17.20 – LE PAROLE A PIETRO I/II (Giovanni 13.36-38)

17.20 – Le parole a Pietro I/II: l’annuncio del rinnegamento (Giovanni 13.36-38)

36Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37Pietro gli disse: Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!» 38Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

La cena pasquale di Gesù coi Suoi finirà ufficialmente con le parole di Marco 14,26, “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi”, praticamente identiche in Matteo 26.30. Possiamo quindi affermare che, una volta passato e bevuto dal quinto calice non previsto dalla celebrazione ordinaria, inizia la parte per così dire finale dello stare con i discepoli nella sala che si concluderà “l’inno”, il Salmo 118.
Ora, a conferma che gli Evangelisti non vollero esporre i dialoghi con gli Apostoli come stendendo un ordinato verbale (cosa che avrebbero potuto fare), confrontiamo il passo in esame con Marco 14.27-31: “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire conte, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure gli altri”.
Alcuni commentatori hanno sostenuto che questi discorsi ebbero luogo nel tragitto fra la sala e il Monte, ma ciò non è sostenibile perché Giovanni (18.1) scrive: “Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì coi suoi discepoli”, dove “queste cose” allude a tutta una serie di discorsi pienamente conclusi e che nel tragitto fra i due luoghi vi furono senz’altro dei dialoghi, ma nessuno ritenne opportuno riportarli.

Pietro chiede dunque a Gesù dove andasse e perché non poteva seguirLo: questa domanda sgorgò spontanea quando sentì “Dove io vado, voi non potete venire” e dimostra una forte ingenuità o quanto meno un attaccamento al presente dell’Apostolo, non avendo compreso né trattenuto le parole rivolte a lui e agli altri quando, tempo addietro, “… Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Matteo 16.21).
La risposta di Nostro Signore è interessante perché sapeva benissimo che ciò che animava Pietro era il risentimento di colui che si sente escluso, un po’ come un bambino quando gli viene impedito di fare qualcosa: “per ora” e “mi seguirai più tardi” sono espressioni che avrebbero potuto calmare qualunque pretesa di immediatezza, ma non furono ascoltate. Quando parla la carne, l’ascolto è impossibile, soprattutto l’attesa ad esso collegata, l’accettazione del fatto che Dio ha sempre per l’uomo un piano diverso da quello che lui si prefigge, che la creatura riassume nel detto “potere è volere” o viceversa. Invece “Ci sono molti disegni nel cuore dell’uomo, ma il piano del Signore è quello che sussiste” (Proverbi 19.21) e raramente i due sono coincidenti. Ancora, “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Isaia 55.8,9). Ricordiamo, quanto ai progetti umani che non tengono conto della Parola di Dio, il ricco stolto che, euforico per i beni accumulati, disse “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti. Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?»” (Luca 12.19,20)
Ascoltare è qualcosa che, per l’uomo naturale, è qualcosa di difficile e faticoso perché, per poterlo fare, deve mettersi in secondo piano rispetto al suo interlocutore e questo vale ancora di più per oggi, in cui viviamo nella cultura del “dire”: l’uomo non solo parla perché deve sempre e comunque far valere le proprie ragioni, ma perché deve portare avanti se stesso perché gli altri non sono importanti, parla pur di farlo anche quando non viene ascoltato dalla controparte, senza fermarsi neppure di fronte al chiaro disinteresse di chi gli si trova di fronte. Questo perché si ignora cosa sia effettivamente il dialogo, letteralmente “attraverso le parole”. Ha scritto un amico: “Dialogare significa confrontarsi su idee diverse e nella Grecia antica era una vera e propria arte. Oggi non è più così e chi ha idee diverse dalle nostre viene in automatico etichettato come nemico dal nostro sistema di difesa, portandoci a emettere pregiudizi che in breve tempo diventano giudizi conclamati”.

L’ascolto implica sempre, prima di un’eventuale risposta, un’attenta riflessione di ciò che è stato detto, cosa che Pietro qui non fa perché non chiede al Suo Maestro cosa intenda con “per ora” e “mi seguirai dopo”.
L’ascolto è qualcosa che l’uomo naturale, o il credente carnale, chiede e pretende dagli altri, ma quando tocca a lui si scansa; anzi, nella preghiera non spirituale la tendenza è sempre quella di presentare davanti a Dio le proprie necessità senza essere disposti ad ascoltare una risposta diversa da quella che ci si aspetta, senza chiedersi se, prima di pregare, si è fatto tutto quel particolare inventario che fondamentalmente consiste nel chiedersi se si è a posto di fronte a Lui (o quantomeno con la propria coscienza) a fronte delle azioni commesse.
Davide nel suo Salmo 142 scrive “Ascolta la mia supplica, perché sono così misero!” (v.7), quindi si accosta a Dio in preghiera premettendo la propria fragilità di uomo anziché la sua condizione di futuro re e detentore delle promesse ricevute. In quelle parole non esiste orgoglio o presunzione, ma la lettura del suo vissuto e del proprio esistere.
Indicativa sull’ascolto sono le parole che seguono la vicenda dell’adolescente dissennato che cede alle lusinghe della prostituta: “Ora, figli, ascoltatemi e fate attenzione alle parole della mia bocca. Il tuo cuore non si volga verso le sue vie, non vagare per i suoi sentieri, perché molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime” (Proverbi 7.24-26). E qui la prostituta è figura della forza di attrazione che ha la carne che impedisce di considerare vie diverse dalle sue.
Pietro non poteva ancora capire che in quel momento Gesù gli stava dicendo che entrambi sarebbero andati nello stesso luogo, ma in tempi diversi e penso che con quel “mi seguirai più tardi” il Signore abbia fatto riferimento non solo al Suo Regno, ma anche al martirio già a lui annunciato con la frase “«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio.” (Giovanni 21.15-19). Come avremo modo di vedere, il tendere le mani e il cingere la veste non alludono ad una vecchiaia disfunzionale per cecità o incapacità di vestirsi da solo, ma al metodo romano della crocifissione, quando il condannato veniva costretto a camminare con le braccia tese in avanti per portare il legno che veniva messo sulle spalle. È tradizione molto antica che Pietro subì il martirio sotto Nerone tra il 64 e il 67.
Una nota a margine, ma comunque indicativa, va stesa sulla data della sua morte, fissata il 29 giugno non perché fosse reale, ma perché la Chiesa di Roma, così come avventuro per il Natale di Gesù fissato al 25 dicembre festa del dio Sole, la fece coincidere con i festeggiamenti pagani in onore del dio Quirino, antica divinità sabina collegata a Romolo. Allora quella Chiesa sostituì il giorno del fondatore di Roma, Romolo col fratello Remo, con quello del fondatore di quella potente Chiesa locale, appunto attribuita a Pietro. Ecco perché a Romolo e Remo “corrispondono” Pietro e Paolo nel senso che si ricorda la morte di entrambi in quella data.
Torniamo però alla domanda “Perché non posso seguirti?” e il sostenere che avrebbe dato la propria vita per il Maestro: non si tratta di un intervento volto a chiarire il motivo dell’impossibilità a seguirlo, ma è qualcosa che ha uno scopo diverso, come lo sono tutti quei moti generati dall’ignoranza, dall’incomprensione e dell’egocentrismo. Personalmente intravedo anche un tentativo manipolatorio visto nella frase “darò la mia vita per te”, cioè una sorta di ricatto affettivo a dire che, se Gesù non lo avesse portato con sé, sarebbe stato un ingrato.
Da notare anche il divario estremo sul comportamento di questo Apostolo che nella carne sosteneva l’impossibile (infatti Lo rinnegherà), ma sotto la guida dello Spirito, come già segnalato in una precedente riflessione, non temerà né le frustate del Sinedrio, né la prigione, né la morte violenta per crocifissione, pare avvenuta testa in giù dietro sua richiesta.
Tornando al nostro episodio, Pietro è assolutamente convinto di quello che dice, come tutti gli altri perché abbiamo letto che quando disse “«Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò», lo stesso dicevano tutti gli altri”, quando poco tempo prima, di fronte all’annuncio che fra di loro vi era uno che lo avrebbe tradito, “…profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io?»” (Matteo 26.22), nessuno escluso perché Marco aggiunge “uno dopo l’altro” (14.19) quindi certezza incrollabile da una parte, dubbio dall’altra.
Purtroppo, sopravvalutare le proprie forze è una cosa che facciamo spesso e questo succede quando riponiamo una fiducia eccessiva in noi stessi, non ci conosciamo abbastanza sia a livello spirituale che naturale. Pietro era lì, a manifestare il suo amore sincero per il Maestro, impegnandosi con una promessa che non poteva fare e prontamente abbiamo l’intervento di Gesù che ne ripete le parole, ma aggiungendo un punto interrogativo, a dirgli “pensa a quello che dici”. In realtà l’Onnisciente, perfetto conoscitore dell’uomo, Colui che gli aveva parlato per primo in Eden alla Sua creatura trasmettendole l’unico comandamento che avrebbe dovuto osservare assieme a sua moglie per vivere nell’innocenza e nella perfezione della comunione con Dio, sapeva che l’Apostolo che gli prometteva fedeltà fino alla morte lo avrebbe rinnegato: “In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu mi abbia rinnegato tre volte”, cioè di lì a poche ore perché qui Gesù allude a una delle veglie della notte chiamata appunto il “canto del gallo” che durava dalla mezzanotte alle tre del mattino. Marco addirittura cita anche il primo canto, quello che si sentiva attorno alla mezzanotte: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai” (14.30).
È per me bello pensare che qui Gesù parla non tanto a Pietro come persona, ma al suo orgoglio, alla sua irruenza che lo contraddistingueva dagli altri; non lo rimprovera, ma lo mette davanti alla sua condizione di essere umano a tal punto che, sapendo il dolore che avrebbe provato all’udire quel canto dopo il rinnegamento, gli dirà “Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22.32), un incarico particolare che preannuncia il fatto che l’Apostolo diventerà un punto di riferimento per la Chiesa di Gerusalemme e non solo, con Giacomo e Giovanni (Galati 2.9).
Ancora, vedremo che proprio Nostro Signore si interessò personalmente dell’apostolo dicendogli “Satana ha chiesto di vagliarvi, come si vaglia il grano. Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno” (Luca 22.31, 32) perché, come scrive l’Apostolo Paolo in Ebrei 4.15, “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato”.
Gesù sa chi siamo. Di noi conosce le debolezze, il carattere, tutto ciò che abbiamo vissuto e il perché dei nostri inciampi. Eppure, nonostante tutto questo, ha affrontato il Suo sacrificio ed è andato a prepararci un posto. Amen.
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