17.47 – Molte cose ho ancora da dirvi (Giovanni 16.12-15)
12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
L’amore di Gesù verso i suoi trova nel verso 12 una delle conferme più luminose e testimonia la cura assoluta che riversò sulla loro istruzione. Ricordiamo che, nel corso del Suo Ministero quando predicava, aveva sempre fatto una selezione dei contenuti in base all’uditorio che aveva davanti: se prendiamo il sermone sul monte leggiamo parole chiare e concetti elementari (per lo meno nell’immediato) sulla Legge e come praticare un’ordinata profilassi della propria coscienza, ma qualora prendessimo il metodo da Lui adottato qualche tempo dopo, vediamo una situazione diversa riferita da Marco: “Con molte parabole dello stesso genere –il chicco di grano, il granello di senape e molte altre– annunciava loro la Parola, come la potevano intendere. Senza parabole non parlava loro, ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa” (4-33.34).
È interessante notare come Nostro Signore parlasse, tramite parabole, a tre tipi di persone: vi erano quelli che, volendo imparare da Lui, ascoltavano un messaggio figurato che potevano memorizzare facilmente e veniva compreso, per quanto in generale; al secondo gruppo appartenevano i Suoi detrattori, identificati negli scribi, farisei e loro seguaci che, abituati ad altri metodi di studio e indagine, non ne capivano il senso o lo rifiutavano a priori. Ricordiamo le parole di Gesù in proposito: “A voi -discepoli- è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, perché vedendo non vedano, e ascoltando non comprendano” (Luca 8.10).
Infine il terzo gruppo è chiaramente costituito dai discepoli, cioè dai Dodici e da un numero imprecisato di persone, uomini e donne, che lo seguivano. A loro era “dato conoscere” perché, elezione a parte, avevano già ascoltato la voce di Dio e scelto di seguirla. Leggiamo in Salmo 25.8-14 parole illuminanti al riguardo: “Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri -di spirito- secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti. Per il tuo nome, Signore, perdona la mia colpa, anche se è grande. C’è un uomo che teme il Signore? Gli indicherà la via da scegliere. (…) Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza”.
Ricordiamo anche che Gesù stesso ringraziò il Padre in preghiera perché aveva “nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11.25-27) e che, in adempienza alla promessa sullo Spirito della verità che giungerà ad annunciare le cose future, abbiamo le parole dell’apostolo Paolo in 1 Corinti 2.9-12, “Ma, come sta scritto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano», Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi infatti conosce i segreti dell’uomo, se non lo spirito che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato”.
Vediamo che i versi citati parlano di grazia verso l’uomo e di una reazione positiva: al “peccatore” viene indicata una “via da seguire”, al “povero” la via di Dio perché entrambi diventino dei custodi a seconda del dono e del piano che il Padre ha per loro.
Tornando al verso 12, vediamo che si raccorda direttamente alle parole che Gesù aveva appena pronunciato sul Paràclito: in quel momento gli Undici non avrebbero potuto né saputo “portare il peso” delle molte altre parole che il loro Maestro avrebbe voluto dire. Qui non si tratta di nuovi elementi che nostro Signore avrebbe voluto portare ai Suoi, ma piuttosto di uno sviluppo più completo di quelle verità che, fino a quel momento, erano state esposte ad uno stadio elementare. Le parole “Non siete capaci di portarne il peso”, oppure “Ma voi non le potete ora portare” secondo un’altra versione, stanno a indicare non una pigrizia mentale da parte dell’eventuale uditorio, ma una vera impossibilità strutturale perché il verbo qui utilizzato, βαστἀζειν, implica l’idea di un peso superiore alle forze di un individuo.
Questo ci consentirebbe di aprire una parentesi su quei “pastori” che, anziché pensare ad una crescita ordinata delle anime loro affidate spiegando loro il perché sia necessario un certo stile di vita, le caricano di precetti che, non tenendo conto delle capacità delle persone, portano al fallimento o a sofferenze senza motivo.
Gesù, quindi, si trattiene dal portare agli Undici altri concetti per non confonderli oltre; pensiamo alla reazione che ebbero alle parole “Un poco e non mi vedrete più, un poco ancora e mi vedrete” chiaramente riferite alla Sua morte e resurrezione: “Che cos’è questo «un poco» di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire” (16.18).
Nostro Signore, quindi, rispetta la condizione dei discepoli lì presenti: non li sgrida perché non potevano essere accusati di nulla essendo persone normali che, come già evidenziato in altri capitoli, avevano rinunciato ad una vita dignitosa (da un punto di vista umano) per seguirLo. Quello che mancava loro era l’illuminazione e la rivelazione che sarebbe giunta più avanti.
Credo che vada evidenziata, più che l’incapacità temporanea dei discepoli di portare il peso delle parole del Maestro, la Sua carità nel trattarli: conoscendoli, fornisce loro soltanto quegli elementi suscettibili a ricordo e sviluppo da parte dello Spirito Santo; questo è un esempio che viene fornito a tutti quei pastori di anime che hanno a che fare con persone soprattutto giovani, quasi sempre suscettibili ad entusiasmarsi e ad impegnarsi, anche spendendo molte delle loro energie, per un’ideale; stante questa caratteristica, è facile che questi associno le dinamiche delle fede con quelle di un qualsiasi altro credo e per questo, presto o tardi, inciampino molto seriamente in un percorso che, se non fosse stato loro indicato, avrebbero intrapreso spontaneamente più tardi, ma in modo più responsabile. Sarebbe anche opportuno che si archiviasse l’idea in base alla quale lo Spirito Santo si manifesti oggi allo stesso modo dei tempi degli Apostoli e che la Bibbia, sotto questo aspetto, sia un libro aperto a tutti: certo che lo è, ma questo vale per la salvezza di ciascuno e non per la comprensione immediata di quanto è in essa racchiuso.
Dobbiamo pensare che lo Spirito Santo agisce oggi in modo difforme da quello che troviamo nella Scrittura: lo abbiamo visto anche recentemente nella sorte caduta su Mattia, col dono dei linguaggi, coi miracoli che non sono più legati a una dimostrazione dell’essere un profeta o inviato di Dio, la vipera che morse Paolo e altri, per cui lo sviluppo della persona è molto più lento rispetto ai tempi di cui abbiamo cronaca. Avendo citato l’opera di Paolo, mi chiedo quanti anni siano necessari per formare un uomo di Dio oggi, quando all’Apostolo ne furono sufficienti un paio quando si trovava ad Efeso. È evidente che una lettura della Bibbia che non tenga conto della necessità di adattare le realtà descritte alla nostra, non sia funzionale.
Ciò che intendo dire è che va sempre tenuto presente Ebrei 13.8,9 “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo nella grazia, non da pratiche relative a vivande, dalle quali non trassero alcun beneficio quelli che le osservavano”. I “diversi e strani insegnamenti” di allora erano le dottrine giudaiche antecedenti a Cristo che ne inquinavano il messaggio, ma oggi rientrano in essi tanto il letteralismo scritturale quanto tutte quelle dottrine filosofiche mondane tese a indebolire le dinamiche di una sana vita cristiana.
L’uomo di Dio è chiamato a curare, discernere e soprattutto proporre un messaggio rivolto alla reale capacità delle persone; infatti abbiamo in 1 Corinti3.1-2 “Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come essere spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci”. Non per niente le parole che vengono immediatamente dopo sono “Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana?” (v.3).
Anche questi versi, comunque, testimoniano che lo Spirito Santo non operava più come ai tempi della Chiesa di Gerusalemme quando “tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (Atti 1.14).
Il peso da portare non è un carico da gettare sul prossimo come se niente fosse. Gesù ha detto “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (11.30) sia contrapponendo quello del mondo al suo, ma anche volendo dichiarare in quale modo tratta i propri fratelli.
Come già rilevato, se si pongono addosso alle persone i “pesanti fardelli”, quelli importabili, il risultato non può che essere il disordine emotivo fino al crollo psicologico che spesso, a monte, porta scelte non oculate dal punto di vista spirituale e una sopravvalutazione di sé dovuta proprio a una lettura superficiale della Scrittura. La responsabilità sta su quanti che hanno il compito di guidare gli altri, ma non avendo rinunciato a se stessi e non essendosi fatti servi, spesso agiscono in modo dispotico, alcuni chiaramente, altri molto più sottilmente, manipolando persone inconsapevoli.
Lo Spirito Santo, tornando ai nostri versi, viene descritto come un perfetto esecutore di Dio ed è chiamato “Lo Spirito della verità” sia perché sarà Colui che farà conoscere “il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi” (Colossesi 1.26), sia perché ricorderà ai discepoli le parole di Gesù e in quanto “non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Mi ha sempre stupito la somiglianza tra l’opera dello Spirito in questo verso e ciò che Gesù dice di sé: “Non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire” (Giovanni 12.49), che ritroviamo anche in 14.10, “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso, ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”.
Vediamo che l’ultima delle funzioni dello Spirito di verità è quella di annunciare “le cose future”: lo constatiamo nelle profezie sul periodo della fine e su come scorrerà il tempo umano dalla prima Chiesa all’ultima nel libro dell’Apocalisse, così come anche, personalmente, da tutti quei tasselli che ogni credente può mettere assieme per riconoscere l’epoca in cui vive quale immediatamente precedente l’ora dell’Avversario che precederà il ritorno del Signore. Amen.
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