09.09 – LA MISSIONE DEI DODICI: NON ABBIATE PAURA I (Matteo 10.26-31)

9.09 – La missione dei dodici: VIII. Non abbiate paura I: nulla è nascosto (Matteo 10.26-31)

 

26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo nelle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldi? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri.

 

Dopo l’appello alla prudenza, uno sguardo sugli avvenimenti futuri e il corretto atteggiamento che il discepolo deve avere nei confronti del maestro e il servo del suo signore, Gesù esorta per tre volte “non abbiate paura”. Così facendo viene spiegato perché la presenza di questo sentimento non aveva ragione di essere non solo nei dodici, ma in tutti quei credenti che si sarebbero identificati con loro.

Abbiamo allora il primo invito, “Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: la prima cosa che notiamo è la presenza del “dunque”, congiunzione di valore conclusivo riferita a quanto detto nel verso precedente, cioè che i discepoli sarebbero stati identificati con Belzebùl, quindi ritenuti spazzatura, sovversivi, accusati di voler sovvertire il potere costituito, religioso o temporale. I “loro” è così un riferimento a chi ha già fatto una scelta precisa vista nell’opposizione pratica al Vangelo ponendosi apertamente contro, ostacolandone la predicazione o anche solo l’esercizio privato.

È bello considerare che in questo primo punto Gesù parla ai dodici riferendosi anche alla sua persona, come leggiamo in Isaia 41.10 che descrive l’assistenza di Dio al Suo Eletto: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra della mia giustizia. Ecco, saranno svergognati e confusi quanti s’infuriavano contro di te; saranno ridotti al nulla e periranno gli uomini che si opponevano a te”. Così avvenne ed avverrà anche per il credente, che non seguirà certo la sorte di quelli che saranno “ridotti al nulla” e “periranno” in quanto parte di Colui che lo ha salvato.

Lo stesso messaggio fu rivolto a Geremia: “Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti. Tu dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (1.8; 1.17,18).

Possiamo ricordare anche le parole di Ezechiele 2.4-6: “Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: «Dice il Signore Dio». Ascoltino o non ascoltino. Dal momento che sono una genìa di ribelli, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro. Ma tu, figlio dell’uomo, non li temere, non avere paura delle loro parole. Essi saranno per te come cardi e spine e tra loro ti troverai in mezzo a scorpioni, ma tu non temere le loro parole, non t’impressionino le loro facce: sono una genìa di ribelli”.

Allora, lette queste parole, comprendiamo che esiste una linea comune, mai interrotta da Abele in poi, più avanti sostituito da Set, in cui chi si è posto dalla parte di Dio è sempre stato al sicuro, non avendo nulla da temere perché, se il corpo può sempre cedere per i motivi più svariati (abbiamo appena citato Abele vittima del fratello), non così la nostra essenza intima, l’anima che non può essere uccisa. Il fatto del “non avere paura” non significa che nessuno potrà mai farci del male, ma trova fondamento nell’appartenenza a Lui e nella risurrezione immortale della carne, come sapeva Abrahamo che per questo, prima che l’Angelo lo fermasse, era disposto a sacrificare Isacco. Abrahamo sapeva che il figlio sarebbe risorto e fu questo a guidarlo e a non farlo crollare perché, obiettivamente, la prova richiestagli era terribile e, senza la certezza della resurrezione, sarebbe stato come sacrificare se stesso senza alcuna speranza di vita ulteriore. Abrahamo invece si basava sulle promesse che Dio gli aveva fatto e ripetuto più volte. Così infatti scrive l’autore della lettera agli Ebrei in 11.17,18: “Per fede Abrahamo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”.

Possiamo ricordare la priorità su ciò che è terreno espressa nel Salmo 27.1-5: “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Quando mi assalgono i malvagi per divorarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere. Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una guerra, anche allora ho fiducia. Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco – ecco perché tutto il resto non conta –: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario. Nella sua dimora mi offre riparo nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua tenda, sopra una roccia mi innalza”-.

Infine, a conclusione del primo “Non abbiate paura”, possiamo sottolineare come questa esortazione sia stata compresa dagli apostoli Pietro e Giovanni quando, davanti al Sinedrio che aveva loro imposto di “non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù”, replicarono “Se sia giusto dinnanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi” (Atti 4,13,19).

L’invito a non temere però prosegue con le parole “…poiché nulla vi è di nascosto che non sarà rivelato, né di segreto che sarà conosciuto”: c’è stato un tempo in cui ho creduto che una possibile spiegazione del verso fosse la rivelazione dei segreti di ciascuno nel giudizio finale, o delle trame di Stato e dei delitti irrisolti o delle verità occultate. È questa, tra l’altro, un’opinione diffusa, ma non credo sia così o, per lo meno non solo; piuttosto il riferimento è alla perfetta conoscenza che Dio ha di ciascuno e al tempo stesso ai Suoi segreti che verranno manifestati. Infatti scriverà Paolo di Tarso “Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode” (1 Corinti 4.5): ecco allora che emergeranno – parlando dei cristiani – i veri e i falsi, chi avrà agito mosso dalla propria vanità e chi correttamente con coscienza e purezza di cuore. I “pensieri di molti saranno rivelati” perché evaporeranno come l’acqua sotto il sole e perché quegli “occhi di fuoco” del Cristo glorificato, figura appunto del vaglio e di una separazione automatica fra ciò che è santo oppure no, tutti li vedranno e soprattutto saranno visti da Lui. Cesserà l’ipocrisia e chi si sarà dato alla doppiezza non esisterà più perché il giudizio di Dio rivelerà i simulatori, gli ingannatori, i falsi profeti.

La stessa frase sul nulla di segreto che non sarà svelato è detta da Gesù subito avere avvertito “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia” collegandolo al nostro testo in modo simile: “Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato nelle terrazze” (Luca 12.2.3), cioè le verità di Dio ignorate da chi non le vuol cercare né ascoltare per i propri interessi carnali non saranno più ignorabili perché talmente presenti da prevalere sulle altre, quelle false dei “liberi pensatori”, falsi profeti ciascuno con una verità propria destinata a scontrarsi con quella di Dio cui non sarà possibile sopravvivere.

Il discorso sul segreto nascosto è infatti collegato al nostro verso 27, “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo nelle terrazze”: era finito il tempo in cui le verità e le promesse contenute nella Legge e nei Profeti sarebbero state monopolio di pochi, ma si era levato il Sole del Vangelo che scalda e illumina, per cui ciò che Gesù aveva rivelato ai discepoli “nelle tenebre”, quindi nella chiusura di una stanza privata come effettivamente avvenuto, sarebbero state diffuse. Li invia in missione anche con queste parole, in realtà profetiche. Pensiamo alla differenza tra il momento, già ricordato nel precedente capitolo, in cui fu detto “a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” e a quanto dettagliata fu la predicazione degli apostoli una volta costituita la Chiesa, pensiamo all’imponente opera svolta dall’apostolo Paolo, senza le cui lettere praticamente saremmo tutti dei “buoni” generici, soggetti a gravi fraintendimenti tra Legge e Grazia non avendo gli elementi per comprendere pienamente il Vangelo. Tra le cose “ascoltate all’orecchio”, quindi le rivelazioni individuali, possiamo includere anche l’Apocalisse, scritto indefinibile per vastità e panorama, che permette ai credenti degli “ultimi tempi” di riconoscerne personaggi e segni, oltre che capirne i piani del sistema della Bestia e individuarne le connessioni. E si tratta di un libro che comunque, da sempre, ha orientato tutti i veri cristiani nella storia della Chiesa.

Possiamo ricordare, a proposito della necessità di una predicazione particolareggiata, Colossesi 1.25,26 “Di essa – la Parola – sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”, dove “nascosto” e “manifestato” ci aiutano a capire le parole di Gesù, che parlò di “terrazze” o, traducendo più appropriatamente, di “tetti” perché in Palestina erano di forma piana e punti di ritrovo oltre che luogo ideale per farsi udire da un maggior numero di persone che non parlando in una sala.

Anche in questo caso abbiamo ubbidienza alle parole di Nostro Signore, poiché gli apostoli scelsero il portico di Salomone nel Tempio per predicare e lì tornarono, ad esempio, una volta liberati dall’angelo in carcere, che disse loro “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare” (Atti 5.20,21).

Con questo primo “Non abbiate paura”, dunque, Nostro Signore spiega ai dodici un aspetto della differenza tra l’essere suoi discepoli e il rientrare nelle categorie del mondo: “Ascoltatemi, esperti della giustizia, popolo che porti nel cuore la mia legge. Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; poiché le tarme li roderanno come una veste, e la tignola li roderà come la lana, ma la mia giustizia durerà per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione” (Isaia 51.12,13). Fino alla fine. Amen.

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