17.40 – Vi ho chiamato amici (Giovanni 15.14,15)
14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
È bene chiarire che la vastità del tema che troviamo sintetizzato da Gesù in questi versi ha una portata tale da poterlo sviluppare solo in minima parte e nei suoi princìpi fondamentali; è direttamente collegato al verso 13, “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” con il quale Nostro Signore vede in prospettiva gli Undici e tutti coloro che avrebbero creduto tramite la loro opera e testimonianza. Il verso 14, “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando”, sgombra il campo dalle posizioni superficiali che alcuni cristiani assumono dando rilievo unicamente all’amicizia dimenticando la seconda, certamente più scomoda, l’ubbidienza.
Andando dal generale al particolare e tenendo presente che Giovanni scrive in greco per raggiungere il numero più elevato possibile di lettori, ma anche per farsi comprendere da chi aveva una cultura filosofica, cerchiamo di comprendere la parola amico, che per noi moderni è una persona in cui ci si identifica, si hanno affinità.
Gli antichi greci, o per lo meno molti di loro, non ignoravano le idee lasciate dai filosofi vissuti prima di Cristo, giunte a loro tramite la letteratura dossografica; così, per Empedocle (492-430) l’amicizia era la forza che teneva coesi gli elementi che costituivano il cosmo, per Socrate (470-399) consisteva nel conoscere il bene desiderato da chi è amico piuttosto che il proprio; Platone (427-347) vedeva l’amicizia come qualcosa di possibile solo tra i buoni che, attraverso di essa, desiderano il bene come fine ultimo e Aristotele (341-270) la descrive come il bene più prezioso cui l’uomo possa aspirare, essendo benevolenza e reciprocità. L’amico è colui nel quale ciascuno si rispecchia.
L’eredità che invece i testi dell’Antico Patto hanno lasciato è diversa nel senso che, a differenza dei filosofi greci, aveva punti di maggiore concretezza: pur restando il sentimento d’affetto, è prevalente realtà pratica nel senso che l’amico è colui nel quale si è riposta la fiducia, che viene dimostrata; abbiamo ad esempio Cusai l’Archita per Davide (1 Cronache 27.33), Chiràm, re di Tiro, da sempre suo amico (1 Re 5.25), Zabud, sacerdote, per Salomone (1 Re 4.5).
L’amico può essere vero, “vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura” (Proverbi 17.17), oppure è tale solo di nome come in Salmo 41.10 che conosciamo anche perché riferito profeticamente a Giuda Iscariotha, “Anche l’amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede”. Ricordiamo anche i tre “amici” di Giobbe che, con la loro presunzione e senza conoscere il suo vissuto, anziché consolarlo e immedesimarsi nelle sue sofferenze, lo tormentarono con la loro presunta saggezza esponendogli i loro principi morali assoluti, colpevolizzandolo (Giobbe 32.3).
L’amico, prima di essere ritenuto tale, va messo alla prova con la raccomandazione “non fidarti subito di lui” (Siracide 6.8) perché può presentarsi come tale per interesse (6.8,9,10), mentre quello “fedele è un rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro” perché, appunto, raro (v.14). È persona da coltivare e da non tradire (22.22).
Strettamente connesso al passo in esame abbiamo Esodo 33.11 quando leggiamo che “Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico”, e Giacomo 2.23, “…e si compì la scrittura che dice: «Abrahamo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia», ed egli fu chiamato amico di Dio”.
Abbiamo anche il contrasto fra quanti si discostano dall’ubbidienza per abbandonarLo e chi invece gli resta fedele: dopo che il popolo “vedendo che Mosè tardava a discendere dal monte” (dove gli sarebbero consegnate le Tavole) si era fatto costruire il vitello d’oro pervertendosi, leggiamo che “Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aaronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne oggetto di derisione per i loro avversari. Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!». Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Disse loro: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: «Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino»». I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi egli vi accordasse benedizione»” (Esodo 33.25-29).
Riguardo a questo episodio è bene spendere qualche parola: fu Aaronne che, a fronte delle lamentele del popolo, per realizzare il vitello ordinò agli israeliti di portargli “i pendenti d’oro che hanno alle orecchie le vostre mogli e le vostre figlie” (v.2). Ora da Genesi 35.4 e Giudici 8.24 sappiamo che i monili (orecchini e anelli d’oro) erano retaggio dell’idolatria appresa dal paganesimo e che probabilmente Aaronne, che aveva compito di sacerdote, volle estirpare quel peccato introducendone però uno peggiore. Infatti il vitello d’oro da lui realizzato non fu per caso, non sappiamo se coscientemente o meno, poiché gli Egiziani veneravano il dio Apis, di fattezze analoghe, espressione vivente del dio Ptah il cui centro di culto era a Menfi. Anche Iside, dea della guarigione, della fertilità e della magia, pur essendo rappresentata prevalentemente in forma umana (donna vestita con lunga tunica), appariva in forma di vacca quando legata ad Apis.
Quello di Aaronne può essere inteso, a mio giudizio, come il primo tentativo di raffigurare il Dio invisibile in forma visibile, non essendo stato ancora promulgato il comandamento di non farsi “alcuna scultura né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai” (Esodo 20.4). Infatti, dopo l’ordine dato relativo alla consegna dei monili, quel sacerdote disse “Domani sarà festa in onore del Signore” (32.5), non dell’idolo forgiato a cui comunque non fu dato un nome. Da un fraintendimento all’altro il risultato finale fu che “Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e per bere, poi si alzò per darsi al divertimento” (v.6).
Le parole di Dio a Mosè infatti furono: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti – vediamo che non dice “Aaronne ha fatto loro” – un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati innanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto»” (32.7,8).
Torniamo ora al nostro testo iniziale: con le parole del verso 4, “Voi siete miei amici”, Gesù vuole comunicare la nuova condizione in cui versa chiunque ha creduto in Lui, che è poi quella dell’onore conferitogli. Non solo il cristiano è stato salvato per grazia, ma gli è stata anche data la qualifica di “amico” che mantiene “se fate ciò che vi comando”, espressione che racchiude l’integrità del Suo lascito spirituale, in poche parole: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Luca 21.19).
Perseveranza, dal latino per severus, che possiamo tradurre come “prendere le cose sul serio, costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi”, attitudine sintetizzata dall’apostolo Paolo con le parole “…avendo deposto tutto ciò che ci è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti” (Ebrei 12.1).
Il verso 15 è poi di una luminosità unica e si riferisce alla nuova condizione in cui versano tutti coloro che, facendo “ciò che io vi comando”, sono considerati da Gesù suoi “amici”: essi non sono più esecutori passivi di un volere superiore come i servi, che non hanno alcuna autonomia né altro potere decisionale salvo l’obbedienza ai voleri del loro signore, ma hanno coscienza di quanto è loro richiesto e soprattutto del perché e del dove andrà ad approdare il risultato delle loro fatiche. Ricordiamo che tempo addietro il Maestro aveva detto proprio ai suoi discepoli “…quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare»” (Luca 17.10), parole pronunciate quando i discepoli erano effettivamente uomini non ancora trasformati dallo Spirito e non comprendevano pienamente le Sue parole.
Gesù prosegue spiegando il perché aveva chiamato “amici” i Suoi: “tutto ciò che ho udito dal Padre mio – quindi un Dio che ascolta non un altro Dio come vorrebbero i Testimoni di G., ma il Figlio che ascolta il Padre nella loro unità – l’ho fatto conoscere a voi”. Non abbiamo le parole di un profeta che comunica al popolo il volere di YHWH, ma Lui stesso che si rivela. Un Dio fattosi uomo che parla tenendo presente e dopo avere sperimentato cosa significa vivere in un corpo di carne soggetto a tutto ciò che questo significa e comporta.
È dalla conoscenza del Padre rivelata attraverso il Figlio che abbiamo la salvezza, la luce, la via, la verità e la vita. Tutto ciò che ci serve. Amen.
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