14.23 – QUATTRO DISCORSI DI GESÙ III: FEDE E UMILTÀ (Luca 17.5,6)

14.23 – Discorsi 3: fede e umiltà (Luca 17.5,6)

 

 

5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: 6«Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.

 

Sembra strano, eppure, almeno per me, il verso cinque rappresenta un problema perché le ipotesi sono due: o Luca qui riferisce un insegnamento di Gesù avvenuto in un secondo momento rispetto al contesto fin qui rappresentato, oppure, soprattutto tenendo conto di altre traduzioni che riportano “Allora gli apostoli dissero al Signore”, la loro richiesta “Accresci in noi la fede” proveniva dalla consapevolezza di quanto fossero distanti dal comprendere le dinamiche spirituali che venivano loro proposte. Ed effettivamente lo erano, perché lo Spirito Santo non era ancora sceso su di loro. Ancora era possibile che fossero intimoriti dal discorso sugli scandali ed avessero capito che, senza restare uniti a Lui, avrebbero potuto commetterne. ChiedendoGli di accrescere la fede in loro, allora, dimostrano di aver capito che possederla pienamente era il solo modo per camminare correttamente in Lui. Ricordiamo le parole “Ora senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano” (Ebrei 11.6). Importante in proposito quanto scrive un fratello: “La religione non può piacere a Dio perché è essenzialmente un sistema sviluppato da Satana per contrastare la verità”. Essa infatti non possiede fede, ma credenze indimostrabili se non tramite manifestazioni assolutamente umane, o miracoli costruiti artificiosamente, o ancora preparati dall’Avversario che è in grado di farne. Infatti “Anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere” (2 corinti 11.14,15). Ed è cosa che possiamo notare quotidianamente. Anche il Cristianesimo, quindi, se viene inteso come pratiche, riti, credenze e dogmi cui aderire incondizionatamente, può diventare religione e dar luogo a profonde inconcludenze e superstizioni.

La fede è qualcosa che viene provata, come fu per Abrahamo di cui è detto “Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio” (Romani 4,19,20) e sappiamo che fu proprio la fede a giustificarlo davanti al signore: “Abrahamo credette a Dio e ciò gli fu imputato a giustizia” (v.4).

Ora gli apostoli – interessante notare che non furono i discepoli – capiscono che non avrebbero mai potuto, senza fede, mettere in atto compiti tanto contrari all’istinto umano come il perdonare senza una forza-dote interiore che sapevano di avere in misura infinitesimale, anzi, fu proprio il concetto del perdóno che li mise in imbarazzo, proprio loro che erano stati inviati da Gesù che “diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni infermità” (Matteo 10.1). Pensiamo: gli Apostoli che, tornando dalla loro missione, avevano portato al Maestro un rapporto entusiasta delle loro attività – ricordiamo le parole “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Luca 10.17) ma che in un caso fallirono perché non sapevano che “questa razza di demòni non esce se non mediante preghiera e digiuno” (Matteo 17.21) – sanno di non avere fede sufficiente per arrivare a gestire il perdóno e chiedono aiuto. Piccolo inciso sul verso appena ricordato: la parola “digiuno” è frutto dell’aggiunta probabilmente di un monaco copista che volle inserirla per rafforzare una sua credenza.

Ecco allora che la risposta di Gesù che andiamo ad analizzare, “Se aveste fede quanto un granello di senape…” non è un rimprovero a significare che ne erano sprovvisti o una frase tesa ad umiliarli, ma è piuttosto un’affermazione come quella che troviamo in Marco 9.23, “Tutto è possibile a chi crede”. Sottolineiamo che queste parole furono rivolte al padre di quel ragazzino epilettico che i discepoli non avevano potuto guarire, il quale rispose “Credo; aiuta la mia incredulità”: una disperata richiesta di intervento, l’ennesima che un uomo consapevole dei propri limiti gli rivolse e quel poco di fede che aveva fu sufficiente a far sì che il figlio fosse guarito.

Come fosse la fede degli apostoli la vediamo sempre nello stesso episodio: “Allora i discepoli – presumo i dodici stante l’incarico ricevuto – si avvicinarono a Gesù in disparte e gli chiesero: «Perché non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là» ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17.19,20). La fede quindi c’era, ma era “poca”, non sufficiente in quel caso perché legata al quotidiano, al contingente, distratta dal vivere camminando sulla terra, guardando l’orizzontale, tutti elementi che contaminano e spesso sfiniscono, prostrano. Ma abbiamo letto “nulla vi sarà impossibile”, naturalmente sotto la prospettiva spirituale, ai risultati. E qui pensiamo a tutte le manifestazioni dello Spirito narrate nel libro degli Atti.

Vediamo ora un po’ più da vicino cosa si intende per “fede” perché darne una definizione è impossibile stante le due sfaccettature. L’apostolo Paolo in Ebrei 11.1 scrive che è “certezza delle cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” e per sviluppare queste parole non basterebbero dei libri. Possiamo dire che la fede nasce in una persona e si sviluppa col tempo a patto di coltivarla e di vivere secondo la Parola, ma la sua base, risolto il problema della ricerca di Dio in quanto trovato, consiste nella certezza – non forzata né forzosa – che sia solo Gesù, il Cristo, a risolvere il problema dell’essere umano riguardo alla propria destinazione finale. Ma poiché vita futura e presente formano un tutt’uno, è certezza di soluzione di qualunque situazione nella quale possiamo venirci a trovare. Non si può scrivere un manuale sulla fede: è consapevolezza, attesa, certezza, preghiera, realizzazione spirituale, è cammino fatta di cadute e di risollevamenti.

Questa, il possesso della fede, fu la caratteristica che permise ai contemporanei di Gesù di venire da lui ascoltati e guariti. Egli infatti non risolse i problemi umani di chiunque, ma solo di quanti si accostavano a lui riconoscendoLo come loro unica fonte di salvezza. Pensiamo al tristissimo commento che fanno gli evangelisti in merito alla visita a Nazareth, quando scrivono che, a parte la guarigione di poche persone malate, non poté fare miracoli “per la loro incredulità”.

Vediamo però la fede operante nel centurione di Capernaum, quando Gesù disse “In verità io vi dico, non ho trovato nessuno in Israele con una fede così grande” (Matteo 8.10), nel paralitico e nei suoi amici che, pur di avere guarigione, giunsero a produrre un’apertura nel tetto della casa e in davvero molti altri casi.

Questa è la fede che potrebbe definirsi “di primo grado”, quella che serve alla persona per avere la cittadinanza celeste, ma poi arriva quella operante, che Gesù chiama in causa nel nostro verso, la stessa che, venendo a mancare, fece sprofondare Pietro nell’acqua: dalla lettura dell’episodio vediamo che fino a quanto in lui rimasero impresse le parole del suo Maestro, “Vieni”, ed accoglierle fu per lui naturale, non successe nulla di spiacevole; quando però vide “che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»” ( Matteo 14.30,31).

Non oso pensare a quanto Pietro si ritrovò umiliato, anche per il tono di voce e soprattutto lo sguardo di Gesù: aveva iniziato nel migliore dei modi, ma poi la propria umanità non poté fare a meno di emergere. E noi facciamo la stessa cosa, vediamo “che il vento” è “forte”, cioè prendiamo atto che tutti gli elementi che ci circondano creano le premesse per un’impossibilità che si verifichi un fatto del genere. Eppure saremmo in grado di camminare sull’acqua, di spostare le montagne, di dire “a questo gelso – mal tradotto, poiché era un sicomoro – «Sràdicati e vai a piantarti in mare», ed esso vi ubbidirà”.

Ecco la fede cui Nostro Signore faceva riferimento, quella pratica come conseguenza di un mandato ricevuto. Credo che qui Gesù parli agli apostoli, ai portatori del Vangelo e non ai credenti indistintamente, come possiamo prendere atto da Giovanni 14.12: “In verità in verità io vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”. Il riferimento alle “opere più grandi” non è riferito ai miracoli (che comunque ci furono), ma alla predicazione, alla conversione dei molti che sarebbero venuti il cui numero sicuramente oltrepassa quello di quanti credettero alla predicazione di Nostro Signore mentre era nel corpo.

La frase sullo spostare le montagne e sul sicomoro piantato nel mare è allora non tanto un rimprovero come ve ne furono molti sulla poca fede, ma un invito a valutare noi stessi su quanto realmente la nostra vita terrena influisca negativamente su quella spirituale: le interferenze come quelle che distolsero Pietro dal camminare sull’acqua non sono costituite soltanto dalla presa d’atto che c’è “vento”, ma da tutto ciò che è contaminante provenendo dalla terra e distrae dall’esercizio libero della fede che, altrimenti, non avrebbe ostacoli. Non so spiegarmi diversamente il concetto di “fede” qui utilizzato perché tanto i dodici quanto i discepoli la dimostravano quotidianamente avendo rinunciato a starsene nella quiete delle loro case e al loro tranquillo inserimento nella società del tempo: chi glielo faceva fare, se non l’avessero avuta?

Ecco allora che con gli esempi fatti Gesù intende passare ad un altro livello, quello che porta – vista la distanza con cui pratichiamo non tanto la “fede”, ma quella “fede” – al concetto del “niente è impossibile a chi crede”. La fede non ha e non può avere limiti salvo quelli che noi le imponiamo con la nostra carnalità, e questo lo vedo purtroppo tutti i giorni, naturalmente guardando a me stesso e alla mia immaturità. Ecco perché sgorgò la preghiera “Accresci in noi la fede”! Di fronte alle manifestazioni dello Spirito, i discepoli si trovarono distanti, anche molto. La “poca fede” non solo ci impedisce di trascendere, di non avere limiti, ma anche di fraintendere in modo colossale quel Gesù sempre presente che a volte riteniamo dorma sulla nostra barca col mare in tempesta. Anche lì, quando succede, è perché guardiamo verso il basso ed il fatto stesso che a volte sia così ed altre, nella stessa situazione, avvenga l’esatto contrario è proprio dovuto alla nostra carne che a volte è mortificata ed altre vorrebbe avere il sopravvento.

Ecco perché, nella solitudine apparente del nostro stare davanti a Dio, dobbiamo fare la stessa preghiera che Gli rivolsero i Suoi, “Accresci in noi la fede!”; sapevano che solo lui lo poteva fare e chissà se si ricordarono di quanto aveva detto loro un giorno: “Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a coloro che gliele domandano!” (Matteo 7.9,10). Amen.

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