12.15 – CONFUTAZIONI AI FARISEI (Giovanni 8.13-20)

12.15 – Confutazioni ai farisei (Giovanni 8.13-20) 

13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». 20Gesù pronunciò queste parole nel luogo del tesoro, mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora.

In questi versi sono narrate le reazioni dei farisei di fronte alla dichiarazione di Gesù come “luce del mondo”. La frase con cui esordiscono, precedute da “allora”, cioè “a quel punto”, “in conseguenza”, costituisce un’accusa di non credibilità: la Sua testimonianza, non essendo supportata secondo loro da alcuna prova attendibile, non poteva essere accettata. Ricordiamo che già in un’altra occasione, quella della guarigione del paralitico di Betesda, Gesù aveva risposto dicendo “Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace”(Giovanni 5.31,32). Subito dopo aggiunse “Io non ricevo testimonianza da un uomo, ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi”a significare che ciò che Lo supportava era quanto faceva e diceva. Tutto ciò aveva già posto molti, che in Lui avevano creduto, di salvarsi e sperimentare personalmente e nella maniera più inconfutabile chi fosse. Ancora una volta i farisei, qui come in questo episodio, non lo accusano di bestemmia e falso, ma rilevano che, in mancanza di“due o tre testimoni”, mancavano le prove necessarie per stabilire chi effettivamente Gesù fosse.

La frase con cui Nostro Signore risponde, però, va oltre: se nel passo appena citato aveva chiamato in causa il Padre che rendeva vera la Sua testimonianza perché Lui stesso, tramite i profeti, Lo aveva annunciato, qui, dicendo “Anche se io do testimonianza di me stesso”, parla della Sua funzione di “luce del mondo” specificando di sapere “da dove son venuto e dove vado”a differenza dei suoi oppositori: Gesù parlava di cose che solo Lui sapeva e che gli uomini, per la loro ignoranza, non potevano confermare né negare. In pratica viene chiamato in causa quel ragionamento libero, esente da preconcetti, che aveva costretto le guardie venute ad arrestarlo ad affermare pubblicamente “Mai un uomo ha parlato così”: “Mai”, cioè fra tutte le persone che avevano ascoltato in ambito religioso e di scienza delle Scritture, le Sue parole avevano risvegliato la loro coscienza. Anche il centurione che aveva sovrinteso all’esecuzione della croce fu costretto ad ammettere “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”(Marco 15.39). Ricordiamo poi la testimonianza data dal Padre stesso al battesimo di Gesù, “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”(Matteo 3.17), e alla trasfigurazione a cui viene aggiunto “ascoltatelo”(17.5).

La prima testimonianza, quindi, non fu di Gesù, accusato di darla isolatamente, ma del Padre. Infine, a proposito del riconoscerLo, possiamo pensare alle parole del cieco guarito di fronte a quelle dei farisei: “«Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio, ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi»”(Giovanni 9.29,30). Poco dopo, siccome quel cieco aveva una visione spirituale ancora imperfetta, fu guarito anche da quella: “Tu credi nel figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò davanti a lui”. (9.35-38).

Ecco allora che possiamo fare una considerazione evidente: per riconoscere Gesù quale Figlio di Dio, o “Figlio dell’uomo”secondo le profezie di Daniele, per il suo essere la “Parola fatta carne”, non è necessaria una cultura particolare, ma arrendersi all’evidenza, all’ascolto del Padre che chiama perché “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(6.44). Perché ciò accada, è necessaria una sensibilità che o si ha per natura, come fu per Natanaele o altri personaggi definiti “giusti”, o emerge a un certo punto della vita, come avvenuto per il ladro sulla croce che, a differenza dell’altro, non insultava Gesù, ma gli disse “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”(Luca 23.42). E a proposito in cui un’anima capitola di fronte all’invito del Padre ricordo un mafioso importante, di cui non rammento il nome perché sono passati molti anni, che bussò una notte a una caserma di Carabinieri con una Bibbia in mano, disse nome e cognome al piantone allibito aggiungendo che, alla luce di quanto aveva letto, non riusciva più a sopportare il peso di ciò che aveva fatto ed era giusto che si costituisse.

È scritto “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”, “Oggi”perché la voce di Dio si fa sentire e, se la si ascolta davvero, genera una profonda crisi che può spaventare in quanto, nel momento in cui ciò avviene, si scopre la necessità di rivedere completamente la propria vita intesa come azioni, convinzioni, attitudini da correggere perché incompatibili con la realtà spirituale che viene posta davanti. È nel momento in cui l’uomo indurisce il proprio cuore respingendo la proposta di salvezza che determina la nullità del Vangelo, che sceglie di persistere nel proprio modo di vivere e, quindi continuerà ad agire e giudicare “secondo la carne”.

Dicendo “Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado”, Nostro Signore fa riferimento proprio alla condizione di ignoranza, carnale e diabolica, scelta da quelle persone che né allora né dopo si ponevano il problema di comprendere realmente chi fosse, come invece fece Nicodemo, personaggio a mio giudizio sotto certi aspetti fra i più “tormentati” (in senso positivo) del Nuovo Testamento che, a differenza dei suoi correligionari, trovò la forza di schierarsi dalla parte di Gesù. Giuda tradì senza altra possibilità della propria estinzione, Nicodemo seppe ricucire, chiamato da Dio, lo strappo interiore che lo dominava entrando a pieno titolo nella Chiesa di Gerusalemme. L’autore della lettera agli Ebrei riporta il verso dell’ “oggi”per tre volte in 3.8, 3.15 e 4.7; proprio in quest’ultimo illumina il concetto scrivendo “Dio fissa un nuovo giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo, «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori»”. Ecco allora che abbiamo un “se”, riferito al fatto che la voce di Dio è unica e si distingue da quelle false che portano alla perdizione. “Se”chiama in causa l’udito spirituale, quella sordità che caratterizza chiunque si dà al mondo radicandosi come una pianta nella terra: tanto più profonde sono le sue radici, tanto più esiste la difficoltà, se non l’impossibilità, ad essere estirpato da essa per venire trapiantato nei terreno, appunto, dello Spirito e del Perdóno.

“Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno”(v. 15) è la descrizione di un’altra caratteristica dell’uomo naturale, schiavo dei propri modelli di vita e convinzioni, pronto a giudicare il prossimo in base al suo metro valutativo corrotto – anche da una religione – che si scontra con il ruolo di Gesù fino al Suo ritorno: Egli non giudica nessuno, come dimostrò con la mancata condanna della donna adultera in quanto venuto “non a giudicare, ma a salvare ciò che era perduto”(Luca 19.10). E qui abbiamo il concetto di salvezza secondo l’uomo e secondo Dio: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”(Luca 9.24). Il giudicare cui fa riferimento Gesù in questo passo non allude alla formulazione di un giudizio di valore, ma il sottoporre il prossimo ad una sentenza di assoluzione o condanna, cosa che non fece mai nei suoi tre anni e mezzo circa di ministero: rimproverò, descrisse la condizione spirituale di molti, ma sempre dando loro la possibilità di porvi rimedio. L’uomo, ascoltando Cristo, ha sempre l’opportunità di tornare indietro, modificare la propria posizione, mutare itinerario.

Così leggiamo in Ebrei 2.1-4: “Per questo bisogna che ci dedichiamo con maggiore impegno alle cose che abbiamo ascoltato, per non andare fuori rotta. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disubbidienza ha ricevuto la giusta punizione, come potremmo noi scampare se avremo trascurato una salvezza così grande? Essa cominciò ad essere annunciata dal Signore, e fu confermata a noi da coloro che l’avevano ascoltata, mentre Dio ne dava testimonianza con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà”. Qui viene ricordata la parola scritta dell’Antico Patto, lasciata oggi a noi come esempio perché paragonassimo l’esperienza di un tempo lontano a quella possibile oggi identificata con le parole “una salvezza così grande”, prima non rivelata. Ed ecco che, perché questa proposta di “salvezza così grande”fosse credibile, fu supportata da “segni, prodigi e miracoli d’ogni genere”oltre che, per chi vive la dispensazione della grazia a tutti gli effetti, con “i doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà”.

Gli ultimi versi del nostro passo sono tristi e umilianti al tempo stesso, perché la domanda “Dov’è tuo Padre?”rivela tutta la volontà di persistere nella condizione di cecità di quelle persone, aggravata dal fatto che si consideravano guide illuminate del popolo. La domanda dei farisei è particolare perché non chiedono chi fosse il Padre di Gesù, lasciando intendere forse che avessero bisogno di un chiarimento, ma dove fosse, quindi lo sfidano a produrre una Sua manifestazione, stante il fatto che Dio non lo si poteva vedere. “Dov’è tuo Padre?”contiene quindi tutto il sarcasmo e la presunzione di quella gente, profondamente ancorata alla terra e alla carne. Per questo Gesù aggiunge “Voi non conoscete né me, né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”: il Dio d’Israele non sarebbe stato più raggiungibile né con lo studio, né con la preghiera, né con le assemblee nella Sinagoga e soprattutto tramite i riti del Tempio perché le modalità di approccio erano cambiate e ben pochi lo avevano capito e ne gioivano.

Proviamo a paragonare quanto avvenuto in questo passo alle parole di Giovanni nel primo capitolo del suo Vangelo: “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”(vv.11,12): un potere che prima non avevano e che qui viene ancora una volta respinto da persone cui null’altro importava se non mantenere vive tradizioni religiose e costumi privi di qualsiasi legame con Colui che già aveva detto “Voglio misericordia e non sacrificio”. Per loro, era meglio continuare così, ignorando il messaggio di chi “non è il Dio dei morti, ma dei viventi”(Matteo 22.23).

Infine l’ultimo verso della nostra lettura è “E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora”: potrebbe sembrare una ripetizione visto che Giovanni lo aveva ricordato altre volte; in realtà specifica questo a testimoniare che chi è lontano da Dio può desiderare tante cose, persone, cose o fatti, ma è del tutto impotente ad agire. Certo, in questo caso ci troviamo di fronte ad un avvenimento che era stato stabilito, concordato dal Padre e dal Figlio, ma non stava certo agli uomini determinare il quando e il come.

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