12.24 – ABRAHAMO VOSTRO PADRE (Giovanni 8.52-56)

12.24– Abrahamo vostro padre (Giovanni 8.52-56 )

           

52Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: «Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno». 53Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». 54Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: «È nostro Dio!», 55e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. 56Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». 57I giudei allora gli dissero: «Tu non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abrahamo?»

 

“Ora sappiamo”, cioè “adesso”, “in questo momento”, da quando hai detto che che “se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”.Eppure, citando Abrahamo, i Giudei dimenticano che fu proprio la fede totalmente riposta nella futura risurrezione di Isacco a dargli la forza per sacrificarlo, lui che tempo addietro aveva ritenuto impossibile la nascita di quel figlio. Abrahamo, invece, capì che non poteva far altro che riporre tutta la propria fede nelle promesse ricevute, compresa la sopravvivenza dopo la morte. Oltre a ciò vi era la consapevolezza di quanto fosse importante essere uno strumento nelle mani di Dio alla luce della conoscenza che Abrahamo aveva sulla caduta di Adamo ed Eva e di tutti gli avvenimenti verificatisi fino a lui, come la caduta, la morte di Abele contrapposta alla nascita di Set, il diluvio che fu al tempo stesso punizione (quindi morte) per il genere umano corrotto e salvezza per Noè e la sua discendenza dalla quale Abrahamo stesso aveva avuto origine, per poi arrivare alla torre di Babele il cui giudizio pose fine alla sete di autonomia ed egemonia degli uomini di allora.

Per quanto Dio, nei Suoi dialoghi con Abramo, non abbia mai parlato di vita eterna, questa compare in modo velato nelle prime parole con cui gli si rivolse, “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”(Genesi 12.1): da queste parole, infatti, quel servitore capì che non avrebbe avuto senso lasciare un ambiente se non gliene fosse promesso un altro migliore, che parlava di santità e separazione, oltre che di destinazione che certo non poteva essere provvisoria. Qui vediamo che la nostra tradizione, e ciò che abbiamo acquisito come “nostro”, non necessariamente è quello in cui siamo chiamati a vivere. Ciò che sono “Terra”,“parentela”e “casa di tuo padre”vengono stravolti nel momento in cui Dio irrompe nella vita di una persona che viene chiamata ad andare “verso la terra”che Lui indicherà nel senso di qualcosa a cui non ha pensato. Certo per Abrahamo la “terra”fu un luogo preciso geograficamente parlando, mentre per noi può essere benissimo anche uno spazio mentale, un modo di ragionare, un ruolo nella Chiesa, anche solo di “semplice” componente; in poche parole, tutto ciò che senza una rivelazione di Dio non avremmo mai raggiunto.

Proseguendo abbiamo “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione”(v.2): qui Abramo comprese, col tempo, che il piano che Dio aveva per lui andava ben oltre l’orizzontalità della vita materiale. Ricordiamo che non viveva in condizioni precarie e non si sarebbe mai spostato solo per vedere un giorno “grande”il suo nome. Piuttosto furono ultime parole del verso terzo a convincerlo. “Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. E la “benedizione” implica beneficiare del diretto intervento in Dio sempre, rientrare nel Suo piano che, essendo Lui stesso Eterno, non può che riguardare la vita dopo la morte. Che senso avrebbe, altrimenti?

 

Torniamo però alle parole dei Giudei: “Abrahamo è morto, e così anche i profeti”. Non ci potrebbe essere dato di fatto più obiettivo anche se notiamo quanto sia categorico quel “morto”nel senso che equivale a dire “non c’è più” quasi che tutto quanto aveva fatto fosse qualcosa di svanito e lo stesso dicasi per gli altri uomini di Dio, i profeti. È da qui che parte l’accusa a Gesù di essere indemoniato, questo perché la visione di cosa vi fosse dopo la morte secondo l’Antico Patto non era propriamente chiara anche se i Sadducei erano gli unici a rifiutare l’idea della resurrezione. Una lunga vita era vista come una benedizione e la morte non tanto come la fine del tutto, ma un qualcosa di misterioso e da vedere con pessimismo certamente sì. Dei patriarchi leggiamo che il tale “fu seppellito coi suoi padri”, o “si addormentò”che apre prospettive diverse. Salomone, il re più saggio, ha una visione distruttiva della morte e scrive che “Riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie. La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità, tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna”(Ecclesiaste 3.18-20). Ricordiamo Zaccaria 1.5, cui forse i Giudei facevano riferimento in questo caso, “Dove sono i vostri padri? E i profeti forse vivranno per sempre?”.

I morti andavano nello Sheol, un luogo di non vita e non consapevolezza: “Nel soggiorno dei morti dove tu vai non c’è più lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza”(Ecclesiaste 9.10) e “Finché si vive c’è speranza. È meglio un cane vivo che un leone morto. I vivi sanno che devono morire. Ma i morti non sanno proprio niente”(9.4,5). Lo Sheol è l’inferno, che deriva da infer, da cui il nostro “inferiore” e che quindi ha relazione con ciò che è sotto terra e non a un luogo di tormenti come poi è diventato. Per questo, quando il termine Sheol ricorre, (65 volte) viene tradotto con “inferno”,“sepolcro”o “sotto terra”. Anima e corpo erano considerati un tutt’uno e quindi, alla morte del secondo, “moriva” anche la prima o, come abbiamo letto, “si addormentava”. Ma se vi è un sonno, va da sé che vi sia anche un risveglio. Se in Levitico 18.5 leggiamo “Osserverete dunque le mie leggi e le mie prescrizioni, mediante le quali chiunque le metterà in pratica vivrà”, non possiamo non trovare limitante quella promessa di vita ad una esclusiva gestione di un presente prolungato sulla terra. Ricordiamo poi il re Davide, che in Salmo 102.29 scrive “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, la loro stirpe vivrà alla tua presenza”.

L’opinione in basse alla quale gli antichi avessero della morte l’idea come della fine di tutto senza appello è falsa; se mai riproduce un’errata opinione comune, ma la verità, che va sempre e comunque cercata, pur essendo  nascosta, si lascia trovare: ad esempio Isaia 26.18,19 non potrebbe essere più chiaro poiché, rappresentando il passato, il presente e il futuro, così scrive: “Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento, non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti nel mondo. Ma di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate, voi che giacete nella polvere. Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre”. Possiamo citare anche Abacuc 2.4 a noi familiare perché usato da Nostro Signore, “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. Ora è difficile pensare che questo “vivrà”sia qualcosa di temporaneo, soprattutto quando leggiamo Ezechiele 33.14-16: “Se dico al malvagio: «Morirai» ed egli si converte dal suo peccato e compie ciò che è retto e giusto, rende il pegno, restituisce ciò che ha rubato, osserva le leggi della vita senza commettere il male, egli vivrà e non morirà; nessuno dei peccati commessi sarà più ricordato: egli ha praticato ciò che è giusto e certamente vivrà”. Ora, credo fermamente che vivere per poi morire di nuovo non abbia alcun senso, a meno che vedere la morte come esclusivamente di un corpo che tornerà alla vita nel momento opportuno.

Sappiamo che gli scritti dell’Antico Patto contengono “l’ombra dei futuri beni”(Ebrei 10.1) e che Gesù, essendo il vero Liberatore, in quel momento stava annunciando al Suo uditorio, Giudei compresi, la sola verità a cui avrebbero potuto aggrapparsi per essere salvati, abbandonando però quelle, innumerevoli, che avevano. Più avanti dirà “Io sono la via, la verità e la via. Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me”, quindi Viacome unica strada per avere accesso a Dio Padre, Veritàin opposizione al padre della menzogna come visto recentemente, e Vitaquale strumento ed effetto per la fede in Lui riposta. Questo voleva dire “non morire in eterno”, o“non vedere mai la morte”.

Del tutto insensibili, i Giudei gli chiedono “Chi credi di essere?”manifestando tutto il loro disprezzo, ma ancora una volta Gesù li pone di fronte al fatto che di fronte a loro stava Uno che andava oltre Abrahamo e gli stessi profeti perché “Se glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla”cioè sarebbe passato come uno dei tanti e si sarebbe perso in quel buio di cui parlò Salomone quando scrisse “Una generazione va e l’altra viene, ma la terra resta sempre la stessa (…)non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito”(Qoèlet 1.4,11). Queste parole possono essere, nel caso di specie, rapportate a quelle di Gamaliele quando disse al Sinedrio “Per quanto riguarda questo caso– Pietro e Giovanni che stavano per essere da loro giudicati – ecco ciò che vi dico: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli. Non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!»”(Atti 5.38,39).

Quello che Gesù vuol dire ai Suoi detrattori, allora, al di là dell’impossibilità in base alla quale Lui potesse fare qualsiasi cosa per glorificare se stesso, è che quanto da Lui fatto e detto verrà ricordato per sempre e sarebbe stato invincibile salvo il ferimento al calcagno in cui possiamo vedere tanto la Sua morte, annullata nella resurrezione, quanto l’invincibilità della Chiesa sulle quali non potranno mai prevalere le porte degli inferi (Matteo 16.18).

Come Verità, invece, Gesù non poteva che parlare del Padre che conosceva senza essere, al contrario del Giudei, un mentitore: “Conosco e osservo la Sua parola”arrivando al punto stesso di incarnarla. Attenzione alle parole di Isaia 42.1-4 che certamente quei Giudei conoscevano molto bene, senza però comprenderle: “Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni”. E qui ci raccordiamo alle promesse fate ad Abrahamo, che le recepì e le contemplò da lontano, rallegrandosene.

“Il mio giorno”che quest’uomo desiderava vedere (e che vide) sappiamo che può riferirsi a vari eventi, come quello della Sua nascita, della Sua manifestazione al mondo, la Sua seconda venuta per giudicare vivi e morti oppure tutto lo svolgersi del proprio ufficio di Mediatore, anche se personalmente intendo il primo caso in quanto gli altri sono conseguenti. Chissà se Abrahamo non “vide”quel giorno proprio quando gli fu annunciata la nascita di Isacco, vero figlio perché avuto da Sara e non dalla schiava Agar. Leggiamo infatti che rise. Anche il libro della Genesi, come tutti gli altri, non va letto con la convinzione che gli avvenimenti e le parole riportate furono gli unici o le uniche.

“Abrahamo vostro padre”, esultando, fece ciò che loro, come guide cieche, non facevano perché non in grado di vedere che proprio quel “giorno”era giunto a loro ed era alla loro portata.

Gesù cita Abrahamo sia perché viene nominato dai Giudei per primi, sia perché lo aveva conosciuto e gli aveva parlato, ma a questo punto gli viene posta un’altra domanda: “Tu non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abrahamo?”(v.57), allusione al punto culminante della vita (50 anni) in cui i sacerdoti e i leviti venivano dispensati dal servire nel Tempio e nel Tabernacolo. Per i Giudei, i trentatré anni circa di Gesù erano una cifra insignificante anche se dimenticavano che era proprio a trenta che il loro servizio iniziava.

Un fratello ha sottolineato un’altra stortura degli oppositori di Nostro Signore, poiché lo accusano di sostenere di avere “visto Abrahamo”quando in realtà aveva detto il contrario, cioè che Abrahamo aveva visto Lui: in effetti sembra cosa da poco, ma così sminuivano, certo spinti dall’Avversario, la portata delle Sue parole che, nel verso successivo, saranno di una valenza e di un peso dottrinale enorme: “Prima che Abrahamo fosse, io sono”, che esamineremo dal prossimo capitolo.

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