17.44 – Quando verrà il Paraclito (Giovanni 15.26)
26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Squisitamente dirette agli Undici, su cui graverà tutta la responsabilità della testimonianza e formazione della prima Chiesa, queste parole attestano la cura assoluta che Gesù riversò nell’assistere e formare i Suoi, con Lui “fin dal principio”, cioè dall’inizio del Suo ministero, che poi è la caratteristica propria dell’Apostolo la cui funzione non è trasmissibile.
Quella della non trasmissibilità del ruolo è un punto fondamentale perché si tratta di una condizione unica il cui requisito primario è quello di portare proprio la testimonianza, come abbiamo letto, di chi è stato con nostro Signore “fin dal principio”, testimone di avvenimenti e soprattutto dei Suoi insegnamenti; se così non fosse gli Undici, venendo a mancare uno di loro dopo il suicidio di Giuda Iscariotha, non avrebbero mai chiesto in preghiera un segno per poter inserire un sostituto: disse Pietro parlando ai 120 (12×10) credenti in Gerusalemme: “Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione». Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava». Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.” (Atti 1.21-28).
È importante considerare in proposito tre elementi il primo dei quali è il criterio adottato per la scelta del nuovo apostolo che, come gli Undici, doveva essere con loro “dal battesimo di Giovanni”, quando vi fu la voce di Dio dal cielo, all’ascensione. Secondo, Pietro, comprendendo che non avrebbe mai potuto scegliere in base a un criterio personale né tantomeno a caso fra due candidati, pregò il proprio Maestro perché rivelasse la Sua volontà in modo indiscutibile secondo un metodo che oggi può far sorridere, ma che in realtà era basato sulla promessa che Gesù stesso aveva fatto ai Suoi proprio a conclusione dell’ultima cena che stiamo esaminando, e cioè “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto” (Giovanni 15.7), “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, perché tutto ciò che chiederete al Padre ve lo conceda” (16), “Se mi chiederete qualcosa nel mio Nome, io la farò” (14.14). La metodologia adottata dall’apostolo Pietro fu allora limitata a quel tempo ed è il motivo per cui è quantomeno poco serio che oggi un credente la impieghi quando deve effettuare una qualsiasi scelta.
Infine, riguardo all’essere con Gesù “fin dal principio”, va fatta qualche considerazione sul numero dodici, risultato della moltiplicazione del 3 col 4. Vero è che lo stesso può dirsi del 2 col 6, ma si tratta di cifre limitate che hanno riferimento con l’imperfezione e per questo non le considererò. Il tre è il numero di Dio ed il quattro, come già scritto tante volte, è quello dell’uomo per il cui dodici è un attestato del Creatore sulla propria approvazione perché l’essere umano possa realizzare il Suo piano. Ecco perché abbiamo dodici tribù di Israele e altrettanti apostoli, ma anche molti altri dati che possiamo raccogliere andando a cercare i versi in cui questo numero compare; possiamo citare l’organizzazione delle classi dei cantori (1 Cronache 25), quelle dei sacerdoti con il 24 suo primo multiplo (cap. 24) e tanti altri.
Nel Nuovo Testamento allora assumono particolare significato non solo gli anni di Gesù quando rimase nel Tempio (Luca 2), ma quelli della figlia di Jairo da Lui risorta (Marco 5.42), gli anni di infermità della donna affetta da perdite di sangue che la rendevano costantemente impura (Matteo 9.20), le ceste piene di avanzi dopo il miracolo dei pani e dei pesci (Matteo 14.20).
Anche questo numero ha la caratteristica di rimanere inalterato nel tempo attraversando le dispensazioni, ma ancor più di proseguire nel mondo tanto terreno che spirituale; pensiamo ai 144.000 servitori segnati dalle tribù di Israele (12.000×12) (Apocalisse 7.3-8), la corona di stelle sopra il capo della “donna vestita di sole, con la luna sotto ai suoi piedi” (12.1) e infine la Gerusalemme celeste di cui è scritto che “È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.” (21.12-14).
Ai Dodici apostoli, numero ricostituito con l’aggiunta di Mattia, ve ne fu un altro che operò anche se in modo differente, e cioè Saulo di Tarso, poi divenuto Paolo: lui stesso si definisce in tal modo in Romani 1.1 “apostolo per chiamata”, in 1 Corinti 1.1 “chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” e in altri passi; ricordiamo anche, come già rilevato, che Paolo fu l’unico ad essere ammaestrato direttamente da Dio (2 Corinti 12.2).
La frase “anche voi mi darete testimonianza, perché siete con me fin dal principio”, è una promessa stupenda che proietta coloro che erano con Gesù in quel momento e luogo nel futuro e nella responsabilità: avrebbero finalmente capito, rammentato ogni Sua parola rendendoli testimoni certi di tutti gli insegnamenti ricevuti e di tutto ciò cui assisterono quando il loro Maestro era nel corpo. Ciò che rileva è che non si trattò di un mero ricordo, ma dell’intervento dello Spirito senza il quale avrebbero continuato a non comprendere quelle parole che, col tempo perché così è la memoria umana, avrebbe reso tutto sbiadito e incerto.
Nostro Signore stesso dice loro “Quando verrà il Paràclito”, tradotto anche con “consolatore”, che dal greco “paràkletos” significa anche “difensore, avvocato, aiutante, intercessore, evocato” a testimonianza delle funzioni che avrebbe avuto e che tempo addietro è stato evidenziato come avrebbe potuto intervenire solo quando Gesù avrebbe lasciato la terra. Lo Spirito Santo, poi, è chiamato anche “lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Giovanni 14.17), per non parlare di 16.13, “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”.
Ecco allora che l’opera dello Spirito, allargando la visuale, consiste nella guida alla verità non solo di ciò che è scritto, ma anche nell’interpretazione corretta del tempo in cui vive il cristiano vista nella frase “vi annuncerà le cose future”, altro elemento di applicazione della libertà di cui godiamo come credenti, liberi dalle influenze di un mondo che vorrebbe condurre tutti alla perdizione.
Del Paràclito Gesù afferma due cose e cioè “che io vi manderò dal Padre” e che “procede dal Padre” non perché sia il Padre il depositario di Esso, ma sia in quanto il Figlio era ancora in un corpo di carne, sia perché l’artefice della creazione a livello di progetto apparteneva comunque al Lui. Se così non fosse stato, non troveremmo nel Nuovo Testamento espressioni come “Lo Spirito di Cristo” (Romani 8.9: “Se uno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”) “Lo Spirito del suo Figlio” (Galati 4.6), “lo Spirito di Gesù Cristo” (Filippesi 1.19) e altre, tutte riferite a Lui.
Un altro aspetto su cui tendiamo a sorvolare è anche quello della scrittura: i Vangeli, le lettere e l’Apocalisse non furono redatti quando nostro Signore era in vita, ma anni dopo il Suo ritorno al Padre e la conseguente discesa dello Spirito sui centoventi riuniti a Gerusalemme, per cui ha fatto sì che i vari Autori lasciassero una testimonianza assoluta, esente da interpretazioni o idee personali depositate per tutti coloro che se ne sarebbero voluti appropriare.
E, ancora una volta al di là della contingenza di quel tempo, anche questa è consolazione, rivolta a tutti coloro che non avrebbero vissuto alla presenza corporale di Gesù.
Altro spunto di riflessione riguarda il fatto che gli Undici sono chiamati “testimoni” (“anche voi mi darete testimonianza”), termine che si rifà a Deuteronomio 19.15 quando si tratta di accettare un fatto: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato”, che Gesù stesso cita in Matteo 18.16, “…perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”; qui la testimonianza viene affidata non a due o tre, ma a dodici persone, riguardo allo stretto presente di quel contesto, essendo comunque Mattia già operativo, per quanto non presente.
Da questo nucleo originario il numero delle persone in grado di confermare la reale esistenza dopo la morte di nostro Signore crebbe esponenzialmente, come in 1 Corinti 15.3-8 in cui leggiamo “che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. Di seguito apparve a più di cinquecento fratellli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”, cioè meritevole solo di essere distrutto.
Concludendo, lo Spirito da solo non avrebbe potuto far nulla, ma avrebbe avuto bisogno di uomini in grado di operare secondo la grazia che sarebbe stata loro data. E ai Dodici disse “In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele” (Matteo 19.28). E dei credenti, parlando dei tribunali pagani, l’apostolo Paolo scrive: “Quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita!” (1 Corinti 6.1-3)
Gesù allora, le parole che abbiamo brevemente esaminato, dona ai Suoi parole che avrebbero costituito un’indicazione assolutamente fondamentale per la loro esistenza in e con Lui. Amen.
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