17.49 – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA (Giovanni 16.16-22)

17.49 – Dalla tristezza alla gioia (Giovanni 16.16-22)

 

20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

 

Negli scorsi capitoli avevamo appena accennato al fatto che Gesù, nel prospettare ai Suoi ciò che sarebbe avvenuto relativamente al loro soffrire presente e futuro, non fece nulla per far scomparire da loro la “tristezza”, né per nascondere loro gli eventi futuri che, nella prima metà del verso 16, espone dal punto di vista emotivo: i discepoli avrebbero pianto e gemuto, ma il mondo si sarebbe rallegrato, credendo di aver vinto.

Riguardo alla realtà che avrebbero dovuto affrontare gli Undici, va specificato che fu anticipata da Gesù già fin dai primi periodi del Suo Ministero, dopo la chiamata di Levi Matteo quando i discepoli di Giovanni Battista Gli posero la domanda sul perché loro digiunassero, ma i Suoi discepoli no. La risposta fu: “Possono forse gli invitati alle nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno” (Matteo 9.15); sono parole con le quali Nostro Signore dichiara che, essendo Lui “lo sposo”, non aveva senso caricare i suoi “amici” di qualsiasi peso perché, quando sarebbe stato assente, avrebbero avuto modo di affrontare profonde difficoltà e sofferenze interiori, raffigurate nella pericope “e allora digiuneranno”.

Abbiamo poi, a proposito del piangere e gemere, Luca 22.37 che ci parla del percorso verso il luogo della crocifissione, “Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui” (Luca 23.27), ma anche la delusione dichiarata dai due discepoli sulla via di Emmaus, “Noi sparavamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Luca 24.21), il pianto di Maria di Magdala al sepolcro (Giovanni 20.11,12). Possiamo inserire quindi nell’essere “nella tristezza” anche gli effetti della condizione umana visti nell’incredulità e nell’affanno quando, per controllare la veridicità di ciò che dicevano le donne, Pietro e Giovanni corsero al luogo ove il loro Maestro era stato sepolto. Infatti leggiamo che “Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli” (Luca 24.8-11).

La “tristezza” di cui parla Gesù è destinata a sfociare nel pianto e nel gemito perché questi sono gli effetti che il mondo provoca nella persona spirituale e non potrebbe essere altrimenti visto che esso in sé possiede tutti gli elementi distruttivi per lei. I suoi ideali sono opposti a quelli di Dio così come differente è la sua soddisfazione e quella “pace” provvisoria che cerca di raggiungere. Nell’espressione “il mondo si rallegrerà”, vediamo infatti la soddisfazione data dall’illusione di avere “vinto” il Figlio di Dio uccidendolo.

Leggiamo nel libro della Sapienza, tardivo e non accettato come ispirato da ebrei e Chiese Evangeliche, la descrizione dell’atteggiamento di costoro: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni -anche a livello di idee e progetti- e ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e chiama se stesso figlio del Signore. È diventato per noi una condanna per i nostri pensieri e ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è quella degli altri e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (2.13-20).

In questo bellissimo passo, che a mio giudizio integra e non innova quanto scritto dai Profeti accreditati dell’Antico Patto, vediamo proprio il metodo degli avversari di Gesù che, alla Sua morte, in quanto facenti parte del mondo, si rallegrarono. Questo fu per un tempo davvero molto breve perché, ben presto, fu necessario affrontare il problema del come nascondere la Sua resurrezione. Ricordiamo che “il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno” (Matteo 13.38) per cui non esiste uomo o donna che non appartenga all’una o all’altra categoria tranne coloro che personalmente definisco intermedi, vale a dire quanti non hanno ancora accolto o rifiutato il Signore Gesù perché non ancora da loro conosciuto.

Tornando alla tristezza, al pianto e al gemito che si rifanno ad una pluralità di sentimenti o condizioni psicologiche, vi farei rientrare anche la delusione denunciata proprio dai due sulla via di Emmaus accennati poco sopra: le parole “noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, con il verbo al passato, rivelano che nei discepoli iniziasse a farsi strada l’idea di aver dato un periodo della vita, ricco di rinunce e sacrifici, per nulla. Si stava impadronendo di loro il senso della sconfitta e del fallimento, condizione dalla quale è difficile risollevarsi perché non sapevano, o non ricordavano, che quanto stava accadendo altro non era che il ferimento “al calcagno” del serpente alla “progenie della donna”.

 

Veniamo ora alla seconda parte del verso 20, “ma la vostra tristezza sarà mutata in gioia”: è la rivelazione di Gesù sulla destinazione, sulla condizione cui quella “tristezza” li avrebbe condotti e subito dopo presenta loro il paragone della partoriente, che si dimentica del travaglio nel momento in cui stringe a sé il neonato. Anche qui il verso può essere letto in due modi, uno aderente alla circostanza dei discepoli e quindi al loro percorso, un altro esteso a tutti quei cristiani che sarebbero venuti dopo di loro e questo è dimostrato proprio dal travaglio che non è un dolore continuo, ma si caratterizza con sofferenza inframezzata a pause. Ecco allora che abbiamo, con il paragone della partoriente, la profezia sugli Undici tesa ad anticipare loro che di tutta quella “tristezza” provata non sarebbe esistito il ricordo, ma anche, con le dinamiche del travaglio, che neppure noi ci rammenteremo di tutti i dolori provati nel corso della nostra vita fino a quando verremo chiamati nel modo che Lui riterrà opportuno. E se qualcuno ha vissuto una situazione angosciante che poi si risolve, sa di cosa parlo.

“La vostra tristezza sarà mutata in gioia” trova la sua spiegazione nelle parole del verso 22 in cui il concetto viene brevemente sviluppato: “Così anche voi ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. Anche qui la quantità di riflessioni è veramente innumerevole. Se la consideriamo ancora una volta relativa al tempo di allora, è di una chiarezza estrema, arricchita però di un particolare perché non è detto “mi vedrete”, ma “vi vedrò”, che sposta l’asse della gioia dal materiale allo spirituale perché Gesù, dicendo “Vi vedrò di nuovo” fa riferimento ad un motivo che va oltre al rallegrare umanamente i Suoi che soffrivano per la Sua assenza; il vedere “di nuovo” i discepoli infatti comportò per loro il pieno consolidamento della fede in Lui, anche da parte dei più scettici come Tommaso, che non solo come gli altri non volle credere alla testimonianza delle donne, ma neppure degli altri suoi fratelli.

Il vedere “di nuovo” i Suoi comportò la deposizione di insegnamenti aggiornati, il soffiare su di loro affinché ricevessero lo Spirito Santo e, non ultima l’apparizione già ricordata “a più di cinquecento fratelli in una sola volta” (1 Corinti 15.6), fatto che dimostra come la fede non sia una sfida al razionale, ma al concreto si basi su dati incontrovertibili a tal punto che per me, come per tanti altri, il non essere stato testimone diretto di quegli avvenimenti non ha alcuna importanza perché vi è chi lo ha fatto per loro lasciandomene il ricordo.

Le parole “e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”, oltre al riferirsi alla condizione stabile che avrebbe fatto dimenticare ai discepoli la tristezza subìta, hanno riferimento alla gioia provata non solo dalla visione del Cristo risorto, ma di ciò che comportava, vale a dire la prova che tutte le promesse ricevute da Lui, e per estensione da tutti gli scritti dell’Antico Patto, si erano concretate.

La “gioia” di cui Gesù parla certo è riferita al momento in cui i Suoi Lo avrebbero rivisto, ma è anche quella deposta nel cuore del cristiano quando sa di appartenerGli, è la realtà che l’Apostolo Pietro descrive nella sua prima lettera: “Voi lo amate pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della vostra fede: la salvezza delle anime”.

E come scrive un fratello, “Dopo il suo pieno rivelarsi, nessuno degli apostoli ebbe mai alcun dubbio che egli fosse realmente risuscitato e nessuna persecuzione poté scuotere la loro fede per cui, in mezzo a tutte le loro sofferenze, essi ebbero una continua sorgente di gioia”. Questo è quanto depone nostro Signore in chi crede in Lui.

Infine, possiamo notare come, nelle parole del verso 22, Gesù faccia riferimento a quattro periodi distinti: al primo abbiamo quello dell’ ”ora siete nel dolore” che non ha bisogno di commenti, poi viene quello del “Vi vedrò di nuovo” e al relativo rallegrarsi del cuore che ha riferimento all’incontro che avrebbero avuto con Lui nella stanza chiusa e a quello che sperimenterà ogni credente, ma sono convinto che solo nel momento in cui potremo entrare nel Suo Regno “nessuno potrà togliervi la vostra gioia” perché quell’ingresso segnerà l’impossibiltà di uscirne. Ecco perché, come vedremo, le parole del verso 25 sul quale torneremo sono “Quel giorno non mi chiederete più nulla”: basterà la conoscenza e la condizione in cui saremo. Amen.

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