17.31 – LO SPIRITO VI INSEGNERÀ OGNI COSA (Giovanni 14.22-25)

17.31 – Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa (Giovanni 14.22-25)

 

22Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

 

Dopo gli interventi di Pietro, Tommaso e Filippo, l’Evangelista riporta quello di “Giuda, non l’iscariotha”, termine riferito alle sue origni, “uomo di Kerioth”, città posta “alle estremità della tribù dei figli di Giuda, lungo il confine di Edom, nel Negheb”. Giovanni specifica che il primo Giuda non è da confondere col traditore, mentre Marco aggiunge “quello che poi lo tradì” (3.19). C’è dunque, da parte degli evangelisti non tanto voler distinguere i due, ma il ribadire la totale estraneità dell’iscariota al piano di Dio per la salvezza e redenzione dell’essere umano. Non spiegheremmo altrimenti le parole “non l’iscariota” che sarebbero superflue, visto che la lettura di come si svolse l’ultima cena ci dice chiaramente che il traditore era già da tempo uscito dalla sala.

Sviluppare l’apostolo Giuda, colui che parla in questo episodio, è impresa non semplice: a parte i nomi con cui è citato dai Sinottici, Matteo 10.3 e Marco 3.18 lo chiamano “Taddeo” dall’aramaico Taddaija, “petto”, in alcune antiche versioni di Matteo compare come “Lebbeo” (da Libba, “cuore”) talché, traducendo da queste ultime, abbiamo “Lebbeo, chiamato per soprannome Taddeo”. Una possibile interpretazione di entrambi i nomi è “uomo dal grande cuore”, ma andando all’etimologia Taddeo ha riferimento col coraggio e Lebbeo con la misericordia. È chiamato anche “Giuda di Giacomo” (Luca 6.16) cui i traduttori hanno posto tra i nomi “Giuda” e “Giacomo” alcuni “figlio di”, altri “fratello di” che il testo non riporta. La preposizione “di”, però, nella Scrittura indica sempre o una relazione figlio-padre o moglie-marito. “Fratello” e “figlio” è probabile che siano dovute alla difficoltà di identificare con certezza il Giuda “buono” in quanto un altro con lo stesso nome è l’autore dell’omonima lettera: si definisce al primo verso «Servo di Gesù Cristo» e «fratello di Giacomo», questo fratello di Gesù. Giacomo era il secondogenito di Maria (Matteo 13.55) ed occupava un posto di rilievo nella Chiesa di Gerusalemme. Secondo Eusebio di Cesarea (260-339) Giuda di Giacomo fu lo sposo delle nozze di Cana alle quali Gesù fu invitato assieme a sua madre, per altri era effettivamente “fratello di Giacomo”, ma quello cosiddetto “minore”, figlio di Maria di Cleopa moglie di Alfeo, a sua volta fratello di Giuseppe.

Resta il fatto che la domanda di Giuda fu l’unica a restare aderente al tema perché Gesù aveva appena detto «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». A questa affermazione l’apostolo restò stupito perché, come gli altri, non aveva ancora la visione corretta del Messia, vincitore sul mondo non in senso terreno, ma spirituale; di qui, si chiede cosa come mai il Suo essere, nella potenza di Dio, si rivelasse a loro, apostoli, e non a tutti gli uomini. Concettualmente, è una domanda che rivela una non comprensione del concetto, simile a ciò che sostenevano i fratelli di Gesù quando, non ancora credenti in Lui, gli dissero “Nessuno, se vuol esser riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!” (Giovanni 7.4). Tutti loro quindi, Giuda Taddeo Lebbeo compreso, dimostravano di non aver capito che effettivamente il Nome di Gesù andava conosciuto, ma la Sua rivelazione sarebbe stata di esclusivo dono per quelli che avrebbero creduto in Lui. Due infatti sono e sarebbero stati i modi con cui il Signore si sarebbe rivelato, uno per il mondo con la Sua morte e risurrezione, e uno per i credenti attraverso un rapporto Unico e profondo.

Certo che il popolo e i suoi capi erano al corrente della Sua esistenza, dei Suoi miracoli e di quanto predicava, ma non se ne erano appropriati, non Lo avevano accolto, rifiutandosi di dare luogo “all’amore della verità per essere salvati” (2 Tessalonicesi 2.10).

Giuda chiede “Com’è accaduto che…”, in pratica una sorta di “Cos’è successo che ti ha fatto cambiare idea”, convinto che il Suo Maestro fosse venuto sulla terra per trionfare con manifestazioni ben più potenti di quella di cui era stato testimone quando entrò in Gerusalemme, quando “La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano lungo la strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»” (Matteo 21.9).

La risposta che Giuda ottiene è tesa ancora una volta a ribadire un concetto già più volte esposto, ad esempio, a Nicodemo quando gli fu detto: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3.3), poi enucleato due versi dopo, “Se uno non nasce di acqua e di spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne – l’uomo – è carne, quello che è nato dallo Spirito – chi ha creduto che Lo porta dentro di sé come un segno – è spirito”. Si tratta di una frase che rivela l’incompatibilità fra i due elementi, appunto carne e spirito.

Certo Gesù si espresse in questo modo perché parlava a “uno dei capi dei Giudei” (3.1), uomo sì di potere, ma con una profonda conoscenza della Scrittura, per lo meno potenziale, che dopo quel colloquio con Lui iniziò un percorso tanto profondo quanto travagliato che lo portò comunque a caratterizzarsi positivamente prima con un tentativo di difenderlo pubblicamente nel Sinedrio (7.45-53) e poi con Giuseppe d’Arimatea, “discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo (…) e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe” (19.38-39). Proprio questi due componenti che servivano per la cosiddetta imbalsamazione che avveniva avvolgendo la salma in fasce di lino finissimo dopo che su di lei erano stati spalmati preparati aromatici in grande quantità.

Tempo addietro abbiamo citato un passo significativo sulle manifestazioni di Dio, che si rivelò ad Elia non col tuono, un vento impetuoso o un fuoco, ma una brezza leggera, sottolineando quel “non era nel…”: Dio si rivela sempre nel modo in cui una persona meno se lo aspetta (se ragiona in termini umani o secondo le proprie aspettative) e nella risposta di Gesù a Giuda Taddeo abbiamo una manifestazione intima ancora più grande perché, nel tempo in cui la Grazia agisce, non esiste irruzione, ma quel “bussare alla porta” che richiede il benestare dell’essere umano affinché Padre e Figlio possano entrare nella sua vita: “Se uno mi ama”. C’è una condizione vista nel “Se” perché l’amore è un sentimento particolare che spesso è frainteso, equivocato, scambiato con un’inclinazione molto difficile da definire e che spesso è permeata da uno straripante egoismo. Qui, invece, l’amore viene dimostrato dall’osservanza della “mia Parola”, quindi dai Suoi insegnamenti, non più e non solo “comandamenti” per quanto contenuti in essa.

“Il Padre mio lo amerà”, non prima perché lo ha già fatto dando il “suo unigenito figlio perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna”, “e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. L’apostolo Giovanni ribadisce il concetto nella sua prima lettera: “Quanto a voi, quello che avete udito dal principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito dal principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre” (2.24).

È per me bello considerare che ciascun cristiano è responsabile del proprio mantenimento soprattutto riguardo a questa condizione e qui vediamo anche il perché Gesù non abbia detto “i miei comandamenti”, ma “la mia parola”: se avesse citato quelli si sarebbe ripetuto, ma facendo riferimento alla Sua parola allude al tutto, compresa quell’attività costante di custodia e protezione che dobbiamo avere circa la nostra condotta e i nostri pensieri. Osservare la Sua parola significa renderLo partecipe del nostro esistere, custodire e difendere le Sue promesse, ascoltarlo, dare sempre la precedenza a quanto abbiamo ricevuto a fronte di quei comportamenti o attitudini che, se lasciati agire dentro di noi, ci porterebbero lontano. Ecco allora che la Sua parola e la fede non sono doni dati da conservare in un cassetto remoto, ma un tesoro da custodire perché si tratta di elementi che si rinnovano e rinnovano continuamente.

Il verso 24 è commentato ancora una volta da Giovanni nella stessa lettera: “Chi è il bugiardo, se non colui che nega che Gesù è il Cristo -cioè l’inviato promesso di Dio-? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio – e ce ne sono tanti –. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre” (Ibid. vv. 22,23). E qui “negare” ha riferimento non tanto al disconoscere l’esistenza di Gesù, ma agire come se Lui non ci fosse, sostituirLo con altri dèi, fondamentalmente se stessi. E gli esempi possono essere innumerevoli, da fedi politiche a persone che vengono elette a riferimento determinante per la propria vita. Significativo, tra l’altro, che Giovanni scriva questa lettera proprio perché nella Chiesa di allora, forse in Asia Minore, si stavano diffondendo filosofie come il docetismo e lo gnosticismo che, partendo proprio dalla figura di Nostro Signore, negavano che fosse esistito in carne e quindi non fosse morto né risorto. Gli gnostici poi non credevano che la salvezza si raggiungesse tramite la liberazione dal peccato in Cristo, ma attraverso il conseguimento di una conoscenza superiore, la gnòsis, anziché la fede in lui. Da qui sono possibili tutta una serie di estensioni per adattare le parole di Giovanni ai nostri tempi.

Gesù prosegue dicendo “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora tra voi” (27): “cose” difficili, che certo raramente gli apostoli e i discepoli capivano e molto spesso fraintendevano, ma che se non fossero state dette non avrebbero mai potuto sperimentare e comprendere proprio grazie al “Paraclito”; il compito del Figlio, infatti, era quello di preparare uomini in grado di fare opere “più grandi” delle Sue tramite il miracolo della potenza della rivelazione. La funzione dello Spirito Santo, infatti, vedremo che verrà confermata e sviluppata con queste parole: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Giovanni 16.12-14), quelle per cui ogni cristiano vive. Amen.

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