17.25 – LA VERITÀ (Giovanni 14.5-7)

17.25 – La verità (Giovanni 14.5-7)

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Secondo attributo che Gesù dà di sé. “Verità”, greco “alétheia”, che oltre al significato qui tradotto, ha anche “sincerità, lealtà,”, ma anche realtà e apparenza al tempo stesso per cui potremmo dire che Lui è così come si è rivelato, e ha fatto “conoscere i misteri del regno di Dio” (Matteo 13.11) a significare che con Lui è impossibile sbagliarsi. Certo, questo vale se lo si accoglie dandogli lo spazio che porta a rinunciare gradualmente a noi stessi.
La “verità” di cui parla Nostro Signore è a tutti i livelli, anche partire da tutte le volte in cui ha pronunciato il proprio “Amen” riguardo a quelle situazioni che intervengono a prescindere dalle aspettative umane; ricordiamo le parole “in verità vi dico” come premessa – ad esempio – alla preghiera e a tutte le azioni religiosamente ipocrite: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Matteo 6.5). Ancora, pensiamo al privilegio spirituale in cui si trovano tutti coloro che ascoltano le parole di Gesù: “…molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (13.17) e così via per tutte le 74 volte in cui leggiamo l’espressione “in verità io – non altri – vi dico”, che nel Vangelo di Giovanni viene sempre ripetuta due volte.
La “verità”, poi, è descritta come Sua essenza quando, introducendo il proprio Vangelo, Giovanni scrive “ Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (1.14): è la verità che ha stravolto il corso della storia degli uomini alla ricerca di Dio perché, riguardo alla Sua volontà, un tempo l’unico mezzo a disposizione per seguirlo era adempiere a tutta quanta la Legge, che fu “data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (v.17, 18).
Ecco allora che non possiamo accampare alcuna scusa di fronte alle rivelazioni di Gesù, che invitano e responsabilizzano al tempo stesso dandoci un’esatta visione di ciò che altrimenti non avremmo mai potuto discernere, sapere, cogliere. E mi viene in mente quanto disse a quei Giudei che avevano creduto in Lui: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (8.31). Ecco allora che aderire alla verità per un cristiano non significa solo sapere realmente come e cos’è tutto ciò che incontra nel corso della vita, ma soprattutto essere libero nelle proprie scelte quando gli altri uomini hanno sempre un percorso obbligato, seguendo i loro istinti e attitudini, e penso alle dipendenze: dal lavoro, dal sesso, da un amico, da una compagnìa, dalle abitudini, dall’alcool, dalla droga, da tutto ciò che gratifica la carne ma anche da quanto umilia e, infine, la dipendenza da se stessi e da qualsiasi bisogno che condiziona la vita anziché liberarla.
Credo che una delle persone più dipendenti presentate nel Vangelo sia il ricco descritto in Luca 12.16-21 che, dopo una vita passata a soddisfare se stesso – ecco il concetto della libertà secondo il mondo – si sentì dire “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non è ricco in Dio”. Un percorso ben differente lo ha chi invece ha accolto Gesù Cristo come propria àncora di salvezza e in Lui dimora, o si sforza di rimanere in un percorso – “via” – il cui inizio non potrebbe essere migliore perché “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi ascolta e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3.20).
Da quest’ultimo verso vediamo che la Verità, rivelandosi come tutt’altro che irraggiungibile, addirittura viene a “bussare alla porta” del cuore della persona. Non la sfonda, non entra senza permesso, non fa irruzione, neppure bussa con prepotenza, ma è il Gesù che si china amorevolmente sulla suocera di Pietro per guarirla, che è lì, che ha dato se stesso. Quando si parla di rinuncia, pensiamo alla gloria che aveva e alla quale ha rinunciato per vivere come noi. Il Figlio non chiede all’uomo nulla se non di aprire la porta; nel caso in cui ciò si verifichi, “viene” e “cena”, ma notiamo come subito dopo sia descritta una situazione di assoluta parità, “cenerò con lui ed egli con me”, cioè saremo un tutt’uno, il desiderio del cenare e della compagnia è identico da ambo le parti. Ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14.23).
Ora, a parte le considerazioni possibili sulla “verità” nella Scrittura, proverei a contestualizzare il termine ai tempi in cui l’apostolo Giovanni scrive il suo Vangelo, cioè negli anni fra l’80 e il ’90, quindi per ultimo rispetto agli altri che non sappiamo se conoscesse a parte quello di Marco. La domanda che mi sono posto è la seguente: nel momento in cui Giovanni è l’unico a parlare di Gesù come “lògos” e poi a riportare le parole che stiamo esaminando, “io sono la via, la verità e la vita”, avrà pensato forse ai suoi lettori eventualmente acculturati da un punto di vista filosofico, conoscitori quindi della filosofia greca antica che vedeva nel “lògos” (parola, discorso, ragione) il principio di tutte le cose, la razionalità contenuta nell’universo e nella “verità” ciò che non è più velato? Teniamo presente che la cultura greca si diffuse in modo particolare per tutto il Vicino e Medio Oriente, dalla Macedonia all’India e dal Mar Nero al Danubio per cui Giovanni, che sapeva benissimo per chi scrivere, è impossibile non abbia pensato anche a coloro che avevano questo retaggio culturale e cogliessero “al volo” ciò che riferiva di Gesù. Questo senza elencare le varie eresie che già si insinuavano nelle Comunità, registrando purtroppo dei proseliti.
Ecco allora che, se la “verità” è ciò che non è più velato, abbiamo anche la conferma di Giovanni 1,18 che abbiamo riportato: “Dio nessuno lo ha mai visto – chiusura, inaccessibilità, mistero -: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre – cioè dento di Lui, una sola cosa con Lui – è quello che lo ha rivelato”, cioè ha tolto il velo che lo rendeva inaccessibile, quello che si squarciò in due nel Tempio, che rimane per chi, pur religioso, non si affida alle cure e all’amore di Gesù. Se la verità è l’assenza di velo, quindi ciò che impedisce di vedere bene i dettagli e di avere piena contezza di ciò che si osserva, troviamo piena corrispondenza di essa in 2 Corinti 3 quando l’apostolo Paolo, parlando degli ebrei, dice che “…le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto” (vv.14-16).
Torniamo però indietro nel tempo e veniamo alle parole di Gesù a Pilato, quando gli disse “«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?» (Giovanni 18.37,38): il procuratore romano, all’affermazione in base alla quale il suo Imputato gli parla di “verità”, subito esprime tutto il suo scetticismo, convinto che arrivare ad essa per l’uomo sia impossibile perché ognuno ha la propria e se la tiene ben stretta. Questa, però, è la regola di chi appartiene al mondo perché altrimenti, “chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, quindi rinuncia alla propria che fino ad allora aveva caratterizzato il suo credo e le sue azioni, il suo modo di vivere. C’è infatti chi è assolutamente convinto delle proprie idee e chi le mette in discussione, capendo che queste non sono altro che una maschera, un vestito per coprirsi di fronte ai propri simili e allora, quando la “voce di Gesù” viene avvertita, la riconosce e l’accoglie dentro di sé. E, col tempo, cambia.
Tutto questo non perché queste persone abbiano particolari meriti, ma semplicemente perché “Chi è da Dio, ascolta la parola di Dio” (Giovanni 8.47). Non per nulla abbiamo tutto un discorso particolare di Nostro Signore rivolto ai Giudei: “Perché non capite il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole; voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin dal principio – Adamo ed Eva – e non stava saldo nella verità, perché il lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché menzognero e padre della menzogna. A me invece, voi non credete perché dico la verità” (Giovanni 8.43-46).
Chi è da Dio, quindi, rimane nelle proprie convinzioni – e quindi nella sua ignoranza – fino a quando non ascolta la voce dello Spirito che lo spinge ad aderire alla verità, l’unica esistente e possibile e non può non venire da lui praticata.
Ecco allora che “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14.9), “Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre mio” (15.15). Gesù è la verità, oltre che la via e la vita. Forse l’errore in cui incorro nel trattare questi argomenti è una suddivisione a capitoli, ma si tratta di un tentativo per procedere ordinatamente nell’esposizione; in realtà, come penso traspaia dal testo evangelico, si tratta di tre elementi che formano un tutt’uno perché la realtà stessa di Dio si basa su questo numero, tanto più nel momento in cui si rivela all’essere umano per farsi conoscere e amare. Amen.
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