17.23 – VI PRENDERÒ CON ME (Giovanni 14. 3,4)

17.23 – Verrò di nuovo e vi prenderò con me (Giovanni 14.3,4)

 

3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via.

 

L’ “andare” di Gesù è qualcosa di profondamente personale, che gli appartiene, che solo Lui poteva fare perché, ricordando ancora le parole “dove vado io, voi non potete venire”, si riferiscono ad un’opera che nessun discepolo avrebbe mai potuto compiere, altrimenti non avremmo “un solo mediatore”: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1 Timoteo 2.5).

Quindi, secondo i versi oggetto di riflessione, sono quattro le azioni che Gesù avrebbe dovuto compiere: andare, che implica tutto il percorso di sofferenza dall’arresto alla morte in croce per poi risorgere e salire al cielo, preparare un posto, espressione che ci parla dell’attesa che il numero di quanti hanno il proprio nome scritto nel libro della vita si compia: è un modo che, parlando agli Undici, ha Gesù di descrivere la cura che ha per ciascuno di coloro che credono perché il lungo – in termini umani – lasso di tempo che intercorre fra l’andare, il preparare il posto e il tornare, contiene l’idea di Uno che non sta fermo, non seduto nella gloria del Padre ad attendere che i tempi da Lui stabiliti sulla terra si compiano, ma un’attività incessante vista nella preparazione di un luogo per i credenti, che poi è l’intercessione.

Infatti leggiamo in Ebrei 7.22-28: “…Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore. Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero perché la morte impediva loro di durare a lungo. Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza, ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre”.

Cerchiamo di commentare brevemente questo passo, che si riallaccia a diversi altri che abbiamo citato in particolare quando abbiamo affrontato il sangue di Gesù e quello dei sacrifici: qui l’Autore della lettera agli Ebrei pone ancora una volta a confronto il sacerdozio dell’Antico Patto a quello del Nuovo. Se allora il sacerdote era un semplice uomo deputato a intercedere fra Dio e gli uomini tramite l’esercizio del suo mandato e compito, ora non è più così. Se un tempo esisteva il sommo sacerdote che andava oltre ai compiti ordinari degli altri (sacerdoti), il solo a poter entrare nel santuario una volta all’anno, ora qualunque essere umano ha un altro sommo sacerdote “santo, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”, quindi “Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinti 1.24). Capiamo chi è garante per noi in cielo? Attenzione perché quello di Cristo non è un ruolo che si può confondere e scambiare con qualcun altro, come purtroppo ha fatto e fa la Chiesa di Roma che, accanto al Salvatore, ha posto e pone altre entità umane viste nella Madonna e i Santi, esseri umani vissuti con tutti i loro limiti (come noi) e che non possono né potranno mai competere con la persona e l’opera di Gesù, “unico mediatore fra Dio e gli uomini” come abbiamo letto.

E “mediare” deriva la latino “médius” cioè “che è nel mezzo, si frappone”: da un lato abbiamo l’uomo, reso imperfetto, soggetto a malattie, con la mente inquinata dal suo attaccamento alla terra da cui proviene, e dall’altra Dio Padre, questo essere Totale, Assoluto e Perfetto, Creatore dell’universo (infinito per noi, ma non per Lui) nel quale tutto si compendia, purtroppo incompatibile con la nostra condizione a meno che non intervenga l’unico legittimato ad assolvere il compito, appunto, di mediatore. Affiancare altri a quest’opera che appartiene esclusivamente a Lui, significa assumersi una responsabilità spirituale enorme e della quale purtroppo si dovrà rendere conto. Con questo non intendo mettere in discussione le qualità morali e spirituali di Maria e dei Santi, ma porre in evidenza il fatto che, in quanto esseri umani, per l’imperfezione data dalla loro stessa natura non possono né potranno mai avere un ruolo mediatorio presso il padre né comunque coadiuvarLo in alcunché, essendo comunque dei salvati per grazia – a prescindere dai meriti – e quindi membri della famiglia di Dio. Ricordiamo Maria, che disse “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Luca 1.46,47), dichiarandosi in tal modo peccatrice come tutti i suoi simili e di aver bisogno di essere salvata.

Nel preparare “un posto”, quindi, abbiamo fondamentalmente questa attività, competente solo al Signore Gesù Cristo perché ha sparso un sangue “più eloquente di quello di Abele” (Ebrei 12.24), cioè del primo sangue innocente sparso da un uomo. In proposito ricordiamo che il primo sangue sparso in assoluto fu quello degli animali – innocenti – che fornirono le “tuniche di pelli” con cui Dio rivestì Adamo ed Eva (Genesi 3.21) e poi quello di Abele. Entrambi gridano il danno provocato dal peccato che ha interrotto la comunione perfetta prima di allora esistente fra Creatore e Creatura, responsabile della vita in quel giardino.

Concentrandoci però sul sangue del secondogenito di Eva, sparso dal fratello gemello(?) Caino, di cosa parla? Dell’innocenza di chi sceglie di porre il Signore alla base della propria vita e dell’odio da parte di chi prova sentimenti opposti, come fu per Gesù uomo che però, a differenza di Abele, spargendo il proprio sangue provocò come conseguenza la vita eterna per tutti coloro che avrebbero creduto il lui, mentre il sangue di Abele non ha mai salvato nessuno. Ecco perché abbiamo letto “più eloquente”.

 

Tornando ai versi in esame, terza e quarta espressione sono “verrò di nuovo” e “e vi prenderò con me”: sono azioni che danno l’impressione di fondersi in una sola. Il “Verrò di nuovo” non è un mistero per nessun credente e, oserei dire, per chiunque abbia letto i Vangeli anche solo distrattamente: sono infatti tante le parabole che parlano dei ritorno di un “padrone di casa” o di un “uomo potente”. Perché non è solo la vita ad avere un termine, ma qualunque cosa. Guardando al singolo essere umano, ha un termine la giovinezza, la sua eventuale bellezza, la salute. Tutto, dal giorno che risolve nella sera agli affetti più cari, se ne va: possiamo goderne per un tempo più o meno lungo, ma dovremo lasciarli. Allo stesso tempo il “Verrò di nuovo” di Gesù segnerà la fine di quel periodo di attesa che davvero in tanti hanno atteso e attendono proprio grazie all’opera enorme degli Evangelisti che hanno lasciato testimonianza delle parole di Nostro Signore.

“Verrò di nuovo” a dispetto dell’opera titanica dell’Avversario che da sempre suscita falsi profeti e ideologie a sostegno della negazione della persona e opera di Cristo a vantaggio di una presunta autonomia; tutto quanto fa l’uomo oggi contiene questo messaggio, lo constatiamo in ogni campo.

Ancora, la promessa del ritorno non fu detta solo da Gesù e dagli Apostoli, ma anche dagli angeli presenti all’ascensione, quando “Essi – i discepoli – stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (Atti 1.10,11).

“Vi prenderò con me” non è solo la conseguenza della seconda venuta del Signore, ma anche del suo scopo finale, cioè “perché dove sono io, siate anche voi”: è una promessa sul già detto che si rinnova, ad esempio Giovanni 12.26,27: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”. Ancora, il prendere con sé è un esaudimento alla preghiera che Gesù farà storicamente da lì a poco quando dirà “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con le dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poiché mi hai amato prima della creazione del mondo” (Giovanni 17.24), amore quale perfetto esecutore delle aspettative del Padre che ha creato l’universo proprio quando il Figlio ha accettato il suo ruolo di Salvatore in previsione del dramma totale causato dall’infrazione di Adamo e sua moglie all’unico comandamento avuto.

Vediamo che le parole sono “Vi prenderò con me”, “vi” nel senso di “voi” e non altri, quindi il prendere con lui avrà lo scopo non tanto di risparmiare alla Chiesa dalle sofferenze, ma dalla condivisione della maledizione riservata a coloro che, dopo aver rifiutato ogni messaggio o pensiero di ravvedimento, vorranno dimorare nel proprio peccato. Ricordiamo le parole dell’Apostolo Paolo in 1 Tessalonicesi 4.16-17, “Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”.

C’è un ritorno di Gesù per rapire la Sua Chiesa e c’è un ritorno per giudicare il mondo, quello di cui parlarono gli angeli ai discepoli presenti all’ascensione: “Il Signore uscirà e combatterà contro quelle nazioni, come quando combatté nel giorno della battaglia. In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente e il monte degli Ulivi si fenderà in due, da Oriente a Occidente, formando una valle molto profonda; una metà del monte si ritirerà verso settentrione e l’altra verso il mezzogiorno. (…) Verrà allora il Signore mio Dio con tutti i suoi Santi” (Zaccaria 14.3-5).

“Perché dove sono io siate anche voi” è una frase che risarcisce e ristora, credo da sempre, quanti vivono in un mondo di cui non condividono nulla, non gli ideali, non le strategie, lo stile di vita, neppure la natura che viene costantemente oltraggiata e vilipesa assieme ai suoi esseri viventi.

“Perché”, poi, ci rivela tutto lo scopo della vita di Gesù sulla terra, dalla Sua nascita alla Sua morte e risurrezione: una volontà di condivisione, “dove sono io siate anche voi”, dalla quale emerge ancora una volta tutta la gratuità del suo amore.

Ancora, l’essere dove è Lui è promessa di riappropriazione di tutto quanto ci è stato indebitamente tolto dall’Avversario che cesserà di esercitare attrazione, influenza e potere in quanto non esisterà più, essendo stato gettato “nello stagno di fuoco e di zolfo” (Apocalisse 20.10) assieme alla bestia e al falso profeta (19.20) e ai “vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori” (21.8).

“Dove son sono io”, un territorio esente da tutto ciò che non proviene da Dio in cui abbiamo creduto e che attendiamo, che non è irraggiungibile per nessuno perché quando Gesù disse “E del luogo dove io vado, conoscete la via”, non fu una frase che gli Undici tennero per loro, ma la divulgarono unitamente a tutta la dottrina della salvezza, in ossequio al mandato ricevuto di predicare “Il Vangelo ad ogni creatura per tutto il mondo” (Marco 16.15). Perché è Lui la via, la verità e la via che conduce al Padre (Giovanni 14.6). E il Padre è un tutt’uno con Lui. E noi, “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”, vivremo nell’eternità con loro. Amen.

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