori, di accettare il Salvatore che sarebbe venuto. Il battesimo cristiano invece, svolto allo stesso modo, ne differisce perché la persona, immergendosi e uscendo dall’acqua, conferma la sua salvezza, la sua nuova nascita, esprime tanto la sua appartenenza alla Chiesa quanto la propria volontà di appartenere a Cristo, come possiamo leggere dalla bellissima esperienza dell’eunuco etiope battezzato da Filippo sulla strada di Gaza in Atti 8.26-40. Il battesimo simboleggia un contratto stipulato tra l’uomo e Dio: il primo conferma di appartenergli e volergli appartenere, il secondo garantisce che non lo abbandonerà mai, accetta di esserne il proprietario: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che mele ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mia mano.” (Giovanni 10.27-30). Ecco perché pare una colossale forzatura amministrare il battesimo a un essere nato da pochi giorni, non avendo il battesimo attinenza alcuna alla circoncisione giudaica alla quale nessuno in Israele poteva sottrarsi, pena la morte. Il battesimo non rigenera nessuno, non fa “nascere di nuovo” nessuno, ma è fondamentale per chi ha creduto ed è nato di nuovo e ha fatto esperienza di questa realtà. La nuova nascita implica il battesimo, non viceversa.

La distinzione che Gesù fa a Nicodemo è eloquente: “Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito”. Si nasce senza che nessuno ci chieda il permesso, si rinasce se lo si desidera, rispondendo a un invito di Dio. Di fronte alle parole di Gesù, Nicodemo rimane perplesso, nessuno gli aveva mai parlato in quel modo, nemmeno i suoi maestri o i suoi colleghi più stimati, erano parole nuove.

A quel punto Gesù inizia a parlare del vento, termine che Nicodemo non poteva non collegare o comprendere. Lo Spirito non può essere costretto, non può essere gestito, non può essere compreso: “Come tu non conosci la via del vento, né come si formino le ossa nel grembo della donna incinta, così non conosci l’opera di Dio che fa tutto” (Ecclesiaste 11.5). “Opera di Dio” che si è rivelata sulla creazione che l’uomo cerca di investigare con la propria scienza, ma che oggi si rivela con la trasformazione in “nuova creatura” talché “Interrogato dai farisei su quando arriva il regno di Dio, rispose loro e disse «Il regno di Dio viene non in modo che si possa osservare. Né diranno eccolo qui, o eccolo là: ecco, il regno di Dio è dentro di voi” (Luca 17,21

Lo Spirito è pienamente libero, non legato a nulla e da nulla o da qualcuno, non ha nulla a che vedere con l’insegnamento legale che Nicodemo e i suoi simili davano al popolo, escludendo a priori qualsiasi elemento nuovo se non un’interpretazione che fosse in linea con quelle precedenti. Nicodemo era un uomo in crisi profonda perché non capiva come Gesù potesse compiere quei segni, che riconosceva provenienti da Dio, senza essere allineato alla sua categoria. Se ciò non era, Nicodemo si trovava in errore e ciò lo intimoriva. Con la frase “Tu sei dottore in Israele e non sai queste cose?” il Maestro gli ricorda che lo Spirito che aveva parlato attraverso i profeti era lo stesso: parole di rimprovero ed esortazione al ravvedimento consistente prima di tutto da un radicale mutamento nel modo di pensare e poi nell’osservanza della Legge. Perché il profeta non è un uomo puro, ma una persona che Dio sceglie: “il vento soffia dove vuole. “Così è di chiunque è nato da Dio” si riferisce proprio all’elezione a nuova creatura, voluta in parte dall’uomo ma soprattutto da una scelta di Dio che chiama. C’è chi chiama e c’è chi risponde.

Gesù prosegue aprendo una nuova frase per la seconda volta con “In verità, in verità ti dico”, cioè con un “Amen” che certifica appunto un’affermazione come vera, rafforzandola. “Noi – io e il Padre che parla attraverso di me – parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo visto, ma voi non ricevete la nostra testimonianza”. È una constatazione molto amara e Giovanni, nell’inno che fa da prologo al suo Vangelo dice “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del padre, è lui che lo ha rivelato” (1.18): rivelare significa rendere note cose sconosciute, segrete fino al momento in cui vengono dichiarate, fare emergere qualcosa in modo evidente. La constatazione “Ma voi non accogliete la nostra testimonianza” è poi una condanna. “Accogliere”, tradotto anche con “ricevere” implica una scelta: c’è qualcosa che viene porto spontaneamente, ma che qui viene respinto. Per respingere qualcosa o qualcuno bisogna avere sempre delle ragioni, ma in questo caso sono da ricercarsi in una difesa di ciò che si ha: meglio la presunzione, l’arroccarsi sulle proprie posizioni di fronte all’evidenza, la stessa che portò i giudei a dire di Gesù “Scaccia i demòni per opera del principe dei demòni” (Matteo 9.34).

Tornando all’episodio, Gesù pone davanti al suo uditore una domanda: come farà, lui e i suoi, a recepire le “cose celesti” se non è stato in grado di capire i paragoni tratti da esempi terreni come il discorso del vento ed altri che sicuramente gli avrà fatto? A questo punto Gesù parla a Nicodemo di un episodio che certamente doveva conoscere e avere studiato molte volte, quello del serpente di rame, non senza premettere di avere l’autorità per rivelare le cose di Dio. Si tratta di un episodio narrato in Numeri 21.4-9: 4Gli Israeliti si mossero dal monte Or per la via del Mar Rosso, per aggirare il territorio di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. 5Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». 6Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. 7Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. 8Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». 9Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.”

Alcuni ebrei si trovano in difficoltà su questo passo, ponendolo in contrasto con la Torah che proibiva l’idolatria. Ma riflettendo, qui non si tratta di adorazione, ma di “guardare”, che nel linguaggio biblico può significare anche “fare riferimento a”. Il serpente, di rame, materiale che è sempre figura di giudizio sui peccati dell’uomo, stava su un’asta, quindi in alto e poteva essere visto da chiunque. Gli israeliti di allora, informati su cosa fosse quel serpente, facevano riferimento a lui per salvare la propria vita, rivolgevano a lui lo sguardo. Gli effetti del morso di quei serpenti, inviati da Dio per punire un peccato, venivano così annullati guardando quell’immagine che ricordava tanto il giudizio quanto la misericordia del Signore che per questo ne annullava gli effetti. Il serpente terreno cagionava la morte, quello che li raffigurava ne annullava gli effetti.

Allo stesso modo Gesù parla di se stesso: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque creda in lui abbia vita eterna” (v.15). Il serpente di rame su un’asta, il Figlio di Dio su una croce. Il primo non ebbe più ragione di essere quando i serpenti velenosi morirono, il secondo è lì ancora oggi, nel Vangelo o come simbolo nelle chiese. Gli ebrei di allora facevano riferimento al serpente quando venivano morsi e sapevano di morire, gli uomini vissuti dalla risurrezione in poi fanno riferimento al crocifisso nel momento in cui comprendono che la loro vita, così com’è, può portare solo alla morte. E la salvano.

Ancora una volta abbiamo un aggiornamento tra antico e nuovo patto, tra cose che un tempo erano velate e che oggi non lo sono più.

Nicodemo è un uomo che cerca, ha un percorso tutto suo preciso e lungo. Non è una persona dalle reazioni immediate e spontanee, è prigioniero di una storia e un modo di pensare razionalissimo e complicato che lo penalizza nella comprensione. È un uomo di dubbi, ha bisogno di tempo per aggiornare le sue conoscenze, partendo da quelle religiose nelle quali è cresciuto, con quelle dottrinali dello Spirito. È un uomo autorevole che tuttavia non si arrocca sulle sue posizioni come tanti dei suoi simili, ma viene messo da parte con uno scopo: comparirà in questo Vangelopiù avanti, quando parlerà a una riunione dei capi farisei e sacerdoti che volevano arrestare Gesù (7.45-51) e una terza con Giuseppe d’Arimatea, che depositerà il suo corpo nella tomba (19.39-42). Teme di esporsi perché, dichiarandosi apertamente a favore di Gesù, non solo perderebbe il suo stato, ma verrebbe dichiarato estraneo alla congregazione di Israele ed esiliato. Non sappiamo cosa farà dopo perché non viene più nominato. A lui è attribuito un vangelo apocrifo.

* * * * *

02.09 – I MERCANTI DEL TEMPIO (Giovanni 2.13-24)

I mercanti del tempio (Giovanni 2.13-24)

 

Giunti al primo miracolo di Gesù avvenuto in Cana, Giovanni scrive un raccordo temporale:

 

12Dopo questo fatto scese a Capernaum insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni”.

 

Il fatto che non sia menzionato Giuseppe ha spinto i commentatori a ritenere che a quell’epoca fosse già deceduto e infatti a Cana non è menzionato come presente. Sorge qui il problema di cosa avesse fatto a Capernaum, paese sulle rive del lago di Galilea in quei “pochi giorni”. Matteo e Marco dicono che Gesù andò ad abitare là una volta saputo dell’arresto di Giovanni Battista, cosa che non era ancora avvenuta ai tempi del miracolo in Cana; Luca, dopo aver parlato di un breve ritorno a Nazareth e citato l’episodio in cui gli abitanti del paese volevano gettarlo giù da un burrone, scrive in due versetti (4.14.15)

 

14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti gli rendevano lode”.

 

A questo punto pare legittimo pensare che nessun evangelista parli di cosa fece Nostro Signore a Capernaum in quei giorni. Vero è che là, sulle rive del lago, ci fu la chiamata ai quattro che già lo seguivano (Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo) e in quella cittadina avvennero molti episodi edificanti, ma avvennero in seguito; prima di quegli avvenimenti, vi fu il primo viaggio a Gerusalemme di Gesù da adulto che consideriamo ora.

Veniamo ora al passo in esame:

 

13Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà. 18Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi <, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 23Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che compiva, credettero nel suo nome. 24Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

 

L’episodio è riportato anche dai sinottici che, pur collocandolo a Gerusalemme come Giovanni, lo inseriscono alla fine della vita pubblica di Gesù. Ciò ha dato adito a due ipotesi: la prima, non trovando possibile un accordo tra le versioni, si è ritenuto trattarsi di due fatti diversi; la seconda è che si tratti di un unico avvenimento che però avvenne al principio del ministero di Gesù, poiché tra gli evangelisti è Giovanni ad essere più accurato cronologicamente. Se i Sinottici lo pongono verso la fine, è perché vi sono indotti da motivi di analogia d’argomento e soprattutto perché, nella loro esposizione molto spesso non cronologica, narrano esplicitamente di una sola permanenza di Gesù a Gerusalemme in luogo delle quattro narrate da Giovanni.

Abbiamo già sottolineato che la Pasqua fosse la festa più importante dell’ebraismo perché ricordava l’avvenuta liberazione del popolo dalla schiavitù d’Egitto. Sappiamo che a Gerusalemme, quindi al Tempio, confluivano tutti gli israeliti che provenivano dalle regioni più remote dell’impero (ecco il perché dei cambiavalute) e, nel cortile dei gentili, vi era tutta un’organizzazione studiata per ridurre al minimo le difficoltà del trovare gli animali necessari da offrire in sacrificio. I sacerdoti, o perché da quel commercio avevano una loro percentuale sulle vendite, o perché affittavano il posto ai mercanti, trovavano probabilmente una giustificazione per quella mescolanza di sacro e profano nel fatto che tutto era fatto a fin di bene: poiché i sacrifici dovevano avere luogo, le monete di chi veniva da lontano cambiate e, senza quel commercio, la gente avrebbe dovuto fare le stesse cose andandole a cercare in città o negli immediati dintorni, si riteneva giusto approfittare di quello spazio.

Esisteva però una differenza sostanziale: se il voler agevolare gli israeliti fornendo loro un servizio che risparmiava loro molte fatiche viste nel cercare il necessario per i sacrifici, quello che indignò profondamente Nostro Signore fu il fatto che in tutta quella confusione era venuto totalmente a mancare il significato del sacrificio e della Pasqua stessa. Il tutto si svolgeva nella formalità e soprattutto nella soddisfazione, da parte dei commercianti, per i guadagni enormi che questi potevano realizzare traendo vantaggio da una festa sacra. In quel cortile nulla poteva far pensare a qualcosa di diverso da un normale mercato in cui la gente vende e compra senza pensare ad altro che ai propri interessi.

Chi ancora oggi visita Roma e in particolare la zona di San Pietro, non può non rimanere profondamente colpito dalla presenza di un commercio profondamente invasivo di oggettistica di vario genere: immagini di ogni dimensione, materiale mediatico stampato in ogni lingua, personale apparentemente religioso che fa da guida a un popolo disinformato nel profondo. Tutto è rito e svuotato con cura quasi programmata da qualsiasi pietà, esempio, insegnamento, distinguo tra ciò che è effettivamente vero ed importante da ciò che non lo è, in una mescolanza totale tra “sacro” e profano o, meglio, in cui il profano è legittimato. Personalmente mi ha molto disturbato la visita al cosiddetto “tesoro di San Pietro”, di inestimabile valore, detenuto e conservato da una organizzazione che, se davvero fosse fedele agli intenti e alla professione che fa, non avrebbe alcuna difficoltà a liberarsene come fece la Chiesa primitiva in Gerusalemme dove leggiamo che 44Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, 47lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (Atti 2.44-47).

Possiamo ricordare anche le parole di Gesù quando mandò i dodici apostoli in missione: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Matteo 10.8). Gli apostoli, umanamente, avrebbero potuto benissimo chiedere un contributo o un’offerta libera ai parenti di quegli afflitti, ma così facendo avrebbero snaturato totalmente la loro missione. Il “dare gratuitamente”, gesto assolutamente inconcepibile per il mondo salvo che non sia per sfruttare i deboli, rappresenta la contrapposizione tra il possibile e l’impossibile perché la liberazione di un’anima dal peccato non ha prezzo.

Torniamo all’episodio: Gesù è scritto che fa “una frusta di cordicelle”, greco originale “giunchi”, cioè quei fili lunghi e semirigidi che si utilizzano come paglia per il bestiame, e se ne serve per spingerlo fuori dal cortile. Diverso fu per i colombi, contenuti in gabbie, che non potevano scappare e per questo viene ordinato ai loro proprietari di portarle via.

La rappresentazione di Gesù che frusta adirato i presenti che fuggono spaventati quasi ad avere a che fare con un pazzo, non ha fondamento: la Sua autorità bastava e credo che la frase “Non fate la casa del Padre mio una spelonca di ladroni” abbia parlato a qualche coscienza tra i presenti, che non reagirono contro di lui nonostante vedessero svanire il loro guadagno, per non parlare degli addetti al cambio di valuta che videro il loro denaro per terra.

I discepoli che lo avevano accompagnato, non sappiamo quanti perché Giovanni non lo dice, è scritto che “Si ricordarono che sta scritto «Lo zelo per la tua casa mi divora»”, passo tratto dal Salmo 69.10, di Davide. Lo zelo divora, cioè arriva a corrodere il profondo dell’essere che rinuncia a se stesso pur di servire. I discepoli, nonostante non fossero dottori della Legge, si ricordarono spontaneamente di questo passo e lo applicarono al loro Maestro. E il verso del Salmo prosegue dicendo “gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me”: quel mercato, allora, era un insulto a Dio così come lo è qualsiasi ritualità svuotata di contenuto. Questi furono i motivi che suscitarono le reazioni di Gesù di fronte allo scempio che si produceva nel cortile, in uno spazio ritenuto di poco conto perché dei gentili, cioè dei pagani che per Israele non contavano nulla, che potevano solo stare in un luogo in cui Dio, nonostante il recinto che lo circondava, si riteneva fosse distante e che le Sue attenzioni fossero esclusivamente per il Suo popolo.

Il passo del Salmo citato, in cui i discepoli riconobbero parlasse del loro Maestro, si raccorda con le parole dell’apostolo Paolo in Ebrei 4.12-13 che parla degli effetti della Parola di Dio sull’uomo che la lascia agire: “12Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. 13Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”.

Sono parole assolute: le sue cinque caratteristiche e azioni, – viva, efficace, più tagliente, penetra, discerne – non lasciano scampo e indicano gli elementi che producono una reazione in ciascun uomo. La Parola di Dio è viva, quindi non è qualcosa che può scadere finendo per diventare inutile come un romanzo che passa da uno scaffale a una cantina per poi venire corroso dall’umidità e mangiato dai topi. È efficace, aggettivo che viene dal latino efficere, “portare a compimento” ed infatti è l’unica che può salvare, risolvere il vero problema della destinazione finale dell’uomo. Più tagliente di ogni spada a doppio taglio, poi, è una definizione che illustra la capacità del discernimento: il bene dal male e tutto il sistema che ruota attorno ad essi. Quell’”ogni”, poi, esclude che ve ne possano essere altre in grado di compiere la sua stessa azione. Sul perché di questo abbiamo le parole successive: “Penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla” quindi svolge quell’azione che porta al discernimento e alla vagliatura di ciò che sono i sentimenti e i pensieri del cuore. È un’azione inevitabile di cui parlò Pietro quando scrisse “Siete stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della Parola di Dio viva e che dura in eterno” (1 Pietro 1,23). Queste parole saranno utili per comprendere ciò che Gesù dirà a Nicodemo poco tempo dopo quest’episodio quando, venuto da Lui di notte, si sentirà spiegare la nuova nascita.

Nella lettera agli Ebrei, però, Paolo parla di un finale visto nel “rendere conto” perché non vi è possibilità alcuna di nascondersi di fronte a Colui che, presto o tardi, chiederà conto a tutti, credenti compresi, di come avranno gestito loro vita. Infatti: “Anche se come l’aquila ponessi in alto il tuo nido, anche se lo collocassi sulle stelle, di lassù ti farò precipitare” (Abdeo 1.4). Per contrapposizione all’orgoglio descritto dal profeta, abbiamo la visione di Giovanni in Apocalisse 6.15-17 all’apertura (futura) del sesto sigillo: 15Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; 16e dicevano ai monti e alle rupi: «Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, 17perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?»”, descrizione dell’inutilità della tecnologia umana.

Torniamo al nostro episodio: in tutto il trambusto conseguente all’azione di Gesù, ecco l’intervento dei Giudei, non uomini del popolo, ma dell’autorità religiosa: costoro volevano da lui delle credenziali, sapere chi fosse, quale autorità avesse per poter fare una cosa simile. Ebbero in risposta un riferimento non al Tempio come edificio, ma al Suo corpo, profetizzando così sulla Sua risurrezione senza che i presenti, compresi i discepoli, lo capissero anche se se ne ricordarono dopo, quando la loro mente fu aperta dallo Spirito Santo.

A questo punto abbiamo una grande lezione: alla domanda “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”, che sottintendeva la richiesta di un segno di autorità, un miracolo, Gesù risponde in modo tale da non essere capito, pur esprimendo una verità. Infatti le parole “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere” non solo furono equivocate perché prese alla lettera stante il luogo in cui furono pronunciate, ma riemergeranno in modo beffardo alla croce con la stessa mancanza di comprensione: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!” (Marco 15.29-30).

Quei “Giudei”, cioè gli autorevoli tra il popolo, non potevano certo ignorare che, secoli prima, il profeta Geremia aveva detto le stesse parole: “Forse è per voi un covo di ladri questo Tempio sul quale è invocato il mio nome?” (Geremia 7.11) ma, invece di chiedersi se le parole di Gesù fossero vere o meno, spostano il ragionamento su chi fosse per dire certe cose. Se ciò che stavano tollerando fosse cosa legittima o meno, fu una questione che non li sfiorò neppure lontanamente, così come nessun dottore della Legge si era mai sognato di intervenire per fare cessare quel commercio.

L’episodio si conclude così, ma non la permanenza di Gesù in Gerusalemme di cui Giovanni ci dà un cenno riassuntivo, che leggiamo al verso 23, a parte il colloquio avuto con Nicodemo che esamineremo nel capitolo successivo. Scrive Giovanni che il Maestro fece dei segni, dei miracoli di cui non sappiamo, ma che produssero una fede erronea. Leggiamo infatti “Ma lui non si fidava di loro”.

La perfetta conoscenza dell’essere umano che aveva Gesù gli consentiva di sapere che quel “credere in lui” era un’azione dettata dalla ragione e non dal cuore, perché a nulla serve ai fini della salvezza credere che ci sia un Essere superiore, o accettare Gesù come personaggio storico autore di miracoli, se non si è disposti a cedere se stessi, se non lo si vuole realmente trovare per venire rinnovati.

“Conosceva quello che c’è”, non quello che c’era, a conferma delle tante volte in cui i verbi sono utilizzati per esprimere un concetto che oltrepassa le regole della grammatica. Allora come oggi, Lui conosce quello che c’è nell’uomo, cioè il suo tutto, lo spirito che lo muove. Probabilmente è proprio questa fede temporanea e subito soffocata dalle spine che impedirà a Giovanni di parlare dei “segni” fatti in Gerusalemme, soffermandosi subito dopo nel dettaglio su Nicodemo, figura caratteristica di persona tormentata dai dubbi, timoroso dei suoi correligionari ma attratto dalla figura di Gesù: fariseo di alto rango, andò da Lui di notte per non farsi vedere dagli altri. Quell’uomo, a differenza dei molti che avevano creduto, era sincero, voleva sapere, capire, anche se gli ci vorrà molto tempo per compiere una scelta che lo avrebbe estromesso dalla congregazione di Israele: gli disse “Rabbi, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu fai, se Dio non è con lui” (Giovanni 3.2). Da questa frase, come vedremo, Gesù partirà per l’esposizione del concetto e della realtà che implica la nuova nascita.

* * * * *

 

 

02.08 – LE NOZZE DI CANA (Giovanni 2.1-11)

Le nozze di Cana (Giovanni 2.1-11)

 

1 Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». .11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 

“Il terzo giorno”, stando alla cronologia di Giovanni, è da intendersi come terzo dopo il colloquio avuto con Natanaele-Bartolomeo e Andrea ed infatti sono diverse le traduzioni che riportano “Tre giorni dopo”. Il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino è il primo di Gesù in Galilea ed è quello che costituisce l’apertura ufficiale del Suo ministero. È anche quello che ha visto il maggior numero di interpretazioni dottrinali a seconda della provenienza tradizionale dei vari commentatori antichi e moderni. I particolari che però l’apostolo Giovanni inserisce nel racconto aiutano molto la sua comprensione e significato. Prima di esaminare l’episodio è bene dare un accenno su cosa significasse la festa di nozze per il popolo ebraico e dare qualche particolare che verrà utile per comprendere anche la parabola delle dieci vergini che Matteo racconta in 25.1-13.

A prescindere dal rango sociale degli sposi, che caratterizzavano la festa di nozze in modo proporzionale alle loro possibilità, il pranzo nuziale era il momento più solenne della vita della persona e si concludeva un anno dopo il fidanzamento che, a differenza di quello occidentale che manifesta e sottintende solo un’intenzione di sposare una persona e può vedere le parti recedere in qualunque momento, equivaleva al matrimonio per quanto il futuro marito e la futura moglie non vivessero ancora assieme. La festa di nozze poteva durare anche più giorni: la sposa attendeva lo sposo sul far della sera, con le amiche, truccata e agghindata con vari monili e una corona sul capo come lo sposo che la andava a prendere a casa sua per condurla nella loro. Si formava così un corteo che raggiungeva la nuova casa, al quale partecipava quasi tutto il paese, con gli amici degli sposi che portavano lampade con suoni e canti. Non era infrequente che le scuole rabbiniche interrompessero le lezioni per partecipare almeno al corteo che si concludeva nella nuova casa nel quale era offerto il pranzo con canti e discorsi augurali.

In quella casa si beveva e si mangiava copiosamente anche perché l’occasione di partecipare a una festa di nozze, per chi abitava in quei territori dove conduceva una vita solitamente povera e parsimoniosa, significava interrompere anche per poco, ore o giorni poco importava, un’esistenza spesso condotta negli stenti, scandita dal lavoro e dal sole. In quella festa un ruolo fondamentale lo aveva il vino non perché la gente se ne approfittava per ubriacarsi, ma perché, messo in serbo da tempo apposta per l’occasione, era molto buono. Il vino delle nozze era conservato in giare e tenuto nell’angolo più buio delle case fino a quando non arrivava il giorno della festa. Il vino era visto come una benedizione assieme al frumento e all’olio – 14io darò alla vostra terra la pioggia al suo tempo: la pioggia d’autunno e la pioggia di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo frumento, il tuo vino e il tuo olio” (Deuteronomio 11.14) -, una bevanda che “rallegra il cuore dell’uomo” (Salmo 104.15). Ricordiamo che, in antitesi, la Scrittura lo indica come sostanza che può fare compiere azioni sconsiderate come nel caso di Noè che si ubriacò denudandosi (Genesi 9.21 e segg.) e ancora di più il caso delle figlie di Lot, che si unirono al loro padre facendolo bere al fine di avere una discendenza (Genesi 19.32 e segg.). Salomone in Proverbi 10.1 scrive che “il vino è beffardo, il liquore è tumultuoso; chiunque si perde dietro ad esso non è saggio” e in 4.17, parlando degli uomini malvagi, dice che “mangiano il pane dell’empietà e bevono il vino della violenza”, a sottintendere la sua pericolosità e non per niente il Nazireo doveva astenersi da esso.

Gesù fu invitato alle nozze a Cana, dove già si trovava sua madre, coi suoi discepoli probabilmente perché Natanaele era di quelle parti: ci volle andare perché nella Sua onniscienza sapeva che lì avrebbe potuto compiere il suo primo miracolo, denso di significati. Abbiamo letto al verso 11 “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i discepoli credettero in lui”. “Manifestò la sua gloria” nel senso che si rivelò come Signore (anche) degli elementi mutandone radicalmente le proprietà e non col fine di risolvere un problema contingente che sua madre, conscia tanto dell’imbarazzo che aveva creato la mancanza di vino quanto che il Figlio era l’unico che avrebbe potuto intervenire, gli aveva posto. Sono da notare infatti tre frasi: la prima “non hanno più vino” in cui Maria pone al Figlio il problema che si era venuto a creare. Non chiede un miracolo, ma certamente un intervento senza sapere cosa Gesù avrebbe fatto. La sua risposta, “che vi è fra te e me, donna”, è stata sicuramente strumentalizzata nel corso del tempo dalla cristianità, cattolica romana ed evangelica in particolare: i primi vedono in Maria l’inizio della sua opera mediatoria e di intercessione presso il Figlio, i secondi pongono l’accento quel “Che vi è tra te e me” facendo osservare che la stessa espressione si trova usata nell’episodio dell’indemoniato nella sinagoga di Capernaum quando i demoni che possedevano quell’uomo dicono “Che vi è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a tormentarci prima del tempo?” (Marco 1.24).

La realtà è molto più semplice e credo vada oltre il parteggiare per qualcuno: Maria era la sola in quel luogo a conoscere bene il Gesù e sapeva, per tutti gli avvenimenti di cui era stata testimone, che se avesse voluto avrebbe potuto intervenire per togliere i presenti dall’imbarazzo e soprattutto la famiglia degli sposi dal disonore. La reazione immediata di Gesù è quella di mettere un confine tra quelle che sono le aspettative umane, viste nella richiesta della propria madre, e la Sua totale autonomia operativa. Quel “Che vi è tra me è te, o donna” richiama proprio due realtà, quella divina di Gesù e quella umana di sua madre, essendo strettamente collegata alle parole successive che spiegano il motivo di quella reazione, cioè “Non è ancora giunta la mia ora”, quel momento in cui sarebbe stato dato in mano agli uomini che avrebbero fatto di Lui ciò che avrebbero voluto.

La terza frase riporta il secondo intervento di Maria, non più rivolta al Figlio, ma ai servi presenti, “Qualunque cosa vi dica, fatela”, o “Fate quello che vi dice” secondo la traduzione letterale, in cui rimette al figlio ogni cosa, ogni potere decisionale e pone i servi addetti alla mescita del vino, o della distribuzione dell’acqua, in uno stato di attesa. Era un’acqua serviva alla pulizia delle mani e delle stoviglie (ecco perché Giovanni aggiunge “per la purificazione dei Giudei”).

L’acqua non era contenuta in anfore, ma in recipienti, in pietra e non in cotto perché secondo i rabbini la pietra non conteneva impurità. Notiamo le misure: “da ottanta a centoventi litri”, traduzione che evita di fare i calcoli del testo letterale, “capaci da due o tre metrete”, o “misure”, ciascuna delle quali si aggirava attorno ai 39 litri.

Gesù ordina di riempire i contenitori e i servi lo fecero fino a quando non furono colmi, il che escludeva la possibilità sia di versarvi una sostanza che potesse ingannare il palato facendo scambiare l’acqua con vino, ma che ci parla della perfetta capacità che ha lo Spirito di coinvolgere tutta la persona dell’uomo. Quanto successe dopo è ben spiegato dalle parole del direttore di mensa, un amico dello sposo, che si accorge della differenza tra il vino di prima e quello che gli viene appena portato. Dobbiamo pensare che quello che era stato distribuito dall’inizio della festa, come abbiamo visto, non era un vino ordinario, ma già pregiato e messo da parte da tempo per l’occasione: il vino di Gesù, però, era tale da fare classificare il precedente come “meno buono”. Questo ci parla del fatto che tutto ciò che Dio trasforma non può competere con nient’altro e io penso che, al di là di tutti gli innumerevoli significati che acqua e vino hanno nella Scrittura e sui quali sarebbero possibili molti studi, nel nostro caso specifico è sulla trasformazione che si devono basare le riflessioni: Dio non crea, né ha creato, né muta, ha mai mutato nulla dal nulla, ma è sempre intervenuto dagli elementi: l’universo stesso è stato costruito su materiali preesistenti. Ricordiamo le parole di apertura del libro del Principio: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. La terra era “informe”, non troviamo scritto che c’era solo il vuoto.

Allo stesso modo a Cana c’era dell’acqua, attinta da un pozzo, in contenitori di pietra. Il significato del miracolo risiede allora in cosa può diventare un elemento là dove Dio opera: in quel l’acqua, destinata “alla purificazione dei giudei”, diventa vino, migliore di quello servito fino ad allora, mutando radicalmente scopo e destinazione, rimanendo comunque un liquido.

Se dunque il Signore interviene nella vita dell’uomo che si affida in lui, lo trasforma radicalmente e si aprono per lui una vita e uno scopo totalmente differenti, pur mantenendo la stessa fisionomia: a Cana mutò il contenuto, non i contenitori, che rimasero gli stessi. Quindi il miracolo ci parla, anche, di una vita nuova. Scrivendo ai Corinzi Paolo scrive “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (2 Corinzi 5.17), di modo che: “Se” – la condizione, perché uno può pensare di essere quello che non è – “uno è in Cristo” – cioè ha posto la sua fede con una vita in Lui e in Lui vuole viverla – “è una nuova creatura”. Nuova nel senso di diversa perché “le cose vecchie sono passate” cioè tutto quello che è stato non gli appartiene più, non lo interessa a prescindere, non ha senso che si guardi indietro come fece la moglie di Lot che, rimpiangendo il suo passato, si voltò a guardare Sodoma per l’ultima volta.

Nelle “cose vecchie” che sono passate Paolo include tutto: non solo qualunque peccato commesso, ma l’essenza profonda di un essere incompatibile con Dio, ora trasformato e in grado di esserGli accetto. Resta il problema del contenitore, che rimane lo stesso: questo ci parla della responsabilità che ogni credente – ricordiamo “Se uno è in Cristo” – ha e con la quale si ritrova a fare i conti quotidianamente. Molti credono, secondo la filosofia di numerosi appartenenti alla Chiesa di Corinto, che, se sono stati liberati dal peccato, non abbiano senso degli sforzi per liberarsene ancora, ma l’essere delle creature nuove comporta il ritrovarsi a vivere in un mondo che non solo non ci appartiene più, ma che soprattutto non cambia, non è nuovo, è incapace a rinnovarsi salvo nella tecnologia o esasperando sempre di più i suoi contrassegni negativi.

La vita cristiana è basata anche su questo continuo fare i conti con una duplice realtà tra la natura umana e quella spirituale, con un involucro esterno suscettibile a sofferenze morali, spirituali e fisiche perché non siamo, per la nuova nascita e lo stato di “nuova creatura” acquisita, trasportati automaticamente in un Eden in cui possiamo vivere liberi dal dolore e dipendenti, per mantenere quello stato, da un solo comandamento. L’essere “Nuove creature”, implica l’essere detentori di una promessa, di un futuro che chi non ha il nostro stato non può avere, ma anche di sofferenze e scelte che gli altri non hanno. Non si deve sottovalutare l’acqua, figura di qualcosa di presente, né il vino, figura della trasformazione che Cristo opera in ciascuno che lo ha cercato e trovato, né il contenitore, figura di ciò che non cambia, il nostro corpo che, in quanto di carne e non di pietra, tenderà a volere il sopravvento sfruttando quei sentimenti e reazioni che, di base e per natura, non possiamo non avere. In questo, nell’uomo naturale, siamo come tutti gli altri e commette un grave errore chi sottovaluta questo dato ritenendo che, una volta salvato e nuova creatura, non debba fare altro.

Gesù, il solo a poterlo fare, tramutò l’acqua in vino e “i suoi discepoli credettero in lui”, frase che indica un primo rafforzamento nella fede in lui ed è che troveremo altre volte. L’uomo che oggi crede in Lui può farlo perché ha accettato il contenuto della Scrittura, ma personalmente ritengo che le ragioni della fede risiedano nel fatto che, una volta conosciuta la nostra natura e inferiorità davanti a Dio, non si abbia un’alternativa: siamo acqua in un recipiente di pietra. Acqua non da bere, ma per un uso secondario.

Il vino di Gesù è stato ritenuto dal direttore del banchetto, che si occupava della direzione dei servi alla mensa e di tutto quanto la concerneva, come “buono” a tal punto da mettere quello precedente in subordine. Il direttore di mensa era una persona autorevole e il fatto che fossero presenti molti servi lascia intendere che l’ambiente fosse composto da persone altolocate nella società di allora. Era però necessario il suo giudizio, un’autenticazione ufficiale, e questo fu il motivo per cui Gesù disse di portarlo a lui per primo e non di servirlo come se niente fosse: la Sua opera andava certificata, quel vino andava classificato come migliore di qualunque altro e il mastro non sapeva del miracolo che, come leggiamo, fu abbondante, andando oltre le aspettative, di qualità eccellente e gratuito.

Ultima osservazione può essere fatta col numero delle “anfore”, sei, figura dell’imperfezione e dell’incompletezza sulla quale Gesù intervenne ordinando prima di riempirle fino all’orlo e poi mutandone il contenuto. Il Maestro, quindi, ha guardato in basso, all’imperfezione. “Ha guardato alla bassezza della sua serva”, come disse Maria nel suo cantico e guarda ad ogni essere umano che lo cerca, trasformandone aspettative, scopo ed esistenza.

C’è chi ha fatto osservare che, per far scaturire il vino della gioia, bisogna riempire abbondantemente il vuoto che si sente e si vive, con l’acqua della vita: è la vita del cristiano che va riempita con la luce e i progetti di Dio. Altri hanno notato che il primo miracolo di Mosè fu quello di cambiare l’acqua in sangue: esso portava giudizio e distruzione. Il primo miracolo di Gesù fu cambiare l’acqua in vino, figura di conforto e consolazione.

* * * * *

 

02.07 – I PRIMI DISCEPOLI II/II (Giovanni 1.45-31)

I primi discepoli II/II (Giovanni 1.43-51)

 

43Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». 44Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. 45Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». 46Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». 47Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». 48Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». 49Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». 50Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». 51Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

 

Giunti al quarto giorno dopo la fine della tentazione di Nostro Signore nel deserto, va fatta una precisazione importante: dopo l’episodio dei quaranta giorni nel deserto, i sinottici scrivono che Gesù, una volta saputo che il Battista era stato arrestato da Erode, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao (Matteo 4.12,13) e che la sua fama si diffuse in tutta la regione, insegnava nelle sinagoghe tutti gli rendevano lode (Luca 4.14-15). A questo episodio Matteo e Marco fanno seguire la chiamata dei discepoli, Simon Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni mentre erano sulla riva del Mare di Galilea. Bisogna sapere che Matteo, Marco e Luca parlano del secondo viaggio in quella regione, mentre Giovanni del primo, che gli altri tre non raccontano, cioè quando il Battista stava ancora predicando.

Per inquadrare ciò che avvenne nel quarto giorno occorre tenere presente quanto avvenne in precedenza, quando Andrea, Giovanni e Simone fecero il loro primo incontro con Gesù: tutti e tre abitavano a Betsaida, erano discepoli di Giovanni Battista – probabilmente anche Pietro, anche se non è espressamente citato come tale – ed è naturale che Andrea e Giovanni parlassero di Lui, prima che ad estranei, a quelli che o erano della cerchia del loro maestro. Possiamo dire che, fino ad allora, la predicazione del Battista aveva prodotto tre risultati: prima venero i suoi discepoli, che erano stati convinti dalla sua predicazione, si erano battezzati e lo assistevano. Poi ci furono quelli che ne condivisero il messaggio, capendo che il regno di Dio era effettivamente vicino, convinti della necessità che il Messia che stava per arrivare andava accolto previo un cambiamento interiore visto in una revisione della loro vita e in un cambiamento di mentalità e azioni, e infine quelli che provavano sentimenti ostili perché sapevano che il sistema religioso sul quale avevano basato la loro esistenza e falsa rispettabilità poteva essere sconvolto.

Certo che Andrea e Giovanni, che avevano incontrato Gesù, (“venite e vedete”) ed aveva parlato loro brevemente tanto quanto bastava per convincerli e suscitare in loro la gioia vista nella frase “Noi abbiamo trovato il Messia”, non potevano fare altro che informare quanti avevano condiviso con loro i momenti del discepolato con Giovanni Battista. Fu così che Gesù, volendo partire per la Galilea perché si era compiuto l’incontro con il suo precursore e intendeva recarsi a Nazareth, oppure perché sapeva di doversi recare a Cana dove ci era stato invitato alle nozze, incontrò una persona, Filippo, cui gli disse “Seguimi”. È la prima chiamata diretta di Gesù a un uomo a cui non si rivolse a caso, ma sapendo che uno dei tre, o tutti, lo avevano informato.

Quel “Seguimi” da parte di Gesù indica la conoscenza che aveva non solo di Filippo, ma dell’uomo in genere: così come sapeva delle domande e delle aspettative di Filippo, conosce ciò che anima tutto l’essere di ciascuno anche oggi e interviene nel momento esatto in cui una persona lo cerca. Va rifiutata l’idea che vorrebbe i futuri apostoli seguire Cristo in base a una forza misteriosa che li spinse a farlo: questo può emergere se si legge superficialmente la cronaca dei sinottici, che ci parlano di un immediato abbandono delle “proprie reti” e del seguirlo immediatamente; Pietro e gli altri, in realtà, lo seguirono per delle ragioni che trovavano la loro radice nell’aver compreso che Lui era quello di cui parlavano la Legge e i profeti, dopo averlo ascoltato in privato e avere visto i miracoli che faceva: avevano individualmente sperimentato quel “Preparate le sue vie, raddrizzate i suoi sentieri” di cui abbiamo letto.

Così Filippo, che rientrerà nel numero dei dodici, seguì Gesù al suo solo invito, fondandosi sulla testimonianza che gli era stata riferita, riversando su di Lui la certezza che Lui solo era quello che era stato annunziato e che ora gli si rivelava. Andrea, Pietro e Giovanni dovettero aver parlato a Filippo con termini illuminanti, senza dubbi sul suo ruolo; dubbi che, se presenti, erano stati dissipati sia attraverso la visione dello Spirito sceso sotto forma di colomba, ma anche dai dialoghi che avevano avuto nel luogo in cui Gesù abitava temporaneamente. Eppure, nonostante tutto il loro impegno e fervore nel descrivere ciò che da Lui avevano sentito, a niente sarebbero approdate le loro parole se anche Filippo non fosse stato nelle loro condizioni, quelle di riconoscersi nell’attesa e di credere che questa stava per finire perché i tempi erano giunti.

Il testo evangelico ci propone due verbi con tempi diversi, “seguimi” e “Filippo trovò Natanaele”, il che ci parla di un intervallo di tempo: “Seguimi” allora si riferisce a un invito con uno scopo preciso, perché Gesù chiede a Filippo di condividere parte della sua vita terrena con uno scopo che dichiarerà più avanti proprio sulle rive del Mare di Galilea, “Vi farò pescatori di uomini”, intendendo un guadagno spirituale e non economico.

Giovanni, tornando all’incontro con Filippo, non riferisce il dialogo tra i due, ma ne riassume il senso: lo invita a seguirlo, ma gli lascia del tempo per riflettere; altrimenti quell’uomo non avrebbe mai potuto cercare e trovare Natanaele, o incontrarlo non per caso, e portarlo da lui.

C’è dunque un tempo che Dio dà all’uomo per considerare le sue proposte. Un tempo costruttivo in cui la mente ragiona, valuta le Sue proposte e decide di conseguenza. Così, a prescindere di quello che Gesù e Filippo si siano detti, l’importante è il risultato: Filippo dopo quell’incontro trovò – quindi lo andò a cercare – Natanaele e gli disse «Noi abbiamo trovato colui del quale Mosè nella Legge, e i profeti, hanno scritto: Gesù, figlio di Giuseppe, che è da Nazareth»”. Sono parole identiche, nel loro entusiasmo, a quelle che aveva detto Andrea a suo fratello Simone, ma più dettagliate, che rivelano il desiderio di Filippo di essere esauriente con l’amico. Sono parole che indicano anche una liberazione dall’attesa e al tempo stesso la gioia dell’aver trovato senza sapere cosa questo avrebbe implicato nel tempo. Non importava il futuro non perché poteva essere affrontato a caso sperando in qualcosa, ma l’aver trovato.

A questo punto emerge la persona di Natanaele, chiamato nell’elenco dei dodici Bartolomeo, cioè “Figlio di Tolomeo” che nell’elenco apostolico è nominato sempre accanto a Filippo. Bartolomeo-Natanaele era nato e vissuto a Cana di Galilea, lo stesso paese in cui Gesù andrà alle nozze che verranno celebrate da lì a tre giorni e in cui farà il suo primo miracolo. Cana era vicina a Nazareth e Natanaele conosceva bene il carattere primitivo e rozzo degli abitanti di Nazareth a tal punto da replicare “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?”. Tradotto letteralmente si legge “Da Nazareth può esservi qualcosa di buono?”. Forse Natanaele, uomo istruito, alludeva anche al fatto che nessuna profezia menzionava mai quel paese, anche se sappiamo la sua etimologia, Nezer, “Germoglio”, riferito a Gesù, che sarebbe stato chiamato Nazareno.

La risposta di Filippo, “Vieni e vedi” è illuminante perché, di fronte all’amico che partiva già prevenuto a quell’annuncio, non cerca di convincerlo facendo di lui un proselito, ma gli lascia la libertà di restare nella sua convinzione o di modificarla.

Come Gesù aveva dimostrato ore prima di conoscere profondamente Simone a tal punto da dirgli come sarebbe stato chiamato alludendo alla posizione che avrebbe occupato, parla a Natanaele prima al presente e poi al passato; infatti “Ecco un israelita in cui non vi è inganno” (termine preferibile al tradotto “falsità”) è l’analisi del suo carattere di base e la frase “Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto il fico” ci parla dei suoi pensieri ed è quella che lo convinse.

Riflettendo sui due periodi che abbiamo letto, possiamo dire che il primo avrebbe potuto essere letto anche come una specie di saluto o il tentativo di un imbonitore di far presa su uno sprovveduto perché a tutti, anche a quelli che onesti non sono, fa piacere ricevere un complimento, per quanto immeritato. Ma se Gesù fosse appartenuto alla categoria degli impostori, non avrebbe mai potuto rispondere al “Come mi conosci?” di Natanaele rispondendogli di averlo visto, ancora prima di quell’incontro, quando era sotto il fico.

Cosa voleva dire? In questa frase di Gesù c’è la descrizione di due luoghi, uno fisico e uno spirituale. Non erano pochi gli ebrei che, per riposare, meditare o pregare, si recavano sotto un albero di fico, pianta che si trovava molto frequentemente da quelle parti o che avevano nel recinto che circondava la loro casa. Sotto il fico spesso si pregava anche ed è a questa azione che Gesù fa riferimento parlando con Natanaele, dimostrandogli di conoscere il contenuto delle preghiere che rivolgeva a Dio e che contemplavano soprattutto, alla luce della predicazione di Giovanni Battista, la rivelazione al popolo di Colui che sarebbe venuto dopo Giovanni. Credo che sia stato quell’ “Io ti ho visto” a colpire Natanaele: “visto” non perché di passaggio, ma perché era lì, presente in spirito. E qui il vedere di Gesù implica l’ascoltare. Se Natanaele sotto il fico non avesse pregato specificamente per la venuta del Cristo, non sarebbe stato così colpito dalle parole di Gesù.

Allo stesso modo Nostro Signore vede quelli che pregano oggi, allo stesso modo è presente, secondo la Sua promessa, nella Chiesa: “Dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18.20). Vedere implica quindi l’ascolto e soprattutto, come nel caso di Natanaele, la conoscenza perfetta che Gesù ha dell’essere umano, la stessa che incontreremo nell’episodio in cui, trovandosi a Gerusalemme, leggeremo che “Molti, vedendo i segni che compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno delle testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo” (Giovanni 2.23-25). Notiamo i verbi, che potrebbero sembrare grammaticamente scorretti, ma che in realtà sono riportati in un’ottica spirituale: “conosceva quello che c’è – non “c’era” –: allora come oggi, niente è cambiato. Per questa Sua conoscenza, anche quindi anche di Natanaele e di tutti, sappiamo che è impossibile che non ci sia un piano per tutti coloro che sono chiamati da Dio.

Natanaele capì di essere conosciuto e gli rispose “Maestro, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re di Israele”, riconoscendogli in tal modo tanto la dignità personale – Figlio di Dio –, quanto quella ufficiale – Re di Israele – per la quale era atteso e per la quale non fu creduto dalla maggioranza del popolo, autorità religiose in primis.

A questo punto, negli ultimi due versetti, Gesù rispose al nuovo discepolo che avrebbe visto cose ben maggiori e, rivolto anche a Filippo, una frase che ha riferimento al sogno di Giacobbe che troviamo descritto in Genesi 28.12: “Una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. Quello, assieme ad altri che ebbero a tanti uomini nell’Antico Testamento, fu un sogno profetico contemporaneo e futuro al tempo stesso: gli angeli, fedeli messaggeri di Dio, vengono descritti come portatori di messaggi dalla terra al cielo e viceversa. La storia letta nel libro della Genesi fino a quel punto, aveva mostrato episodi di quel tipo: pensiamo agli interventi su Agar, schiava di Sarai quando le predisse la nascita di Ismaele (Genesi 16), alla distruzione di Sodoma e Gomorra (19) o all’angelo che fermò Abrahamo poco prima che sacrificasse Isacco (22).

Nel sogno di Giacobbe gli angeli salivano e scendevano dal cielo, figura di un luogo inaccessibile all’uomo, mentre qui “D’ora innanzi vedrete il cielo aperto”, cioè la benevolenza di Dio rivelata, se non addirittura la rivelazione di Dio stesso. Presi in disparte i Suoi, disse loro “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono” (Luca 10.24). Andrea e Filippo, certo con tutti gli altri e tutti gli uomini, peccatori salvati, avrebbero visto, letteralmente o figurativamente, il cielo aperto perché l’identità di Dio non sarebbe più stata vista attraverso un velo, ma per testimonianza diretta del Figlio di Dio, “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Giovanni 1.17,18). Legge da una parte, Grazia e Verità dall’altra. Legge come figura del cielo chiuso, Grazia e Verità come figura del cielo aperto.

Dalle parole di Gesù, i discepoli avrebbero visto gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo: pensiamo all’episodio della tentazione nel deserto o all’angelo venuto per confortarlo al Getsemani (Luca 22.42), e quel “sopra” indica l’oggetto delle loro attenzioni: Lui, annunciato a Maria e ai pastori. Ci sono anche le parole di Gesù che, testimoniando davanti ai farisei, dirà “…allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Giovanni 8.28,299.

Ecco il cielo aperto: il profeta dell’Antico Patto aveva il compito, più che predire il futuro secondo la nostra parziale concezione occidentale, di trasmettere quanto Dio voleva rivelare: rimproveri, eventi, giudizi e soprattutto la venuta del Cristo; ora che questi era giunto, altro non restava che rivelare il piano individuale che Dio aveva ed ha per ciascun essere che il Lui crede. La via del cielo, della dimensione nuova ed eterna, non è più chiusa: “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me”.

* * * * *

2.06 – I PRIMI DISCEPOLI I/II (Giovanni 1.35-42)

2.06 – I primi discepoli  I/II (Giovanni 1.35-42)

 

35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

 

Dopo la tentazione nel deserto vista nel capitolo scorso, riannodare le file della cronologia non è facile. Un punto fermo è che solo superando le tentazioni nel deserto Gesù avrebbe potuto iniziare ad organizzarsi chiamando attorno a sé dei discepoli. Poiché a Matteo premono i contenuti, presenta un racconto essenziale collocando la chiamata dei primi discepoli dopo l’arresto di Giovanni, il suo abbandono di Nazareth con relativo trasferimento a Capernaum. Quasi lo stesso fa Marco, Luca parla del suo ritorno in Galilea e del fatto che insegnava nelle sinagoghe. L’apostolo Giovanni però era presente fin dall’inizio, essendo già discepolo del Battista e ci scrive dati più particolari senza però riferire il momento preciso in cui avvenne il battesimo di Gesù. In compenso è molto attento a contare i giorni. Leggiamo il racconto, su cui ci siamo già soffermati, delle sue risposte ai sacerdoti e ai leviti, poi quelle che diede ai farisei fino a quando non scrive “Il giorno dopo”: al capitolo 1 leggiamo “29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio»”. Viene quindi da pensare che Giovanni inizi a parlare del Battista dopo il battesimo di Gesù e che il racconto delle sue risposte alle domande prima agli inviati dei sacerdoti e loro associati e poi a loro stessi, sia stato scritto per dare una sorta di contemporaneità al racconto della tentazione nel deserto di Gesù. In 1.19 Giovanni scrive “Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo”, poi abbiamo una delegazione non più di inviati, ma di farisei che gli chiedevano ragione del suo battezzare, segno che tra un incontro e l’altro dovette passare del tempo: tempo per gli inviati di tornare a Gerusalemme, tempo per i farisei e loro simili di riflettere, decidere di recarsi là di persona, tempo per recarsi sulle rive del giordano: uno spazio che può essere ragionevolmente compreso nei quaranta giorni delle tentazioni. Gesù allora ritorna da Giovanni, o meglio passa nei pressi dove stava con due dei suoi discepoli, “il giorno dopo” che il Battista aveva risposto alle domande che gli furono rivolti dalle autorità religiose di allora.

Iniziano qui i primi incontri con quegli uomini, ma nel corso della vita terrena di Gesù anche donne, determinanti nella storia della salvezza in base alle loro caratteristiche interiori. I primi, futuri discepoli di Gesù lo erano di Giovanni Battista, segno che avevano creduto al suo messaggio, avevano ricevuto il segno esteriore del ravvedimento, del volersi predisporre a ricevere il Cristo che sarebbe venuto di lì a poco, quindi che aspettavano la sua manifestazione. Erano Andrea, fratello di Pietro, e Giovanni autore del Vangelo che, secondo la sua abitudine, preferisce parlare di sé in terza persona, senza nominarsi direttamente. A questi, ebrei osservanti che ben sapevano la funzione dell’agnello come animale sacrificale, il Battista indicò Gesù che passava: “Ecco l’Agnello di Dio”, che loro potevano intravedere come Colui che li avrebbe liberati dal peccato e che per noi è immagine della trasformazione secondo 1 Pietro 1.18,19: “Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi”.

Ecco un nuovo elemento che in quel momento Andrea e Giovanni non potevano sapere: Gesù venne nel tempo opportuno, ma prima che l’universo fosse creato aveva già accettato il suo compito, in previsione della rovina portata da Satana in Eden. “Negli ultimi tempi”, cioè in quello spazio breve della storia in rapporto all’eternità, si è manifestato per noi, cioè per ogni individuo che crede. E vengono in mente le parole di Maria, “Ha guardato alla bassezza della sua serva”.

 

Preso atto delle parole del Battista, ad Andrea e Giovanni non rimaneva altro che cercare di capire chi fosse quell’uomo che stava passando nei pressi: va bene, era l’Agnello di Dio, ma cosa pensava, dove viveva, cosa avrebbe fatto? Per loro nulla era più importante dell’attesa di qualcosa che non conoscevano nei dettagli, ma che prima o poi si sarebbe verificata. “Lo seguirono” indica una reazione immediata, dettata dall’interesse, di conoscere. Gesù, voltandosi, li vede e si rivolge a loro con una semplice domanda, non “chi”, ma “Cosa cercate”, un distinguo fondamentale: è molto facile sapere chi si cerca. Quando cerchiamo una persona, c’è sempre un motivo. Ma la domanda “cosa cerchi”, a meno che non si tratti di un oggetto, un utensile, richiede una risposta molto più impegnativa, obbliga a guardarsi dentro. Se uno chiede al suo prossimo cosa cerca, lo mette solitamente in imbarazzo perché lo obbliga a rivelare i suoi pensieri, ammesso che intenda rispondere. Forse, cosa cerca non lo sa nemmeno. Allora, se la risposta giunge, il risultato è sempre riferito al benessere della persona: sto male e vorrei stare bene, sto bene ma vorrei stare meglio; pochi sono coloro che si accontentano del proprio stato, quando non intervengono patologie gravi che portano l’essere umano ad una smodata ricerca di denaro, averi e potere.

Andrea e Giovanni gli chiedono dove abitasse. Non fu una risposta dettata dall’imbarazzo o perché, colti alla sprovvista, gli chiesero la prima cosa che venne loro in mente: lo avevano appena chiamato “Rabbi”, cioè Maestro, e il chiedergli dove abitasse implicava che lo volevano ascoltare così come la risposta che ebbero, “Venite e vedete”, era spesso data dai rabbini ai loro discepoli quando dovevano affrontare delle importanti questioni dottrinali. “Venite e vedete” nel senso di considerare, di ascoltare e fare le relative, autonome valutazioni. Gesù non impone loro nulla, non li chiama per primo, ma sono Andrea e Giovanni a farsi notare seguendolo e da lì poi si instaurerà una profonda relazione, dopo che saranno andati e lo avranno ascoltato.

Andarono dunque e videro dove egli dimorava”, non in una casa perché non si era ancora trasferito, ma era solo giunto lì per farsi battezzare. È molto probabile che Gesù abitasse in una specie di capanna, di quelle usate allora dai guardiani dei campi. Era quello un periodo particolare: abitava a Nazareth, ma aveva trascorso i quaranta giorni nel deserto, si sarebbe trasferito dalla sua città a Capernaum, Giovanni Battista stava per essere arrestato da Erode Antipa e c’era l’imminente viaggio a Cana con sua madre e i parenti, per cui un’abitazione nel senso vero e proprio del termine non sarebbe servita a nulla.

C’è però un particolare che Giovanni inserisce nel suo racconto ed è, oltre che “quel giorno rimasero con lui”, l’orario, che la nostra traduzione italiana riporta ne “le quattro del pomeriggio” dall’originale “era intorno le dieci ore”; si tratta dei diverso modo di contare le ore del giorno secondo i romani, che come ancora oggi si calcolano dalla mezzanotte, e gli ebrei, che iniziano a partire dalle nostre sei del mattino.

Ritengo che Giovanni annota l’orario per un motivo preciso, far sapere che lui e Andrea si intrattennero con Gesù per circa due ore poiché alle sei del pomeriggio si chiudeva la giornata secondo il giudaismo. Tale chiusura non va intesa come se da quell’ora esistesse un coprifuoco e nessuno potesse uscire di casa per cui l’ipotesi che si può fare è che, prima che arrivasse un nuovo giorno, Andrea e Giovanni restassero con Gesù a parlare, Andrea trovasse Pietro e lo conducesse al suo nuovo Maestro.

Giovanni, che allora doveva avere tra i 19 e i 20 anni, che sarà il più giovane dei gruppo dei dodici, non scrive il contenuto dei dialoghi intercorsi quel giorno, ma furono intensi ed esaustivi a tal punto da riferire di Andrea che, non appena incontrato Simone, gli disse entusiasta “Noi abbiamo incontrato il Messia”: non un Rabbi qualunque, ma quello che tutto Israele attendeva da tempo. La presentazione che Andrea fece a Simone, forse anche lui discepolo del Battista, fu presa sul serio visto che entrambi sapevano molto bene che Giovanni Battista annunciava l’arrivo di qualcuno molto più grande di lui, uno a cui lui non era degno di sciogliere il laccio dei sandali e neppure di portarli.

A differenza di quanto avvenuto precedentemente, Giovanni riporta un particolare dell’incontro di Gesù con Pietro: lo guarda in volto e gli dice “Tu sei Simone, figlio di Giona; tu sarai chiamato Cefa (che vuol dire Pietra)”. Qui possiamo fare qualche osservazione, la prima tecnica: come abbiamo avuto modo di leggere precedentemente, Giovanni inserisce delle brevi note: spiega che Cefa vuol dire Pietra – alcuni traducono “Pietro” –, prima informa i lettori che il termine Messia “interpretato vuol dire il Cristo”, prima ancora che Rabbi “tradotto, significa Maestro”, segno che scrive per lettori non ebrei. Cefa, per inciso, può essere tradotto anche con “roccia”.

La seconda osservazione è che lo chiama per nome e gli ricorda il padre, come farà spesso nelle occasioni importanti, come ad esempio dopo l’averlo riconosciuto come “il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”: “Tu sei beato Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Matteo 16.17); ancora ritroviamo questo ricordo nelle tre domande dopo la resurrezione, per riabilitarlo dei suoi tre rinnegamenti: “Simone, figlio di Giona, mi ami tu?” (Giovanni 21.15,16,17). Simone era il primogenito e non possiamo escludere che avesse ereditato il carattere del padre o che comunque fosse per lui importante per ragioni a noi ignote. Può anche essere più semplicemente che, chiamandolo “figlio di Giona”, Gesù volesse ulteriormente personalizzare il suo messaggio alludendo al fatto che, se di “Simone” potevano essercene tanti, solo lui era “figlio di Giona”.

Simone, figlio di Giona, sarebbe stato chiamato Cefa, così come Saulo di Tarso sarebbe stato chiamato Paolo. Cefa è una parola aramaica che significa pietra, o roccia e che ha connessione al carattere di quest’uomo che, da impulsivo, sanguigno, tendente a fare affermazioni avventate o a contare troppo sulle sue forze salvo poi pentirsene, fu trasformato dalla Grazia in un personaggio determinante e dominante nel libro degli Atti. Primo a riconoscere Gesù come Figlio di Dio, ma anche unico a rinnegarlo perché terrorizzato; pronto a difendere il suo maestro anche con le armi, diventerà un Suo potente testimone e il personaggio più importante della Chiesa di Gerusalemme.

Cefa fu così indicato dal suo futuro Maestro e sarà oggetto di numerosi suoi interventi che gli anticiperanno il suo destino: sulla sua affermazione che vede in lui “il figlio dell’Iddio vivente” edificherà la Sua Chiesa (Matteo 16.18), di fronte alla dichiarazione in base alla quale si credeva pronto a seguire Gesù fino alla morte, gli viene ricordato che lo avrebbe rinnegato tre volte prima del canto di un gallo. Poi abbiamo la frase che allude al martirio che avrebbe subìto: “In verità, in verità io ti dico che quando tu eri giovane, ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà là dove tu non vorrai” (Giovanni 21.18). Secondo la tradizione il martirio di Pietro avvenne a Roma sotto Nerone tramite crocifissione, a testa in giù per richiesta di Pietro. Così tramandano Girolamo, Tertulliano, Eusebio e Origene vissuti attorno all’anno 200. Di certo c’è una lettera di Clemente di Roma, datata tra il 95 e il 97 in cui si legge “Per invidia e per gelosia i più validi e i più importanti pilastri della Chiesa hanno sofferto la persecuzione e sono stati sfidati fino alla morte. Volgiamo il nostro sguardo ai santi Apostoli. San Pietro, che a causa di un‘ingiusta invidia, soffrì non una o due, ma numerose sofferenze, e, dopo aver testimoniato con il martirio, assunse alla gloria che aveva meritato”.

Si conclude così quello che per Giovanni è il terzo giorno. Nel primo abbiamo avuto le risposte del battista agli Scribi, Farisei e Sadducei. Il secondo ha visto la testimonianza che indicò in Gesù “L’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. Quella fu l’occasione per testimoniare di ciò che aveva visto quando lo aveva battezzato, quaranta giorni prima. Nel terzo abbiamo avuto i colloqui che abbiamo esaminato e nel quarto, che vedremo, ci saranno altri due incontri, con dinamiche simili eppur diverse, con Filippo e Natanaele, chiamato anche Bartolomeo.

* * * * *

 

 

02.02 – UNA PAROLA PER OGNUNO (Giovanni 1.19-28)

02.02 – Una parola per ognuno (Giovanni 1.19-28)

19Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto:
Rendete diritta la via del Signore
, come disse il profeta Isaia». 24Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Dopo Marco che ci ha presentato un quadro generale, veniamo a Giovanni, discepolo di Giovanni Battista prima e di Nostro Signore poi, che per lui ebbe una predilezione particolare. Ho scelto come titolo di questa riflessione “Una parola per ognuno” perché, dopo l’appello generale al ravvedimento visto nel capitolo precedente, è Giovanni a porre i primi discorsi specifici ai suoi uditori. Il Battista aveva iniziato la sua predicazione e a lui accorrevano in molti da Gerusalemme e zone limitrofe, come già sappiamo. Lo storico Giuseppe Flavio ne dà testimonianza nelle sue Antichità Giudaiche (18.116-119) con parole che anticipano anche fatti che dobbiamo ancora esaminare: “…ma ad alcuni dei giudei parve che la rovina dell’esercito di Erode – in una battaglia per il possesso del distretto di Gabala – fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera in cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista. Erode infatti aveva ucciso quest’uomo buono che esortava i giudei ad una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo; a suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessario se il battesimo doveva essere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo insinuando che l’anima fosse già purificata da una condotta corretta. Quando gli altri si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado, Erode si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode perciò decise che sarebbe stato meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene. A motivo dei sospetti di Erode, (Giovanni) fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte: Ma il verdetto dei giudei fu che la rovina dell’esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tal rovescio ad Erode”.

Marco dice di Erode che “temeva Giovanni sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri” (6.20). Giovanni Battista, quindi, inizia a predicare dapprima a poche persone, poi la sua fama si sparge. L’indicazione del luogo è generica nei sinottici, ma “il discepolo che Gesù amava” precisa “In Betania, al di là del Giordano”: così come c’erano due Betlehem, quella di Giuda e quella di Efrata, c’erano due Betania, la prima molto vicina a Gerusalemme (3km), la seconda, quella appunto al di là del Giordano, una quarantina di km. Fu quando la sua persona ed opera furono note che iniziarono ad interessarsi a lui, forse ancora prima di Erode, le autorità religiose che, prima di andare da lui personalmente, gli inviarono dei sacerdoti e dei leviti, vale a dire coloro che fungevano da mediatori tra Dio e gli uomini con l’offerta dei sacrifici e la presentazione delle offerte nel tempio. I leviti poi avevano il compito di sorvegliare il tabernacolo e il tempio, ma anche di cantare, suonare e assistere le varie celebrazioni, a parte che molti di loro erano anche sacerdoti. In pratica, quelli che si presentarono a Giovanni Battista, erano inviati dal Sinedrio, che si attribuiva l’ufficio di custode della religione e dei buoni costumi: di fronte alla crescente popolarità di Giovanni, della sua predicazione e del suo battesimo, volle fare un’inchiesta sulla sua persona e su ciò che diceva di essere, al fine di accertarsi se egli non fosse il Messia atteso. Nella Misha è scritto che appartiene al consiglio dei 71 – il Sinedrio appunto – il giudicare i falsi profeti.

Questi si chiedevano chi fosse: “Tu, chi sei?” era una domanda apparentemente legittima, ma in realtà subdola perché sperava in una risposta tale da permettere ai loro mandanti di accusarlo di bestemmia e lapidarlo, come più volte cercarono di fare con Gesù. Alle loro domande successive risponde solo con un’identificazione con la “voce di uno che grida nel deserto”, affermando di non essere il Cristo, né Elia, né “il profeta”. Giovanni nega di essere Elia, ma ricorda il suo ufficio citando Isaia, mentre quel “il profeta”, di difficile spiegazione, riassume probabilmente l’insieme delle opinioni confuse che la gente aveva su di lui, le stesse che poi avevano di Gesù. Ricordiamo il dialogo tra lui e Pietro in Matteo 16.13-14: “Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti»”.

Giovanni era la voce di uno che gridava nel deserto, tanto avrebbe dovuto bastare a persone che dello studio dei libri avevano fatto una ragione di vita, con tutta una tradizione che potremmo chiamare di “scienza biblica” che, ricordiamo, aveva comunicato ad Erode che il Re dei giudei sarebbe nato a Betlehem.

Giovanni Battista, conoscendo lo spirito che animava gli inviati dal Sinedrio, i Farisei e Sadducei che più avanti arriveranno in quei luoghi di persona, si sentirono pronunciare parole di giudizio che riporta Matteo 7.12:

 

7Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? 8Fate dunque un frutto degno della conversione, 9e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 10Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 11Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 12Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

 

Prima di invitarli alla conversione, li chiama “razza di vipere” facendo riferimento alla Daboia Palaestinae, una specie molto velenosa che si trova tuttora in Siria, Giordania, Israele e Libano, letale a differenza di quella europea che lo è raramente, mordendo l’uomo solo in caso di effettivo pericolo. La vipera citata da Giovanni Battista, quindi, uccide sempre. Farisei e Sadducei presenti, che con le loro dottrine non facevano altro che allontanare gli uomini dalla fede riducendola a religione come altre, furono giudicati da Gesù con queste parole (Matteo 23.2-15; 23-33): «2Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente. 8Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato”.13Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. [ 14]15Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.(…) 23Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. 24Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. 28Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.29Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, 30e dite: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti». 31Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. 32Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri. 33Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geènna?”

Dal ritratto che Gesù fa di questi personaggi, comprendiamo il motivo del “razza di vipere” dato loro da Giovanni, che li vide assieme ai sadducei, altro gruppo che si distingueva dai farisei perché rigettava la tradizione basando la sua fede solo sulla Legge scritta di Mosè. Se i sadducei, che negavano l’immortalità dell’anima, la resurrezione del corpo, uno stato futuro di ricompensa o di pena e l’esistenza di un mondo spirituale guadagnavano al loro partito i più facoltosi tra il popolo, i farisei erano sostenuti e riveriti. Ebbene, a entrambi è detto “Chi vi ha fatto credere di sfuggire all’ira a venire?”: quegli uomini vengono invitati a non illudersi sul loro destino a meno che non venga mutato da una conversione. Paolo ai Romani (2.3-8) scrive “Pensi forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto tu fai lo stesso, di sfuggire al giudizio di Dio? O ti prendi gioco della ricchezza della Sua bontà, della Sua tolleranza e della Sua pazienza senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le loro opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore i incorruttibilità, sdegno e ira contro coloro che, per ribellione, resistono alla verità e obbediscono all’ingiustizia”.

Giovanni mette anche in evidenza il fatto che, di lì a poco, l’essere figli di Adamo non avrebbe più avuto alcun valore, essendo per chi lo ascoltava un vanto appartenere al popolo eletto. Il paragone con le pietre, elementi inanimati e inutili, non è escluso fosse un riferimento profetico ai pagani che, un giorno, avrebbero ricevuto il Vangelo. E qui viene spontanea la connessione con l’apostolo Giovanni quando, nell’inno di apertura su cui ci siamo soffermati all’inizio di queste meditazioni, scrive che i suoi non lo hanno ricevuto, “ma a tutti quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Le parole che seguono l’invettiva contro farisei e sadducei sono forti: già la scure è posta alla radice degli alberi e ogni albero che non avrebbe dato frutti sarebbe stato tagliato e gettato nel fuoco. Quegli uomini erano invitati a convertirsi e a fare frutti degni di essa, unico modo per non venire tagliati.

Vediamo allora che Dio non concede presunzione. Se la domanda a Giovanni era “Chi sei?”, la risposta in sintesi è “E voi, chi cercate?”. Allo stesso modo l’uomo deve chiedersi quanto in lui pesino le convinzioni che si porta con sé come bagaglio storico che influenzano le proprie scelte e il suo carattere: ti ribelli apertamente a Dio negandolo? Credi, hai un’esperienza, sai cosa sei, oppure vivi in una fede nella quale ti compiaci giudicando il prossimo e sentendoti privilegiato e superiore? Quando parli di fede, elenchi una serie di norme, riti e pratiche, oppure sei testimone di un intervento di Dio nella tua vita? Quello che farisei e sadducei dovevano sapere era che la scure era già pronta, è già pronta anche se non possiamo sapere quando si abbatterà. Di qui la necessità della conversione che, oggi, è data dallo Spirito Santo che convince l’uomo di essere un peccatore bisognoso del perdono di Dio. Chi lo rifiuta non è diverso dalle due categorie di persone che andarono a Giovanni Battista per interrogarlo: basati su una giustizia che si erano attribuiti, pronti a difendere le loro convinzioni senza però chiedersi nel profondo se queste poggiassero sulle basi di una coscienza serena e obiettiva, presuntuosi, in una parola ipocriti.

Giovanni Battista, però, offre un’altra immagine oltre a quella della scure: quella di chi sarebbe venuto dopo di lui, attinta dal mondo agricolo che il suo uditorio non poteva ignorare: “Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel suo granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile”. Si tratta di una scena di futura realizzazione in cui il Gesù glorificato dal Padre separerà il grano dalla pula, cioè eliminerà i vari involucri della spiga, portati via dal vento perché leggeri, per riporre il grano, i salvati, nel suo granaio, figura del Suo Regno. Questo concetto verrà poi ampliato da Gesù con la parabola del grano e della zizzania in Matteo 13.24-30 (leggere). La “pula” non va confusa con la paglia, termine usato in alcune traduzione: la paglia i contadini la usavano e la usano tuttora e, con questo termine, il discorso di Giovanni in merito perde il suo significato.

Giovanni Battista fece questo discorso in pubblico e i presenti compresero molto bene che il discorso alla “razza di vipere” era rivolto a delle persone precise, ma le similitudini della scure posta alla radice degli alberi, che spesso la Scrittura paragona agli uomini, e della separazione della pula dal grano li fecero sentire coinvolti: per questo Luca ci parla di alcune domande che gli rivolsero altre persone in 3.10-14.

 

10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da magiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli dissero «Maestro, che cosa dobbiamo fare?» 13ed egli disse loro «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «e noi, che dobbiamo fare?». Rispose: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe».

 

Il Battista, grazie alle domande che i presenti gli posero, poté entrare nello specifico e per ognuno ebbe un messaggio, dando non dei precetti, ma indicando delle azioni che consistevano nella rinuncia di sé: l’atteggiamento egoista doveva finire inquadrando la loro vita verso il trattamento del superfluo a motivo della povertà esistente fra il popolo; possiedi due tuniche? Pensasse a chi non ha la possibilità di comprarsene una tunica. Lavori come esattore? Non vessare il contribuente, non aumentargli i tributi per arricchirti. Sei un militare? Fai il tuo lavoro, ma non darti al saccheggio, alle estorsioni e non fare violenza su civili inermi.

Questa è la fine del discorso di Giovanni sul comportamento che una persona in attesa del Cristo doveva avere. Era un messaggio che andava contro corrente anche allora: contro corrente perché il fine della carne è quello dello “star bene” che non è chiaro in cosa consista, che non si raggiunge mai e che spesso è fonte di preoccupazione per mantenerlo. L’uomo, la carne, non accetta la precarietà e tende a considerare gli eventuali risultati ottenuti col guadagno un gradino di una scala di cui non riesce a vedere la fine. La carne non si sazia solo col denaro, ma se abbandonata a se stessa diventa dominante e coinvolge tutti gli aspetti della persona, costruisce un sistema in cui l’individuo finisce per considerarsi al centro di esso: solo lui è importante, gli altri sono solo dei satelliti che gli ruotano attorno.

E la rinuncia a considerare se stessi un centro non poteva venire da un atteggiamento morale, ma dall’accettazione del messaggio: il regno dei cieli è vicino, “dopo di me viene uno al quale non sono degno di portare i sandali”, frase diversa rispetto a quella letta in Giovanni e Marco, che ci dà un secondo significato perché era lo schiavo che, quando il padrone tornava a casa, gli scioglieva e portava quelle calzature là dove gli veniva ordinato di deporle. In quel modo Giovanni pone un ulteriore distinguo tra il suo ruolo e quello del messia, perché leggiamo che “tutti, riguardo a Giovanni, si chiedevano in cuor loro se non fosse il Cristo” (Luca 3.15).

Sempre Luca ci informa che il Battista non parlò solo di questi argomenti, ma che “Con molte altre esortazioni evangelizzava il popolo” (3.18). Quali, non sappiamo. I quattro Evangelisti ci hanno trasmesse le parole che abbiamo affrontato, per quanto brevemente.

* * * * *

 

00.01 – IL PROLOGO (Giovanni 1.1-14)

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2 Egli era, in principio, presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. 6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce. 9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali, non da sangue
né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.”

La lettura del Vangelo si può iniziare in vari modi: se partiamo dall’ordine del canone, Matteo è quello che troviamo per primo e da lui possiamo proseguire passando poi a tutti gli altri; così facendo incontriamo la genealogia di Gesù Cristo da parte di Giuseppe che poi Luca compilerà, nel terzo capitolo del suo Vangelo, presentandoci quella di Maria. Potremmo però scegliere di iniziare da un riferimento storico e in questo caso il punto di partenza sarebbe Luca: dopo la dedica iniziale a Teofilo – Sommo Sacerdote in Gerusalemme dal 37 al 41 – ed aver spiegato i metodi d’indagine che caratterizzeranno il suo scritto, colloca il primo episodio in un’epoca precisa, cioè “Al tempo di Erode, re della Giudea” (Luca 1.5).
C’è poi Giovanni, autore particolarissimo, che scrive un prologo fondamentale dal punto di vista teologico che, andando al di là del suo tempo, si raccorda a quel “In principio” con cui si apre il libro della Genesi. Personalmente ritengo che il Vangelo, inteso non come una serie di libri biografici ma come “buona notizia”, “lieto annunzio” per ogni uomo, inizi proprio da qui, con le parole oggetto della nostra meditazione.
Giovanni inizia il suo scritto citando ed elaborando le parole di un inno in uso nella Chiesa cristiana del tempo, fornendoci in un solo verso quella che definisco la terza genealogia di Gesù dopo le due ufficiali che abbiamo: si tratta di una genealogia esclusivamente divina racchiusa in un solo verso che non parla di altro all’infuori dell’Essere. In principio, prima che fosse dato l’ordine “Sia la luce”, il “Verbo”, tradotto anche come “Parola” o “Logos”, esisteva. L’apostolo Giovanni quindi in questi primi versi rivela qualcosa che altrimenti non sapremmo: il Logos, in cui io vedo la sillaba centrale di Ye-Ho-WaH, in quanto tale non solo ha partecipato attivamente alla creazione, ma l’ha anche motivata; “Logos” nel significato più ampio del termine che nel pensiero ellenistico alludeva alla parola, all’emanazione e alla mediazione divina. Ciò si raccorda a quanto scrive l’autore della lettera agli ebrei che afferma: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e tutto sostiene con la sua parola potente.” (Ebrei 1.1-3). Ancora, secondo Paolo, “Egli è l’immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Colossesi 1.15,16).
Ecco, questo è il “Logos” rivelato nella persona e nell’opera di Gesù Cristo. Questo è il “Logos” che, a parte il suo primo significato di “Parola”, in lingua greca comprende i termini di “facoltà intellettiva, intelligenza, giudizio, regola, ragione delle cose, causa, motivo”. In principio, quindi, c’era questa entità in cui “era la vita”, cioè la Fonte Unica, diversa da come la intende la nostra biologia. Pensiamo all’essere umano che possiamo dire viva quando ha possibilità di agire e scegliere come persona, individuo. Tutto ciò vale per quanto può fare nel suo ambito terreno, ma la “vita” di cui parlano tanto l’evangelista quanto Genesi ha connessione col momento in cui fu creato Adamo, punto culminante e fine del creato: “Allora il signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo – gli atomi – e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi 2.7). Quando fu formato e fino al momento in cui emerse l’incompatibilità col giardino realizzato per lui, Adamo era molto diverso da come siamo oggi perché la sua “vita” trovava ogni ragione e realizzazione in Eden assieme al suo Creatore che vedeva e col quale si relazionava liberamente. Adamo e sua moglie erano puri, la loro vita era nella luce e possiamo ipotizzare che, per l’”alito” ricevuto e la reciprocità del rapporto con Dio, fossero luce loro stessi. Trovavano nutrimento nell’albero della vita al centro del giardino. “Io sono la via, la verità e la vita”.
Abbiamo letto al quarto verso “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”, verbo al passato che si riferisce a tutto il periodo che i nostri progenitori trascorsero in Eden, nella regione che l’ebraico indica con “Gan”, cioè “luogo chiuso in un recinto” (i quattro fiumi che lo delimitavano). Quella “vita” era “la luce degli uomini”, cioè li orientava nella giusta direzione, dava loro uno scopo in un cammino di perfezione e realizzazione nello spazio di eternità che caratterizzava quel luogo. Purtroppo, entrambi quegli elementi andarono perduti nel momento in cui Adamo ed Eva sostituirono la “luce vera” con un’altra che la sopperisse. Fu una luce artificiale, risiedente nell’inganno del diventare come Dio, nel desiderare ciò di cui non avevano bisogno, ma soprattutto ciò per cui non erano stati fatti.
Si sostituì allora la luce della conoscenza divina con quella della conoscenza umana. Risultato: l’uomo anche oggi non è in grado di vedere le cose secondo una giusta realtà e prospettiva spirituale, di valutare correttamente quella vita che non è la sola occupazione di uno spazio fisico come avviene spesso. Si esiste, ma non si vive.
Tornando ai nostri versi: questa luce, che risplende nelle tenebre, non è stata vinta perché, come dal “Sia la luce” iniziarono le sei ere della creazione, la luce di Cristo per la salvezza dell’uomo fu rivelata con la Sua predicazione ed opera, poi confermata con la risurrezione. Una delle prime profezie che esamineremo nelle prossime riflessioni riguarda proprio l’identificazione di Cristo con la luce: “Il popolo che giaceva nelle tenebre ha visto una gran luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata” (Matteo 4.16 che cita Isaia 9.1).

A questo punto l’inno di Giovanni subisce una variazione e si sposta sulla persona del Battista, distinguendolo dalla luce vera. Osserviamo ora i tempi dei verbi utilizzati, “era” per il Verbo, “venne” per l’ultimo profeta dell’Antico Patto: qui l’imperfetto denota un’esistenza continua e fuori dal tempo umano e terreno, mentre l’aoristo greco, tradotto in italiano con “venne”, indica tre avvenimenti accaduti in un preciso momento storico: 1. “venne un uomo mandato da Dio; il suo nome era Giovanni”, 2. “(il verbo) venne fra i suoi – il popolo di Israele -, e i suoi non l’hanno ricevuto”, 3.“il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. C’è quindi, nei diversi tempi verbali, una contrapposizione tra l’eternità e i periodi umani. Giovanni Battista, la cui storia e funzione esaminerò per quanto mi è stato dato, l’ultimo profeta dell’Antico Patto di cui Gesù disse che “Tra i nati di donna non è sorto uno più grande” (Matteo 11.11), fu suscitato da Dio per invitare il popolo di Israele al ravvedimento in vista della venuta del Logos che rimase per lo più inascoltato.
Il Battista doveva “dare testimonianza della luce”, quella “vera, che illumina ogni uomo” e, nell’uso ebraico, “vero” caratterizza l’ordine divino che contraddistingue quello fallace e illusorio dell’uomo peccatore: “Sia chiaro che Dio è veritiero, mentre l’uomo è peccatore” (Romani 3.4). In Cristo c’è quindi la verità totale e unica mentre l’uomo ne ha molte altre, diverse, tutte alternative a Lui. Gesù e Gesù solo è la luce che illumina ogni uomo, naturalmente se questi Lo accetta, Lo riconosce, Lo accoglie.

“Una voce dice: «Grida», e io rispondo: «Che cosa dovrò gridare?». «Grida che ogni uomo è come l’erba e tutta la sua grazia è come il fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce quando soffia su di essi il vento del Signore. Veramente il popolo è come l’erba. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre»” (Isaia 40.6-8). Ecco la “Parola”, il Logos” che dura in eterno, contrapposta alla vita umana alla quale è data una scadenza che nessuno conosce. Il “fiore del campo” ci suggerisce l’idea di qualcosa che, per quanto bello, vive per se stesso, per la propria sopravvivenza, per riprodurre altra erba che fiorirà, appassirà a sua volta in un ciclo che si ripeterà in continuazione, circondato da altri fiori come lui. Eppure questo “fiore di campo” metaforico, a differenza di quello naturale, ha la possibilità di scegliere, di accogliere: “A quanti però lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”. “Potere” e “diventare” stanno ad indicare un qualcosa di impossibile, uno stato irraggiungibile per la natura stessa dell’essere umano corrotto dalla sua condizione di peccato: non si dà a qualcuno un potere a meno che non ce l’abbia, non si può “diventare” qualcosa senza un percorso, un processo, una possibilità che venga data. Infatti “ha dato il potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel Suo Nome”, a loro e a nessun altro. E qui sta il significato del Vangelo, della “buona notizia”: Gesù non venne nel mondo come rivoluzionario, non fu un predicatore di un amore generalizzato che avrebbe dovuto realizzare la pace e la fratellanza sulla terra; “ama il tuo nemico” o “porgi l’altra guancia” sono frasi che vanno inquadrate nello specifico del discorso della montagna e quindi raccordate alla realtà cristiana di oggi.

Quelli che hanno ricevuto il potere di diventare figli di Dio hanno acquisito uno stato nuovo, totalmente diverso perché il verso 13, “i quali non da sangue né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”, sottolinea ancora di più il dono della trasformazione avvenuto in chi lo ha accolto: si tratta, a differenza di quelli che possediamo per natura, di elementi intrasmissibili perché “Non da sangue – la genetica, il DNA – non da volere di carne né da volere di uomo – perché c’è chi nasce per un incidente occorso in una congiunzione carnale e chi è stato desiderato da un padre e una madre – “ma da Dio sono stati generati”. Ci sono sempre l’amore, la volontà e la scelta di Dio dietro ogni anima salvata.
Giovanni però va oltre e ci presenta, al verso 14, un richiamo importante indirizzato in particolare agli ebrei: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Si tratta di una pericope sulla quale tendiamo a sorvolare perché chi crede in Cristo sa che si fece uomo e quindi, leggendola, passa oltre; in realtà quel “venne ad abitare” è un messaggio molto importante perché ha connessione con il libro dell’Esodo e col Santuario, o Tenda del Convegno, di cui leggiamo “Essi mi faranno un santuario ed io abiterò in mezzo a loro” (Esodo 25.8), oppure Numeri 35.34 dove, dopo un lungo elenco di norme, Dio disse “Non contaminerete dunque la terra che andate ad abitare e in mezzo alla quale io dimorerò, perché io sono il Signore che abita in mezzo agli israeliti”. Se Colui che è definito nell’ebraismo “Il Santo, che sia benedetto” abitava in mezzo al popolo soccorrendolo e giudicandolo, il Logos, il Verbo, la Parola, “venne ad abitare in mezzo a noi” dopo essersi fatto carne, quella carne che non è cattiva di per sé, che non è l’antitesi totale di Dio, ma che rappresenta tutto ciò che è transitorio, mortale, imperfetto e, apparentemente, incompatibile con Lui. Precisazione necessaria: l’incompatibilità della carne è totale nel momento in cui pensa solo a se stessa, ma quando l’essere umano nasce da Dio, essa diventa solo un peso, un elemento penalizzante senza però eliminare la possibilità di un rapporto con lui. Se la negatività della carne fosse assoluta, l’uomo non sarebbe mai stato assistito e soccorso. Diverso è appunto quanto è l’elemento carnale a prendere il sopravvento e domina azioni, aspettative e desideri di realizzazione: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del suo cuore non era altro che male, sempre” (Genesi 6.5), constatazione preludio al diluvio.

Scrivendo che “La Parola si fece carne”, poi, Giovanni colpisce il docetismo e il monofisismo che iniziavano a farsi strada nel mondo cristiano: il primo sosteneva che l’umanità di Gesù e le sue sofferenze fossero state illusorie perché in lui non potevano convivere la natura umana e quella divina; il secondo, che emerse ufficialmente nel V secolo ma iniziava già a inquinare la dottrina cristiana di allora, affermava che la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina, la sola presente in lui. L’apostolo Paolo, probabile autore della lettera agli Ebrei, estenderà le parole di Giovanni sulla “Parola fatta carne” andando nel dettaglio: “Noi non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa prendere parte alle nostre debolezze, ma uno che è stato tentato in ogni cosa come noi, senza però commettere peccato” (Ebrei 4.15).
Tornando ora al passo oggetto di riflessione, a questo punto Giovanni si pone il problema di dare autorità a quanto sta per scrivere e non poteva trovare modo migliore se non precisando di essere stato testimone, con altri, degli eventi che sta per narrare: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria”, termine che si riferisce all’insegnamento, alle manifestazioni prodotte quando Gesù era in terra, alla trasfigurazione di cui fu testimone con Pietro e Giacomo, a tutta la Sua opera culminata con la resurrezione dopo la morte. Proprio la resurrezione è stata a convincermi un giorno che l’unica mia fede, intesa come centro e scopo di vita, non poteva basarsi che su quel Gesù crocifisso, morto e risuscitato: se non fosse avvenuta la resurrezione, gli apostoli e i discepoli se ne sarebbero tornati alle loro professioni, delusi come i due discepoli sulla via di Emmaus che dissero “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Luca 24.21). Nessuno di loro avrebbe dato la propria vita per un morto.
Il Vangelo, se vissuto correttamente, non dà guadagni e non consente di accumulare ricchezze, per lo meno materiali, e quindi nessuno potrebbe mai credere in una persona per sentito dire affrontando il martirio o le persecuzioni come avvenuto e purtroppo avviene. Le ragioni del mio credere, del mio accoglimento della Parola, iniziarono proprio da qui, riconoscendo la “gloria” contemplata da Giovanni. Poi vennero le indagini personali, i riscontri, l’ascolto. E non mi sono mai ricreduto.