17.36 – SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA (Giovanni 15.3-8)

17.36 – Senza di me non potete far nulla (Giovanni 15.3-8)

 

3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

Il verso terzo con cui si apre la base della nostra meditazione costituisce un distinguo che fa Gesù avvertendo i Suoi che sta parlando a loro come tralci già innestati e valutati come fruttiferi. Essi infatti, nonostante le loro cadute nella carne e tutte le volte in cui rivelarono la loro incapacità a comprendere molti concetti spirituali, non erano certo un gruppo di persone sprovvedute o ignoranti, ma uomini che per amore del loro Maestro avevano, come disse Pietro parlando per tutti loro, “lasciato tutto” e lo avevano “seguito” (Matteo 19.27).

“Tutto” secondo Matteo, “i nostri beni” secondo Luca (18.28), cioè avevano abbandonato quanto costituiva il loro sostentamento materiale, avevano rinunciato a ciò che per l’uomo è importante, a un punto di riferimento terreno per la vita quotidiana, normale, a vantaggio del seguire il Cristo. Insomma gli Undici fecero un atto di fede formidabile fin da subito, comprendendo che Colui che li chiamava a seguirlo non poteva essere ignorato, come testimoniato dalla gioia proveniente dalla consapevolezza di averLo incontrato. Infatti Andrea, fratello di Simone poi chiamato Pietro, subito dopo l’incontro con Gesù gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (Giovanni 1.41). Il “tutto” di Matteo e i “beni” di Luca, allora, si riferiscono al fatto che questi uomini diedero sempre la priorità al loro Maestro facendo tutto quanto in loro potere a tal punto che, a seguito dell’opera che avrebbero compiuto per Lui, dirà loro “siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele” (Lc 22.30; Matteo 19.28).

Quindi, primo dato, gli Apostoli avevano dimostrato sempre, nonostante i loro errori valutativi e interpretativi delle parole del Maestro quando era con loro, una donazione continua, condividendo con Lui fatiche citate solo in minima parte, come quando è detto che “non potevano neppure mangiare” (Marco 3.20), per non parlare di quando Lui stesso li portò in un luogo appartato dicendo “«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un poco». Erano infatti moti quelli che andavano e venivano e – seconda citazione – non avevano neanche il tempo di mangiare” (Marco 6.31).

Secondo, questo far dono continuo di sé li aveva resi “puri” perché non avevano dato loro stessi a un’ideale, politico o religioso che fosse, ma al “Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente” che li aveva chiamati e al quale avevano risposto. Teniamo presente che il termine “puri” utilizzato da Gesù trova il suo riferimento soprattutto a quanto avvenuto poco prima col lavacro dei piedi; ricordiamo in proposito le parole “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro. Voi siete puri, ma non tutti – perché c’era ancora Giuda l’Iscariotha” (Giovanni 13.10). Sarebbero poi stati, per espressa preghiera di Gesù, consacrati nella verità (17.17) e non credo ci sia testimonianza di purezza migliore, senza contare tutti gli altri contenuti della preghiera sacerdotale che esamineremo.

Non possiamo ricordare anche il fatto che se con il lavaggio dei Piedi nostro Signore ha testimoniato la sua approvazione al cammino spirituale futuro del Suoi, dall’altro lato ha voluto sancire il rinnovo del perdóno e della Sua continua opera affinché essi (e noi con loro) fossero presentabili al Padre: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, rendendola santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola” (Efesi 5.25,26), che poi significa che i credenti sono stati “rigenerati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio vivente ed eterna” (1 Pietro 1.23).

 

Tutta questa premessa per stabilire che un tralcio non è mai nella vite a caso nel senso che Dio Padre lo sceglierà sempre di persona perché “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre mio che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6.44). È una dichiarazione immensa di amore e onore, ma anche di responsabilità perché ricordiamo sempre tralcioe vite sono simboli e in quanto tali sono immediati, ma non esaustivi. La frase “Rimanete in me ed io in voi” ha proprio lo scopo di fare distinzione fra la vita del tralcio, che non può che restare fisicamente attaccato alla vite a meno che qualcuno non intervenga col taglio, mentre il cristiano può realizzare atti autonomi e purtroppo contrari alla funzione che ricopre, per cui il pensiero ed il senso prioritario è: possiamo portare frutto solo se rimaniamo uniti alla vite; viceversa potremo anche averne, ma saranno insipidi, o amari, comunque inutili perché non provenienti da lei.

Se comprendiamo questo principio possiamo avere chiari tutti quei frutti mortali che ha portato quel cristianesimo composto da uomini che, tagliati come tralci sterili, hanno persistito nella Chiesa come se niente fosse, facendola deviare dalla sua funzione originaria per un periodo storico più o limitato. E a loro, purtroppo, ne sono succeduti altri, troppi.

Si notino le parole “Senza di me non potete far nulla”: queste non significano che, se non rimaniamo uniti a Gesù, saremo impossibilitati a fare qualunque attività o tutto ciò che intraprenderemo fallirà, perché quel “nulla” si riferisce alle opere dello Spirito e il seccarsi del tralcio tagliato non significa morte, ma una lenta esclusione così come la parte tagliata della pianta all’inizio rimane verde, poi gradualmente ingiallisce fino a quando non diventa idonea ad essere bruciata nel fuoco.

Se “il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno” (1 Corinti 3.13), ecco che tutti quegli altri frutti estranei che avremo portato con noi verranno bruciati: “Se l’opera che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà la ricompensa. Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco” (vv. 14,15). In altri termini, si troverà salvo, ma privo di quel premio che avranno tutti coloro che avranno agito correttamente e portato frutti reali, quelli che il fuoco ha lasciato intatti, cioè “oro, argento, pietre preziose” al posto di “legno, fieno, paglia” (v.12).

Ecco allora spiegato anche da questi versi il senso delle parole dei versi da 4 a 5, Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”: poiché nel nostro quotidiano produciamo ciò che abbiamo “costruito sul fondamento”, che non può essere “diverso da quello che già si trova, Gesù Cristo” (1 Corinti 3.11), è chiaro che la scelta di opere e scelte solide produrrà la categoria nella quale rientrano l’oro, l’argento e le pietre preziose, ma se ci lasceremo trasportare dai sentimenti o interpretando a nostro vantaggio e piacimento il Vangelo, produrremo cose assolutamente inutili viste nel legno, nel fieno e nella paglia.

La scelta è quindi tra il frutto apprezzato dal viticoltore, o l’inutile e il nulla. Da notare che il testo non dice che senza il Suo aiuto non possiamo far nulla, ma “Senza di me”, cioè privi della Sua presenza, separati da lui, in opposizione al “Rimanete in me” del verso 4.

A questo punto è necessario identificare chi sia “Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Non credo si tratti di persone che hanno realmente conosciuto Gesù ed abbiano quindi avuto un’esperienza di salvezza, che poi è un contratto che non può essere rescisso, ma ancora una volta si tratti di quelli che di Lui si fanno un’idea generalista e di comodo, persone per le quali fare professione di fede, frequentare un’Assemblea e compilare un modulo sono la stessa cosa. Sono quelli che usano il cristianesimo come tornaconto personale, tutte categorie di cui abbiamo già trattato.

Ecco perché rimanere in Lui è l’unica alternativa possibile una volta creduto. Il verso 7, “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”, è a dimostrazione e sostegno del rapporto del cristiano con Gesù: a parte la condizione vista nel “Se”, vediamo che il custodire le Sue parole equivalgono al rimanere in Lui, come scrisse l’autore del Salmo 119.11, “Ho riposto la tua parola – altri traducono “promessa” – nel mio cuore, per non peccare contro di te”. Ecco allora che il “non peccare” (volontariamente) non è un esercizio ascetico, ma della custodia nel cuore, che deve essere anche un soggetto di preghiera. Se poi “viviamo nella carne, ma non combattiamo secondo criteri umani” (2 Corinti 10.3), va da sé che l’ottenimento proveniente dal chiedere quel che vorremo, si riferisce a quanto è nella Sua volontà, poiché “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1 Giovanni 5.14). Amen.

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