08.09 – LA PRIMA VISITA A NAZARETH II/II (Luca 4. 24-30)

8.09 – La prima visita a Nazareth 2 (Luca 4.24-30)

 

24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». 28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.

 

C’è un senso conclusivo nel concetto in base al quale “nessun profeta è bene accetto nella sua patria” e infatti alcuni studiosi sostengono che i richiami ad Elia e Naaman, con tutto quel che seguì, quindi i versi da 25 a 30, appartengano ad una terza visita a Nazareth che Gesù avrebbe compiuto. La frase di Gesù, che poi divenne proverbio tuttora in uso, preceduta dal suo amen, “in verità”, fu pronunciata quale triste commento ai pensieri dei suoi concittadini e denuncia la tendenza umana ad apprezzare più ciò che viene da fuori anziché quanto si ha naturalmente a disposizione. Guardiamo le varianti di questa frase: Matteo scrive “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (13.57), Marco “tra i suoi parenti e in casa sua” (6.4) e Giovanni “Gesù aveva dichiarato che nessun profeta riceve onore nella sua patria” (4.44); se si fosse trattato di un proverbio già esistente, tutti e quattro lo avrebbero riportato identico.

La cerchia familiare stretta e allargata, così come l’ambito sociale in cui una persona cresce, fa sì che nei suoi membri si fissino i ricordi di quello che è stata anziché valutarne i progressi e soprattutto quello che è diventato realmente, spesso a prezzo di esperienze dolorose. Chi “viene da fuori” invece, di cui non si sa nulla e quindi dal quale ci si attende chissà cosa, viene ascoltato proiettando istintivamente su di lui le aspettative che si hanno. In una comunità che ho frequentato ho assistito a questo fenomeno tante volte, ma qualunque “profeta”, cioè chi parla di Dio, ha un messaggio che, una volta udito, occorre valutare indipendentemente dalla provenienza che questo ha.

Gesù, in pratica, per i nazareni era “il figlio di Giuseppe” e tale doveva restare. Le sue “parole di grazia” che avevano ascoltato, anziché venire accolte e metabolizzate, destavano incredulità perché era impossibile che il figlio di un falegname parlasse in quel modo. E il triste è che, nonostante l’affermazione sul profeta non accetto in patria, i Suoi concittadini pensarono ancora peggio in una volta successiva perché coinvolsero Maria, i fratelli e le sorelle di Gesù a sostenere che la Sua conoscenza delle Scritture non poteva essere reale. Quindi, come scrive un importante esegeta, “considerazioni egoistiche, interessi locali e pregiudizi nati da una lunga familiarità, si mescolarono assieme” impedendo loro un giudizio obiettivo.

E arriviamo al verso 25 in cui viene portato il primo esempio, quello di Elia e la vedova di Sarepta. Si tratta di un fatto avvenuto approssimativamente 850 anni prima del nostro episodio, quando regnava Achab che, come diversi suoi predecessori, portò il popolo all’idolatria. Conseguentemente gli fu preannunciato da Elia il castigo consistente in tre anni di carestia, per il quale fu lo stesso profeta a pregare che ciò avvenisse. Da notare che il Re era colui che guidava Israele ed era responsabile della sua condotta, e che il popolo stesso doveva sapere molto bene che non vi era altro dio al di fuori di YHWH: accettando di adorare elementi estranei, si rese colpevole allo stesso modo. Questo era il comportamento degli israeliti che invece erano stati eletti, scelti dal Creatore perché fosse luce alle genti, quelle che guardava – come oggi – con disprezzo.

Ebbene pensiamo alla situazione che dovette verificarsi in quel periodo di carestia, con ricchi che vivevano con difficoltà e poveri nella disperazione, per non parlare delle vedove che si trovavano nell’impossibilità di sostenere anche i loro figli, qualora ne avessero avuti, e trovando disattese le promesse di Dio nei loro confronti proprio a motivo del comportamento idolatra che aveva coinvolto tutti, loro comprese. Vanno tenuti presenti i due significati del termine “idolatria”: da un lato l’adorazione di uno o più idoli, ma dall’altro amore e devozione per elementi che non hanno ragione di averla. Perché ciò accada è necessario abbandonare ciò che si è seguito in precedenza e Israele, scegliendo di adorare dèi estranei, non è che “cambiasse religione” o una moda, ma sostituiva il reale con l’immaginario, rinnegando tutte le esperienze soprannaturali di cui era stato l’unico beneficiario nel corso dei secoli.

Elia, a carestia inoltrata, viene “mandato” a Sarepta, in territorio fenicio, in cui c’era “una vedova alla quale ho dato ordine di sostenerti” (1 Re 17.9): Dio allora aveva parlato a una pagana, una donna povera che fu testimone del miracolo della farina e dell’olio che non si esaurirono e del ritorno in vita del proprio figlio. Quindi, citando l’episodio, Gesù ricorda ai suoi ex concittadini che Dio si serve delle cose “pazze del mondo per svergognare le savie”, cioè davanti a Lui nel confronto tra l’umile e il presuntuoso a vincere è sempre il primo. In più, in questo passo, abbiamo l’abbandono delle attenzioni di un profeta per i suoi connazionali a favore di una donna pagana che tuttavia il Signore lo cercava, per quanto “a tentoni”.

La figura di Naaman, poi, siriano, è altrettanto singolare ed emerge al tempo in cui viveva Eliseo, che di Elia prese il posto. Nonostante la presenza di questo profeta sul territorio, a lui non si rivolse nessun lebbroso israelita, ma fu Joram, re di Siria, dietro suggerimento indiretto di una ragazza ebrea, a inviare Naaman da lui. La lettura del quinto capitolo di 2 Re può aiutarci a capire nel dettaglio la vicenda, ma appare chiaro che la condotta di questo generale, inizialmente, fu caratterizzata dall’incredulità dovuta a ignoranza e non da un ostinato rigetto della luce e della verità come in Israele a quel tempo. La confessione di fede di quest’uomo, “Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele” (v. 19) suona indubbiamente come una condanna nei confronti di tutti quelli che videro i miracoli di Nostro Signore e non si convertirono.

Ebbene quando Gesù, nel portare gli esempi di questi personaggi, pronunciò le parole “ve ne erano tanti… eppure”, scoppiarono i sentimenti dello sdegno e dell’ira nel cuore dei presenti nella Sinagoga. È stato giustamente osservato che con queste parole Nostro Signore accusa i nazareni di indegnità ammonendoli che dovevano fare molta attenzione a che il medesimo abbandono ricordato nei tempi antichi non si verificasse anche per loro, con conseguenze peggiori di quelle che avvennero in quei tre anni di carestia.

È singolare che, per la prima e unica volta nei Vangeli, c’è la testimonianza dell’interruzione di una riunione sacra: i presenti quindi erano talmente sdegnati da perdere ogni controllo e perché feriti nel proprio orgoglio e campanilismo. Non vi fu spazio per un esame di coscienza, per una riflessione, pur breve, ma solo per una reazione violenta: tutti volevano cacciarlo dalla città e, evidentemente la maggioranza, voleva gettarlo giù da uno dei dirupi che allora erano presenti nei pressi della città, essendo costruita sull’orlo di un monte, in una posizione diversa da quella della Nazareth odierna.

Prima di spiegare come fece Gesù a sottrarsi alla loro volontà omicida, ricordiamoci che la reazione violenta a una contestazione verbale appartiene sempre a chi, pur essendo adulto, vuole difendere in modo infantile il proprio modo di pensare e agire senza preoccuparsi del fatto che questo sia giusto o sbagliato. Ciò avviene soprattutto nell’ambito religioso, o politico. Violenza fisica in questo caso, oppure verbale e con metodi altrettanto violenti che prevedono, oggi perché la gente è ritenuta più “civile” senza esserlo, l’umiliazione e l’isolamento fino ad arrivare, se possibile, all’annientamento delle idee e della volontà di chi li rimprovera. Perché chi contesta con argomenti validi e colpisce le coscienze va annichilito, perché chi sceglie la violenza e l’urlo sa che non può controbattere in altro modo.

Ai tempi di Gesù e poco dopo, parlo del libro degli Atti, abbiamo due esempi: il primo si verifica con la lapidazione di Stefano quando viene descritta, al termine dei suo discorso dinnanzi al Sinedrio che si concluse con le parole “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”, la reazione dei suoi membri: “Allora, gridando a gran voce, si turarono le orecchie e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo” (Atti 7.56-58).

Lo stesso apostolo Paolo, allora conosciuto come Saulo di Tarso ai cui piedi avevano deposto i loro mantelli, allora consenziente con quella esecuzione, si troverà a fare i conti con questo atteggiamento quando, dopo aver riferito le parole che Gesù gli disse, “Va’, perché io ti manderò lontano, alle nazioni”, sapiamo che “Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto alzarono la voce gridando: «Togli di mezzo costui, non deve più vivere!». E poiché continuavano a urlare, gettare via i mantelli e a lanciare polvere in aria, il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo”. (Atti 22.21-24). In tutti questi esempi, nazareni compresi, non esiste un solo attimo in cui si dà spazio all’autoesame, ma alla reazione infantile di adulti irrisolti.

Reazione ben diversa vi fu da parte degli ebrei testimoni della discesa dello Spirito Santo al capitolo due, sempre del libro degli Atti: quando infatti Pietro, a conclusione del suo primo discorso pubblico, “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” , leggiamo che “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che cosa dobbiamo fare?» (2.36,37). Quella volta è scritto che “coloro che accolsero la sua parola  furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone” (v.41).

Tornando al nostro episodio, è una breve frase a concluderlo: “Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Nessuno, nonostante quelle manifestazioni isteriche, poté mettere in atto i suoi propositi. Come già rilevato, non era ancora giunto il momento in cui Gesù doveva essere dato in mano agli uomini e questo sicuramente fu il motivo per cui non poterono fargli nulla e nessuno, visto che è sempre da uno che parte un’azione offensiva, osò affrontarLo per primo, forse perché intimoriti dalla Sua autorità. Gesù era l’ “Io sono”, “lo stesso di ieri, di oggi e di sempre” che ancora oggi chiama e riprende la sua creatura perché lo accetti, lo segua, diventi con Lui figlio del Padre. Amen.

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