17.35 – La vite e i tralci (Giovanni 15.2)
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Illustrati i ruoli del Padre e del Figlio per la salvezza dell’uomo, Gesù passa a spiegare le dinamiche che si instaurano fra Lui e i credenti. Il Figlio è la pianta sul quale l’“agricoltore” non nutre il minimo dubbio né effettua alcun intervento, curandosi esclusivamente dei tralci uniti a Lui. Torniamo un attimo a considerare i versi citati nella scorsa riflessione a proposito dell’antica vigna: anche là il Creatore si attendeva uve pregiate, ma non vi furono, mentre qui i tralci vanno solo curati perché non possono deludere le aspettative essendo nati da una vite che è il Figlio di Dio.
A questo punto non possiamo che sottolineare, come già avvenuto altre volte, la duplice lettura delle parole del verso in esame, la prima delle quali è aderente alla circostanza, cioè Gesù parla agli undici spiegando loro la responsabilità e il privilegio che comporta la loro posizione di tralci. Se però questi contenuti avessero riguardato esclusivamente loro, Giovanni non li avrebbe scritti perché tramandare elementi che non riguardassero la cristianità non avrebbe avuto senso. E questo è un punto importante da sviluppare, per quanto brevemente.
Ricordiamo l’apostolo Paolo, come Giovanni portato in una dimensione ultraterrena prima di scrivere il libro dell’Apocalisse, così scrive di sé nella sua seconda lettera ai Corinti: “So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa (se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio), fu rapito fino al terzo cielo – il settimo quindi è un’invenzione – e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare.” (12.2-4). Furono quindi altre “parole”, udite in quella circostanza, che poi riversò nelle lettere da lui stesso definite “mio Vangelo” (Romani 2.16; 16.25; 2 Timoteo 2.8) senza le quali non avremmo elementi per la nostra crescita spirituale. Un fratello amava definire l’opera di questo Apostolo “la spina dorsale del Nuovo Testamento”.
Quanto a Giovanni, poi, ricordiamo che vi furono delle visioni che non riportò perché gli fu proibito: “Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere – come avvenuto in precedenza –, quando udii una voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quanto hanno detto i sette tuoni e non scriverlo»” (Apocalisse 10.4). Consideriamo il “tuono”, che è un simbolo delle parole di Dio che gli uomini nel mondo non comprendono come in Giovanni 12.28-29: in quel passo Gesù prega il Padre di glorificare il Suo Nome. “Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!» – parole che l’apostolo comprese –. La folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato»”.
Ora l’Apostolo, nello scritto di Apocalisse, sente e comprende ciò che dicono i “sette tuoni” (altrimenti non sarebbe stato pronto a scrivere), figura della totalità e perfezione dei decreti di Dio, ma gli viene ordinato di non riportarli, anzi, come in una traduzione letterale, di porli “sotto sigillo”, cosa verificatasi anche con Daniele al quale, in 12.4, viene detto “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine”. A proposito del libro di questo profeta, va rilevato che a lui viene spiegato nei dettagli, dal capitolo 11, ciò che sarebbe accaduto al popolo di Israele sotto i Persiani, poi Alessandro Magno e le quattro monarchie che sarebbero sorte in seguito alla frantumazione del suo regno (Siria ed Egitto soprattutto, fino ad Antioco Epifane) e poi al Messia: “Ora, in quel tempo – cioè dopo la distruzione di tutte quelle monarchie – sorgerà Michele – riferimento a Gesù –, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Sarà un tempo d’angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo – dai Romani al Nazismo –; in quel tempo – quello stabilito da YHWH – sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. La moltitudine di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna, e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come lo splendore delle stelle per sempre” (vv. 1-3).
È quindi gratificante per noi sapere che Dio, nella Sua Onniscienza e perfetto conoscitore dell’uomo, rivela ciò che è a lui determinante per sapere quanto lo riguarda e orientarsi a livello di scelte e comportamenti senza porgli particolari pesi o dargli elementi di cui non saprebbe che farsene. Giovanni, quindi, nel passo in esame, riporta le parole di Gesù che riguardano tutti i credenti, che è impossibile che non siano tralci esattamente come gli Apostoli, portanti comunque frutti anche se in misura quantitativamente diversa, ciascuno secondo il dono ricevuto.
Dopo questa – credo – importante premessa, torniamo alle due possibili letture a proposito di quanto Gesù vuol dire ai discepoli e a tutti quanti credono in Lui: hanno l’onore di essere dei tralci e di formare un tutt’uno con la vite, ma in base all’epoca in cui avrebbero vissuto, cioè dall’istituzione della Chiesa fino al suo rapimento, avrebbero incontrato difficoltà e vissuto situazioni diverse come descritto nelle varie lettere alle “sette chiese” che (anche qui doppia lettura) trovano il loro riferimento sia alle Comunità del tempo, ma che sono simboli delle varie epoche: ricordiamo Efeso, che significa “amabile, diletta, colei che ama”, quella che ha abbandonato il suo primo amore (Apocalisse 2.1-6), Smirne, “amarezza”, che ha patito persecuzioni (8-11), Pérgamo, “castello, fortezza”, che deve ravvedersi perché influenzata da dottrine esterne (12-17), Tiàtira, “colei che offre incenso”, che aveva una falsa profetessa, riferimento a Iézebel che spinse il popolo alla fornicazione e all’adulterio fisico e religioso (18-26), Sardi, “il residuo, lo scampato”, che ha professato la fede ma dentro di lei non aveva forze (3.1-6) e infine Filadelfia, “amor fraterno”, però con la fede intiepidita (14-22).
A prescindere dall’identificazione, non esiste tralcio e quindi credente che non subisca l’intervento di cui la nostro verso 2, “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”: oggi i viticoltori, pur seguendo altri criteri per la potatura di questa pianta, non possono che concordare sul principio secondo il quale, quando la vite è in vegetazione e il nutrimento è assorbito da rami superflui, li si taglia perché nuocerebbero a quelli fruttiferi. Oggi, questo avviene con anticipo.
Anche qui credo che tutto quanto detto da Nostro Signore abbia avuto, preso alla lettera, valenza dispensazionale cioè limitato al tempo della Chiesa Apostolica: esempi di tralci potati li abbiamo con Anania e Saffira (Atti 5.1-11), il mago Simone, che credette e fu battezzato restando quello di prima (8.9-25), e presumibilmente Dema, che l’apostolo Paolo prima lo descrive suo collaboratore (Filemone 1.24) e poi annota “Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è andato a Tessalonica” (Colossesi 4.14). Tre modi diversi, cioè la morte, l’esclusione dalla Comunità e infine la volontaria assenza.
Resta quindi il principio che il Viticoltore usa fare in modo che alcuni elementi che nella Chiesa possono interferire pesantemente contristando i fratelli, vengano tolti non necessariamente con la morte. In realtà il discorso, se si segue questo principio, è molto più complesso perché nella storia della Comunità cristiana abbiamo avuto personaggi che hanno pesantemente minato la verità e la sua crescita senza che nulla avvenisse, ma questo si collega alla prova e all’inevitabile opera di Satana che proprio in Lei trova terreno ed escogita le strategie migliori: “sorgeranno falsi cristi – fino all’ultimo – e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se possibile, anche gli eletti” (Marco 13.22). Ricordiamo la parabola della zizzania, e 2 Corinti 11.13-15, “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere”.
Quindi vedo le parole “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia” come una verità assoluta, ma proprio in quanto tale da considerare molto seriamente circa la nostra vita e al tempo che dedichiamo alle cose del mondo e a quelle dello Spirito. La chiave è tutta lì: valutare attentamente il dono, le possibilità individuali e presentare sempre serie preghiere perché ci venga mostrata la via da percorrere in base ad esse, facendo attenzione a non impegnarci in cose più grandi di noi secondo Romani 12.16: “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri – e già qui c’è molto da lavorare -, non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi”. Sono convinto che se i membri di una Chiesa mettessero in pratica queste “piccole cose”, la benedizione scenderebbe su di essa.
Veniamo ora alla seconda parte del verso, “ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché porti più frutto”: il verbo “potare” dà una lettura fuorviante perché in realtà andrebbe utilizzato “rimondare”, cioè quell’azione mediante la quale la pianta viene ripulita portando via i polloni inutili, cioè quei germogli che spuntano sul suo tronco. Si tratta di un’azione che non viene effettuata sul tralcio, ma è di esclusiva competenza del lavoratore della vigna e qui, se esaminiamo la nostra vita, accanto a tutte quelle iniziative inutili e dannose che abbiamo intrapreso, le scelte sbagliate poi perseguite con testardaggine, potremo notare che non noi, ma il Padre ha comunque portato via molto del superfluo che ci nuoceva proprio perché, se il Vangelo lasciasse anche solo trasparire che il cristiano è lasciato solo nel suo crescere, saremmo dei religiosi come tutti gli altri, intenti a seguire riti e istruzioni che non portano ad alcun progresso né soprattutto a nessuna meta. E lasciano l’essere umano peggio di prima. Perché, come già accennato, rimanere fermi significa regredire.
Ancora l’apostolo Paolo: “Vivo non più io, ma Cristo vive in me; e ciò che vivo nella carne, vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2.20). Non esiste credente che non possa condividere questo verso, ciascuno secondo la propria esperienza e guardando al suo passato e vita vissuta.
Credo ci sia un’ultima applicazione possibile, e cioè quel parallelo in cui Gesù parla di “piante”: quando molti tra la folla si scandalizzarono perché aveva detto, contrariamente alla dottrina dei farisei, che a rendere impuro l’uomo era ciò che usciva dalla sua bocca e non ciò che entrava, aggiunse: “Ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata! Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso” (Matteo 15.13, 14).
Nella “pianta piantata dal Padre” vediamo ogni anima salvata che si aggiunge a quelle già viventi nella Chiesa, giardino di Dio. Amen.
* * * * *
